Dove comincia l'Appennino

La parola calma

Tra Pobbio Superiore e Cremonte: i percorsi di vita di Cornelia Bisio e Costantino Ottone


Nelle pagine elettroniche di questo sito Web sono più volte comparsi elaborati dedicati a testimonianze dirette di abitanti delle valli. La narrazione che segue è incentrata su due testimoni, madre e figlio, la cui memoria orale, separata dallo spazio di una generazione, è particolarmente favorita nelle interazioni tra le due parti dall'anomala, eccezionale, condizione di salute della signora Cornelia Bisio, insospettabile novantaseienne. Il testo presente sarà presto integrato dalla trascrizione degli appunti storico-aneddotici raccolti dallo stesso Costantino, appassionato cultore di storia locale che così si presenta, nell'introduzione al suo quaderno:

Io mi chiamo Ottone Costantino (Tino), sono nato il 2 febbraio 1945 in casa qua a Cremonte. Non so se tutto questo sarò capace, non possiedo titolo di studio, sono cresciuto e andato a scuola di qua. Il primo anno di scuola l'ho frequentato nel paese vicino, Rovello. Tutte le altre [classi] le ho frequentate nel capoluogo Cabella. Nel 1958 la RAI nei primi anni della sua storia introduce la trasmissione Telescuola. Il parroco di allora, don Filippo Muzio fece tesoro di tutto questo e noi che dovevamo ripetere la 5a classe fino al compimento del 14° anno di età (dopo si poteva andare a lavorare) abbiamo così frequentato, io e altri ragazzi del capoluogo, e abbiamo così acquisito il diploma di avviamento professionale; l'esame per tutto questo lo abbiamo fatto nella scuola di Stato ad Arquata Scrivia dove vi era la scuola e oggi c'è l'oratorio San Giovanni Bosco.

Se la autopresentazione di Costantino ci restituisce il faticoso processo di emancipazione culturale dei giovani cresciuti nell'immediato Dopoguerra, la gittata a ritroso dei ricordi di Cornelia ci proietta con limpida naturalezza in una civiltà pre-moderna che è quella dei villaggi d'altura, ma prossimi ai centri di fondovalle, in particolare al capoluogo Cabella Ligure, che rappresenta, per molti aspetti, sulla direttrice dell'asta fluviale del Borbera, una soglia tra due diverse, quanto prossime, realtà sociali: da una parte il capoluogo, un mondo già montanaro, però caratterizzato da forme di complessità socio-economica e politico-amministrativa che rimandano ai modelli abitativi della collina e della pianura; dall'altra il mondo senza strade delle alte valli, con i suoi arcaismi tecnologici, sociali, rituali, le sue forme di autogestione consuetudinaria: non un mondo a parte, intendiamoci, ma sicuramente diversamente caratterizzato da forme di adattamento ad un ambiente di risorse tanto più ridotte quanto più acclive nei suoi versanti; un mondo che, storicamente e fino al recente passato ancora contadino, dovette misurarsi, non tanto con l'isolamento (concetto che è più una proiezione contemporanea su di una realtà che va contestualizzata e relativizzata al mondo circostante di quei tempi) quanto con la distanza e soprattutto la temporalità degli spostamenti di uomini e di merci (per pedes o al passo lento della soma), tale da quasi accomunare, in percezione di vissuto, il viaggio stagionale nelle pianure del Vercellese e della Lomellina al gran salto dell'emigrante di là dell'oceano.

Questo lo sfondo, questa la materia della narrazione, due le polarità sulle quali si innerva la vicenda, di vissuto e di memoria, di cui si dirà. Due abitati, l'uno all'altro bene in vista. Pobbio Superiore, paese nativo di Cornelia, a 1132 metri sul livello del mare, uno degli insediamenti più alti della val Borbera, alle pendici vaste ed erbose del monte Ebro che tanti paesi raccorda intorno ai suoi pascoli, alle sue innervature di coste, altrettante vie di transito, su e giù dall'abitato ai pascoli sommitali, ma anche oltre e via lontano, verso le pianure della monda e della pila, la Lombardia, il Vercellese. Pobbio Superiore, esposto a sud, in posizione dominante e difensiva, ma non tale forse da alludere a una primaria funzione in tal senso.

Piuttosto, e nel nome ve n'è traccia, insediamento di poche case, ma antico, forse in origine cella monastica emanazione del celeberrimo monastero del gran santo irlandese, nella valle del Trebbia. Con il suo mito storico di delocalizzazione, la consueta frana, ancora indicata dagli anziani, che indusse a rifondare l'insediamento nell'attuale ubicazione, lasciando quell'ombra storico-mitologica di un misterioso altrove, fonte di carisma autorappresentativo per una comunità, come tutte, bisognosa di immaginarsi, e fondarsi, in alterità di luoghi e vaghezza di tempi.

Di fronte, dalla parte opposta del Borbera, che a questa altezza ha scavato ampio letto di detriti ghiaiosi, agevole via di percorrenza, prima, molto prima che rudimentali mulattiere, e poi la moderna viabilità, connotassero diversamente l'andare delle genti e con esso la percezione dei luoghi; di fronte, enucleato su di un rilievo aggettante, ben visibile quasi da ovunque d'intorno, Cremonte (che sarà poi Chiaromonte?), esso sì, sulla difensiva, esso sì, come si suol dire, nido d'aquila d'uomini in anteriorità di storia documentaria, ormai quasi negletta, rispetto al sottostante capoluogo, la Cà bella, fiorita nel tempo di quella riconfigurazione degli ordinamenti feudali, quel tempo, lo stesso, che vide lentamente deperire il castello di Roccaforte e disegnarsi prestigioso di nuovo orgoglio e nuovo potere il palazzo Spinola di Rocchetta.

Pobbio Superiore è il luogo di nascita di Cornelia; Cremonte il paese dove trascorse tutta la sua vita da maritata fino agli anni sessanta, quando si trasferì ad Arquata, a vivere da sola fino a pochi anni or sono, seppure sempre con la affettuosa vigile presenza dei famigliari.

Cremonte è il paese nativo del figlio di Cornelia, Costantino Ottone, appassionato cultore di storia locale, autore di annotazioni e spunti storici tramandati che incontreremo in questo nostro breve viaggio nel cuore dell'incastellato villaggio, ma che più nel dettaglio tratteremo in una prossima pubblicazione.


Il flusso di memoria non segue un ordine cronologico, è quasi sempre così, in queste testimonianze, ed è giusto che sia così, perché c'è un senso (per quanto ci rimanga spesso oscuro) nel disporsi in una determinata successione, nel registro della narrazione, dei fatti sommessi richiamati alla luce delle parole. Molto spesso l'inizio è quel momento carico della valenza di un passaggio di soglia, per la gioventù che si apprestava ad avventurarsi nel mondo di fuori della chiostra dei monti familiari: l'emigrazione stagionale, il viaggio e l'abitare per trenta o quaranta giorni quelle diverse fatiche, quella strana dipendenza da qualcun'altro che non era un'autorità famigliare, proiettati in un sistema di rapporti sociali ed economici distanti tanto quanto diversi erano quegli orizzonti appiattiti su albe e tramonti, scanditi dalla regolarità ritmica di filari d'alberi tutti uguali, risultato di un diverso progetto di vita sociale e dei nuovi equilibri politici instauratisi con il regime fascista, per il quale le conquiste ottenute dalle lotte delle precedenti generazioni di contadini diventavano argomento di consenso popolare o mitigazione di quella conflittualità che il mondo agrario della pianura non cessò di alimentare contro il nuovo regime dittatoriale.

Per le giovani montanare, e per le più anziane, era naturale interpretare sentimentalmente alcuni miglioramenti delle più dure condizioni lavorative del passato come una sorta di simpatia del carismatico dittatore nei confronti di quella categoria di lavoratrici già allora al centro di un immaginario e di una retorica popolare ben lungi dal restituire la perdurante realtà di sofferenze e iniquità, che pure traspare dal racconto stesso di Cornelia.

La mia generazione andavamo alla monda a fine maggio, primi di giugno, e a ottobre si andava a tagliare e trebbiare il riso, che andava a finire al seccatoio, che poi diventava bianco, non c'era più che andavano giù d'inverno per fare il riso bianco. Poi si tornava a casa per andare al pascolo, ci portavamo dietro da mangiare, all'ombra, dove si va su quella costa dell'Ebro, c'era di Pobbio, di Piuzzo, di Figino, poi, dopo lo sfalcio, il pascolo era libero e si lasciavano le bestie... Quando ero ancora ragazza che è venuto Mussolini in Alessandria, siamo andati un po' di ragazze a vedere 'sto Mussolini, perché lui un po' le proteggeva le mondine, perché prima, quando ci andavano le mie sorelle, facevano dal mattino fino alla sera, invece quando andavo io aveva giù messo le otto ore e siamo andate là e ci diciamo: "vogliamo cantare una canzone, cantiamo la canzone delle risaie!", "Bene, bene". Allora abbiamo cantato "Sciur padron dalle belle braghe bianche | fora le palanche...": beh, ci ha regalato un fazzoletto con scritto "Massaie rurali", c'erano tanti che dicevano "quelle lì a casa non ci vanno più perché le vanno a prendere in Alessandria, in galera tutte", invece ci ha regalato quell'affare lì perché alle mondine ci teneva; prima c'era sempre riso da mangiare, mezzogiorno e sera, poi hanno messo un po' di pasta, se penso con quei caldi, quarantacinque giorni in quell'acqua, qualcuna crollava nell'acqua, avevano un'infermeria che quando una non stava bene la portavano in infermeria poi facevano venire il dottore. A Mirabella, c'era la Candida, la Margherita, la Tognina, non è che c'eravamo solo noi alessandrini, c'era la squadra di Piacenza, Reggio Emilia, magari eravamo tre squadre in una cascina e poi all'autunno andavamo a tagliare il riso, era brutto, perché è una paglia che taglia le mani, al mattino per lavarsi le mani non potevi più allungare la mano, e con quei ciabotti di legno con il buco, e ci mettevamo il piede con un po' di paglia, andavamo con quegli affari lì.


Ma presto la memoria si volge più indietro, e sono ricordi di bambina, quelli anche di privazioni, delle violenze psicologiche e fisiche che nel mondo contadino davano vita a una sorta di guerra contro l'infanzia, guerra difensiva contro quella forza eversiva, minacciosa, non ancora ridotta nei ruoli sociali funzionali agli equilibri e alla coesione ordinata della comunità. Come quel furto di uova, prova di lestezza certamente suscitata da un bisogno quasi estremo, tanto che il colpo di mano viene presto scoperto soltanto nel vedere quei bambini rinvigorire in maniera inusuale.

Mia mamma quando facevano il raccolto delle patate, le patatine piccole le metteva da una parte per le galline, al mattino faceva una pentola di quelle patatine lì e allora quando ci alzavamo, noi eravamo in sette, ma le altre erano già un po' a posto, c'eravamo io e due fratelli, ci alzavamo e "cosa mangio?", e mia mamma diceva: "cosa vuoi mangiare? mangia gli articiò!" E adesso ho capito cosa sono: i carciofi, e nemmeno mi piacciono, il sale fine non so se non c'era o non lo compravano, ma noi dovevamo sempre pestare quel sale, pelare quelle patatine e passarle nel sale. Poi dopo venivano le castagne, a Pobbio avevamo qualche bosco, ma andavamo nei boschi di Figino, la buschina ad Figin, a Pobbio erano tutti faggi, castagne giù verso Figino o nella Liassa, in quel di Teo. Mio papà aveva un bosco e quando aveva finito tutta la gente di raccogliere le sue castagne noi andavamo a raspusò [spigolare], si andava a vedere se erano rimaste ancora un po' di castagne. Quando eravamo bambini, tutti avevamo le uova, però non sapevamo che gusto ha un uovo perché si vendevano, e c'era uno un po' spericolato, svelto, e c'era una donna un po' vecchia, andava a dar da mangiare alle galline e quando quella apriva le porte del pollaio lui andava dentro e di uova non ne lasciava, poi andavamo sotto una cascina ci facevamo un buco e si beveva. Poi il problema è che i genitori si sono accorti che i ragazzi si sono messi a stare bene, le patate non facevano venire grasso e allora poi ci hanno beccato, ma quando ci beccavano ci davano delle bastonate, ma se un'altra donna mi picchiava, mia mamma non andava a protestare, ma poi noi andavamo a scuola con quella bacchetta lunga e la maestra da seduta arrivava a darti una botta. (Cornelia)

Una violenza quotidiana che andava ad aggiungere ingiustizia a quell'uso, forse residuo feudale, di elargire al prete parte del sudato raccolto, atto dovuto per antica e superstiziosa consuetudine, ma che, forse, nelle frazioni lontane dalla sede parrocchiale sarà stato accettato più a fatica rispetto a quei paesi che riconoscevano nella presenza stabile del parroco il vantaggio di una fruizione certa e tempestiva dei sacramenti.

E qualche volta i bambini cercavano di meritarsi veramente la durezza di quei trattamenti, rispondendo con azioni di guerriglia contro il mondo avverso degli adulti.

Ogni paese doveva dare al prete, c'erano le misure che noi si misurava il grano, e ogni famiglia, finito di trebbiare il grano, prima che venisse l'inverno sto prete veniva su con i suoi uomini da Cabella e girava tutta la parrocchia e raccoglieva il grano. Il prete che mi ha battezzato si chiamava Torre Paolo, ci dava delle sberle in chiesa..., magari faceva il catechismo .. se te eri il primo del banco ti dava una sberla che per mezz'ora ... se poi andavi a casa e lo dicevi ai genitori era perché te le meritavi. Quando è venuto quello lì avevamo 'sti banchi con i calamai con l'inchiostro, lui aveva una riga lunga così e noi le mani sul banco e lui con quella riga tàcchet!, quell'inchiosto saltava dappertutto, perché allora picchiare sembrava che i bambini stessero più attenti, invece li odiavi, poi piano piano ci facevamo li scherzi di nascosto, una volta gli abbiamo fatto un lasso come si faceva alla lepre e si è inciampato, era di notte: ci vendicavamo... (Cornelia)

In tanta durezza, il tempo santo del carnevale (seconda vita del popolo, secondo la definizione di Michail Bachtin) non era solo sfogo di tensioni sociali, ma anche ricomposizione di un equilibrio esistenziale, armonizzazione di vissuti individuali e collettivi all'interno della grande contesa per conferire un senso al proprio orizzonte di vita, nella forma, pervasiva ed eterna, della festa calendariale. Lontani dal mondo, certo, cioé dai paesi più vicini che erano mondo a sé bastante, ma non tanto da impedire che la volontà di spezzare il tempo duro del lavoro e dei quotidiani doveri superasse distanze su sentieri innevati, sfidando di nuovo rudezze e iniquità sociali per un ballo di carnevale o una messa di Natale. E poi anche quel Luigi dalla lunga barba bianca e dalle mani come tenaglie se ne sarà fatta una ragione, i tempi stavano cambiando.

Carnevale io ero a Pobbio e si pensava di ballare, c'erano quelli che facevano la mascherate, quelli di Cabella, e a suonare, ai tempi che io avrò avuto 16 o 17 anni, c'era Cucco di Selvagnassi che i suoi figli sono Mauro e..., lui suonava la fisarmonica abbastanza già bene, noi abbiamo imparato sotto lui a ballare perché veniva sempre a Pobbio, c'erano anche i coscritti, allora Mario di Cosola, Anacleto, Giulin, partivano da Cosola, passavano sotto Montebro, venivano a ballare a Pobbio. Era tutto quello che avevamo, a carnevale si ballava due o tre giorni, però a pensare adesso e a pensare a quei giorni, eravamo proprio lontano dal mondo perché a Pobbio non c'è un paese che dici "faccio un quarto d'ora vado in quel paese": lì: andare a Volpara un'ora e mezza, a Piuzzo altrettanto, venire a Cabella c'è dieci chilometri, eppure tanto alla domenica che a Natale alla messa di mezzanotte, che c'era così tanta neve, era un divertimento, poi quando andavamo a Cabella a messa si andava un po' sulle panche o sulla sedia, ma poi passava quel Luigi con quella barba bianca lunga così e non avevi due centesimi da pagare la sedia e allora ti prendeva per le orecchie e ti diceva "va' a sederti sul pavimento!"... perché bisognava pagare la messa, poi è venuto l'ultimo prete che c'è stato e ha tolto tutto: le panche sono di tutti. (Cornelia)

Da Pobbio a Cremonte, il passaggio avrà comportato adattamenti, nuove opportunità e rinuncie. Nell'insieme però Cornelia non rimpiange di aver lasciato il paese nativo che ogni giorno, comunque, le ricordava quel suo percorso, così breve in fondo, ai nostri occhi, ma così denso di problematicità, così suscitatore di nuovi diversi lavori o modi di fare nella campagna arcaica dei mille gesti minimi ma essenziali; e nuove sensazioni e sapori, nuove prospettive, rapporti e sguardi sulla valle d'intorno, sugli uomini e le direzioni dei loro cammini e delle loro fatiche.

A Pobbio c'era grano, patate, melighe, frutta non ce n'era, le castagne qualche bosco, ma in quello di Figino altrimenti si aspettava a spigolare un po' in quello di Teo o Figino, per mangiare noi, invece quelli lì [quelli di Teo e Figino] le vendevano, tanti le facevano seccare per farle venire bianche, avevano una resa, noi andavamo a cercarle per mangiare così. A Cremonte avevamo invece i boschi, andavamo a raccogliere le castagne già con i buoi e quando avevamo fatto un sacco andavamo giù, c'era la strada che andava a Rosano perché a Rosano c'erano quelli che ritiravano la castagna bella verde così e poi c'era qualcuno che li faceva seccare, c'era uno che aveva l'abergu e ne facevamo seccare un po' anche noi. A Cremonte gente ce n'era poca invece a Pobbio sono stati tutti lì e erano famiglie numerose, noi eravamo sette, i più tanti erano sei o sette in casa, terreno non è che ce n'era tanto a Cremonte, c'è tanto terreno brutto per lavorare, lavorare a Pobbio e Cremonte, a Pobbio era da signori, perché era un posto più piano, invece a Cremonte si doveva partire da Cremonte che era in alto e andare giù fino a Cabella, perché i terreni erano tutti sotto Cremonte. (Cornelia)

Non sono certo da poco, nel brano sopra riferito, le differenze che risultano nella vita sociale ed economica dei due paesi intorno ai quali si è dipanata l'esistenza montanara di Cornelia.

Una sola civiltà montanara d'Appennino, ma di qua e di là dai versanti, e per le diversità della morfologia, ecco, a Pobbio, una comunità che non faceva più di tanto affidamento sul grande alimento del mondo montanaro, la castagna, impostando la propria dieta sui prodotti dei campi: grano, patate, meliga, mentre il pane dei poveri era spigolatura marginale (per quanto qualcosa possa essere marginale in una dieta di sussistenza) per un consumo immediato e integrativo, nei boschi dei territori confinanti di Teo e Figino, che invece fornivano un raccolto da vendere verde oppure essiccato nei metati (aberghi, oberghi). Situazione che Cornelia troverà a Cremonte, di là dell'acqua del Borbera, con boschi redditizi, il sistema dell'abergu, il trasporto e la vendita del prodotto. Una risorsa che andava forse a compensare gli svantaggi di una posizione dell'abitato che, sovrastando i coltivi, costringeva alla supplementare fatica del dislivello da percorrere quotidianamente per recarsi sui campi e farne ritorno (con addosso la fatica di una giornata di lavoro).

Eppure, nell'insieme, il confronto tra i due sistemi economici e lavorativi, tra il livello di benessere di Pobbio e Cremonte, nell'opinione di Cornelia, certo condizionata dalla propria personale esperienza, ma non per questo priva di importanza per una valutazione storicamente significativa, fa pendere il piatto della bilancia a favore dell'arroccato borgo sulla sinistra orografica del Borbera

Da Cremonte sono andati via, però Cremonte era un paese ricco come roba perché c'era di tutto. Quando ci sono andata io a Cremonte c'era quattro famiglie forti che promettevano qualcosa nel tempo, poi due famiglie che si vedeva andavano perse, però c'era di tutto, tante mele a Cremonte che non le dico, che quelli di Rosano con le mule venivano a caricarle, tutte mele carle, e si vendeva tutto, invece a Pobbio non c'era neanche una mela da mangiare. Cremonte era faticoso ma come roba potevi vivere bene. (Cornelia)

Ma certo non di solo pane si vive, e i ricordi di Cornelia ci consentono di evidenziare una realtà assai comune, e forse sottovalutata nella sua rilevanza psicologica e sociologica: quella dell'aspirazione delusa verso un'emancipazione culturale attraverso l'istruzione, aspirazione che così sovente si infrangeva contro le durezze dei doveri lavorativi, le consuetudini familiari e comunitarie fortemente radicate in una realtà sociale organizzata principalmente in funzione della risposta a bisogni fondamentali.

Quando sono andata a scuola da questo uomo avrò già avuto 11 o 12 anni, capivo già le cose... A Dova c'era la scuola, c'era il prete, io andavo sempre un po' a curiosare dal prete e ci dicevo: "c'era la scuola, ma non mi ci hanno mandato", quaderni non me ne davano, e allora lui mi prendeva una matita, un foglio di carta, ci scriveva qualcosa e poi mi diceva: "vai a casa, scrivi così". La prima cosa mi ha fatto fare le aste: "fai tutta questa riga", poi l'indomani andavo là, la scuola non la contavano e allora cosa facevi a casa a sette anni? Mi davano la roba da andare a lavare alla fontana, io non ci arrivavo, mi hanno fatto uno sgabello per arrivare nell'acqua e allora c'era gente brava e tutte queste donne venivano, mi aiutavano, che poi c'era un ragazzo che era tanto bravo e io volevo andare al pascolo con lui che andava sempre al pascolo con quel libro, io non so che pagherei per esser padrona di quel libro, e gli dicevo: "Marino, posso venire al pascolo con te?" e un po' giocavamo con quei sassetti rotondi, ma poi mi diceva: "lo sai che io ho da leggere?", e io gli dicevo: "ma perché non mi porti un libro che posso leggere anch'io che a scuola non mi ci mandano?", e lui mi diceva che quel libro io non potevo leggerlo e allora gli dicevo: "ma portamene un altro", e sono andata avanti così che poi lui si è fatto prete, don Marino, poi l'ho trovato qualche volta al cimitero a Cabella, erano Bava, è stato l'ultimo prete di Sant'Agata, è stato tanto a Figino perché c'era un suo zio che faceva il prete, quando è morto lo ha sostituito e io avevo una sorella a Figino e quando andavo a trovarla lo vedevo e mi diceva: "Cornelia che bei tempi abbiamo passato quando si andava al pascolo e te ce l'hai sempre quel mio libro?" E don Marino mi è rimasto proprio nel cuore, era bravo ... altrimenti ho fatto una vita non di rose e fiori. (Cornelia)

Precarietà culturale, conseguenza dell'assenza di un accesso minimo all'istruzione scolastica, ma in questo vuoto, non lo si dimentichi, aleggiava il grande patrimonio del sapere contadino tradizionale, nei confronti del quale sarà bene evitare ogni sommaria valutazione, in senso mitizzante, certo, ma anche di una superficiale condanna o, peggio, sottovalutazione, e gli episodi che seguono ci dicono di diversi esiti e giudizi su quelle pratiche che ancora oggi sfuggono all'ufficialità paludata della scienza medica dominante.

Io ero già qui a Cremonte e una volta avevo mal di denti che non ne potevo più e a Cabella non c'era il ponte per passare e c'era l'acqua grossa. A Cerendero c'era uno che faceva il contadino, ma aveva i ferri, e allora vado a casa sua e c'è la moglie e le chiedo: "Giovanni non è in casa?", e lei mi dice: "è giù verso Gordena che pota la vite", e allora mi ha dato un sacchetto con dentro i ferri, e sono andata giù da quello là e l'ho chiamato: "Giuanen, ho mal di denti!", "e vieni giù lesta che te lo ranco", e mi ha fatto andare giù, mi ha fatto sedere, poi ha fatto un po' così con le mani e tac! "guarda il tuo dente", poi mi ha dato un po' di vino da risciaquare e alla fine avrò bevuto mezza bottiglia di vino, e poi sono venuta a casa. (Cornelia)

A Rovello uno che era nato nel 1860, Luizu, non sapeva né leggere né scrivere, aveva una buona dialettica perché raccontava le storielle, qua tutti andavano ai risi perché era sopravvivenza, prendevano un po' di soldi e un po' di riso per l'inverno, dopo i risi partivano gli uomini e ci stavano fino a primavera alla pila, a fare il riso bianco. Quel signore lì non sapeva né leggere né scrivere, raccontava che quando andava fare la pilatura, d'inverno, dove c'era la roggia che portava l'acqua nei risi, la chiamavano la gabò, lui intanto che aspettava, lì ci sono delle erbe che andavano negli occhi delle bestie, qualcuna anche negli occhi della gente e tendono a andare all'interno, lui te li segnava, un signore di Rovello che aveva nell'orecchio un'erba di quella lì è andato dal dottore a Cabella, ha fatto tutto quello che poteva, ma non è riuscito a fare niente, allora la gente quando passava in piazza, chi passava aveva un problema, veniva per qualche motivo, a comprare qualcosa, gli hanno chiesto e ha detto: "sono venuto dal medico perché la mia donna ha preso una busca in un orecchio e non è riuscito a tirarla via", e gli hanno detto: "sta a sentire, passa da Cremonte, vai da Luizu e gli dici che sei andato dal medico e hai avuto questa busca nell'orecchia", allora è partito, è venuto su, è andato lì: "sta a sentire, te lo faccio subito, ricorda un affare, domani mattina se non fosse venuto via vieni ancora, ma penso che non ci sarà bisogno". Allora lo ha segnato, che non si sa cosa ha fatto, li tramandavano a qualcuno di fidato, è partito da Cremonte, prima di arrivare al passo per scendere a Rovello 'sta donna si sente un affare in un orecchio che le dà fastidio, il marito lo prende con le mani e lo tira fuori. (Costantino)

Una volta tutti segnavano le storte, il male bruciato, scottature, non tanto del fuoco, ma dell'acqua calda bollita, fatta per le mucche, però la scottatura segnata non ci rimane il segno, curata ci rimane il segno. (Costantino)

Una volta l'ho portato a Pobbio a San Pietro perché mia mamma era morta, c'era mio padre con 'sti due figli e sono andata su a San Pietro e l'indomani ho fatto un po' di brodo di gallina, 'sto figlio ha preso 'sto mestolo e ha tirato su il brodo e si è bruciato tutto, aveva il vestito tutto attaccato, allora a Pobbio c'era già la strada, c'era gente con le macchine, si sono fatti portare fino a Cabella, e da lì a Cremonte, e poi ho chiamato quell'uomo, ce l'ha segnato, da qui e tutto giù, e in un attimo è guarito. Si faceva vedere, ma non so cosa diceva. (Cornelia)

Un'altra volta andavo a prendere l'acqua laggiù, in spalla, c'era un uomo anziano, si chiamava Cichen, poi per tirare su il secchiello si metteva un piede sul trogolo, e mi sono accorto che avevo delle gambe grosse così e non potevo camminare, e allora lui è venuto a casa a chiamare gli uomini che mi venissero a prendere e allora mio marito mi ha portato a Cabella con i buoi e la benna e il dottore ci dice: "guarda, il primo lo puoi tenere a casa, ma il piccolino lo dovrai portare a Pobbio perché ce n'è uno a Mongiadino che non sono riuscito a guarire". E cosa facciamo? Siamo usciti che piangevamo tutti e due, poi in piazza abbiamo trovato uno che lo chiamavano il Manente, era amico con mio marito e mi ha detto: "può darsi che se parli trovi un aiuto", e lui gli ha detto: "guarda, ti dico io dove devi andare, portalo ai piani di Celio", c'era una donna, passato il Borbera c'erano tuti gli uomini che mettevano la luce e lui ha lasciato i buoi lì, tutti 'sti uomini in spalla mi hanno portato da 'sta donna e lei bella tranquilla faceva i suoi lavori e diceva: "sta' lì tranquilla che tanto io faccio da mangiare che è quasi mezzogiorno, ma voglio fare la polenta oggi, la mangi?" "sì", e loro con mio marito si sono messi tutti a tavola e mi ha detto: "te a tavola non ti ci metto", mi ha seduto su una sedia con il piatto in mano così, poi io ho visto che mangiavo questa polenta che mancava dal piatto, ma forse era la mia idea, e allora mi ha detto: "ne vuoi ancora?", me ne ha data un'altra fetta e ho mangiato anche quella lì, poi mi ha fatto coricare un po', mi ha segnato, mi ha tolto la vera e poi lei mi ha detto che è una furia di sangue, io avevo i bambini piccoli, non ho dato latte, si vede che quel latte lì... e mi ha detto: "adesso ti alzi", mi ha dato qualcosa, le mie gambe sono venute di nuovo normali, così sono partita di nuovo, sullo stradone abbiamo incontrato il dottore Garibaldi che passava con la moto, e poi dopo, la domenica che poi siamo arrivati a Cabella, che abbiamo portato un po' di roba a macinare, io sono venuta su a piedi, sono arrivata lì, ho chiamato quelli che mi hanno caricato in quella benna, "Armando, Zita! sono arrivata!", io non ho più sofferto niente, poi il dottore mi ha chiamato, sono andata là, mi ha chiesto: "sei andata ai Piani, eh?" "Eh, sciur Manlio, io credevo di morire, se lei mi dice che non guarisce..." "Hai ragione, io credevo che era un caso come quello di Mongiardino, invece la tua era una cosa diversa, hai fatto bene a andare là..." (Cornelia)

Medicina popolare versus scienza medica, ma senza particolari tensioni tra i rappresentanti delle due sfere di sapere, anzi, con il medico che sembra ammettere implicitamente di aver sbagliato diagnosi, capisce subito che la guarigione della giovane donna ha a che fare con la curatrice di Piani di Celio, e addirittura esprime alla paziente la sua approvazione per essersi rivolta a quella. Forse echi di un mondo antico nel quale non v'era poi quella grande distanza o conflitto tra la medicina delle università e quella dell'empirismo contadino?

Ma fermiamoci a questa suggestiva ipotesi, intanto che all'orizzonte si profila, nella narrazione di Cornelia, quel tempo di lacerazione esistenziale nello scorrere delle strutture di lunga durata, economiche, sociali, rituali, del mondo contadino: quei brevi, feroci anni che misero a dura prova le capacità di adattamento delle popolazioni montanare di queste valli e che Cornelia ricorda bene.

Tra i pericoli e le tragedie, si colloca quel passaggio di soglia che fu il matrimonio, nell'anno di guerra 1944, con il trasferimento da Pobbio Superiore a Cremonte, e ancora viva in memoria l'eco dei suoni di due dei più prestigiosi suonatori della val Borbera, il clarinettista Giovanni Burrone e il fisarmonicista (allora diciottenne) Luciano Burrone. Del suo matrimonio Cornelia ha voluto condividere con noi la bellissima, corale fotografia, che ritrae certo un momento, ma anche tutto un mondo e tutto un tempo che in quello si rispecchia.

Il fotografo era di Guazzolo, era anziano, è venuto quando mi sono sposata, eravamo seduti lì, "fa' la faccia bella, fa' un po' il sorriso", io sto seria come sono, non parlo né rido, come si chiamava?, non mi ricordo, Mario .... (Cornelia)


La parola calma

Anni di guerra alle spalle, Alessandro Ottone, il marito di Cornelia, ritroverà tra i vicoli del suo paese quella violenza sperimentata nelle terre lontane, dalla quale riuscì sempre a tenersi lontano, ad obiettare in coscienza l'assurdità di ogni atto volto alla morte di un prossimo, quale fosse il colore della sua divisa. Principio arrischiato, che però non potette fare a meno di ribadire di fronte a quegli uomini che il destino volle portassero altra morte davanti ai suoi occhi illusi di una pace ritrovata, nel grembo della sua comunità, a fianco della sua sposa.

Quando c'è stato l'armistizio che poi è venuto a casa dal Montenegro, allora 'sti due vecchi sono stati tanti mesi senza sapere notizie. Nel periodo della guerra, che passava tutta 'sta gente, hanno trovato mio marito "camerata, camerata!", gli hanno messo uno zaino in spalla, poi hanno traversato il Sisola e c'era un poverino e lì c'era un ponte, è andato sotto quel ponte, ma lo hanno visto e ci hanno sparato, lo hanno ucciso, mio marito con quello zaino in spalla ha tolto lo zaino per il nervoso, lo ha messo per terra e quello là gli ha detto: "oh! se non metti su lo zaino...", e ci ha picchiato nella spalla, e lui gli ha detto: "io ho fatto il Montenegro, non ho mai ucciso una persona, se ben mi venivano a tiro, andavo da un'altra parte, neanche un gatto", e loro non capivano, poi hanno preso l'interprete e si sono fatti spiegare, e allora lui ci ha detto: "io questo non lo avrei fatto, è andato a nascondersi, potevate lasciarlo stare", poi li ha dovuti accompagnare fino a Roccaforte e là ne hanno presi altri, lui lo hanno mandato a casa, e mano mano che arrivavano in un paese loro prendevano uno, si facevano portare nel paese successivo. (Cornelia)

Non ci è dato sapere quale traccia possa aver lasciato negli animi induriti di quei soldati la lezione morale e il coraggio di Alessandro Ottone, quel suo rischiare una vita in fondo appena risorta dal limbo della guerra, appena dischiusa sul futuro, ma certo l'alta dignità di quest'uomo ci dice di un modo di stare di fronte all'estraneità ideale di quella violenza che altre volte abbiamo incontrato, un cercare nel pericolo la salvezza, senza la mediazione, più frequente, dell'astuzia, che ritroviamo invece nell'episodio che segue, che ci ricorda la vasta aneddotica di furbizie montanare, divenuta un po' di genere, ma qui reale e fatale, finalizzata di nuovo ad una salvezza di vita e di coscienza, che sarà poi senso di rivalsa contro la soverchiante brutalità di una storia diversa.

Noi qua facevamo un po' di vino, quello che si poteva, per la famiglia, e il nonno era birbo, faceva anche un po' di vinello, che in inverno aveva un po' di quel sapore... arrivano loro: "da bere! da bere!", è andato giù, "volete bere? vado a prenderlo", perché lui aveva la parola calma, lui ha preso un po' di vinello e poi tenevano sempre un po' di aceto, vino avariato da condire, e gliene mette un po', arriva in casa e allora dicono: "bevi, bevi te prima!" e lui gli ha vuotato da bere, "se ne volete ancora ne ho ancora giù", e ha preso e ha bevuto e allora hanno bevuto anche gli altri, un gusto pestifero, gli hanno detto: "nonno, non bere questa roba qua, morire!" (Costantino)

Davvero un difficile equilibrio di fattori per averla vinta in quel confronto, per riuscire a non suscitare l'ira degli indesiderati ospiti, persuadendoli della propria buona fede, muovendoli quasi a compassione per quel liquido dal sapore pestifero al quale il vecchio sarà stato avvezzo perchè poi a quei tempi si beveva un po' quello che si poteva. E tanto avrà giocato, nella tempesta di bisogni, passioni, paure e violenza, quella pacatezza di vecchio contadino, quella sua pacificante parola calma.

E se, il più delle volte, la volontà compassionevole sarà una forza vana contro la determinazione alla violenza, mai mancò, da parte di un popolo concorde, il pietoso gesto della ricomposizione dei resti della sconosciuta vittima.

Venivano da Arquata, poi passavano da Grondona, Roccaforte, una volta ero sulla porta, sono passati, c'era uno con le mani legate dietro, senza scarpe, io ero sulla porta, ho detto: "oh Dio, lo fate andare senza scarpe?", uno è venuto indietro due passi, mi ha detto: "perché? vuol farlo anche lei?", "io no, però un paio di scarpe ce le avrei da dargli". Lo hanno portato giù, c'era un ponte, l'hanno buttato là, lo hanno sparato, lo hanno ucciso là. Poi questi di Cremonte, quando quelli se ne sono andati, hanno fatto una scala di quelle che si prendono le mele e lo hanno portato al cimitero, avevo lui che avrà avuto un mese.

Episodi che la storia vorrebbe relegare in lontananza di tempo, ma che i luoghi ci ravvicinano essendo sovente, quello della memoria e del racconto di oggi, lo stesso in cui si svolsero i fatti rievocati. Nel seguente, l'ingegno contadino esercitato nella conservazione estrema anche della più esile risorsa avrà la meglio sulla cupidigia degli intrusi.

Questa casa era divisa, di là c'era la cucina e qui un po' di saletta, una sera sono arrivati su 'sti tedeschi e si sono fermati qui e hanno detto che quelli che comandano bisogna dargli il letto, ce ne avevo quattordici in casa, hanno girato tutto il paese a prendere il latte, poi sono venuti qui e mangiavano e bevevano, noi quella credenza lì era in questa stanza, nel primo comparto, mia suocera ci metteva un giornale che magari aveva qualche soldo e ce li infilava dentro, c'erano quei 500 lire grosse, hanno trovato uova e tutto, ma quei soldi non li hanno trovati.

Episodi che raramente gli anziani informatori sanno collocare con precisione nell'arco di quegli anni drammatici, mentre per quello che segue il riferimeno cronologico è certo (anche se il ricordo ravvicina la settembrina raccolta di nocciole e il fatto di guerra avvenuto alla metà del mese di dicembre) e si tratta di un fatto, di cui altrove abbiamo raccolto varia testimonianza, che lasciò nella memoria locale profonda impressione. L'attacco che il 15 dicembre 1944 soprese Giuseppe Salvarezza "Pinan" e i suoi uomini del distretto Franchi del battaglione Oreste nei loro rifugi nei pressi di Rovello di Mongiardino, fatto tragico oggi ricordato da una targa dell'ANPI della val Borbera apposta al di sopra della fontana della minuscola frazione.

Ero lì che prendevo queste ramaglie, mi sento battere nella spalla, mi giro, vedo un uomo, tutte le nocciole sono andate per terra e lui si è inginocchiato, mi ha detto: "signora, non si spaventi, io non le faccio niente, la aiuto, ma mi faccia 'sto piacere", e io tremavo e allora ho detto: ammazzare non mi ammazzerà, "insomma mi avete spaventato, nelle mie condizioni", "ha ragione, ma sa noi qui non possiamo parlare", allora mi ha tirato su tutte le nocciole che io poi avrei vuotato in un sacco e lui ha preso il sacco, mi ha accompagnato fino alla strada buona per andare a casa, dove abbiamo la vasca dell'acqua, e si è raccomandato tanto di non dirlo neanche in casa e io gli ho detto: "stia tranquillo, dirò solo un Ave Maria al Signore, perché a me mi ha rispettata, e spero solo che le vada tutto bene", e sono venuta a casa, non ho detto niente, e poi dopo qualche giorno sono passati e allora abbiamo sentito tutti quei colpi e poi mio suocero è andato su, è andato a vedere, ed erano là tutti morti in quel buco... (Cornelia)

Allo stesso tragico episodio fa probabilmente riferimento anche il seguente episodio che vede ancora Alessandro e Cornelia farsi espressione di quella solidarietà contadina che ha consentito a tante persone, in quegli anni bui, di scampare ai pericoli mortali della guerra.

Noi avevamo una terra là, che c'era un buco che andava sempre la volpe e ci dico a mio papà: "va' che bel buco ha fatto la volpe, tutto pulito", e faccio così con la mano dentro al buco e mi vedo una mano che mi prende la mia, mi sono messa a urlare aiuto e poi c'erano dentro quelli lì nascosti che erano morti di fame, poi è venuto mio marito e ci ha detto: "venite fuori tranquilli che io la guerra l'ho fatta, avete fame?" "Abbiamo una fame da morire, ma non possiamo venire nel paese", e allora mio marito ci ha detto: "adesso state qui, io vado a casa, prendo un po' di pane e lo metto lì, poi io me ne vado", allora c'era gente da tutte le parti che lavorava, "e voi uno alla volta uscite e la sera passate alla fontana e vi fermate lì e io vengo e vi porto da mangiare", e poi una volta va là per portargli da mangiare e non c'erano più.

Incontri tra persone in fondo percosse dalle stesse paure, gli uni a coltivare il desiderio di un ritorno alla pace della famiglia e di una quotidianità finalmente libera da pericoli, gli altri a cercare nelle trame di ogni giornata la normalità di una vita di valori consuetudinari che appariva allora l'unica vera e possibile salvezza.

Da lì a pochi anni, placata la tempesta della guerra, una diversa violenza avrebbe strappato a quella normalità uomini e donne in cerca di nuovi possibili orizzonti esistenziali. Così la storia di vita di Cornelia e Costantino seguirà, nelle forme ogni volta diverse dei destini individuali, quella corrente invincibile, globale, che avrebbe trascinato verso le pianure e le città del nuovo sviluppo industriale anche le popolazioni montanare di questo Appennino, che pure resistettero per almeno vent'anni ancora alla lacerazione della seconda guerra mondiale, che andavano ad assommarsi ai traumi ancora vivi della precedente, di cui così poco si dice e si sa, per questo territorio.


Il problema era tornare indietro

E quell'altro fenomeno emblematico della modernità, innestato sulle strutture di lunga durata della civiltà contadina montanara, l'emigrazione oltre oceano, si rivelerà in fondo, come altrove già abbiamo osservato, funzione rivolta alla conservazione di quel mondo antico, quanto meno nei suoi termini generali, attraverso il ritorno, il reinvestimento dei guadagni nel paese d'origine, ma anche nelle forme di uno scampato pericolo dai rischi della guerra.

Le famiglie di qua, quelle che sono andate via ai primi del Novecento, alcune sono ritornate, altre no, ma quelle che non sono partite, come nucleo famigliare tanti ci hanno lasciato due o tre figli nella prima guerra, praticamente tante famiglie sono sopravvissute anche per l'emigrazione... (Costantino)

L'emigrazione oltre oceano è una storia nella storia di queste comunità, ne abbiamo parlato altrove, ed ogni paese potrebbe raccontare la propria senza temere che i tratti comuni ne offuscassero le specificità. Una storia che è anche intreccio di destini e di parentele, dispersi e riannodati in forme imprevedibili, spesso sfuggenti alle pur metodiche strategie di chi sceglieva quelle terre lontane quale meta di riscatto economico e sociale.

A Cremonte una famiglia erano diversi fratelli, sono andati quasi tutti in America, il problema era poi ritornare indietro e mettere a posto quello che c'era. Uno di loro è arrivato indietro e non ha più trovato niente da comprare perché quelli che erano tornati prima avevano comprato tutto quello che c'era da vendere. È partito da lì, è andato a finire dalle parti di Viguzzolo, e sono ancora là. Una signora di Viguzzolo è venuta a Cremonte e ha parlato con un signore qui che ha le mucche, il primo che ha incontrato, e quello gli ha detto: "sta' a sentire, il giorno della festa c'è qui tanta gente e puoi parlare con chi vuoi, ti raccontiamo quello che sappiamo". È ritornata, me l'ha presentata, io le ho raccontato quello che sapevo, una cosa invece l'ho scoperta di lei: 'sti fratelli di questo Cichen, solo la sorella è rimasta a Cremonte e si è sposata lì, è morta, ha lasciato dei figli, il marito si è risposato altre due volte perché anche la seconda moglie è morta, praticamente, quella signora là che era venuta a chiedere informazioni e questo qua con cui aveva parlato per primo erano cugini primi per via della madre, e non lo sanno, e io glielo racconterei più che volentieri. Comunque, il risultato è che quel signore lì, essendo ritornato dopo gli altri e non avendo niente da comprare, se ne è andato a malincuore però è stata la sua fortuna perché quelli che sono rimasti in paese a Cremonte hanno dovuto fare di nuovo gli emigranti, mentre quel signore si è fatto una famiglia in un paese vicino e la sua discendenza esiste ancora. (Costantino)

Abbiamo già rilevato, qui e altrove, come le due guerre mondiali e l'emigrazione oltreoceano possano considerarsi come snodi fondamentali nella storia di lunga durata della civiltà contadina di montagna, squarci di modernità che preludettero significativamente alla finale frattura dei decenni sessanta e settanta, quando si compiette quel processo di pressoché totale estinzione di quel mondo arcaico.

Noi siamo rimasti fino al '61, nel '61 strade ce n'erano ben poche, erano mulattiere, la strada attuale che sale da Cabella l'hanno fatta del '58 [50], il ponte della val Borbera, io ho 73 anni, li ho visti fare tutti, prima hanno fatto quelo di Cabella, poi quello delle bocche, poi quello di Rosano che era già stato costruito una volta. (Costantino)

Quelle strade, quei ponti, presto avvrebbero mostrato il loro volto effimero, o peggio, le vie per percorsi verso un altrove che, diversamente dalle lontane terre d'oltre oceano, non avrebbe generato dal suo interno possibilità di conservazione e rinnovamento di quel mondo antico e delle sue strutture secolari (millenarie, per certi aspetti) che si stavano sgretolando in tempi brevissimi (decenni, anni) se paragonati alla loro durata.

     

Oggi, sullo sfondo dei segni di un ritorno, che quasi si compongono in un nuovo flusso, tra i molti, opposti, di abbandono e popolamento, che conferirono a questo territorio tra mare e pianura, i suoi connotati storico-culturali, il valore documentario dei quaderni di Costantino Ottone, cui abbiamo fatto cenno all'inizio di questo lavoro, ci appare imprescindibile.

Sarà pertanto nostra cura presentarli a breve, nelle pagine di questo sito, a complemento dei contenuti di questi nostri incontri, ulteriore contributo a quella conoscenza-consapevolezza del territorio che — ne siamo persuasi — tanta parte ripone nella memoria dei testimoni del vissuto di queste valli, così vicino e così antico.

Paolo Ferrari Magà  



La parola calma = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/cremonte.htm> : 2018.10 -