Dove comincia l'Appennino

Sguardo locale e cartografia

un tratto del fiume Trebbia nei pressi di Gorreto / CG
Proviamo a immaginare, sulla carta, la rappresentazione di un fiume noto a tutti, com'è il Po: in modo più o meno stilizzato, il suo corso si potrebbe tracciare con una linea, sottile a ponente, più spessa in prossimità dell'Adriatico; ai suoi lati, quasi nervature di una foglia, alcune linee più sottili indicherebbero gli affluenti che, giunti al grande fiume, con le acque abbandonano il proprio nome.

Vorrei che ci fermassimo a riflettere su questo punto: si pensa sia il Po a ricevere le acque, non i suoi affluenti, e per ciò abbia buon diritto a mantenere inalterato il nome fino al mare; quelli, d'altra parte, conservano il proprio nome solo fino a quando non incontrano il Po, nel frattempo avendo dimenticato quello dei corsi che li alimentano; e così a ritroso, secondo uno schema gerarchico ovvio, apparentemente imparziale, appreso, con le più elementari tassonomie del mondo, fin dalla scuola primaria. Qualunque altro schema -- in cui, per esempio, si mostrasse il Po gregario del Ticino e il Tevere dell'Aniene -- certamente apparirebbe insolito e contraddirrebbe un modo convenzionale di nominare e leggere le carte così radicato da precedere e disciplinare l'esperienza dello spazio e delle sue rilevanze, sebbene sub specie aquae ciò sia del tutto ininfluente.

Ma la priorità fra i corsi d'acqua non esiste se non come esito di un processo di acculturazione che riconduce la percezione a un ordine astratto e a un modello generale [1]. Un modello -- quello che nomina le acque e ne organizza la gerarchia -- tanto comune da sembrare l'unico ragionevole, se non l'unico lecito, tanto per chi traccia le carte quanto per chi le legge e si attende che il Po, dalle pendici del Monviso all'Adriatico, mantenga il medesimo nome. E chi vive sul territorio che nome dà all'acqua? Probabilmente -- viene da pensare -- ricorre a idronimi locali, dialettali, o a varianti di quelli ufficiali tracciati sulle carte, ma niente di più e, soprattutto, niente di diverso, perché i cartografi e la scuola ci hanno messo tutti d'accordo: esistono i corsi principali, gli affluenti e i rivi minori.

Mario Brignoli detto "Mas-cin", canterino tradizionale : Negruzzo : 2006 /PF In un saggio precedente ho provato a raccontare come, ancora oggi e più estesamente in antico regime, sulle montagne liguri -- ma non solo -- esista una modalità confidenziale di chiamare le persone e i gruppi famigliari diversa da quella ufficiale degli atti notarili, dei registri parrocchiali e, in misura sempre più definita a partire dal secolo XIX, dell'anagrafe pubblica [2].  Essa si esprime attraverso un nome vernacolare [3] -- normalmente ignoto all'esterno del circuito domestico, parentale o locale, in cui si produce e dice -- il quale, di solito, non è scritto da nessuna parte [4], né comunicato fuori da quel circuito, poiché attiene a un parlare "interno", come interni sono i canali del pettegolezzo, gli idiomi della pratica e della consuetudine, la trama dei cerimoniali, la disposizione dei posti in chiesa o il lessico delle campane. Entro tale ambito le persone si riconoscono attraverso uno o più soprannomi personali e di famiglia, questi ultimi non tanto corrispondendo a una parentela -- com'è proprio del cognome -- quanto alle sue segmentazioni, qualche volta indipendentemente dai legami agnatici che le percorrono [5].

Il sistema onomastico vernacolare non è l'equivalente di quello ufficiale, ma esprime un modo diverso, specificamente "particolare", di pensare e rappresentare la società locale. Come i segmenti intraparentali si formano e cessano di esistere, si aggregano e si disgregano, componendo un reticolo di tensioni mutevole, quasi magmatico, così i soprannomi famigliari che li indicano hanno durata ed estensione variabili e testimoniano un dinamismo che la relativa fissità dei cognomi non può manifestare. [6]

Se nominare è riconoscere [7], il sistema di denominazione vernacolare che intride la società locale segnala un modo vernacolare di riconoscerne e rappresentarne la configurazione: ed è quanto in quel saggio volevo argomentare. Si potrebbe dire lo stesso a proposito delle forme di rappresentazione del territorio? Ovvero che sistemi di denominazione dello spazio strutturalmente diversi segnalino modi strutturalmente diversi di pensarlo? Desidero mostrare che, almeno per ciò che riguarda gli idronimi, tali sistemi esistono e sono strutturalmente diversi da quelli consueti.

Nell'entroterra di Chiavari si trova una breve valle -- val Garibaldo -- il cui asse longitudinale non è più lungo di 6 Km, solcata da un corso d'acqua sulle carte chiamato rio (o, indifferentemente, torrente) Chiesanuova [8]. La cartografia attuale -- si tratti della Carta Tecnica Regionale o di quella prodotta a livello comunale -- è concorde nel descrivere lo sviluppo del Chiesanuova tra una confluenza di rivi, situata a 450 m di quota a levante della località Prato di Pòntori, e lo sbocco nel torrente Graveglia. Fino a qui nulla che sia degno di nota.

un tratto del torrente Borbera nei pressi di Cantalupo Ligure / CG Alcuni abitanti della valle a cui ho domandato come si chiami quel corso d'acqua hanno confermato, spesso non senza avere indugiato qualche secondo -- forse per decidere la "risposta giusta" -- che dovrebbe chiamarsi Chiesanuova o forse Garibaldo; qualcuno ha rinforzato la risposta chiedendone conferma: «È così, vero?». La scuola, infatti, non solo educa a uniformare le gerarchie delle rilevanze, ma abitua anche alle domande di controllo degli insegnanti, domande tipicamente "illegittime" in quanto presuppongono in chi le formula una risposta già nota [9].

No, non è così. Per lo meno non sempre: e se ne può trovare un indizio in un manoscritto del tardo secolo XVIII, steso da un medico (e proprietario terriero) locale [10]. Dopo un sommario profilo del Prato di Pòntori e del territorio circostante, l'estensore si sofferma sui corsi d'acqua locali: prima nomina i rivoli che scendono dalle pieghe della montagna; quindi passa a descrivere il torrente di fondovalle -- l'attuale Chiesanuova -- e racconta che nasce con il nome di Chinella, il quale

"[...] formato dalla valle di Piazzo, Bionti e Preele, unite sotto il castello della Bosseta, ha diversi [nomi] presi da i luoghi ove scorre. Chinella si dice pocho di sotto all'unione di dette trè valli sotto la terra detta Fondega, perche è molto profondo, forma una china, poco apresso dicesi la valle di Pasteni, poco più a basso la valle di Nisoella, dopo il ponte del Quaro dicesi Gera ò Ghiara, quando arriva alla chiesa nuova di s. Biaggio, ad unirsi alla valle del Noceto ed Osti, dicesi Tempestato, dall'immensi muchi di pietre formati in una vasta pianura da dette due valli, poco più di sotto dicesi Gravigliola da una valletta di tal nome, con cui continua tortuoso sino a Conscenti, ove unito col fiume di Lago oscuro [...] forma il tortuoso Graveglia". [11]

Dunque: l'unione di tre rivi forma il Chinella -- in corrispondenza di un tratto ripido, come segnala il termine -- il quale, poco dopo, cambia nome e assume quello di un confluente, il rio Pàsteni, quindi prende quelli dei rivi Nisoèlla, [12] e, infine, Gravigliola; proprio come se il Po, di volta in volta, si chiamasse Dora, Tanaro, Ticino, ..., e si gettasse nell'Adriatico col nome dell'ultimo suo affluente.

la frazione Molini sulla riva dell'Aveto / CG Il brano citato, è tratto dal volume "Annali dell'antica chiesa di S. Antonio di Padova a Pontori di Garibaldo", datato 1792 ma con annotazioni aggiunte fino ai primi anni del secolo successivo. Zibaldone di notizie storiche e corografiche raccolte dal medico Carlo Garibaldi -- potremmo chiamarlo l'"intellettuale pubblico" della valle [13] -- il manoscritto era destinato a essere conservato nell'archivio della chiesa locale e riservato alla lettura dei comparrocchiani: nel 1793, 238 anime, di cui 161 della parentela Garibaldi [14]. Considerando, poi, che l'intera proprietà immobiliare e fondiaria della parrocchia era in mano a una dozzina di famiglie di quella stessa parentela, tutti gli altri abitanti essendo contadini affittuari, si comprende quale fosse in realtà l'ambito al quale era rivolto il manoscritto. [15]

Il medico, dunque, si rivolge ai propri parenti e chiama i membri della comunità locale -- anche quelli già morti -- con il nome vernacolare col quale sono noti a tutti; ma, di più, elenca in modo dettagliato i toponimi e, quando giunge a descrivere i corsi d'acqua, lo fa adottando un criterio -- come si è visto -- insolito, quale quello di dividere un tratto di torrente in segmenti per lo più identificati dall'ultimo affluente o talvolta da una caratteristica del terreno (Chinella) o dal nome della località attraversata (Gera) [16].

Viene da domandarsi se tale non fosse anche il modo ufficiale adottato per la valle nella cartografia corrente. Al riguardo non risultano carte di quel tratto di territorio strettamente contemporanee al manoscritto, e neppure precedenti, trattandosi di una valle di nessun interesse strategico in senso militare o commerciale. In ordine di tempo, la prima carta a cui possiamo riferirci è quella preparata nel 1810, meno di vent'anni dopo la descrizione del medico, per il catasto napoleonico: il "Tableau d'assemblage della Commune de Nè"[17],  dove la struttura idronimica è del tutto simile a quella adottata nelle carte attuali, con l'unica differenza che il fossato della Chiesanuova, corso d'acqua principale della valle e affluente del più copioso Graveglia, non nasce sulle pendici a levante di Pòntori ma, più in basso, dall'incontro dei fossati del Connio e del Prato.

Il confronto fra la rappresentazione del territorio elaborata nel manoscritto e quella restituita dal "Tableau" mostra con evidenza la differenza tra due paradigmi:

La sequenza idronimica narrata nel manoscritto rappresenta un modo "particolare", di riconoscere lo spazio, laddove nello stesso periodo -- cfr. il "Tableau" -- le carte ufficiali collocano gli idronimi raccolti sul territorio secondo un criterio generale, applicabile a ogni località.

un tratto del fiume Aveto in inverno / CG Per capire come si sia conservato o evoluto quel modo locale nella cultura orale, ho provato ancora una volta a ripresentare la domanda sul nome del corso d'acqua a quegli stessi che, perplessi, avevano ripetuto con titubanza l'idronimo ufficiale Chiesanuova; ma l'ho fatto adottando una strategia differente. La prima volta avevo chiesto il nome del torrente, con il riscontro che conosciamo; la seconda ho domandato, indicando, "come si chiama quel punto dell'acqua?" o, con più efficacia, "come si dice quando una persona cade nell'acqua (proprio) in quel punto?". Questa volta la domanda è sembrata comprensibile e, in meno di due chilometri, è risultata la concorde segnalazione di sei idronimi corrispondenti ai nomi delle località toccate dal torrente. La gente del posto sa che il corso d'acqua viene chiamato Chiesanuova, ma non lo dice mai. Infatti l'intero corso d'acqua rappresenta un'idea astratta che sfugge alla percezione e all'esperienza.

Nel modo vernacolare di dire le cose e nominare lo spazio non esiste conoscenza astratta e generale, ma materiale e specifica: non ha, cioè, senso chiedere il nome di un intero torrente -- domanda lecita per il cartografo -- perché nessuno potrebbe cadere o pescare nell'intero torrente; ha senso nominare tratti omogenei e coerentemente identificabili di quel torrente, quelli che, nel manoscritto, il medico connette ai rivi che lo intersecano e che per gli abitanti della valle, oggi, corrispondono ai luoghi attraversati.

Allora, seguendo la percezione locale del territorio, le acque hanno un proprio nome? Verrebbe da negarlo, ascoltando gli abitanti della val Garibaldo, che non identificano le acque ma solo i luoghi dove esse scorrono; verrebbe, d'altra parte, da ammetterlo pensando alla descrizione di Carlo Garibaldi, il quale attribuisce al torrente i nomi dei suoi affluenti: ma è bastato un controllo più approfondito sull'origine degli idronimi di quegli affluenti, per rilevare che prima di essere riferiti agli stessi corsi d'acqua, corrispondono, ancora una volta, a tenute (Pàsteni e Nisoella) e nuclei abitati (Gravigliola).

Oggi come duecento anni fa per il medico e i parrocchiani di sant'Antonio di Pòntori l'acqua non viene identificata attraverso le gerarchie dei cartografi e neppure ha nomi propri, gli idronimi altro non essendo che estensione di toponimi.

Questa conclusione non è generalizzabile; tuttavia almeno in un caso particolare -- quello raccontato -- è vera e si propone come modello da confrontare e discutere.


Massimo Angelini

pubblicato anche in Rivista italiana di onomastica. 4: 1998. 2. p 449-458


Note

1: Sospetto che desterebbe poco stupore un'immagine stilizzata differente dalla prima se si fosse educati a prevedere un diverso punto di vista, non gerarchico, per cui l'incontro di due corsi d'acqua non accresca il maggiore, ma ne generi un terzo; o considerando che un bacino imbrifero raccolga un solo corso d'acqua, per quanto esso sia vascolarizzato.

2: Soprannomi di famiglia e segmenti di parentela (Levante ligure, secc. XVI-XX) / Massimo Angelini = Rivista italiana di onomastica. 3: 1997. 2.

3: Sull'uso di "vernacolare", cfr. ibidem, nota 3. Sulla pregnanza del termine, si osservi il nuovo titolo assunto dalla rivista "Architecture rurale", ora "Architecture vernaculaire", per meglio esprimerne l'orientamento etno-antropologico, più che architettonico. Sullo stesso tema, con un'idealistica attribuzione di un ruolo omeostatico della società di villaggio, si vedano gli interventi di Giannozzo Pucci sul trimestrale "La fierucola", pubblicato a Ontignano di Fiesole dal 1985, e sulla collana "Quaderni d'Ontignano", edita dalla Libreria editrice fiorentina.

4: Rappresentano un'importante eccezione le scritture domestiche (libri di conti, libri di famiglia, zibaldoni di ricordi, ecc.) e l'epistolografia. Sulle scritture domestiche rinvio al mio Scritture domestiche in area ligure (secc. XVI-XVIII) = LDF: bollettino della ricerca sui libri di famiglia. 1994. 5-67-17, e più in generale alla letteratura sui libri di famiglia, cfr. La memoria e la città: scritture storiche tra Medioevo ed Età moderna / a cura di Claudia Bastia e Maria Bolognani -- il Nove: Bologna: 1995.

5: Osservavo, quindi, che i segmenti intraparentali e i corrispondenti soprannomi di famiglia definiscono comunanze di interessi, siano essi materiali o simbolici, laddove il cognome spesso non segnala più che un legame genealogico o, tutt'al più, giuridico. Alle soglie di quell'ambito vernacolare i soprannomi sfumano e lasciano il posto a una forma di denominazione ufficiale e burocratica, composta dal nome di battesimo e, indifferenziato, dal cognome; allo stesso modo divengono sempre meno visibili anche le comunanze e i gruppi domestici di cui i soprannomi di famiglia sono espressione.

6: Lo sguardo "interno" proiettato sulla parentela, il territorio e la società locale richiama da vicino il concetto di "mental map", con il quale si valorizza l'esperienza soggettiva -- qui collettiva e locale -- del territorio rispetto alla sua rappresentazione esterna. Nel primo caso l'autorevolezza del criterio e delle forme di denominazione adottate scaturisce dal consenso e dalla sua consueta applicazione, nel secondo è imposto dalla fissazione del territorio oggettualizzato sulla carta. Sul medesimo tema, ma riferito alla rappresentazione dello spazio nei disegni prodotti in antico regime, si vedano le osservazioni di Edoardo Grendi, Il disegno e la coscienza sociale dello spazio: dalle carte archivistiche genovesi, in Studi in memoria di Teofilo Ossian De Negri. Vol' 3. p 14-33 -- Genova: 1986: "Ci sembra dunque che sia legittimo leggere i disegni con riferimento alle storie di vita collettiva che essi documentano, come segno appunto di una coscienza dello spazio legata ovviamente con il senso di un'identità collettiva. Uno spazio che risulta altro rispetto a quello che presiede al nostro assunto di articolazione sociale del territorio -- un assunto caratteristicamente sistemico -- ma certamente più congruo con tema dell'alta densità di relazioni sopra evocato", ivi, p 14. Sul concetto di "mental map" i vedano i pioneristici lavori di P. George, R. White, Mental maps -- Penguin books: New York: 1974, e R. Downs, D. Stea, Maps in mind: reflections on cognitive mapping -- Harper and Row: New York: 1977.

7: Cfr. La storia sociale dei processi cognitivi. p 99- / Alexandre R Lurija -- Giunti-Bàrbera: Firenze: 1976.

8: In vista della revisione della toponomastica sulla Carta tecnica regionale, il Comune di Ne, su sollecitazione della Pro loco, ha proposto nel corso del 1997 di sostituire a Chiesanuova l'idronimo Garibaldo.

9: Sul tema, Insegnamento/apprendimento: reciprocità e sorpresa nel vis-à-vis quotidiano a scuola / Paolo Perticari -- Anabasi: Milano: 1995.

10: Il medico è Carlo Garibaldi, sul quale si veda il mio I libri per la famiglia di un erudito di provincia nel tardo Settecento = Schede umanistiche. 1994. 2. p 107-137.

11: Annali dell'antica chiesa di S. Antonio di Padova a Pontori di Garibaldo (Ne, Genova) : manoscritto. 3. p 12 / Carlo Garibaldi, : 1792 = (Archivio parrocchiale di S. Antonio di Pontori). Ho indicato in carattere in corsivo i nomi dei corsi d'acqua.

12: Breve tratto alluvionale formato dall'incontro del rio Osti con il rio Noceto.

13: Su questa definizione, cfr. La vita difficile di un intellettuale "piccolo borghese" nella Recanati di metà Ottocento / Paola Magnarelli = (Memorialistica familiare: diari, lettere, appunti, ricordanze nelle Marche e nell'Umbria tra XVI secolo e primo Novecento / a cura di Renzo Paci) = Proposte e ricerche. 19: 1987. p 77-82.

14: Stato delle anime di questa parrocchia [...] 1793, 11 agosto in Liber Mortirum parochialis Aecclesiae S.ti Antonii Pontori incipiens ab anno 1775 usque ab anno 1817, VIII 9bris, in A.P.P., s. coll.

15: Non è questa la sede per spiegare il senso che poteva avere la produzione di "annali" dedicati a una parrocchia tanto esigua. Basti ricordare che la chiesa di S. Antonio era divenuta parrocchiale solo pochi anni prima, nel 1775, e che da allora Carlo Garibaldi si era impegnato per ricostruire -- o anche solo costruire, senza esitare a forzare, talvolta, i documenti e la memoria -- una storia della comunità locale esaltando al contempo la propria parentela. Cfr. il mio L'invenzione epigrafica delle origini famigliari (Levante ligure, sec. XVIII) = Quaderni storici. NS. 31: 1996. 3. p 635-681.

16: Gèa ovvero "ghiareto" è un comune termine dialettale del Genovesato per indicare il letto di un corso d'acqua

17: Tableau d'assemblage du plan cadastral parcellaire de la Commune de Nè Canton de Lavagna Arrondissement de Chiavari Département des Appennins terminé sur le terrein le 24 octobre 1810 sous l'administration de Monsieur Rolland préfet monsieur Raffo maire et sous la direction de monsieur Saporiti directeur des contributions monsieur Naylies ingénieur verificateur par monsieur Vesin géomètre, scala 1:20000, in Archivio di Stato di Genova, sezione cartografica, b. 24 bis, n. 389.

18: Sul carattere alienante proprio di qualunque mappa nei confronti del territorio che rappresenta, cfr. Il mondo come rappresentazione / Massimo Quaini -- Galleria Paolo Vitolo: Milano: 1992.


Sguardo locale e cartografia = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/cartografia.htm> : 2006.06-