Dove comincia l'Appennino

I paesi abbandonati



la casa rurale ; i casoni ; i cascinali ; storia dell'abbandono ; risorsa culturale : val Brevenna, val Vobbia, val Pentemina, monte Banca-Montoggio, val Trebbia, alta val Borbera ; rivivere oggi ; casi di ritorno ; risorsa turistica ; conclusioni

Quel che è giunto a noi della distribuzione degli insediamenti storici che punteggiano le pendici dell'Antola è il frutto di un processo che si è innescato nell'alto Medioevo ed è giunto a maturazione verso la fine del XV secolo, con la distribuzione della popolazione rurale in una pluralità di piccoli nuclei sparsi. Queste piccole comunità rurali sorsero generalmente a mezza costa, lungo gli antichi sentieri d'altura, a quote comprese tra i 700 i 1000 metri, nei punti in cui l'esposizione e la morfologia del terreno presentavano le caratteristiche più favorevoli all'insediamento umano e alle attività rurali.

Le comunità che si svilupparono nel territorio avevano, infatti, una natura essenzialmente agricola che determinò uno sviluppo spontaneo degli insediamenti che, privi di particolari esigenze strategiche e urbanistiche, crebbero in diretta continuità con l'ambiente circostante, dando origine a forme irregolari o comunque aperte verso il territorio, spesso con un andamento lineare, lungo i sentieri.

Dal punto di vista strutturale ed architettonico questi piccoli insediamenti erano caratterizzati da una forte elementarità, costituiti nella maggioranza dei casi prevalentemente da case di pendio, costruite con pietre rozzamente squadrate e con l'uso frequente di muri in comune. Alle abitazioni era solitamente collegato un insieme di costruzioni minori come stalle, seccherecci, fienili e magazzini, un tempo indispensabili allo svolgimento di attività rurali. Le caratteristiche strutturali di una volta sono ancora oggi riconoscibili nelle frazioni più isolate dove l'aspetto complessivo degli abitati si è mantenuto pressoché invariato nella sua forma originaria, determinata dalla povertà e dall'isolamento in cui sorsero i villaggi delle alte valli attorno all'Antola.


La casa rurale

Numerosi sono le ricerche e gli studi dedicati alla casa rurale realizzati sia da storici che geografi, in quanto rappresenta la fondamentale unità degli insediamenti rurali, esplicativa del modo in cui le società umane interagiscono con l'ambiente che le circonda, così, in Italia, in seguito all'opera di Biasutti si sono susseguite numerose ricerche tra cui particolarmente interessante per il territorio ligure è quella realizzata da Scarin [La casa rurale in Liguria, Genova 1957].

Non è però nostra pretesa sviluppare in maniera esaustiva tale argomento, compito per il quale sarebbe necessario uno studio intero, per cui ci si limiterà solamente ad una rapida rassegna delle caratteristiche principali che costituiscono le case rurali e le costruzioni legate alle attività agricole nelle valli dell'Antola.

In alta valle Scrivia e nelle valli laterali la forma più frequente è la casa di pendio, con rustico al piano inferiore e locali abitativi al piano superiore con copertura che era tradizionalmente in ciappe o paglia, sostituite in epoche recenti da tegole marsigliesi [L. Mazzilli, Valle Scrivia, valle Stura e la costa da Prà ai Piani d'Invrea, Genova 1976, p. 23]. Le antiche abitazioni erano solitamente costruite con scale esterne in pietra o legno con la funzione di portare ad un terrazzino o un ballatoio, sotto il quale si trovava l'ingresso della stalla, parzialmente seminterrata, disposta nel lato a valle della casa o, talvolta, di fianco. Caratteristiche che in val Vobbia, nei villaggi più piccoli ed isolati siti a quote più elevate e a ridosso dei rilievi montuosi, assunsero alcune varianti che, proprio grazie alla loro povertà ed isolamento, durato sino a poche decine di anni fa, devono il loro straordinario mantenimento delle forme originarie antiche d'architettura spontanea. Nelle vecchie strade coperte appaiono qui gli sporti dei piccoli negozi, sono presenti criptoportici e scale esterne coperte, i ballatoi di legno sono qui particolarmente frequenti. Nelle frazioni minori sono inoltre ancora rintracciabili forme di abitazioni molto antiche con ancora al centro della cucina la "freigua" un tempo utilizzata per l'essiccazione delle castagne [Scarin, cit., p. 160]. In alta val Trebbia le case rurali presentano in generale caratteristiche simili a quelle che si riscontrano in alta valle Scrivia, gli insediamenti tendono, però, ad avere una forma meno compatta, con una minore frequenza degli edifici costruiti con muri in comune, nelle costruzioni più antiche le forme strutturali conservano un aspetto assai semplice, l'abitazione si presentava a vani allineati su un solo piano e fornita di rustico pure allineato, in altri casi, invece, il rustico risultava essere separato dall'abitazione [G. Meriana, Alta val Trebbia, p. 25]. In val Trebbia si incontrano, inoltre, alcune caratteristiche strutture del tutto uniche nell'area dell'Antola come i tipici cascinali absidati [vedi oltre] e i portici in paglia; questi ultimi venivano originariamente costruiti a protezione dell'ingresso dei vari edifici, prevalentemente di rustici e casoni, consistevano essenzialmente in un tettuccio-ricovero caratterizzato da una semplice sporgenza della parte alta del tetto a due pioventi o da una copertura che abbracciava tutta la larghezza del "timpano" con cui il rustico, costruito in pendio, si affacciava a monte sull'aia lastricata. Il portico, oltre ad una funzione pratica di riparo, assunse un significato tradizionale e simbolico, come dimostrato dalla cura con cui veniva conservato e qualora fosse andato distrutto, ricomposto nelle sue strutture elementari [T. O. De Negri, Liguria minore: tradizione e rinnovamento nell'architettura rustica dell'Appennino: il "portico" di paglia a Propata, Bollettino ligustico, p. 48]. Purtroppo queste forme tradizionali sono pressoché scomparse, la manutenzione necessaria alla loro conservazione è, infatti, venuta meno per il progressivo abbandono delle montagne e per l'incapacità e il disinteresse delle nuove generazioni nei confronti delle antiche tradizioni.

In alta val Borbera e nella valle dei Campassi le case conservano ancora struttura e forme generalmente simili a quelle di tutta l'area dell'Antola, assumendo però alcune caratteristiche particolarmente interessanti e frequenti: al primo piano si incontrano frequentemente forni ricavati in piccole nicchie absidate sporgenti verso l'esterno, gli interni delle stalle hanno stupendi soffitti a volta e gli interni delle strutture abitative sono spesso decorati con pareti intonacate ed affrescate. A Ferrazza e Reneusi si trovano inoltre interessanti cisterne per la conservazione di acqua per usi domestici all'interno delle abitazioni stesse.


I casoni

Accanto alle forme edilizie destinate ad uso prevalentemente abitativo si svilupparono a quote più alte piccoli insiemi di edifici o "casoni", capanne sparse ai margini delle colture e sulle montagne che potevano essere adibite a funzioni varie come deposito di fieno (quando esposte sui versanti solatio), alla raccolta di foglie di castagno per le lettiere delle stalle o come abitazioni stagionali utilizzate durante il periodo dell'alpeggio [Marco Fezzardi, Monte Bano molte storie, Genova 2004, p. 88]. Forme di questo tipo d'insediamenti sono ancora oggi facilmente riconoscibili a quote superiori i 1000–1200 metri in tutta la regione dell'Antola, alcuni casoni ancora in buone condizioni e parzialmente utilizzati si incontrano lungo la strada che da Chiappa, in val Brevenna, porta alla cima dell'Antola (i casoni di Giuan e Lomà), nonché tra val Brevenna e Trebbia (casoni dei Bianchi) [Giovanni Meriana, Valbrevenna: le meraviglie della valle nascosta, Recco 2007, p. 63-64].


I cascinali

Adibiti prevalentemente alla conservazione del fieno, i cascinali erano solitamente situati in prossimità dei centri abitati o dei fondi coltivati [Scarin, cit., p. 171] ed erano in genere costruiti con l'utilizzo quasi esclusivo di materiali vegetali con le strutture portanti e i muri in legno e le coperture in paglia e, solo in alcuni casi, non molto diffusi, potevano essere costruiti con murature in pietra.

Queste forme di edilizia rurale presentavano caratteristiche pressoché uniformi in tutta l'area dell'Antola ad eccezione di alcuni casi in alta val Trebbia e, in particolare, nella valle del Brugneto, dove presentavano caratteristiche del tutto uniche. Erano infatti costruiti a pianta rettangolare, con le consuete strutture portanti in legno e coperture in paglia [Valle Trebbia, Genova e le valli Bisagno e Polcevera, a cura di A. M. Parodi, Genova, p. 27], la parte posteriore, però, veniva tradizionalmente costruita con forma absidata, mentre sulla parete piana della parte anteriore il tetto veniva costruito proteso in avanti, per formare un portico a forma di falda ricurva a protezione dell'ingresso [Meriana, Alta val Trebbia, cit., p. 26-28].

Non è oggi difficile trovare ancora nei nuclei più isolati delle valli minori l'antica atmosfera della civiltà contadina anche se, per il massiccio esodo degli abitanti, si riscontra un preoccupante degrado sia dei singoli edifici, spesso fatiscenti, sia dell'ambiente circostante, ormai abbandonato all'avanzata della natura. Diversa è la situazione in altre aree dove i migliori collegamenti hanno consentito e favorito la trasformazione dell'originaria vita agricola. In ogni caso il territorio ha quasi completamente perduto la primitiva organizzazione e le nuove condizioni che, raramente trovano un solido inserimento nel tessuto urbanistico, contrastano spesso con l'ambiente circostante o ne sono sopraffatte. La casa rurale e le forme architettoniche correlate alle attività agricole hanno perduto la loro originaria ragion d'essere, il patrimonio architettonico di queste valli rischia, quindi, di perdersi e crollare a causa dell'abbandono o cancellato da interventi edilizi improntati al risparmio ma irrispettosi nei confronti della cultura rurale, sarebbe quindi necessaria una serie di interventi ed incentivi rendendo preferibile e vantaggioso il restauro edilizio secondo i canoni storici e culturali del territorio, come in parte ha di recente provveduto un bando emanato dalla Regione Liguria che ha recepito le finalità contenute nella legge statale n. 378/2003.


Storia dell'abbandono

Nel corso del '900 si è verificato il rapido evolversi di complesse dinamiche sociali, economiche e culturali tra di loro concatenate che ha determinato nell'arco di meno di un secolo il crollo del secolare sistema rurale delle valli dell'Antola, portando in molti casi a un totale abbandono degli antichi insediamenti delle alte valli e delle originarie attività agricole che, solo in alcuni casi, sono state parzialmente sostituite da attività di carattere turistico e residenziale.

Interessante può essere analizzare il comportamento demografico dei comuni montani rapportato a quello regionale, ad alcuni comuni di fondovalle e della costa del levante.

Già tra la fine dell'800 e i primi del '900 iniziò a verificarsi nelle zone montane un cambiamento sociale, le povere popolazioni di montagna, da sempre abituate a vivere in condizioni di semplice sussistenza, iniziarono ad avvertire nuove necessità e molti contadini, già abituati a migrazioni stagionali per lavori nelle risaie padane o nelle tonnare in Sardegna, iniziarono ad intraprendere con crescente frequenza migrazioni verso le americhe con viaggi che divennero spesso definitivi. Fu così che il fenomeno delle migrazioni, comune a tutte le più povere regioni d'Italia, assunse caratteristiche particolarmente intense nelle montagne dell'entroterra genovese, sospinto anche dal fatto che, proprio attorno al 1870, la popolazione nell'area dell'Antola raggiunse il suo picco storico e la terra e i suoi frutti divennero insufficienti per l'intera popolazione.

Le valli attorno all'Antola iniziarono quindi a subire un pesante salasso dovuto alle migrazioni verso le Americhe che continuarono sino a metà del '900, a cui successivamente si aggiunsero le pesanti perdite dei giovani caduti nelle due guerre.

Al termine della seconda guerra mondiale il contesto socio-economico subì cambiamenti sino ad allora estranei al nostro Paese, le ripercussioni del grande boom economico ed industriale si fecero sentire anche nelle remote frazioni di montagna, i giovani iniziarono ad abbandonare i vecchi villaggi in favore dei centri industriali che sorsero in bassa valle Scrivia e nelle grandi metropoli Milano e Genova e la popolazione un tempo diffusa in maniera uniforme tra montagne e fondovalle nell'intero comprensorio [Mazzilli, cit., p. 22] (alla fine dell'800 comuni dalle caratteristiche assai dissimili come Busalla e Valbrevenna avevano una popolazione equiparabile al censimento del 1881: rispettivamente 3484 e 3173), alla fine degli anni '60 si presentava già una situazione di forte disparità con un intenso affollamento dei centri di fondovalle.

Ormai profondamente indebolita dalla partenza degli emigranti, l'agricoltura locale, entrò in profonda crisi, ostacolata anche dall'ostilità della morfologia del territorio, fu incapace di sostenere l'evoluzione delle economie, il tasso di meccanizzazione dell'entroterra genovese non ebbe alcun progresso: alla fine degli anni '50 l'estensione del suolo utilizzato a fini agricoli era ancora paragonabile a quello di altre città di pianura ma il tasso di meccanizzazione ammontava ad un impietoso 5% di aziende agricole con a disposizione un trattore, contro un tasso dell'80% nelle vicine province di Parma e Piacenza [Fezzardi, cit., p. 81-82]. Allo stesso tempo, tra anni '50 e '60, venne ultimato il processo di costruzione del nuovo asse viario carrozzabile nei fondovalle, il vecchio reticolo di mulattiere che correva sui crinali e a mezza costa fu abbandonato e le automobili sostituirono i muli rendendo più rapidi i collegamenti.

Le nuove strade portarono tra le valli il sistema economico e sociale che già da tempo si era diffuso nelle grandi città, l'improvvisa intrusione della modernità portò pesanti ripercussioni che agirono anche a livello psicologico sulle popolazioni montane, le quali furono messe a contatto con la possibilità di nuovi stili di vita, si vennero, così, a creare nuovi desideri ed esigenze, la maggioranza dei giovani rimasti tra i monti avvertirono il bisogno di emigrare in città alla ricerca di uno stipendio fisso e di quegli standard di vita che, una volta conosciuti, divennero rapidamente irrinunciabili.

Il continuo esodo dalle montagne proseguiva inesorabile, a loro volta, le nuove strade, innescato questo ciclo, divennero indispensabili alla vita nelle frazioni più isolate e colpita l'antica economia rurale ne divennero il sostegno. I paesi che primi furono collegati alla rete di strade proveniente dai fondovalle riuscirono ad ammortizzare il declino demografico compensando in parte il declino agricolo con le nuove vocazioni di carattere turistico e residenziale, gli altri villaggi, che rimasero mal serviti dalla nuova viabilità, continuarono a svuotarsi e quando all'inizio degli anni '80, anche sfruttando i fondi stanziati a riparazione dei danni provocati dall'alluvione del '70, quasi tutti i villaggi furono raggiunti da una strada asfaltata i residenti erano ormai ridotti ad un esiguo numero di anziani ed il declino aveva procurato ormai crepe irreparabili. Fu così che molti villaggi finirono abbandonati, non più sorretti dalle secolari usanze di vita contadina, cominciarono a sgretolarsi, il silenzio nei mesi invernali ne divenne presto il padrone.

Oggi i villeggianti estivi e dei fine settimana non costituiscono che un illusorio freno all'abbandono, conseguenza di una reiterata politica sbagliata, più ancora che nella logica delle cose. Un abbandono che da un lato si presenta in tutta la sua drammaticità cancellando gradualmente secoli di lavoro e sacrifici, dall'altro ha permesso ai borghi dimenticati di conservare intatta l'antica fisionomia proteggendoli quasi sempre da speculazioni ed infelici trovate architettonicoedilizie. Passando attraverso le strette stradine dei numerosi villaggi, di fatto abbandonati, sulle alture di val Trebbia, valle Scrivia e val Borbera, ci si trova immersi in una condizione surreale in cui il tempo sembra essersi fermato e dove forti e contrastatati si percepiscono decadenza e vita che fu. Proprio in virtù di queste caratteristiche di conservazione dell'impianto dei villaggi abbandonati si possono forse creare i presupposti per lo sviluppo a fini turistici delle sedi montane, senza limitarsi a ritorni estivi per poco più di due mesi l'anno. Bisogna riuscire a sfruttare le enormi risorse culturali di cui è portatore il territorio, sfruttandone le peculiarità e le tradizioni portando ad una riscoperta degli antichi villaggi e comunità abbandonati.


Comunità e villaggi abbandonati come risorsa culturale

Come abbiamo brevemente analizzato è nel secondo dopoguerra che presero avvio rapidi processi di cambiamento quali l'evoluzione socio-economica italiana, la crisi agricola e lo spopolamento montano; tutti fattori che hanno interagito e si sono autoalimentati innescando un ciclo retroattivo che in meno di un secolo, associato a politiche di tutela dell'economia agricola inesistenti o totalmente sbagliate, ha bruscamente svuotato le valli del monte Antola. Il paesaggio rurale proprio delle comunità abbandonate è ancora oggi, però, un testimone eccezionale: racconta le interazioni uomo-ambiente e il modo in cui erano percepite le strutture del territorio, indicandoci così la sua più vera e profonda identità.

Veri e propri musei all'aperto dell'architettura e della cultura rurale, come i paesi di Costaclavarezza, Tonno, Senàrega, Aia Vecchia, Carsegli, Serre e Varni, solo per citare alcuni dei più significativi sparsi tra le valli dell'Antola, rischiano di sprofondare nell'abbandono portandosi dietro un inestimabile corollario di risorse culturali e testimonianze di un passato a noi vicino ma, per crudeltà delle circostanze, sempre più lontano.

Bisogna quindi cercare di riportare alla luce della conoscenza quello che grigie pietre e nodosi castagni possono ancora raccontarci, conservare e custodire i loro racconti evitando che vengano frettolosamente archiviati come "cultura minore" e per questo indegni di essere ricordati e studiati. L'istituzione di musei, itinerari e parchi che tanto hanno fatto per la natura e per le grandi opere artistiche possono svolgere anche un importante attività di diffusione della conoscenza della cultura rurale, contribuendo a squarciare quel velo d'indifferenza che, troppo spesso, l'ha celata sino ad oggi.

La cultura propria delle valli dell'Antola, infatti, potrà pur essere catalogata "cultura minore" e la sua storia non sarà celebrativa ma negli stretti viottoli dei vecchi villaggi, tra le pietre dei muri a secco o all'ombra di un castagno, come abbiamo visto, ogni gesto aveva il suo significato, nulla era lasciato al caso, ogni oggetto, e ogni pietra aveva il suo scopo che ancora oggi possono raccontare. Gli affreschi un po' naif di una piccola cappella di montagna o di uno spartano interno di un'abitazione rurale non avranno certo i rigori canonici dell'arte urbana ma non per questo sono incapaci di toccare l'animo e di raccontare con le loro tinte sbiadite, i colori luminosi di una vita fatta di fatiche e di semplicità, ma in straordinaria comunione con l'ambiente circostante e soprattutto, nonostante le circostanze, ricca di momenti felici.


Val Brevenna

La val Brevenna si snoda stretta tra le dorsali montuose che scendono dall'Antola per circa 15 km con andamento prevalente SO-NE. Nonostante l'aspetto aspro e la natura avara, le testimonianze della presenza umana in questa valle risalgono al 4000 a.C. [A. Lavaggi, L'entroterra della provincia di Genova, p. 102], i frequenti toponimi di origine ligure testimoniano la presenza di veri e propri insediamenti già in epoca pre-romana. La vallata è racchiusa oggi interamente all'interno dei limiti amministrativi del comune di Valbrevenna, che conta quasi 50 frazioni sparse sul suo territorio. Oggi numerosi di questi villaggi, a causa di un forte spopolamento, particolarmente intenso nell'alta valle, sono totalmente o parzialmente abbandonati e l'intesa attività contadina che animava l'intera territorio è ormai venuta meno determinando un evidente degrado di boschi e fasce.

Località come Lavazzuoli, Piancassina, Roiale, Senarega, Cerviasca, Pian dei Curli, Tessaie, Piani, Crosi, Aia Vecchia, Tonno e Mareta, hanno tutte meno di 10 residenti che spesso trascorrono altrove i lunghi inverni.

Seguirà ora una breve descrizione dei villaggi in cui l'abbandono è stato più consistente o traumatico, soprattutto se comparato all'importanza che alcuni di questi centri ebbe in passato.

Il borgo di Senarega è situato nell'alta val Brevenna, in prossimità del fondovalle, a 723 m. d'altitudine, stretto tra il Brevenna ed un suo piccolo affluente. Senarega ha origini molto antiche e, sicuramente, ebbe un certo prestigio in epoca medievale prima sotto il dominio della famiglia dei Senarega e successivamente dei Fieschi. L'assetto urbanistico è di tipo radiale caratterizzato da una viabilità interna sostanzialmente irregolare orientata verso la torre-castello che domina il borgo. Senarega è probabilmente il borgo più bello della vallata e sicuramente il più ricco dal punto di vista artistico e architettonico, le antiche e nobili origini hanno determinato caratteristiche che non si incontrano in nessun altro villaggio della val Brevenna, infatti, oltre alle suggestive vie su cui si aprivano le botteghe ancora riconoscibili, si sono conservate testimonianze architettoniche di notevole pregio. Il paese è dominato dalla torre medievale fatta erigere dai Senarega nel XII secolo, affiancata dalla castello edificato nel XV secolo [Lavaggi, cit., p. 103]. La torre probabilmente non ebbe mai funzione militare ma più verosimilmente ebbe una valenza celebrativa, in quanto Senarega non svolse mai un ruolo difensivo bensì fu a lungo un centro con funzioni fiscali e amministrative sui territori della valle [Mazzilli, cit., p. 55]. Di fronte all'ingresso della torre sorge la "fontana del Mascherone", un tempo alimentata da un piccolo acquedotto in pietra ancora visibile nel suo ultimo tratto, sopra l'arco che sovrasta il sentiero che conduce all'oratorio e al cimitero. Poco più in basso della torre, accanto alla casa padronale si erge il massiccio campanile barocco e la chiesa dell'Assunta, ricostruita tra 1675 e 1700 su un edificio preesistente del 1248 [La val Brevenna e le sue chiese, Pro loco Valbrevenna, p. 6], l'interno è ad unica navata, con quattro absidi, impreziosito da un prestigioso altare in marmo realizzato dallo scultore genovese Francesco Campora, con porticina del porticato dipinta dallo stesso e raffigurante "Cristo portacroce dal cui costato escono zampilli di sangue che disseta alcuni agnelli" [Meriana, Valbrevenna, cit., p. 34-35. Di fronte alla chiesa si apre l'ampio piazzale, un tempo centro d'aggregazione contadina, lastricato in pietra e chiuso su tre lati da un muro sedile. Di notevole pregio sono pure l'oratorio in prossimità del cimitero e l'antico ponte medievale in pietra, sorto accanto al piccolo santuario della Madonna delle Grazie, che costituì per lungo tempo il principale collegamento per accedere all'abitato. A Senarega vi è inoltre la sezione etnologica del Museo Storico dell'alta Valle Scrivia, ricavato all'interno dell'antica stalla della casa padronale in cui vi sono esposti oggetti annessi alla vita contadina e all'allevamento. Nonostante preziosissime ricchezze ed una storia prestigiosa, il villaggio non è stato risparmiato dal fenomeno dell'abbandono, la popolazione residente è infatti scesa dai 30 abitanti del '51, ai 17 abitanti del '71 sino agli 8 residenti censiti nel 2001, di cui oggi, alla luce di sopralluoghi, nessuno vive più stabilmente in inverno. (Ultimo sopralluogo 14/12/2008) Ai fini di recupero del borgo di Senarega e dei suoi ricchissimi valori architettonici di origine medievale, ambientali e paesaggistici, è stato di recente proposto un progetto di riqualificazione del borgo, presentato dalla Provincia di Genova ed inserito in un più ampio piano integrato denominato "Terre dei Fieschi" che prevede il restauro di borghi e manieri dell'entroterra genovese, legati alla storia filiscana, sfruttando i fondi europei messi a disposizione della Regione sull'Asse 4.1 per la promozione e la valorizzazione del patrimonio culturale e naturale.

Magnificamente esposto a Sud, Tonno si trova su uno sperone che scende dal monte Buio, quasi alla testata della val Brevenna, a 918 m. Sorto lungo un importante percorso di crinale che si diparte dal monte Antola, il nucleo ha sicuramente origini antichissime, anteriori alla conquista romana come attesta il suo nome che, nell'antica lingua dei liguri, significava "villaggio" [Mazzilli, cit., p. 53], probabilmente per la sua posizione sicura, lungo la direttrice che conduce all'Antola, potrebbe aver costituito un primitivo rifugio per le antiche popolazioni, anche se nell'aspetto attuale si riconosce esclusivamente una vocazione agricola dell'insediamento. Il borgo si inserisce perfettamente nell'ambiente adagiandosi su un pianoro che rompe il ripido crinale che scende dal monte Buio, spezzettato dalle vecchie terrazze che sovrastano il paese e, nonostante la vocazione essenzialmente rurale, il villaggio presenta un pregevole impianto urbanistico di tipo radiale, che dal polo costituito dalla chiesa di S. Margherita (prime notizie risalenti al 1242, l'edificio subì probabilmente restauri ed ampliamenti a partire dal 1576 [C. Goggi, Storia dei comuni e delle parrocchie della diocesi di Tortona, Tortona 2000, p. 399], si irraggia verso il territorio circostante a terrazze. Buona parte degli edifici dell'abitato, nonostante alcune recenti ed infelici opere di restauro, si sono conservati nel loro originario aspetto con muri in pietra a vista e tetti che in alcuni casi conservano ancora la tradizionale copertura in ciappe, donando a Tonno quell'aspetto che riesce ancora oggi ad essere esemplificativo della struttura tipica delle vecchie comunità rurali della val Brevenna. Il forte decremento demografico negli ultimi anni si fa però sentire con forza crescente e tracce d'abbandono intaccano il tessuto urbano, la popolazione di "residenti ufficiali" è, infatti, ormai ridotta all' esiguo numero di 10 abitanti che durante la stagione invernale sono praticamente assenti, nel 1951 la popolazione residente era di 57 persone e vi era in paese una scuola elementare rimasta aperta sino alla fine degli anni '70 quando gli abitanti scesero abbondantemente sotto le 20 unità [Liguria: territorio e civiltà: centri storici in provincia di Genova e La Spezia, a cura di P. Falzone, V. Garroni Carbo, Genova 1976, p. 95]. Diventa così difficile mantenere intatto quell'inserimento nel paesaggio circostante che ne ha caratterizzato la struttura, e gli interventi di manutenzione più recenti, provenendo da soggetti ormai esterni al contesto agricolo rurale, sono spesso di pessimo inserimento nel tessuto urbano originario. (Ultimo sopralluogo 25/12/2008)

Piancassina sorge a 1036 metri sulle pendici che dall'Antola scendono verso il monte Duso con un ottima esposizione verso Sud e Sud-Est ed è uno dei paesi più alti della val Brevenna. Piancassina conserva le antiche caratteristiche di centro rurale con uso frequente di muri in comune e case disposte lungo le principali direttrici che portavano alle fasce circostanti, ai casoni e all'Antola. L'insediamento è composto da due nuclei divisi dal piazzale della cappella della Madonna della Guardia. La parte più bassa del paese, sorta lungo il sentiero che si dirige a Lavazzuoli, è impostata a gradoni e sfalsata nei volumi dall'alto al basso. Nell'altro nucleo le case, saldate l'una all'altra, sono allineate lungo il sentiero che porta ai casoni di Lomà. Tutto il terreno intorno al paese era strutturato in fasce su cui venivano coltivati cereali o tagliata l' erba per produrre fieno. Dai due nuclei si dipartivano a raggiera le vecchie mulattiere che collegavano il paese ai casoni, a Lavazzuoli, al monte Antola ed ai paesi di Chiappa, Senarega o ancora alla costa dei Colletti da cui si poteva scendere verso Torriglia [Meriana, Valbrevenna, cit., p. 32-33]. Piancassina ha subito negli ultimi anni un abbondante calo di popolazione: al censimento del '51 gli abitanti erano 37 (più di Senarega), dieci anni dopo 25, nel '71, 16 e nell' 81, 9, al censimento del 2001 i residenti ufficiali erano 4 ma oggi il presidio fisso è venuto meno ed inverno sono numerosi i giorni in cui il paese rimane completamente disabitato.

Cerviasca è un piccolo villaggio che sorge a 957 metri sul ripido crinale che scende dal monte Penzo. Il nucleo ha origini antichissime ed è costituito da una ventina di edifici. L'elementare viabilità interna è caratterizzata da ripide stradine che salgono in direzione delle vecchie fasce, ormai abbandonate e verso la piccola chiesetta dedicata alla Madonna del Caravaggio che domina il piccolo abitato, purtroppo recentemente ristrutturata utilizzando un poco intonaco rosa che stona con le vecchie case con muri in pietra a vista. L' abbandono dei terreni e delle fasce è evidente come in tutta la valle, le case invece, nonostante nessuno risieda più nel villaggio durante l'intero arco dell'anno, sono ancora sufficientemente conservate. Al sopralluogo effettuato il 12/12/2008 non vi erano tracce di residenti che nel 1951 erano ancora 35.

Aia Vecchia, situato a 777 metri, è un piccolo borgo composto da una decina di edifici. Il nucleo molto raccolto è interessantissimo per le forme di edilizia rurale ancora conservate nella loro forma originaria con muri in comune e stupendi passaggi coperti, archi e portici. Purtroppo gli edifici restaurati a fini d'abitazione turistica stagionale stonano con l'originaria essenza della frazione e la maggior parte dei vecchi edifici rurali versano in uno spiacevole stato d'abbandono e sono ormai in buona parte pericolanti.


Val Vobbia

La val Vobbia è una valle aspra con andamento longitudinale E-O caratterizzata dalle profonde e spettacolari gole scavate nei conglomerati dell'Antola. Considerata la collocazione e la vocazione esclusivamente agricola ha risentito fortemente del fenomeno dello spopolamento tanto che nel 1908 al momento della creazione dell'omonimo comune, contava più di 2000 [M. Ratto - A. Schiavi, Vobbia, p. 33] abitanti contro i meno di 500 al censimento del 2001, è così che oggi sono diversi i villaggi, anche di vaste dimensioni e importanza passata, come Costa Clavarezza e Piani che, anche a causa dei difficili collegamenti alla viabilità principale, sono abbandonati per buona parte dell'anno o altri che, come Canai e Sensassi, hanno da tempo perduto anche la vocazione di località di villeggiatura estiva e buona parte delle abitazioni stanno rapidamente cadendo in rovina.


Val Pentemina

La val Pentemina è una delle valli più selvagge dell'entroterra di Genova, divisa tra i comuni di Montoggio e Torriglia, ha risentito pesantemente dello spopolamento montano che in questa valle ha assunto risvolti particolarmente drammatici, i collegamenti sono difficili, infatti buona parte della strada che percorre il fondovalle è sterrata, costantemente vessata da frane e smottamenti ed alcuni paesi non sono neppure raggiunti dall'illuminazione pubblica, quanto basta per mettere in fuga abitanti e tener lontani villeggianti. La valle è oggi quindi abitata e mantenuta in buone condizioni solo nei pressi di Montoggio e alla sua testata nelle frazioni di Pezza e Pentema dove i collegamenti stradali sono più favorevoli ad uno sviluppo residenziale e turistico. I villaggi della media valle invece, raggiunti solo da rotabile a fondo naturale, sono ormai abbandonati e il tempo e la natura si stanno riprendendo le pietre su cui sono stati eretti Vallecalde, Poggio, Case Vecchie, Cognole (oggi tenuta in vita da un agricoltore di Montoggio), Costapianella, Serre di Pentema, Tinello, Riola e Tecosa.

La val Pentemina si presenta quindi, anche a prima vista, come la valle del versante mediterraneo dell'Antola dove l'abbandono è stato più massiccio e diffuso.

Vallecalde si incontra lungo la strada che dal fondovalle sale verso Case Vecchie, situato a 663 metri, si arrampica su di un ripido pendio con esposizione Est. Il nucleo è molto concentrato e si sviluppa lungo due stretti assi viari, uno di mezza costa che porta alle fasce, l' altro che porta al fondovalle, gli edifici ancora ben conservati, costruiti con muri in comune, hanno forte sviluppo in altezza di cui la maggior parte sono a tre piani. Camminando per le strette vie del paese si percepisce immediatamente che la posizione in cui sorge non è delle più favorevoli, il pendio è molto ripido e l' esposizione ad est hanno probabilmente giocato, assieme ad una difficile viabilità, un ruolo importante nel determinare l' abbandono del villaggio e delle sue attività agricole, e da ciò che si può constatare visitandolo, solo parzialmente compensato dall'afflusso di villeggianti nella stagione estiva. Nel '51 i residenti erano 23, bruscamente scesi a 3 nel'71, 2 nell'81, 1 nel '91 e nessuno al censimento del 2001 [anagrafe Comune di Montoggio]. (Sopralluoghi 15/11/2008 e 20/12/2008)

Costapianella sorge in magnifica posizione su uno sperone che scende dal monte Penzo a 740 metri con perfetta esposizione a solatio. Gli edifici sono in buona parte pericolanti ma ancora in piedi, giungendo al paese dalla piccola chiesetta il sentiero si divide in due stradine che attraversano le case, una conduce a Cognole e quindi Case Vecchie, l' altra al crinale del monte Penzo da cui si possono raggiungere la val Brevenna o il monte Antola. Il villaggio era composto da una quindicina di edifici che presentano già alcune caratteristiche "moderne" come intonaci sui muri esterni e tegole marsigliesi, le case sono quasi tutte a due piani e i muri in comune sono meno frequenti che altrove, concentrati quasi esclusivamente nel gruppo di case disposto al centro del nucleo, probabilmente costituito da edifici più antichi rispetto a quelli sorti nelle posizioni più marginali. Il paese, raggiungibile solo a piedi con quarantacinque minuti di cammino da Case Vecchie o dalla strada di fondovalle, non è mai stato collegato da carrozzabile e questo ha sicuramente contribuito a determinarne l'abbandono poiché una volta crollata la cultura contadina mossa dalla fame e dalle necessità, la manutenzione delle case è venuta meno, e non avendo Costapianella caratteristiche tali da rispondere alle esigenze della villeggiatura estiva l'abbandono ha rapidamente preso il sopravvento. Gli abitanti nel '51 erano 18 ma l'abbandono fu repentino, le fasce che circondavano l'abitato sono oggi irriconoscibili, ricoperte di rovi e sterpaglie e il degrado dell'abbandono poté essere frenato solo dai vecchi nativi del paese che continuando a trascorrervi le estati sino agli anni '90 garantendo una minima manutenzione, ormai venuta meno. (Sopralluogo 15/11/2008)


Monte Banca - Montoggio

Il crinale che dall'Antola scende verso i monti Duso, Liprando e Banca, nei pressi di Montoggio, si divide dando forma a tre piccole vallette, in due delle quali (valle della Lena e valle delle Cogne) sorgono rispettivamente Serrato e Fasciou. Sono due piccoli nuclei spontanei composti da poche piccole case, sorti lungo l'itinerario che dai pressi di Montoggio conduceva all'Antola.

Serrato sorge a 740 metri ed è composto da meno di dieci edifici ancora in condizioni discrete di cui due probabilmente utilizzate come residenza periodica o stagionale, sull'aia che si apre al centro del piccolo nucleo di case è ancora conservato il vecchio lavatoio.

Fascióu sorge invece poco più su, a 805 metri, raggiunto da una breve strada sterrata, fu definitivamente abbandonato a metà degli anni '80 e buona parte degli edifici sono ormai in completo abbandono e solo da qualche anno alcune abitazioni in prossimità della strada sono state restaurate ed utilizzate per la realizzazione di un agriturismo per il quale è stata costruita anche una nuova stalla per il bestiame. (Sopralluogo 14/11/2008).


Val Trebbia

La val Trebbia, collocata nel centro dell'Appennino Ligure è stata uno dei territori dove lo spopolamento montano ha assunto caratteristiche più massicce [G. Ferro, Movimenti di popolazione nella regione ligure 1951–1971, Genova 1973, p. 156].

Se i centri sorti lungo il fondovalle dove oggi passa la statale della val Trebbia hanno saputo adattarsi ed attenuare il loro abbandono, quelli delle valli laterali e della val Brugneto sono ormai privi di qualsiasi vitalità economica, i più grandi ed importanti, raggiunti da buone strade asfaltate, come Caprile, Rondanina, Propata, Fascia e Alpe sono mantenuti in piedi, non sempre felicemente, dal turismo e dalla villeggiatura, gli altri di minore importanza, situati lungo direttrici secondarie invece hanno subito un pesante abbandono che si rispecchia in un evidente degrado dell'ambiente e dei centri abitati. Paesi come Varni, Bosco, Spescia, Maiada, Costamarenga, Costazza, Serre di Ponte Trebbia, Donderi, Conio di Mezzo e Caprili sono ormai abbandonati.

Caso particolare è quello di Alpe, i residenti (18 nel 2001) sono più che altrove ma l'importanza che assunse il paese in passato e la sua grandezza (quasi un centinaio di edifici) fanno si che l'esiguo presidio fisso non possa contrastare il degrado complessivo dell'abitato e l'antico legame con l'ambiente ormai rotto è stato profondamente intaccato da infelici costruzioni e restauri operati da villeggianti, tali circostanze assieme all'abbandono delle vecchie usanze e della vecchia cultura fanno sì che Alpe sia suo malgrado a pieno titolo un villaggio se non già abbandonato, destinato a diventarlo, seguendo i destini di Varni e Bosco.

Varni è posto alla testata della val Terenzone ad un'altitudine di 888 metri ed è sorto lungo un itinerario che collegava il fondovalle del Trebbia a Casa del Romano e quindi all'Antola o al versante piemontese. Costituito da due piccoli nuclei, il paese contava nel complesso 32 abitazioni [Falzone-Garroni Carbo cur., cit., p. 77] di cui oggi una buona parte in stato d'abbandono, in particolare nel primo piccolo nucleo che s'incontra lungo la strada che scende da Casa del Romano le condizioni degli edifici sono di evidente degrado, il secondo nucleo, separato dal primo da una serie di fasce e terrazzamenti ormai incolti, è quello di dimensioni maggiori e origini più antiche, ha andamento lineare lungo il principale collegamento che da Varni giunge ad Alpe, nel punto più alto del nucleo si trova la chiesa con accanto un piccolo camposanto, scendendo si snoda l'insieme serrato delle vecchie abitazioni che conservano le antiche caratteristiche della casa rurale tipica, tra le quali è ancora riconoscibile è la vecchia osteria. Il borgo fu raggiunto dalla rotabile asfaltata solo a metà anni '80, il tardivo collegamento alla viabilità principale ha favorito il processo di abbandono tenendo lontano anche i villeggianti, tanto che qui più che altrove le caratteristiche originarie architettoniche si sono conservate in maniera eccezionale.  Nel 1951 gli abitanti erano 85, nel 1971 la popolazione residente era scesa a 30 abitanti oggi vi è rimasto un solo anziano abitante (cens. ISTAT 2001 8 residenti) che, anche in inverno, vive qui circondato ormai solo da un immenso numero di gatti miagolanti. (Ultimo sopralluogo 22/11/2008).


Alta val Borbera

Sul versante nord dell'Antola, in Piemonte, l'alta val Borbera ed in particolare la valle dei Campassi ed il comune di Carrega Ligure hanno subito uno spopolamento impressionante che già a metà anni '60 portò all' abbandono definitivo di diverse frazioni.

La particolare collocazione della valle dei Campassi, aspra e selvaggia, che fu solo negli anni '80 in parte collegata da strada asfaltata, ha determinato condizioni di difficoltà e di particolare isolamento dando forma ad una realtà a parte, completamente autosufficiente che durò finché l'equilibrio non fu improvvisamente spezzato dalle nuove dinamiche socio-economiche.

La cultura locale, nonostante povertà ed isolamento, seppe comunque dar origine a forme d'arte povera ed ingegneria particolarmente interessanti e raffinate, in particolare nell' edilizia, con cisterne interne alle case, stupendi forni e magnifici interni affrescati ed intonacati d'azzurro, ancora riconoscibili tra i ruderi di Casone e Reneusi o nelle case di Ferrazza.

E' proprio in prossimità delle pendici nord dell'Antola, tra valle dei Campassi e di Carrega, dove la strada asfaltata non si è mai arrampicata che troviamo le piccole frazioni abbandonate di Casone, Renèusi e Chiapparo cui fa eccezione Ferrazza, abbandonata nel '61 ma recuperata e mantenuta in vita a partire dal '77 da Marco Veirana ed un gruppo di amici.

L'abitato di Ferrazza s'incontra a 1111 metri su di uno sperone semipianeggiante con esposizione sud-ovest, tra Casone e Reneusi. Abbandonato nel 1961, a seguito dell'omicidio della sua ultima abitante, è stato recuperato dal 1977 da un gruppo di amici genovesi. Il paese è composto da una decina di case, di cui la maggior parte ancora in piedi anche grazie al lavoro di Marco Veirana ed i suoi amici. L'abitato ha una forma estremamente elementare, mancano forme di selciato, le case sono separate e divise solamente dalle aie, e dal piccolo nucleo di case, oltre la mulattiera che collegava Vegni all'Antola, partivano i sentieri di servizio verso le fasce circostanti. Ancora parzialmente conservati sono i ballatoi di legno, i forni a cripta absidata ed una magnifica cisterna interna datata 1837. Il recupero del paese se ha evitato a Ferrazza il destino di Casone e Reneusi non ha, però, consentito di salvare completamente l'antica cultura contadina, così le fasce e i boschi che circondavano l'intero abitato sono ormai in buona parte abbandonati ai rovi e alla vegetazione selvatica. (Sopralluogo 28/12/2008)

L'abitato di Renèusi era situato in alta val Borbera, a 1075 metri d'altezza, esposto a sud in magnifica posizione panoramica sotto il versante nord del monte Antola. Oggi purtroppo, in seguito ad un drammatico abbandono, l'importanza che conobbe il paese e la sua fisionomia sono riconoscibili solo a stento, i cumuli di pietre, un tempo case, sono soffocati da rovi ed erbacce, le fasce crollate ed invase da sterpaglie, gli antichi lavatoi e fontane sono coperte da terra e foglie. Gli edifici di Reneusi si snodavano lungo due direttrici principali, una che conduceva al fondovalle, al mulino e Campassi, e l' altra lungo la mulattiera che dall' Antola scendeva verso Vegni. Le rovine conservano ancora la caratteristica struttura in pietra a secco, portici e stupende stalle con soffitti a volta, le murature marginali che davano sulle stradine presentano qui una curiosa forma arrotondata che consentiva un più agevole passaggio di carretti e slitte, ancora ben conservati sono quelli di una casa all'inizio dell'abitato che si presentava stupendamente "smussata" alla sua estremità. All'ingresso del paese, invece, graziato dalla rovina, resiste il piccolo oratorio di San Bernardo a cui si accede attraverso un portichetto ad arco acuto, sovrastato dal piccolo campanile a vela, a cui sono state rimosse le campane. L'edificio era composto da due vani: la sagrestia che un tempo serviva anche da scuola per i bambini di Casone, Ferrazza e Reneusi è ormai crollata in parte, l'ambiente dove si svolgevano le funzioni religiose, invece, è ancora abbastanza conservato, così come l'altare le cui mensole in stucco sono ormai sgretolate dall'umidità, l'abside e i muri interni sono decorati da affreschi che conservano lo stile un po' ingenuo tipico delle valli più isolate, purtroppo rovinati da irrispettose scritte e murales all'interno dell'oratorio e minacciati dalle strutture ormai pericolanti. Reneusi si erge così, con le sue rovine, ad imperioso monito per altri paesi e frazioni ed ispira la mente a meditazioni sulla caducità, la croce piegata sull'oratorio di San Bernardo porta i segni del tempo ed il piccolo cimitero, sotto la maestosa mole dell'Antola, custodisce coi suoi morti i segreti di epoche ormai passate e di un mondo ormai perduto. La condizione attuale di Reneusi ed il contrasto, che si percepisce in tutta la sua forza, con la Reneusi che fu, hanno un fascino fortissimo, per questo vale la pena di visitare questa frazione abbandonata che forse meglio di qualunque altra lascia percepire cosa fu la vita in queste valli e cosa hanno comportato politiche ed economie spietate. Il paese di Reneusi, come Casone, Ferrazza e Chiapparo, non fu mai raggiunto da strada carrozzabile ma collegato a Vegni, Campassi e all' Antola e Caprile solo attraverso una rete di antiche mulattiere e sentieri. C'è chi dice che nell'epoca del suo massimo splendore, nell' 800, Reneusi arrivò ad avere più di 300 abitanti, questi però nel '900 erano già abbondantemente diminuiti: 32 nel 1922, 18 nel 1954, 4 nel 1960 e 1 nel 1961 [Wikipedia], suicidatosi a seguito di un omicidio passionale. Dal 1961 in poi, a seguito della triste vicenda, Reneusi fu definitivamente abbandonata (Sopralluogo 28/12/2008)


Rivivere oggi per non perdere il passato

Il paesaggio rurale del monte Antola è un paesaggio ricchissimo che rischia di perdersi a causa di un progressivo aggravarsi delle situazioni di abbandono e di degrado.

Numerosi sono i villaggi che oggi versano ormai in uno stato d'abbandono che rischia di divenire irreversibile, se si vuole che si torni a vivere nei villaggi abbandonati, dall'alto dovranno essere prese decisioni che incentivino i ritorni recuperando e salvando parte di ciò che il passato ci ha tramandato.

E' importante che le decisioni e gli interventi a rimedio della situazione attuale abbandonino approcci semplicistici che prendono a riferimento elementi poco significativi per lo studio di una serie di problematiche assai complesse, come la sola consistenza demografica, è infatti necessaria un'analisi di ben più ampio respiro che sappia tenere in considerazione sia le relazioni tra le varie componenti che le diverse condizioni geografiche e la diversa disponibilità di risorse economiche e territoriali, centrando così i reali problemi delle comunità, i quali hanno giocato un ruolo rilevante nel determinare l' attuale situazione di abbandono.

Se non si vuole perdere il patrimonio storico-culturale di queste comunità rurali si deve intervenire in modo da ricreare una stabile attività economica che sappia sfruttare in modo innovativo le antiche risorse e peculiarità sia artigianali che gastronomiche. In vista di un progetto di recupero e rilancio delle attività nelle alte vallate del monte Antola. Gli attuali incentivi sono spesso in buona parte a fondo perduto e finiscono con l'assumere un carattere di semplice assistenzialismo, che mal si sposa con l'iniziativa personale e imprenditoriale, sarebbe probabilmente più stimolante ed utile incentivare la nascita di un sistema a filiera corta che, supportato da una diversificazione fiscale sulle attività economiche, in modo da compensare le difficoltà derivanti dalle caratteristiche geografiche, demografiche ed economiche del territorio, produrrebbe vantaggi economici sia alle comunità locali che a chi usufruirebbe dei suoi prodotti.

Agli importanti interventi di carattere economico e commerciale si può accostare uno sviluppo di innovazioni tecnologiche che, considerate le difficili condizioni ambientali in cui sono immersi questi villaggi, sono imprescindibili ai fini di una rinascita socio-economica, offrendo possibilità ed applicazioni particolarmente interessanti.

In particolare il settore energetico, basato sul rispetto per la natura e sull'utilizzo di fonti rinnovabili, potrebbero funzionare per rigenerare l'autosufficienza perduta, garantendo un ritorno di utili direttamente sulle comunità; in questa direzione si sta muovendo l' ente Parco dell' Antola, bisogna però stare attenti a non commettere gravi errori ed accertarsi che ogni decisione in merito allo sviluppo di nuove tecnologie ed impianti possa apportare reali benefici sul territorio evitando quindi situazioni che possano portare un vantaggio apparente ma che di fatto giovino più ad attori esterni al territorio in cui vengono realizzate, piuttosto che alle popolazioni locali. Un buon esempio può essere quello dell'invaso del Brugneto i cui benefici sul territorio circostante sono stati minimi.

Anche politiche parco innovative possono generare un impulso alla rinascita dei territori abbandonati, sistemi tipo parchi rurali ed ecomusei oltre a richiamare un certo numero di turisti, si fondano sulle antiche tradizioni contadine e sostengono tutto l' insieme delle antiche attività e un ritorno stabile di popolazione, numerosi sono gli esempi virtuosi di come situazioni di analoga difficoltà, per lo più all'estero, siano state tramutate in esempi di qualità nella gestione delle risorse culturali ed ambientali.

Nonostante gli interventi e gli incentivi è comunque piuttosto utopico pensare che i villaggi ormai abbandonati possano tornare a vivere come una volta di sola agricoltura e dei frutti che elargisce la natura. Nonostante l'essenza dell'antica cultura contadina sia destinata a rimanere rinchiusa nei musei, gli interventi sono comunque necessari, per arginare i danni del tempo e dell'abbandono, per evitare che il passato non venga dimenticato, e che una nuova vita possa tornare ad animare le valli dell'Antola affondando con consapevolezza le proprie radici nel passato per conservare una parte di quelle antiche tradizioni ed evitare il crollo totale delle comunità a rischio di abbandono.

A riguardo di quanto detto la Regione Liguria nel 2008 ha varato il nuovo PSR (Piano di Sviluppo Rurale), valido per il quinquennio 2007–2013, utilizzando fondi dell'Unione Europea per incentivare i giovani ad entrare nel sistema agricolo e favorire le aziende agricole presenti sul territorio e lo sviluppo delle aree rurali.

L'edilizia rurale rappresenta un patrimonio eccezionale, una testimonianza significativa del paesaggio e dell' economia rurale tradizionale, rappresentando una splendida dimostrazione di come l' uomo in queste valli seppe sfruttare ed adattarsi a ciò che l' ambiente circostante offriva e richiedeva.

Nei villaggi abbandonati l'edilizia non ha subito modifiche recenti rimanendo integra nelle forme originarie purtroppo però l'abbandono della cultura contadina e dei vecchi insediamenti delle alte valli costituisce anche una minaccia per questi monumenti, infatti se gli antichi abitati ci sono giunti nell' antica forma, la struttura degli edifici in assenza di manutenzione si sta sempre più deteriorando ed i paesi che sono stati abbandonati per primi assumono sempre più le sembianze di un insieme di rovine come a Costapianella, Tessaie, Riola, Tecosa, Casone e Reneusi.

Per evitare di perdere questo prezioso patrimonio sarebbe necessaria una serie di interventi mirati ad incentivare ristrutturazioni rispettose del passato rendendole convenienti rispetto a ristrutturazioni in stile "cittadino", il tutto attraverso fondi ed incentivi economici. In tal senso qualcosa si è mosso con un bando emanato dalla Regione Liguria nel 2005 per favorire la salvaguardia e la valorizzazione delle peculiarità dell'edilizia e dell'architettura dell'entroterra. Attraverso questo bando si è cercato di dare un'efficace applicazione alla legge n. 378/2003 "Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell'architettura rurale".

Le istanze approvate e finanziate sono state più di 150, privilegiando le istanze di chi si è impegnato a mantenere un'attività agricola o di presidio sui fondi rustici annessi agli edifici [Il paesaggio tra sciouscia & sciorbi: materiali per capire e governare il territorio, Regione Liguria, Genova 2008, p. 60-61].

Un altro contributo alla protezione dell'edilizia rurale potrebbe derivare dalla creazione di una forma di albergo diffuso o di una serie di bivacchi e rifugi, attraverso l'utilizzo di abitazioni ormai abbandonate, oltre agli evidenti risvolti turistici porterebbe non pochi vantaggi economici correlati a ristrutturazioni intelligenti dei villaggi abbandonati.


Alcuni casi di ritorno

A partire dagli anni '50 il cancro dell'abbandono si è sempre più aggravato, le montagne hanno continuato a spopolarsi sino ad oggi, i nostri monti sono così sempre più abbandonati, privati ormai del lavoro che li manteneva in vita; nonostante l'andamento generale di crescente degrado negli ultimi anni si sono registrati anche alcuni casi di ritorno in villaggi ormai abbandonati. Seguirà ora una descrizione delle modalità con cui alcune persone hanno reso possibile un parziale recupero di villaggi altrimenti destinati a scomparire Questi ritorni, frutto d'iniziative spontanee, hanno riportato aziende agricole, osterie e gente, rappresentando delle boccate d'ossigeno per la montagna genovese. Così vecchi villaggi come Ferrazza, Lavazzuoli, Crosi, Cognole o Fasciou costruiti con tempo e fatica dagli antici abitanti, sono tornati a vivere frenando quello che sembrava il loro ineluttabile abbandono.

Il primo caso di recupero di un paese abbandonato tra le valli del monte Antola risale al 1977 quando un gruppo di professori della provincia di Genova, amanti dell'Antola, decisero di contattare i proprietari delle case del vecchio villaggio di Ferrazza, in valle dei Campassi, abbandonato nel 1961 in seguito alla violenta morte della sua ultima abitante.

Il paese, nonostante l'abbandono fosse allora abbastanza recente versava in condizioni di diffuso degrado e collegato alla vicina Vegni solo attraverso una mulattiera parzialmente carrabile, nessun allacciamento all'elettricità o all'acquedotto.

I giovani professori iniziarono un lento lavoro di recupero delle abitazioni e alcuni di essi, pur non abitando stabilmente nel vecchio nucleo di case, presero la residenza a Ferrazza.

Il restauro strutturale ha interessato prevalentemente due edifici, destinati ad uso abitativo, i materiali necessari alle operazioni di recupero sono stati quasi completamente ricavati dagli edifici già crollati, consentendo così di mantenere una certa conformità alle costruzioni della zona.

All'assenza di un allacciamento all'acquedotto, inizialmente compensata con l'utilizzo delle vecchie fonti che ancora funzionavano, si è provveduto ottenendo il permesso di collegarsi all'acquedotto di Vegni che passa poco sopra l'abitato. Per quel che riguarda l'elettricità e l'illuminazione si preferito fare affidamento a candele e generatori piuttosto che a pannelli fotovoltaici che, considerati i periodi in cui il paese rimane senza un presidio, avrebbero rischiato di essere sottoposti alle intemperie naturali e a possibili atti di vandalismo o furti. Il paese è stato inoltre collegato da una teleferica, fatta collocare nel punto in cui culmina la rotabile a fondo naturale, poco sopra l'abitato, con lo scopo di agevolare il trasporto di materiali e viveri

Il recupero delle case e dei rustici è stato accompagnato da un parziale recupero dei sentieri circostanti ed in parte degli orti e dei terrazzi più prossimi alle abitazioni.

Oggi, nonostante una serie di sfortunate circostanze che ha coinvolto il gruppo di professori, uno di loro Marco Veirana continua a salire periodicamente a Ferrazza mantenendo con impegno l'abitato in vita, riparando ciò che la natura rovina.

L'esperienza dei professori a Ferrazza dimostra che con la passione si può andare contro la tendenza dell'abbandono. Il fatto significativo è, come anche vedremo nei casi seguenti, che le ragioni che spingono a tornare in villaggi abbandonati sono essenzialmente di carattere culturale e "sentimentale" e slegate da ragioni di tipo economico o professionale, tanto che M. Veirana non ha mai cercato di ottenere incentivi economici per il suo progetto preferendo essere ripagato dai frutti del suo lavoro.

In val Pentemina s'incontrano diverse frazioni abbandonate in seguito al declino delle attività agricole e di allevamento, in un bosco, un tempo terrazze coltivate, sulle pendici del Liprando, a meno di quindici minuti di cammino da Case Vecchie, s'incontra il piccolo nucleo di case di Cógnole riportato alla vita quasi vent'anni fa da Andrea S. che vi trascorre l'intera estate con la famiglia e dove si reca quasi tutti i giorni dell'anno per lavorare e controllare i suoi capi di bestiame.

Andrea si recò a Cognole per la prima volta poco più che ventenne tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Iniziò a frequentare il piccolo villaggio affittando una piccola casa che, col tempo, riuscì a ristrutturare ed acquistare, la passione gli fece abbandonare il suo lavoro di riparatore di pianoforti e superare le non poche difficoltà per conoscere un mondo che sino ad allora gli era sconosciuto, dovette infatti imparare a gestire il bestiame e a mantenere orti e sentieri.

Oggi tre delle case che danno sul "rissö'" di Cognole sono state recuperate, con strutture adibite a stalla, caseificio ed abitazione, due cani vegliano giorno e notte sulle case del villaggio e sugli animali domestici che sono tornati a calpestare le vecchie aie e i terreni che circondano l'abitato. Andrea può infatti vantarsi di avere galline, suini, alcune mucche cabannine ed un gregge di capre che col loro latte danno squisite formaggette. Andrea, infatti, è riuscito ad aprire un'azienda agricola che sfrutta al meglio i frutti dei suoi terreni e i prodotti del suo bestiame, anche offrendo la sua esperienza ad escursioni didattiche per ragazzi delle scuole elementari e medie.

Crosi è un villaggio della val Brevenna che sorge a 878 metri d'altitudine, sotto al monte Liprando, l'ultima abitante di crosi lasciò il paese nell'89 che rimase completamente abbandonato per dieci anni, sino a quando nel febbraio '99 Emanuele C., appena ventenne vi arrivò con una sola vitellina e due caprette. Da allora si è stabilito definitivamente nel vecchio villaggio riportandolo lentamente alla vita, restaurando il recuperabile ed iniziando un'attività agricola. Dopo dieci anni il bestiame conta una ventina di capi, ed Emanuele passa le giornate dedicandosi alla cura degli orti, degli alberi da frutto e da legna ed alla produzione di formaggette. Grazie alla sua attività agricola è riuscito a vincere un premio da 19 milioni di lire.

La vita a Crosi non è, però, semplice e nonostante il premio istituito lamenta un'eccessiva indifferenza da parte degli enti pubblici, nel 2000, fu contattato da un assessore, la provincia di Genova voleva cominciare a recuperare i paesi abbandonati dell'Appennino partendo da Crosi. Fu organizzato un campo internazionale per giovani volontari, si ipotizzò di portar su le scolaresche, di risistemare l'essiccatoio per le castagne, di coltivare intensamente le patate Quarantine, di realizzare un allevamento delle mucche di razza Cabannina. È andata avanti per tre anni. Poi, una volta cambiata la giunta, sono emerse altre idee e tutto si è fermato.

Di recente sono tornati i lupi e il giovane allevatore lamenta politiche che a riguardo non possono lasciare soddisfatti gli allevatori delle valli, i quali si, in caso di capi uccisi, hanno diritto ad un rimborso ma vengono comunque privati di preziose fonti di sostentamento.

Ma Emanuele, nonostante le difficoltà, conserva l'ambizione e le idee chiare che appena diplomato lo hanno portato sui monti, vuole, infatti, ristrutturare altri rustici e realizzare un agriturismo, "ci riuscirò, passassero altri vent'anni" dice lui [http://www.liguri.net/lepietremare/robinson/robinson.htm].

I sopra citati casi di ritorni in paesi altrimenti ormai destinati ad un triste abbandono di morte certa non sono gli unici, negli ultimi anni si sono registrati altrettanto significative iniziative, a Fasciou sulle alture di Montoggio con l'agriturismo "Il Pero" che ha riportato alla vita il piccolo gruppo di case e a Lavazzuoli, sulle pendici dell'Antola in val Brevenna una giovane coppia ha aperto l'"Osteria del Sole" lungo l'antico itinerario che porta alla vetta del monte.

Dalle esperienze raccontate risulta evidente un comune denominatore: la passione e l'amore per una vita dimenticata, in cui i ritmi della natura segnano il trascorrere delle giornate.

La scelta di tornare sulle alture a vivere in paesi ormai abbandonati ha quindi ragioni culturali e personali che in quanto tali non possono essere sospinte e motivate solamente da incentivi economici ed efficaci politiche, le quali costituiscono comunque una linfa vitale e imprescindibile se si vuole incentivare il ritorno sulle montagne abbandonate che oggi si presenta per i più proibitivo anche dal punto di vista esclusivamente finanziario.


Da risorsa naturale a risorsa turistica

Per salvare questi paesi e le preziosissime risorse culturali, serbate tra i loro stretti ed antichi viottoli, è impensabile ipotizzare un completo ed efficace recupero delle attività rurali praticate un tempo, ma è sicuramente più auspicabile che ad un parziale recupero delle attività agricole e pastorali, supportate da opportune politiche di sostegno come già da tempo praticate in Svizzera, si affianchi un "turismo intelligente" (già invocato da Bartaletti per le località alpine [F. Bartaletti, Le grandi stazioni turistiche nello sviluppo delle Alpi italiane, Bologna 1994, p. 244-245]); un turismo quindi che sappia sfruttare le peculiarità culturali, paesaggistiche ed artigianali proprie del territorio e basando su di esse le proprie attività, preservarle e a sua volta acquisirne valori di particolare interesse. E' chiaro che le caratteristiche dei villaggi abbandonati e delle relative comunità presentano, dal punto di vista turistico, caratteristiche del tutto insolite in Italia (non in altri paesi come in Francia, dove si sono costruiti parchi tematici basati proprio sull'antico ambiente rurale), non esiste infatti alcun genere di ricettività e strutture preposte all'accoglienza turistica né tanto meno una sviluppata cultura d'interesse turistico nei loro confronti.

Le comunità abbandonate nelle valli del monte Antola devono quindi cercare di immettersi sul mercato turistico valorizzando le risorse già presenti sul territorio, recuperando quello spirito autarchico che per secoli resse l'economia di queste valli. Bisogna inoltre che anche le minime dispute comunali e provinciali d'ordine politico siano messe da parte in modo che problematiche e caratteristiche affini vengano trattate in maniera unitaria, in modo da costituire un polo d'attrattiva turistica più intrigante e farsi forza riuscendo guardare oltre e pianificando accuratamente una riqualificazione del comprensorio, non cedendo a rapidi profitti, spesso ottenibili a scapito delle risorse culturali ed ambientali. Puntare quindi su agriturismo ed aziende agricole che sappiano allo stesso tempo rianimare la cultura rurale e fornire un'attrattiva turistica sfruttando anche le peculiarità gastronomiche, che costituiscono sempre più un movente per soggiorni turistici; creare pacchetti di vacanze a tema con corsi ed attività incentrate alla riscoperta delle vecchie abitudini e attività rurali (corsi per imparare a riconoscere le piante, orientarsi, lavorare la terra, andare a dorso di mulo, riscoprire la cucina povera e l'artigianato locali e così via); puntare sugli sport, mountain bike ed escursionismo in tutte le stagioni, potenziando la rete di sentieri e percorsi, sfruttando e recuperando le antiche mulattiere che si irraggiano dal monte Antola unendo tutti i villaggi delle valli circostanti, sfruttare i numerosi edifici in stato di abbandono, riattandoli e rendendoli utilizzabili come rifugi e bivacchi e renderli parte di un percorso impostato alla conoscenza dell'antica cultura contadina; valorizzare le ricchezze naturali estendendo i confini del Parco dell' Antola anche sul versante alessandrino.

Infine la villeggiatura estiva, forse l'unico comparto turistico che qui vanta già una tradizione e quindi già minimamente sviluppato, deve essere razionalizzato. L'utilizzo della seconda casa per non più di quaranta giorni l'anno, non giova al comprensorio né a livello economico né paesaggistico, spesso infatti dai proprietari, residenti in città, vengono apportate ristrutturazioni che non tengono alcun conto della cultura locale (baite alpine a Tonno? Tromp l'oeil alla genovese in alta val Borbera a Vegni?) depauperando i valori architettonici di antiche case. Gli affitti stagionali (per altro piuttosto rari nelle alte valli), sono spesso in nero e finiscono nelle tasche di persone che risiedono in località metropolitane non contribuendo quindi che assai marginalmente all'economia locale ed alle casse degli enti locali, sempre più in difficoltà a fornire, in un così vasto comprensorio fortemente sottopopolato, i più elementari servizi di pubblica utilità (spazzaneve, trasporti pubblici, manutenzione strade...). Bisogna quindi che enti ed imprenditori locali scendano in campo aperto, vedendo in queste valli la possibilità di aprire un grande cantiere di manutenzione e restauro degli antichi insediamenti rurali abbandonati. E' infatti innegabile che le valli del monte Antola dispongano di un enorme patrimonio abitativo, purtroppo spesso in abbandono, su cui puntare. Sovente coraggio, fondi ed iniziativa sono carenti e si spera che le imposte sugli immobili e auspicabili incentivi portino alla creazione di un "albergo diffuso" che sfrutti i numerosi edifici semiabbandonati, o disabitati per buona parte dell'anno, smuovendo gli animi e le azioni di proprietari ed imprenditori. Il tentativo di costruire un tale sistema, infatti, potrebbe infatti dare frutti interessanti, con investimenti iniziali si rischiosi ma non particolarmente elevati, consentendo contemporaneamente un'armoniosa ristrutturazione degli edifici e uno sviluppo turistico i cui benefici andrebbero a distribuirsi sul territorio. Le difficoltà non sono però poche, allo stato attuale delle cose il territorio non vanta certo una buona visibilità ed appetibilità turistica, ma con un serio ed oculato lavoro di pianificazione e riqualificazione si possono ottenere risultati, soprattutto se si riuscirà a sfruttare a proprio vantaggio l' evoluzione dei trends del mercato turistico, che tende sempre più a privilegiare la riscoperta dell'autenticità e delle antiche località a misura d'uomo, dove poter assaporare la genuinità della vita di una volta lontano da posti sovraffollati, dove il turismo ha prodotto "non-luoghi" senza più alcun legame col paesaggio che li circonda e la cultura che li ha generati. In direzione di una riqualificazione in vista di una fruizione turistica si inserisce il progetto di recupero del borgo di Senarega messo in atto da regione, comune ed ente parco sfruttando le opportunità del PSR 2007 – 2013.

È chiaro che se il progetto si concluderà con successo potrà fungere allo stesso tempo da buon esempio per altri borghi, in simili condizioni di abbandono, nelle vallate circostanti e generare qualità da cui potrebbero svilupparsi a catena altre iniziative e virtuose attività sfruttando le numerose risorse che la storia ha lasciato nel paesaggio.

Le politiche di rilancio turistico e posizionamento sul mercato delle valli dell'Antola e dei suoi antichi villaggi rurali deve essere accompagnato da un marketing turistico attento e consapevole dei punti di forza e debolezza, cercando di sfruttare al meglio i primi e porre rimedio ai secondi.

È necessario che si punti ad ottenere una maggiore visibilità attraverso un marketing a bassi costi e che presenti il territorio in maniera unitaria, quindi giocando le proprie carte sfruttando le opportunità che offre il web, apparire in articoli su giornali e riviste che si rivolgono prevalentemente ad un target sensibile al turismo escursionistico, storico ed enogastronomico, lo stesso vale per la partecipazione a fiere e borse di settore, che se male organizzate finirebbero per costituire un inutile dispendio di energie e fondi. Il bacino d'utenza di riferimento deve essere ponderato consapevolmente, puntando sulla posizione baricentrica dell'Antola, cercando di attrarre, almeno inizialmente, turisti prevalentemente provenienti dalle province di Torino, Milano, Pavia, Piacenza, Parma e Genova.


Conclusioni

Gli obiettivi sono tanti, le speranze ancora maggiori, ma le valli montane continuano a spopolarsi, in un contesto simile è difficile creare economie perché, ancor prima dei soldi, mancano le intenzioni e le idee della gente, mentre i giovani cercano sempre più vie di fuga, le tradizioni locali muoiono con gli ultimi vecchi depositari dell'antica cultura rurale.

Così con i suoi anziani, ultimi uomini ad aver vissuto in totale comunione con la terra, i suoi tempi ed i suoi frutti è probabilmente ormai inevitabile l'abbandono della cultura contadina che nessun museo potrà mai trasmettere a fondo e di cui nessun turista potrà mai appropriarsi.

Una cultura che potrà essere, si, mantenuta in vita grazia ai musei, ma non più vissuta, i musei infatti certamente salvaguardano e trasmettono la memoria storica, ma non possono evitare la fine di un mondo.

Dopo il grande esodo del '900 quindi è impossibile che la vita rurale torni a scorrere come una volta, senza portare i segni dei cambiamenti portati dal tempo e dai pesanti traumi subiti, se la gente deciderà di rimanere e tornare su questi monti è difficile pensare che sarà per tornare a lavorare la terra, affinché ci sia salvezza per i villaggi e le comunità abbandonate della montagna ligurepiemontese bisogna perciò scommettere sull'innovazione, puntare sul turismo e conseguentemente su un'adeguata formazione dei giovani e su una mirata istituzione di parchi, purché siano in grado di valorizzare le popolazioni rurali della montagna, magari seguendo la scia e l'esempio di progetti affini che hanno ottenuto ottimi risultati oltralpe.

Proprio il turismo costituisce la speranza più concreta per la conservazione della storia contadina, perché di questi tempi senza un ritorno economico è ingenuo pensare che enti e privati possano dar mano al portafogli solo per amor della cultura. Per i più romantici ed utopici amanti della montagna, di cui mi sento parte, il turismo in queste valli probabilmente suonerà come una bestemmia, come profanare l'antica unione con la terra ma è anche probabilmente l'unico modo per evitare che la natura si riprenda le sue pietre, soffocando la vita e lasciando di questi villaggi solo un ricordo destinato a morire con i suoi vecchi.

Federico Laurianti

estratto e adattato da: Comunità e villaggi abbandonati nelle valli del monte Antola: cultura, storia e prospettive, tesi di laurea all'Università di Genova, corso in Scienze geografiche applicate territorio, ambiente, turismo, referente Massimo Quaini, coreferente Mauro Spotorno, anno accademico 2007-2008

 


I paesi abbandonati = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/abbandonati.htm> : 2011.06 -