Dove comincia l'Appennino

Dalla preistoria all'età colombaniana


In valle Scrivia la presenza di insediamenti preistorici è testimoniata da reperti come l'"ascia di Reopasso", databile al 4000-3500 a.C. Sul versante della val Trebbia, reperti archeologici testimoniano la presenza dell'uomo neolitico (5000-2800 a.C.) ed è venuto alla luce un insediamento neolitico nei pressi del Monte Groppo. Al museo archeologico di Genova-Pegli si conserva un buon numero di accette ed ascie in serpentino verde scuro e verde grigio provenienti dalla zona di Bobbio e riferibili all'età neolitica.

L'epoca dei castellari, fortificazioni risalenti all'età del ferro (500-400), collocate su sommità collinari atte a scopi difensivi, è documentata dalla tomba della Camiaschetta (Savignone), venuta alla luce nel 1884, e dai resti della necropoli della Valbrevenna scoperti nel 1934 nel corso dei lavori di apertura della strada del fondovalle. «I vasi da incinerazione della Valbrevenna appartengono in parte alla cultura di Golasecca, segno che esisteva un movimento di scambio tra la valle Scrivia e le popolazioni che occupavano la pianura lombarda. La presenza dei castellieri in valle Scrivia è visualizzata anche su carte, che indicano: i toponimi riferibili a siti di probabile utilizzo in età preromana (Camiasca, Camincasca, Cerviasca, Vigo d'Orero, Vigo Morasso, Borlasca); i castellari ipotetici (Semino, Vallemara, Mongiardino, Isorelle, Camiaschetta); i castellieri accertati (Laccio); i gruppi di tombe (Camiaschetta, Cà); i percorsi naturali per gli scambi delle merci tra Genova e la pianura padana» [Valle Scrivia. p 31 / Giovanni Meriana : cura = Liguria Guide. — SAGEP : Genova : 1989]. La testimonianza più significativa dell'epoca dei castellieri è costituita dal cosiddetto Castelliere di Guardamonte (6' sec. a.C. circa) tra il monte Vallassa e il monte Pénola, in provincia di Alessandria, ma nei pressi del confine lombardo-piemontese, tra valle Staffora (PV) e val Curone (AL). I reperti rinvenuti sul sito si trovano attualmente nei musei di Torino e Tortona.

È plausibile, anche in assenza di tracce documentarie, che la val Borbera, le valli Scrivia e Staffora, tutto l'Oltrepò pavese e la val Trebbia, siano state occupate da quelle popolazioni liguri che avrebbero iniziato la colonizzazione dell'entroterra collinare e montuoso nel 1' millennio a. C. provenendo dalle coste del Tirreno, e in particolare dal Golfo di Tigulio, ed insediandosi nei preesistenti villaggi dell'età del Bronzo (2300-1100 a.C.). Scavi hanno portato alla luce fibule e aghi crinali nella zona di Bobbio e nel villaggio del Groppo. Segno della presenza degli antichi Liguri è anche la tomba rupestre della Spanna, sempre in val Trebbia, che testimonia anche il particolare culto dei morti di queste popolazioni. Il toponimo, nella forma Spennella è già presente nella tavola di Velleia. Per oltre cinque secoli i Liguri controlleranno un vastissimo territorio, dal fiume Varo al Serchio verso il Tirreno, tutto l'arco dell'Appennino settentrionale e buona parte della pianura Padana, dal Piemonte fino alla valle del Rodano. Il gruppo che si stanzia nella val Trebbia è il Bagienno.

Tra il 5' e il 4' secolo a.C., i Celti invadono la Pianura padana costringendo le popolazioni liguri a ritirarsi nelle zone interne dell'Appennino; sconfiggono gli Etruschi e pongono la loro capitale nella città di Felsina (Bologna). Dopo la discesa in Padania dei Galli Boi, anch'essi di etnia celtica, Roma decide di intraprendere una guerra per contrastare le mire espansionistiche delle popolazioni celtiche. Nel 222 a.C. i Romani occupano gran parte della Pianura padana, nel 219 fondano le colonie di Parma, Piacenza e Cremona. È probabile che in questo periodo una parte di Galli Boi abbia trovato riparo nelle valli dell'attuale territorio delle Quattro Province. Truppe celtiche erano presenti nell'esercito di Annibale vittorioso nella battaglia del Trebbia, presso Rivalta-Niviano, nel 218 a.C.

Della presenza celtica si riconosce traccia nella toponomastica locale. La Tavola di Veleia, risalente al periodo di Traiano (99-117 a.C.) recensisce il "saltus Boielis" che corrisponde forse al primitivo nome del monte Penice (o del monte Boglelio?...). La radice boi con l'aggiunta del suffisso el viene dai liguri trasformata in aggettivo. Attraverso ulteriori trasformazioni il toponimo passa quindi a denotare il vicino fiume e nell'epoca romana l'insediamento stesso (Boi, Boielis, Bouium, Bovium, Bobium). Anche il nome Penice (da penn "colle") sarebbe d'origine celtica, come pure il nome di due torrenti, il Dorbida e il Dorba, entrambi dalla radice celtica dubro che significa "acqua" [Tosi — Bobbio : 1978]. Seguendo in via di congetture il filo delle etimologie, il paese di Bogli (in dialetto Bui) sembrerebbe rimandare al nome del gruppo celtico dei galli Boi in modo ancora più immediato.

Con l'epoca romana il territorio storiografico delle nostre valli comincia ad animarsi di più frequenti presenze documentarie. Il Museo storico della valle Scrivia conserva frammenti di ceramica che testimoniano della difusa presenza romana nella valle: ceramiche liguri di importazione, frammenti di pentole decorate, vasi alla ruota, ciotole, piatti, anfore dl fondo appuntito sono emersi dagli insedimaenti di Isorelle e Cian da Pilla (Savignone).

La zona archeologica del periodo romano che ha fornito una maggior quantità di informazioni è quella del Refundou, un terreno nei pressi dell'abitato di Savignone "rifondato", ovvero disboscato, nell'Ottocento, dove sono state rinvenute tracce di due villaggi: frammenti di ceramica ligure-romana nello strato più profondo, reperti della tarda età imperiale più in superficie. All'inizio dell'età imperiale, con l'epoca aurea augustea, lo sviluppo delle città e il conseguente abbandono delle campagne, il villaggio più antico era stato abbandonato; in seguito poi al periodo di crisi successivo e al ritorno alle terre coltivate, il villaggio era stato ripopolato tra il 4' e il 6' secolo d.C. Le capanne erano a pianta quadrata con il focolare interno. La suppellettile era costituita da pentole da fuoco, anfore, ciotole in ceramica nera smaltata decorata a stampini e rivestita di vernice all'interno. Tra i gruppi di capanne esistevano canali di scolo per l'acqua piovana. Alla stessa epoca risale la necropoli scoperta a Crocefieschi durante i lavori di costruzione di palazzine; si trattava di tombe "a capuccina", ricoperte cioè con tegoloni disposti a due spioventi e interrate, sciaguratamente coperte dal calcestruzzo nel corso dei lavori.

La val Borbera, delimitata verso l'alessandrino dal monte Giarolo e verso il genovesato dal monte Antola, costituiva il retroterra del municipium romano di Libarna, presso l'attuale Serravalle Scrivia. L'agro libarnese si estendeva fino alle Strette del torrente Borbera, ma anche i territori più elevati costituivano certamente una vasta area dedicata ad attività agro-silvo-pastorali caratterizzata certamente da insediamenti rurali (ville rustiche) riconoscibili sulla base delle tipologie insediative e della toponomastica.

I reperti d'epoca romana riguardano in gran parte siti posti ad elevata quota altimetrica. In val Borbera ricordiamo Roccaforte Ligure (località Martinam, la cosiddetta "Ara delle matrone"), Connio (embrici romani e moneta d'oro di Settimio Severo), Daglio, Piuzzo (embrici romani), Carrega Ligure (necropoli della seconda metà del 1' secolo d.C.), Zebedassi (moneta d'oro dell'età di Tiberio), Cosola (presunte fornaci romane). «Il fenomeno [...] è certamente connesso alla vocazione itineraria degli insediamenti valborberini, legati al transito delle carovane commerciali o mercantili che [...] aggiravano il valico degli Appennini attorno all'area dei Giovi (continuando quindi in direzione di Libarna attraverso la via Postumia) prefendo quei collegamenti secondari che immettevano — comunque — sulla via Postumia a Libarna (attraverso la bassa val Borbera o la val Spinti) o verso Derthona [l'attuale Tortona] attraverso percorsi di crinale sugli spartiacque delle attigue valli Grue, Curone e Staffora.»

Il territorio delle Quattro Province rimase naturalmente interessato dall'organizzazione viaria romana che ricalcava i percorsi preesistenti delle vie del sale. Allo stato attuale delle ricerche, non sono state tuttavia ritrovate tracce sicure di viae munitae, ovvero strade fortificate con muri di contenimento, lastricature, ponti, neppure in corrispondenza delle direttrici dell'importante arteria della via Postumia, che collegava Genova ad Aquileia, progettata nel 148 e aperta nel 197 a.C. dal console Aulo Postumio Albino. La via Postumia seguiva, secondo alcuni studiosi, il crinale tra valle Scrivia e val Lemme, tra il passo della Bocchetta e Libarna. Altri sembrerebbero collocarla all'interno del solco vallivo dello Scrivia. L'assenza di reperti significativi, e l'agevole percorribilità del territorio che non presenta passaggi forzati, lascerebbero piuttosto supporre che in questo tratto la via Postumia assumesse un andamento variabile condizionato in primo luogo dalle condizioni climatiche e dal regime dei torrenti.

L'evento storico di maggior rilievo che ha interessato l'area delle Quattro Province in epoca romana è sicuramente la battaglia del Trebbia del 218 a.C., nel corso della 2' guerra punica, quando Annibale inflisse una rovinosa sconfitta all'esercito romano comandato dai consoli Publio Cornelio Scipione e Tito Sempronio. La battaglia, come è noto, aprì al condottiero cartaginese la strada verso l'Italia centrale. Del passaggio di Annibale sarebbero testimonianza, più o meno plausibile, vari toponimi della val Boreca, come quelli dei paesi di Zerba, Tartago, Cartasegna. Lo stesso nome del monte Lésima si favoleggia che derivi da una ferita che Annibale si sarebbe procurato ad una mano, da cui lesa manu, "mano ferita". Si tratta di dati, per così dire, "parastorici", sempre indimostrabili, in alcuni casi vagamente plausibili, più probabilmente entrati nell'immaginario popolare su suggerimento di qualche anonimo studioso del passato, di quanto ascrivibili ad una memoria storica tradizionale. Ancora legato all'evento bellico della Trebbia sarebbe il nome di Romagnese, in val Tidone, che dicitur fondato da truppe romane ivi rifugiatesi dopo la rovinosa sconfitta. «Il Casalis sostiene invece che Romanianum è nome di castelli che, dopo la casduta dell'Impero Romano d'Occidente, rimasero per qualche tempo in possesso dei romano-greci, come Romagnese, Romanisio, Romagnano e simili» [Notizie, storia, indicazioni di Pavia e Provincia / M Merlo, G Mazza — Pavia 1986 citato in L'Oltrepò pavese collinare e montano. p 196 / Piermaria Greppi — Greppi : Pavia 1996].


L'età colombaniana

Il crollo dell'Impero Romano vide l'ingresso sulla scena storica delle valli delle Quattro Province di nuovi popoli e nuove idee. La figura più emblematica della primitiva evangelizzazione di queste valli è forse ascrivibile a quel monachesimo anteriore a san Benedetto, di cui così poco si conosce. Si tratta di san Ponzo, la cui ascetica dimora è identificata nelle grotte che si trovano nei pressi dell'omonimo borgo, in val Staffora. Ponzo è ritenuto filgio di un imperatore romano. Convertitosi al Cristianesimo si sarebbe rifugiato in queste grotte per sfuggire alle persecuzioni. Scoperto dai pagani, venne decapitato, e le sue spoglie, conservate dai pochi seguaci, furono ritrovate nel medioevo. Ancora oggi la figura del santo è oggetto di devozione da parte dei locali.

Ma è dalla val Trebbia che il Cristianesimo, consolidatosi come religione dominante, esercitò la sua influenza storica determinante sul territorio delle Quattro Province. Il Cristianesimo raggiunge Bobbio già in epoca romana ad opera presumibilmente di un missionario che fondò quella Basilica San Petri che Colombano trovò in rovine al suo arrivo.

Colombano, monaco irlandese, giunge in Italia nell'anno 612 dopo aver fondato in Francia e nella regione dei Vosgi importanti centri monastici. A compenso della sua opera di mediazione tra la corte longobarda di Agilulfo e Teodolinda e la Sede apostolica, gli viene concesso di creare un nuovo centro monastico la cui collocazione sarà individuata a Bobbio, dopo un sopralluogo che vedrà la stessa Teodolinda raggiungere la vetta del monte Penice.

Colombano morirà dopo soli due anni di permanenza tra Bobbio e l'eremo di San Michele nella Curiasca di Coli. Gli succederà l'abate Attala (615-627) con il quale inizierà l'espansione economica e culturale del monastero di Bobbio, con la creazione di uno "scriptorium" di monaci dal quale prenderà forma una delle più preziose biblioteche dell'antichità, cui daranno un contributo fondamentale monaci irlandesi che introdurranno il loro peculiare stile di miniatura e un particolare sistema di abbreviature. Una delle più prestigiose realizzazioni della biblioteca bobbiense è certamente il "Glossarium Bobiense", una sorta di enciclopedia ante litteram redatta nel nono secolo.

Il monastero svolse anche un'importante attività economica sul suo vasto patrimonio fondario disseminato in varie regioni del Nord Italia, e ai monaci viene tradizionalmente attribuita una funzione civilizzatrice che forse ha assunto i connotati di mito storiografico, finendo per attribuire ai religiosi meriti civilizzatori tali da far presumere che prima del loro arrivo non vi fossero che selvaggi a popolare queste valli. A proposito di miti storiografici o teorie di dubbia attendibilità, è qui doveroso (lasciando ad ognuno l'onere di approfondire il tema e farsi una propria opinione) citare la presa di posizione critica recentemente espressa dai redattori del testo "I segni del tempo" [cit.] nei confronti dell'opinione degli storici Duilio Citi e Osvaldo Garbarino secondo i quali «l'entroterra appenninico, posto grosso modo fra la Scrivia e la Trebbia — e quindi anche la val Borbera —, sarebbe stato caratterizzato dalla presenza "evangelizzatrice" e portatrice di "civiltà" dei monaci di san Colombano di Bobbio, che con il loro arrivo avrebbero connotato il territorio organizzandolo negli insediamenti abitativi ancora esistenti». Daniele Calcagno ritiene questa tesi certamente errata per la val Borbera, essendo questa stata interessata «da una profonda organizzazione territoriale certificabile almeno a partire dall'età Romana, protrattasi e articolatasi nel tempo, un assetto testimoniato anche dalla persistenza di toponimi di origine romana [...]. È comunque bene osservare — continua lo storico — che le abbazie e celle monastiche di val Borbera sorsero comunque in prossimità di quelle antiche strade che erano già attive [...] almeno dall'età Romana» [cit' / Calcagno. 2. 4-5].

Nonostante il fatto che anteriormente al controllo dell'abbazia bobiense il territorio delle Quattro Province presentasse un assetto insediativo già definito, la capillarità e l'importanza dell'influenza dell'abbazia bobbiense sull' intera area appare indiscutibile. La presenza monastica è infatti testimoniata a Vigoponzo, in val Borbera, con una cella dei monaci di san Colombano di Bobbio. La prima menzione del monastero di Vigoponzo (Vico Pontio) si trova in un documento con il quale Ludovico II, il 2 febbraio 865, «confermava all'abate di san Colombano di Bobbio il monasterium cum cellulis infra vallem in qua situm est consistentibus» [Calcagno. 2. 6]. Nella stessa valle, a Pobbio, sopra Cabella è documentato un vasto areale di beni dipendenti da San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia; a Vendèrsi un'abbazia distrutta anteriormente al 946 e ricostruita in quegli anni dal vescovo conte di Tortona; a Sèmega e Magioncalda vi è traccia di due grange (aziende agricole e pastorali) dei monaci cistercensi di Rivalta Scrivia. Dopo Pobbio e Piuzzo, Vigoponzo è forse l'insediamento monastico più antico della media e alta val Borbera posto su una direttrice viaria che collegava la val Borbera con il Tortonese attraverso la val Curone.

I documenti analizzati dal Tacchella e dal Calcagno, con esiti differenti, portano alla luce l'esistenza, nel territorio di Dova, di un'"abbazia" di San Clemente, da non confondersi con la chiesa campestre omonima che sorge nei pressi del valico di San Fermo, quest'ultima attestata per la prima volta in un documento del 28 agosto 1206 [cit' / Calcagno. 2. 11]. All'abate Wala si devono le regole dell'835 nelle quali è menzionata la località di Cella, nei pressi di Varzi (valle Staffora), facente parte delle terre dipendenti dal monastero di Bobbio.

Con l'avvento dei Franchi e la caduta di Pavia nel 774, cominciò a scemare l'autonomia amministrativa del monastero di Bobbio che diviene un feudo imperiale a tutti gli effetti perdendo la sua indipendenza decisionale nella nomina dell'abate. Tuttavia per tutto il secolo 9' il monastero conobbe ancora una fase di prosperità con gli abati Wala, cugino e consigliere di Carlo Magno, e successivamente Agilulfo, di origine longobarda, sotto il cui abbaziato lo scrittoio di Bobbio produce importanti codici come il Glossarium Bobiense.

Paolo Ferrari Magà

 


Dalla preistoria all'età colombaniana = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/colombano.htm> : 2004.12 - 2008.10 -