Dove comincia l'Appennino

La voce di Bogli

Una conversazione con "Cavalli"


"Qui anche se mi chiudono gli occhi io vado dappertutto"


La strada che da Capanne di Cosola scende per le falde del Cavalmurone fino a raggiungere Bogli si raccoglie in pochi tornanti, e a salutare il visitatore per prima è l'antica parrocchiale con davanti l'angelo di pietra che ricorda chi non tornò più dalla guerra. Il paese si adagia sulle chine sottostanti, silente in inverno, animato d'estate da chi ritorna, perché tutti sono andati via, ma nessuno ha dimenticato.

Una volta erano altre le strade, e si percorrevano a piedi o a dorso di mulo: puntavano al passo del Legnà o al Cavalmurone o a Capanne di Cosola, e scendevano di là verso l'alessandrina val Borbera, con i muli carichi di legna e indietro con gli otri di pelle di capra conciata pieni del vino acquistato a Cosola, da Cornelio, per le tre osterie del paese, quella dei Gianchi, quella del Bianco e quella du Russu. Questo anche oltre il 1955, anno in cui fu terminata la strada sterrata che collega Bogli a Capanne di Cosola e solo in anni recentissimi è stata asfaltata interamente.

Ma tragitti ben più lunghi percorrevano i mulattieri di Bogli per recarsi ad Ottone, passando dalla cappella di San Rocco, dai paesi di Artana, Vésimo, Zerba, Valsigiara, o a Torriglia attraverso Capanne di Carrega, Casa del Romano, Propata, Brugneto, Costa di Paglia e, attraversata la galleria, giù dal Castello. O ancora a Varzi, nella pavese val Staffora, viaggio che richiedeva otto ore e il pernottamento sul posto, da Carlaja, dove si rifocillavano con brazà (brasato) e un papon de vin (bottiglione di vino).

Sì, a vederlo così, quasi compreso in sé stesso, si direbbe un luogo edificato per rimanerci, non per tornarci dopo lunghe peregrinazioni: ma questo vale per tutti i nostri borghi montani, che ci illudono con i sembianti di microcosmi autosufficienti, ma che invece sono sempre stati al centro di andirivieni stagionali, partenze e ritorni, scambi commerciali e conviviali, ritualità itineranti.

«Io sono andato tre anni a trebbiare il riso, ci iscrivevamo al comune di Ottone e l'incaricato ci chiamava. Il punto di incontro era a Bruggi, in val Curone, dove si andava a piedi e poi lì c'era il pulman, ma ben pochi lo prendevano perché costava e allora si preferiva andare giù nei cassoni dei camion. Andavamo a San Germano e Trino Vercellese, in Lomellina no. Un anno siamo andati giù in dodici del paese, c'era un tempo spettacolare, mietevamo al mattino, a mezzogiorno si batteva e alla sera a ballare...»

Stiamo parlando con Attilio Spinetta, detto "Cavalli" per la sua straordinaria forza fisica, uomo di molti mestieri e saperi, una delle più importanti voci del canto tradizionale delle Quattro Province. Conosciamo da tempo Cavalli, e nell'agosto 2008, su gentile invito del figlio Marco, siamo stati a trovarlo al suo paese, Bogli in val Boreca. In lui è depositata una tradizione di canto polifonico ben nota a tutti gli appassionati e i cultori delle tradizioni musicali del nostro territorio. Un repertorio e uno stile esecutivo cui si fa riferimento proprio con il termine di bujasca — ovvero "di Bui", nome dialettale di Bogli — ad indicarne forse non tanto l'origine storica, quanto il luogo dove questa forma di canto eccelleva.

Il canto, ci racconta Cavalli, permeava ogni momento della quotidianità montanara. Era un patrimonio condiviso che i gruppi di lavoranti stagionali di Bogli portavano con sé e diffondevano nelle loro trasferte. Le più lunghe impegnavano i bogliaschi nel duro lavoro del rezegotto (taglialegna).

«Per sei ani ho fatto il rezegotto. Andavamo via dopo i Santi e tornavamo per Natale, poi verso il 15–20 gennaio si ripartiva e tornavamo per Pasqua. Attraversavamo a piedi con la rézega in spalla, si andava a Cartasegna, San Clemente e via. Ci fermavamo nelle cascine dove avevano bisogno, lavoravamo per le famiglie che ci chiamavano, preparavamo tavole, assi da quattro centimetri, ed eravamo pagati un tanto al giorno. Dovevi andare nei posti dove non c'era neve, val Curone, val Borbera, man mano. Facevamo anche le doghe per il vino. I rezegotti erano quasi tutti di Bogli, mentre ad Artana erano tutti carbonai, non c'era uno che andava a tirare la sega, a Suzzi ce n'era tre, una compagnia, due fratelli e un altro, e poi ce n'era in val Nure.»

Durante le loro trasferte lavorative, i rezegotti utilizzavano un gergo particolare, come avveniva spesso per quelle categorie di lavoratori che si trovavano ad operare al di fuori del loro ambito domestico, con l'esigenza di tutelare i loro interessi attraverso una forma di comunicazione criptica [cliccare sulle frasi per ascoltarle].

«Se ti parlo da rezegotto non capisci una parola... Intanto che eravamo dietro a lavorare ci davamo del cretino al padrone, per esempio quando volevamo avvertire qualcuno di non parlare dicevamo: batta cu der coste d'Arpe se no er maneggia u tassa cua di Carpenetti, che vuol dire: "Attento, perché il padrone capisce". Oppure, per non farci capire che volevamo tirarla un po' per le lunghe per far arrivare mezzogiorno, dicevamo: batti er carreghin che intanto vegna scampeniŋna, che vuol dire "Batti il cuneo (ma anche il paese di Connio di Carrega), tira alla lunga, che arriva mezzogiorno".
 
Una volta a Negruzzo stavano mangiando il risotto con i ceci che però erano duri, e allora ci ha detto a uno di Negruzzo: "eh Carlon! I cabloti (ceci, ma anche gli abitanti di Cabella) i màsun cul du tupen (ammazzano il lupo)", e l'oste ha sentito e voleva sapere cos'ha detto e lui ha risposto: "ho diciu che incò a Cabela han faciu una bela fera" (ho detto che oggi a Cabella hanno fatto una bella fiera).
 
La minestra era la piazaina, il vino scabio oppure lezu, l'acqua era la ciapasa, i denari nelle carte erano i gesi, i segantini erano detti i sualli. Giocando a carte, col socio ci dicevamo tutte le carte che avevamo in mano. Il re era cu de Vézimo, la donna era a mainea, il fante era Pergalla, il sette era Bellun, il sei era Peran de Cartasegna perché era nato con sei dita in una mano, il cinque era Peran d'oua, ovvero Peran di adesso perché si era fatto operare ed era tornato con cinque dita, il quattro era Baciccia, un uomo di Bogli nato con quattro dita in una mano, il tre era u rasté, il due era u viduo, l'asso era cu dl'Ugo perché la legna per fare le assi la prendevamo in una zona dei monti attorno a Bogli chiamata l'Ugo [forse Lugo, ovvero sul versante ombroso].»

Il lavoro del rezegotto, al pari di quello del mulattiere al quale gli abitanti di Bogli erano altrettanto dediti, comportava quel distacco dall'ambito famigliare che favoriva l'espressione conviviale, e il canto in particolare. Proprio alla grande mobilità di squadre di lavoranti stagionali si deve quello scambio di stili esecutivi e quelle reciproche influenze tra territori culturali anche molto distanti tra loro che sono stati determinanti per la formazione di una sorta di koiné canora popolare che accomuna l'area pre-alpina, padana e dell'Appennino settentrionale.

«Se andavi a Pavia prima dell'altra guerra ['15-'18] c'erano dieci squadre di rezegotti di Bui che tagliavano le piante dietro al Po, a Belgioioso e lì dietro. Facevano una baracca, e dormivano lì; c'era uno di Bogli che mi diceva: "Lo sai che accendevamo il fuoco e davanti si bruciava dietro gelava la schiena!", poi la domenica facevano festa e andavano a dormire in Pavia in uno stanzone tutti insieme, poi ciucche e canti. Una volta c'erano i Barachi [nome di rassa, ceppo parentale] che erano in stazione a Pavia che cantavano, e una volta si è addirittura fermato il treno con la gente ad ascoltare.»

Se è vero quanto affermato prima, che cioè il continuo, secolare e quotidiano interscambio tra squadre di cantori provenienti da parti diverse del Nord Italia ha determinato uno stile con caratteristiche affini, comune a tutta l'area a nord del Po e alle propaggini settentrionali dell'Appennino, è altrettanto vero che la differenza si insinua all'interno di queste comuni coordinate stilistiche, anche nel rapporto tra forme di canto di paesi molto vicini tra loro. Vi erano addirittura, nello stesso paese, linee di trasmissione del canto famigliari o parentali, che si caratterizzavano sia per repertorio che per modalità esecutive: fenomeno particolarmente evidente nel canto narrativo femminile, che veniva eseguito in ambiti più privati (nelle veglie in casa o nelle stalle) da gruppi famigliari, e quindi si manteneva più caratterizzato rispetto al canto eseguito in osteria, nelle feste o insieme a persone d'altri paesi. Anche nell'ambito del canto maschile, tuttavia, era comune l'identificazione di "famiglie" (in senso allargato) di cantori, ed è il caso dei Camilli, cui appartiene, illustre discendente, Attilio Spinetta "Cavalli". La discendenza dei Camilli prende il nome dal nonno di Attilio, Camillo Spinetta, e annoverava, tutti pregevoli cantori, il padre Giacomo e lo zio Pietro Spinetta detto Pedrin. È interessante osservare, da quanto segue, come motivo di pregio per le famiglie di cantori sarebbe stato sì avere un proprio stile caratterizzante, ma anche essere capaci di "prendersi" con cantori di paesi diversi:

«Io ho imparato dai miei. Se te eri qui appena dopo guerra quando facevamo la festa, ci trovavamo qui, mio zio [Pedrin] veniva giù da sopra, poi il papà di Rino veniva su, e canti a non finire. Loro prendevano la canzone e la tramandavano in un altro modo di cantare. Il vuxen è una caratteristica del canto di Bogli: Maxéa [Giuseppe Renati, cantore e suonatore di fisarmonica] e suo fratello, suo padre e mio zio, il fratello del padre di Maxéa, facevano tutti la vocetta. A Bogli si cantava tutte le sere, se no si giocava alle carte, ma noi preferivamo cantare. Facevi Santo Stefano e Natale a cantare; una sera eravamo tre squadre nell'osteria, i più giovani i più vecchi e gli altri. Ad Artana una volta volevano cantare e quello là dell'oste gli dava una mano ma non riuscivano a "prendersi" e allora per un po' è andato avanti e poi ha detto: "eh! Qui ci vorrebbero i Camilli!" »

Il vuxen cui fa riferimento Cavalli è una delle particolarità salienti del canto bogliasco, insieme ad un certo andamento lento che era però, molto probabilmente, una caratteristica esecutiva arcaicizzante un tempo diffusa anche altrove, e perdurata a Bogli forse più a lungo rispetto ad altri paesi. A proposito del vuxen, Attilio ci conferma quanto riferitoci la scorsa estate da Giuseppe Renati con una frase paradigmatica: "u vuxen u deva surtí daa pola", ovvero "la vocetta deve uscire dalla parola". Attilio aggiunge che "il vocino per farlo venire bisogna dargli il giro giusto". Per capire il significato di queste espressioni dal sapore un po' enigmatico bisogna sentire le registrazioni effettuate a Bogli negli anni Ottanta dal musicologo Mauro Balma (ancora inedite, ma che speriamo possano presto essere pubblicate, consentendo a tutti i cultori del genere di godere di queste straordinarie testimonianze di canto arcaico, forse ormai irripetibili in quelle modalità esecutive).

È del 1996 la raccolta "Splende la luna in cielo", che propone, con le voci di alcuni dei migliori cantori tradizionali delle Quattro Province, alcuni canti polivocali riconducibili al genere della bujasca. Il lavoro, promosso da Stefano Valla, vede protagonista Attilio Spinetta come prima e seconda voce oltre che come informatore d'eccezione, e rappresenta sicuramente uno dei migliori esiti nella riproposta del canto polivocale dell'area delle Quattro Province. È tuttavia evidente la differenza stilistica rispetto alle modalità esecutive proprie dell'originario stile bogliasco, così com'è documentato nelle registrazioni di Balma. Sia Cavalli sia Maxéa individuano nella lentezza dell'andamento della melodia il principale fattore caratterizzante il canto "del passato" (a Bogli, ma un po' ovunque) rispetto a quello attuale, e d'altra parte questo ha a che fare con la percezione e il sentimento del tempo propri del mondo contadino arcaico, irrimediabilmente trasformati dai ritmi della modernità.

«Le canzoni noi gli davamo la nostra traduzione [interpretazione], come: [canta] "Vieni oi bella, o vieni al balcone, | vieni bella sentirmi cantar, | se tu canti una bella canzone | con la chitarra d'accordo si va..." Si cantava molto più lentamente, "Il delitto", "Splende la luna"... Poi avevano il vizio [la consuetudine] che avevano le canzoni che prendevano da primo [con la tonalità più alta], quelle che prendevano da secondo. Si alternavano, per esempio: "Splende la luna" se non la prendi da primo non va bene. Invece "Il delitto" si prende da secondo: [canta] "Il delitto..." »

E proprio il canto, e la festa sacra e profana, erano momenti di resistenza alle trasformazioni che la modernità, nel bene e nel male, insinuava anche nelle chiostre più remote del mondo montanaro. Canto e festa si intrecciavano, come sempre nel mondo contadino, alle attività lavorative, tanto che non sempre era facile stabilire con nettezza i confini tra tempo della festa e tempo del lavoro.

«Da giovani andavamo a ballare a Cartasegna a piedi, che una volta siamo tornati indietro di notte e mio padre mi ha detto: "adesso puoi cambiarti le scarpe che andiamo a lavorare".»
«L'ultima domenica di agosto facevano la festa, due giorni orchestra e due giorni piffero. Io lavoravo con una teleferica che andava a finire là sopra a Belnome, era 13 chilometri da dove nasce il Boreca a sotto a Cerreto, dieci ore di lavoro e tre ore tra andare e venire, era di un bergamasco, ha portato via tanta legna! Aveva 40 boscaioli e 17 teleferisti, mandavamo via 900, 700, 800 quintali al giorno.»

Come in tutta l'area delle Quattro Province, il piffero era presenza costante nei momenti festivi del paese valborechino. L'antico oboe popolare è naturalmente legato ad una gran varietà di ricordi, al centro dei quali non può non campeggiare la figura del grande pifferaio di Cegni Giacomo Sala detto Jacmon, che, racconta Cavalli, quando capitava a Bogli portatovi dal suo lavoro di commerciante di vitelli, lasciava il piffero a Capanne di Cosola, trovando poi sempre qualcuno disposto a farsi il non breve cammino per andarglielo a prendere pur di sentirlo suonare. Cavalli ricorda anche la prestigiosa coppia composta dal pifferaio di Negruzzo Giuseppe Domenichetti detto Pipen e il compaesano fisarmonicista Domenico Brignoli detto Menghen o Baciunen che accompagnava anche Giacomo Sala.

«Col piffero si cantava, ma non tanto, perché devi andare alto. C'erano due donne qui che, come sentivano il piffero suonare che stavano arrivando, partivano da su e scendevano ballando. Mio padre cantava con piffero e fisarmonica: "Montenero dove sei, traditore della patria mia..." Menghen gli diceva: "Sah, càntam' adré...

A Bogli, come ovunque, la storia irrompe nei ritmi e nelle consuetudini di vita secolari di genti che, a volte, ne farebbero comprensibilmente a meno. Anche in queste chiostre remote, la mano rapace di uno stato presente solo per pretendere carne da macello per le sue guerre, o tasse dei cui proventi poco o nulla si traduceva in vantaggi per questi paesi, riuscì a strappare giovani vite ignare delle ragioni e della follia dei potenti. Bogli pianse i suoi morti nelle due guerre e venne anch'esso attraversato dalla bufera dell'occupazione nazi-fascista e della guerra partigiana, con le non poche ombre che ne macchiarono il sacrosanto anelito di riscossa. Cavalli ricorda la visita del giornalista Giampaolo Pansa che in queste valli ambientò il suo romanzo "I nostri giorni proibiti".

«Lui è venuto perché ha sentito dire che i primi partigiani da Torriglia sono venuti qui: c'era "Bisagno", "Eduardo", "il Moretto", con i suoi zaini carichi di roba da mangiare; fino al '43 qui non c'era nessuno, poi sono arrivati i partigiani. Poi sono venuti i mongoli, poi la cavalleria che neanche passavano sotto i portici, quelli di Salò, che un cavallo si è ammazzato sulla strada per Artana, è rimasto infilzato, siamo andati là e abbiamo lasciato solo le ossa. Al 2 febbraio i mongoli hanno preso due di Bogli e si sono fatti accompagnare, alla sera sono tornati indietro erano pieni di uova, vino, quando sono tornati stavamo tutti attenti, hanno preso due fratelli, si sono trovati a Tartago.»

Nella memoria è la pietà per i morti a prevalere sul giudizio su eventi storici che, calati nella realtà locale di queste valli, assume contorni ancora tutti da definire dal punto di vista di popolazioni distanti dalle grandi logiche di potere. Di fronte alle prepotenze di uomini armati, qualunque fosse la loro parte, non sempre l'atteggiamento era di rassegnazione.

«Ne hanno sotterrato 18 là in cima, e 5 laggiù dopo il mulinetto, hanno fatto una buca, poi questi qui li hanno portati via gli americani e li hanno fatti dissotterrare. Una volta i partigiani hanno dormito sopra qui per qualche settimana. C'era un capo partigiano che prendeva i prigionieri, li metteva in una vasca e con un pezzo di legno li teneva sott'acqua e li prendeva tutti a bastonate, poi qua c'è un fosso: ci ha visto ci ha sparato su, mio papà è andato reclamare, quello là: "Dovete tacere e basta!", con il fucile puntato, e mio padre gli ha detto: "Quando te dovevi ancora nascere io già sentivo fischiare le pallottole!"»

E la morte arrivava anche dal cielo, dal nome ironicamente gentile del Pipettu, un ricognitore tedesco, secondo alcuni, che sorvolava la zona.

«Pipettu girava tutte le sere, è passato una volta sopra Vesimo che l'hanno oscurato, la seconda poi ha preso la mira, a Pisneigri j an pü balò

Sì, a Vesimo la voglia di festa fu più forte della paura e della prudenza dimostrata invece dal vicino paese di Pizzonero (Pisneigri, in bogliasco), e fu fatale. Due bombe si abbatterono una sulla chiesa l'altra sul ballo, provocando la morte di 32 persone, ricordate da altrettanti alberelli piantati sul luogo della strage.

Prima che gli eventi bellici coinvolgessero i paesi delle alte valli, la vita che vi si svolgeva era sostanzialmente improntata a ritmi e consuetudini secolari e ad una fondamentale autonomia organizzativa, che sopperiva all'abbandono in cui questi territori estremi erano lasciati dalle istituzioni. Così anche servizi che a noi oggi sembrano scontati dovettero essere guadagnati dalle genti di queste valli facendo leva sul proprio ingegno. È il caso dell'illuminazione elettrica, che proprio da Bogli si diffuse anche in paesi vicini di altre valli, grazie all'ingegno di _ Renati detto Massa.

«Massa era l'ingegnere mancato, ha fatto tutte le centrali elettriche della valle, al Cunio [Connio di Carrega] e anche a Cartasegna. Ha costruito una fonderia nella sua bottega, faceva bollire l'alluminio e lo fondeva. Aveva tutte le forme e lo buttava dentro. Noi abbiamo avuto la luce nel '32. Fino all'82 avevamo tutti una minima quantità di luce. Bogli era diviso in tre parti, una sera metteva al buio una, una sera l'altra. Anche il telefono è stato il primo della valle e infatti il nostro è il numero più basso." »

I racconti di Attilio, come quelli di tutti i testimoni dell'antica civiltà montanara, ci richiamano a una dimensione di vita e sensibilità che forse abbiamo rimosso, complici le radicali trasformazioni indotte dall'età moderna, ma che certo non è mai stata sradicata dalla coscienza, e questa è probabilmente la ragione per la quale cerchiamo il dialogo e l'ascolto di questi narratori di una così vicina antichità. Nella memoria che pare infinita di Cavalli le vicende vissute si intrecciano mitologicamente con i testi delle antiche bujasche, così diversi e di tanto più ricchi simbolicamente rispetto allo stereotipo della canzonetta pseudo-popolare. E le storie di lavoro, viaggio e fatica compongono con i racconti dei riti carnevaleschi dalle origini remote un solo immenso affresco di civiltà. I falò che a carnevale ardevano in competizione con paesi vicini, il misterioso omu d'paja, portato per le vie del paese, percosso fino a farlo "scoppiare", quindi bruciato secondo modalità che gli etnologi hanno rinvenuto presso popolazioni di tutta Europa, le formule magico-rituali volte ad espellere il male dai confini della comunità (Carluvà u va e u végna, | u va inti pian de Cartasegna, | u va inti pian de la Lumbardía | e u diavul se u porta vía), rivestivano funzioni non così divergenti rispetto a quelle ritualità religiose con le quali entravano spesso in conflitto, per l'intolleranza dei rappresentanti del clero, ma delle quali rappresentavano anche la parte complementare in una cultura imperniata proprio sulla dialettica tra sacro e profano.

Così come la storia orale, divisa tra le vaghe tracce del documento scritto o del reperto lapideo e il racconto tramandato dai vecchi, è stimolo e al tempo stesso fondamento della domanda che le comunità di questi villaggi ai margini della Storia con la maiuscola si pongono sulle proprie origini e la propria identità.

«Si raccontava che c'erano i frati lassù, e quando "sono arrivate le mosche bianche", cioè ha iniziato a nevicare, sono scappati, e la campanella che abbiamo in chiesa l'hanno trovata lassù, ed era in una posizione che si vede il castello di Zerba. Hanno trovato anche sotto il paese resti di mattoni di argilla che qui a memoria di uomo non si sono mai usati.»

Secondo altri, il monastero si sarebbe trovato proprio a valle del paese, mentre i resti ancora oggi visibili sul pianoro che anche le mappe denominano "Castello", sarebbero di un'antica fortificazione. E d'altra parte, tra resti di monasteri o castelli, campane ritrovate, tavoloni in argilla di antiche sepolture, pietre recanti oscure iscrizioni, paesi che una volta non erano lì ma "altrove", è tutta una geografia fatta di pietre e parole tramandate che compone il tessuto storico-mitologico di queste valli. Cerchiamo di dipanarne l'intreccio di fili, ma forse più per il gusto di restarci avviluppati che per la speranza di trovarne il capo.

Così dai racconti di Attilio usciamo arricchiti non solo di conoscenze che volentieri condividiamo anche su queste pagine elettroniche — che un po' paradossalmente ci aiutano ad avvicinarci alle modalità di comunicazione proprie della tradizione orale —, ma anche di un sapore di vita che nessun motore di ricerca potrà mai offrirci.

Paolo Ferrari Magà
con la collaborazione di Marco Spinetta

 


La voce di Bogli : una conversazione con "Cavalli" = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/arte.htm> : 2008.10 - 2010.05 -