Dove comincia l'Appennino

Le balere nel bosco

Fiurentein, u Canen e il piffero nella media val Trebbia


Nella cucina della Maria, la conversazione attorno alla tavola rettangolare procede con la lenta tranquillità di sempre. Il figlio ci ha offerto un po' del suo vino bianco, in quei gotti piccoli che si usano ancora qui. Fra un silenzio e l'altro, in un dialetto tanto stretto che fatico a capirlo notizie di morti, di vivi e delle loro parentele passano fra la Maria e Davidino dei Lupi; a dispetto della settantina d'anni di età che li separano si riconoscono negli stessi codici comunicativi, felicemente alieni alle complicate futilità della lontana pianura.

In verità Maria Picchioni non è nata qui a Pescina, dove ha poi vissuto col marito: lei è del Costiere, qualche chilometro più avanti lungo l'unica tortuosa stradina asfaltata che oggi collega le molte frazioni del comune di Coli. Era là che da ragazza condivideva giochi e lavori con pochi coetanei, fra i quali Giuvanen, uno dei sette fratelli Agnelli tutti inclini al canto, che aveva solo un anno più di lei. Giacché allora naturalmente lavoravano anche i ragazzini, almeno a guardare le bestie e ad accompagnarle ogni giorno a pascolare nei prati e boschi che circondano il paese in ogni direzione. Luoghi a loro ben noti, tanto è vero che là «u gh'avm e balere...» ("avevamo i posti per ballare"). Delle semplici radure non troppo in pendenza che sono poi rimaste luoghi dell'anima perché permettevano ai ragazzi di fermarcisi un po' a ballare insieme, per trascorrere le lente ore della giornata tenendo d'occhio gli animali poco lontano.

Già: ballare... ma con che musica? Drizzo le orecchie chiedendomi se per caso ci fossero sopravvivenze dell'antichissima pratica europea di accompagnare la danza con il solo canto, di cui nelle odierne Quattro Province non sembra restare traccia. No, spiega la Maria: sui pascoli Giuvanen aveva con sé «un organetto», cioè un'armonica a bocca. Lui l'istinto forte di suonare l'aveva già allora, fin da quando poteva solo servirsi (come più tardi suo fratello Luigi) di un cono di corteccia, distaccata in primavera da un albero in sugo e arrotolata fissandola con una spina di legno. Se poi nell'imboccatura si infilava anche un segmento di canna, sul quale si era praticato un taglio creando una lamella vibrante, si otteneva quel primitivo strumento ad ancia diffuso in molte regioni, chiamato qui gherlajöra o gagliöra, e nel Genovesato sciguélu o müza o anche pinfiu [video]... Nomi che richiamavano la suggestione delle ance di cornamuse e pifferi veri.

E da quel suono della natura Giuvanen era profondamente affascinato. Poteva ascoltarlo nella sua incarnazione più ricca le volte che all'osteria di Costiere veniva Fiurenten, il famoso pifferaio che girava i monti per animare i balli degli adulti. Insieme a Milion della Cernaglia, uno dei suoi compagni fisarmonicisti, Fiurenten compariva su una salita all'inizio del paese; di là i due facevano una prima suonata in modo da essere uditi dagli abitanti delle frazioni circostanti del vallone: era il segnale che quella sera ci sarebbe stato un ballo nell'osteria, così molta gente avrebbe avuto il tempo di lasciare le sue faccende e convergere a Costiere, e il ballo sarebbe risultato un successo. Piccoli trucchi che ai pifferai più capaci erano suggeriti dall'acume e dall'esperienza.

Fiurenten (o Fiurentein se lo si fosse detto nel suo dialetto nativo) ne faceva di strada a piedi perché arrivava da Pregòla, l'antica sede dei marchesi Malaspina ubicata appena oltre il versante opposto della val Trebbia, presso il valico del Brallo con la pavese valle Staffora. Pare che non fosse neppure il più talentuoso fra i tre fratelli Azzaretti, figli di un Giuseppe detto u Lagè perché smerciava aglio al mercato di Varzi: ma di loro Antonio, che come il padre aveva suonato la musa, era adesso emigrato in Argentina, mentre il bravissimo Bigion non ce la faceva più a soffiare nel piffero a causa dell'asma. Così l'arte di famiglia venne ereditata dal piccolo ed estroso Fiorentino, che divenne conosciuto in un'ampia fascia tra la Liguria e Piacenza; lo si vede suonare per qualche secondo per una coppia di ballerini che si esibisce nel capoluogo provinciale durante una Mostra di uve da tavola del 1932, in un cinegiornale recentemente scovato da Rinaldo Doro: a quanto ne sappiamo sono le più antiche immagini in movimento di un pifferaio delle Quattro Province.

La fisarmonica si era ormai affermata come accompagnatore stabile del piffero, con la graduale scomparsa della musa, anche se nei suoi spostamenti Fiurentein poteva ancora incontrare cornamusisti solisti di quella che oggi abbiamo catalogato come piva emiliana, con diversa intonazione e due bordoni, come il "Signur" dei Chiappelli di Mezzano Scotti o i fratelli Garilli di Mareto, non lontano dal Costiere. Pare che con costoro Fiurentein improvvisasse qualche duetto, come si è riferito nel n. 2 della Piva dal carner, memore presumibilmente di quelli con la musa di famiglia, sebbene a differenza di quest'ultima la piva non fosse concepita per suonare col piffero. Ancora per l'Epifania del 1946 gli ormai anziani fratelli Azzaretti furono chiamati a intervenire in un presepe vivente organizzato a Tortona con piffero e musa, ormai ridotti a un'immagine folcloristica del passato e vestiti da pastori mediorientali a beneficio di un pubblico, come testimonia la fotografia recentemente pubblicata da Biella. Utilizzarono probabilmente la antica musa del padre, che oggi sembra purtroppo essere andata perduta.

Di Fiurentein sono rimasti in circolazione svariati aneddoti riferiti al suo carattere burlesco, specialmente quello della sua disavventura alla festa di Cerreto di Zerba, dove con l'antico gusto appenninico dell'improvvisazione in rima legò il nome dialettale del paese (Sereju) con la scarsa qualità del vino locale (se e vòster vein u füse püsè bon, u sarisa meju!), suscitando la reazione violenta dei paesani offesi.

A Costiere invece, si ricorda la Maria, capitò che al termine di una festa nella stagione fredda Fiurentein fosse rimasto a pernottare in una casa del paese; avviatosi la mattina per tornare verso casa, presto si accorse di non avere più con sé il piffero, che all'epoca si usava portare in una tasca interna della giacca. Risalito alla frazioncina oggi abbandonata di Tesone, appena sotto Costiere, chiese a una ragazza se qualcuno l'avesse visto; l'allarme venne trasmesso in fretta tra i ragazzi del posto, che si diedero da fare a perlustrare i dintorni. E fortunatamente il prezioso strumento venne ritrovato da uno di loro poco più in alto, infilato in piedi nella neve.

Da quel magico oggetto dunque il nostro Giuvanen era tanto affascinato che chiese più volte ai suoi familiari di poterne avere uno anche lui. Ma un piffero era un oggetto di lusso, oltre che associato spesso ad abitudini gaudenti che certo dei genitori non auspicavano in un figlio, il quale avrebbe piuttosto dovuto diventare come tutti un serio contadino e un padre di famiglia responsabile. Eppure, Giuvanen la musica la aveva dentro senza per questo essere uno scapestrato. Così suo padre si risolse a promettergli che, scendendo un sabato al mercato di Bobbio, gliene avrebbe acquistato uno. Il sogno si sarebbe infine realizzato!

Quel giorno Giuvanen scese ansioso al Trebbia, ai meandri di San Salvatore dove fermava la corriera proveniente da Bobbio. Ne discese in effetti suo padre, e gli passò il sacco delle cose che aveva comprato al mercato perché il figlio lo aiutasse a trasportarle su in paese. Vi si distingueva una forma allungata, ma il sacco era stranamente pesante. Al momento di vuotarlo, a casa, la delusione si dipinse in un attimo sul volto del ragazzo: lì non c'era un piffero, ma solo la parte in ferro di un piccone predisposta per attaccarci un manico di legno! Il padre gli aveva fatto uno scherzo crudele, al quale egli rimase così male che non mangiò per una settimana. Presto però si chiarì che il genitore era stato ugualmente di parola: il piffero semplicemente doveva ancora essere tornito, ed egli era rimasto d'accordo con il suo realizzatore per ritirarlo prossimamente. Quell'uomo, sebbene i paesani non lo ricordino, era molto probabilmente Giovanni Stombellini u Sartù, l'abile costruttore di pifferi e muse nonché sarto e commerciante di macchine da cucire Singer, che abitava ai Bazzini di Ozzola, non troppo lontano da Costiere.

Col tempo, dice la Maria, il suo compagno di giochi divenne bravo quanto Fiurentein, tanto da venire soprannominato u Canen, il piffero per antonomasia. Lui però il suo strumento lo chiamava affettuosamente in un altro modo, come ci ha raccontato suo figlio Nando, anch'egli eccellente canterino di tradizione: «vam a tù u pich» ("vammi a prendere il piccone") gli diceva Giuvanen, al che lui perplesso rispondeva «oh pà, u s'ciama u péinfer, cossa te dizi?!» «Eh, dopu t'u capirè...» ("Oh papà, si chiama piffero, ma cosa dici?!" "Eh poi lo capirai..."). Così si comunicava allora tra genitori e figli, senza troppi discorsi e spiegazioni ma con poche frasi dense di significati che sarebbero rimasti impressi.

Quel piffero in legno di bosso, impiegato a lungo dall'ormai affermato Canen, avrebbe comunque avuto un destino sfortunato. Un giorno che Giovanni stava attraversando l'Àveto a cavalcioni di un tronco appeso a una strafija — il filo a sbalzo che in mancanza di ponti veniva usato per trasportare la legna per caduta — lo aveva con sé in un sacchetto, e gli sfuggì. Lo strumento cadde dall'alto verso il greto del torrente, urtò un sasso e si spaccò. Per continuare a suonare sarebbe stato necessario sostituirlo con un altro, stavolta non più realizzato dal Sartù ma dal Grixu di Cicagna, il nuovo costruttore che dette al piffero "da fisarmonica" le misure attuali. Questo secondo strumento è ancora conservato dai familiari nella sua cassetta di legno, il tipo più moderno di contenitore tuttora in uso fra i pifferai, sagomato appositamente per ospitare il tubo sonoro insieme alle ance, le bocchette, il coltellino, la penna di gallo e gli altri attrezzi necessari al suonatore.

Non c'è dubbio che Giovanni Agnelli sia stato uno dei più grandi pifferai del secolo, ricordato com'è da molti per la finezza del suo stile esecutivo. Ad accompagnarlo con la fisarmonica si alternarono specialmente Arturo Èrtola Turigia di Castello di Cerignale, il bravissimo Mino Galli di Rovereto di Orézzoli, Bernardo Perini di Metteglia e il vivente, impareggiabile Attilio Rocca Tilion di Ozzola. Purtroppo nella mezza età l'attività di Canen venne limitata da disturbi cardiaci, che indussero i dottori a vietargli di suonare; per gli stessi motivi sarebbe morto solo 57enne, nel 1978.

Più a lungo continuò a suonare suo fratello minore Luigi (1930-2007), detto u Rus per il colore della capigliatura, anch'egli dotato e oggi ricordato da molte persone che hanno partecipato in tempi più recenti alle feste da ballo, di coscritti o di matrimonio da lui animate. Dopo qualche minuto che ne chiacchieravamo con una piccola compagnia seduta nel cortile dell'osteria ancora aperta di Costiere, sua figlia Lucia si è alzata ed è andata a prendere il piffero del Rosso. Dopo tanti anni, soffiarci dentro nuovamente un paio di suonate è toccato a un commosso Franco Mela, che al suono di quello stesso strumento aveva festeggiato la sua maggiore età con i coscritti di Santa Maria di Bobbio.

Mentre il Rosso rimase a Costiere e visse poi in città a Voghera, suo fratello Giuvanen era andato a stare con la moglie nel paese avetano di Ciregna. Negli anni Settanta la casa di Ciregna venne frequentata per alcuni mesi dal giovane Ettore Lòsini di Degara di Bobbio, desideroso di imparare a praticare quello strumento che insieme ad Armando Perini u Canon aveva lui stesso ricominciato a costruire. Losini, noto in un'area vastissima col soprannome paterno di Bani, è oggi il più affermato e importante pifferaio di val Trebbia. Come è noto egli ha formato un duo affiatato e di grande qualità con il suddetto fisarmonicista Tilion, proponendosi anche in una formazione arricchita da musa, chitarra o fagotto, che ha tratto il nome de "i Musetta" da un'espressione generica usata nella zona per indicare i pifferai. Oggi il fisarmonicista dei Musetta è Davide Balletti di Marsaglia, cugino più giovane di Tilion: tutto torna.

Non ci dilunghiamo qui sulle importanti vicende dei Musetta e quelle di altri suonatori di val Trebbia già documentati, come l'altro grande ispiratore di Bani, Angelo Tagliani Giulitti di Còlleri, per i quali possiamo rinviare alla bibliografia. La storia di oggi nel frattempo è arrivata a Davidino, che sta parlando in dialetto con la Maria. Anche su di lui un giorno ci sarà parecchio da scrivere...

Magari cominciando da quella volta che, quando era ancora un suonatore apprendista, mi ha colpito una sua esecuzione di una suonata non praticata dagli altri pifferai in attività. Quando poi l'ho incrociato e gli ho chiesto dove l'avesse imparata mi ha dato una risposta sorprendente: «La faceva Giuvanen». Morto dodici anni prima che questo suo erede nascesse! Ma ne esiste una registrazione... È anche così che, nella tranquillità dei monti di Ozzola, si va trasmettendo la tradizione più che mai viva delle Quattro Province.

Claudio Gnoli
già pubblicato in La piva dal carner, n.s., 11: ott. 2015, p. 21-24

Bibliografia

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Ettore Losini - Marion Reinhard, Costruire e suonare gli strumenti tradizionali, in Antico futuro: tradizioni e cultura delle Quattro Province alla radio, di Claudio Gnoli - Mauro Mantilero, Tralantolaeilmare web radio, podcast in Dove comincia l'Appennino

Piacenza: la prima mostra nazionale delle uve da tavola, film, in Giornale LUCE, 30 settembre 1932, Archivio storico LUCE, Istituto LUCE Cinecittà, You tube

Pifferi delle Quattro Province: autobiografia di Ettore Losini (Bani), a cura di Giovanni Giovannetti, in L'albero del canto: storie, mestieri, melodie, a cura di Italo Sordi, Formicona, Pavia 1985, p. 131-150.

 


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