Dove comincia l'Appennino

"Dei campi suoi cultor libero e lieto"

Una conversazione con Marco Guglielmone


Una conversazione con Marco Guglielmone, che è tornato a vivere nella sua casa di Mandirola, frazione di Mongiardino Ligure, luogo remoto cosparso di tracce di storia solo apparentemente distanti dal vissuto di chi lo ha abitato o ancora lo abita e spesso con questa storia ama "venire alle mani" come fosse (ed è) roba sua prima di finire nei sussidiari e nei saggi degli eruditi. Tra le case chiuse delle sparse frazioni, una voce ti chiama, uno sguardo ti studia e ti ritrovi dopo poco in una stanza rovente di legna a bere un bicchiere di vino in compagnia degli ultimi anziani abitanti che inseguono le loro memorie e fanno la conta dei malati e dei perduti. Però nei racconti di Marco, come in quelli di molti che hanno da sempre coltivato la loro storia in una narrazione commista di documento e leggenda, è come se palpiti una vita resistente, come una promessa oltre il tempo dell'abbandono, sulla trama di una sorridente natura tornata selvaggia, che non sempre copre come un sudario, ma a volte avvolge di mistero e dolcezza i luoghi e le trame delle vite di un tempo. A interloquire con Marco Guglielmone, due redattori di "Dove comincia l'Appennino", Paolo Ferrari e Fabio Paveto.


Marco: «...Anche vedere qua che proprio muore, ma non solo qua, anche la valle di là che sembrerebbe più... dove magari ci sono anche condizioni di vita più facili: su da Vigo, da Figino ci sono dei bei campi, da Albera, anche qui, prendi per esempio su da Astrata, le più tante terre le lavora una persona sola che avrà cinquanta ettari di terra, altrimenti è tutto finito, come posso dire... Ogni luogo poi ha un suo habitat fatto di tante cose, le cose che produci, come ci vivi... è una specie di microcosmo... completamente finito. Il paesaggio umano, quello che abbiamo conosciuto noi da ragazzi, è cambiato completamente, c'è stato questo boom e via tutto, via le bestie, guai avere le bestie, perché c'è il letame che puzza, i villeggianti protestavano.»

Paolo: «Il fenomeno della villeggiatura ha in effetti molto contribuito a stravolgere lo stile di vita tradizionale di queste valli.»

Marco: «Probabilmente ha anche portato denaro, buone cose, ma ha accelerato il declino: è una cosa molto triste questa, se uno non è un indifferente, Cicci per esempio, lui vive bene, dice: "Se non c'è nessuno pazienza, ci siamo noialtri finché duriamo..."»

Paolo: «Tutto sommato però, considerando che questo processo ormai si è compiuto e si deve fare i conti con quello che è rimasto, forse non è neanche un atteggiamento proprio sbagliato...»

Marco: «Ah no, meglio del mio perché io»...

Paolo: «Consideriamo anche quello che di buono c'è nella realtà attuale, il fascino di questo mondo un po' per pochi...»

Marco: «Ah sì! Per pochi eletti...» [ride]

Paolo: «...dove si è ricreato un ambiente naturale "ricco di biodiversità", come dicono i naturalisti, dove la natura ha ripreso il sopravvento...».

Marco: «Ah sì, questo sì...»

Paolo: «... e si stanno ricreando i boschi dove un tempo non c'erano; è vero che uno che lo guarda con gli occhi di quello che era cinquanta anni fa immalinconisce, ma poi se ci pensa, è un processo globale avvenuto in tutto il mondo, l'abbandono delle campagne, l'inurbamento...»

Marco: «È vero, è vero, io vedo anche in Cina, la gente preferisce andare a morire di fame in queste slum delle città, è roba che fa spavento, fra la miseria e il degrado che c'è.

Paolo: «Infatti: secondo te perché a un certo punto lo stile di vita arcaico del mondo contadino non ha più retto? Era proprio una cosa senza scelta?»

Marco: «È un disegno che è partito dall'alto, finché tu sei... io avevo una discreta cultura, ma adesso la memoria mi fa fare confusione, ma c'è una bella poesia, forse del Petrarca, "Dei campi suoi cultor libero e lieto...": quindi il montanaro era un individuo molto difficile da manovrarlo, che viveva liberamente, un po' un anarchico, uno che vuol farsi i cazzi suoi, molto difficile da inquadrarlo, invece un operaio che sta inquadrato, con il sindacato, l'orario, lo tieni e vai, crei questi miti...»

Paolo: «E invece spesso si dice che il contadino della montagna era un soggetto sociale piuttosto retrivo e reazionario, che ad esempio non partecipava agli scioperi quando andava a lavorare nelle risaie e così via.»

Marco: «C'era l'appartenenza ad un gruppo: quelli di Cosola, quelli di Cabella, quelli di Mandirola, quelli di Vergagni, la tribù no?, allora fin che c'era delle piccole liti si litigava tra loro, quando poi veniva un terzo allora ci si coalizzava insieme [ride], l'idea era quella lì, divisi tutti insieme, perché qua poi c'era... Magari era un retaggio anche dei feudi, i feudi creavano questa mentalità: quelli di Roccaforte, quelli di Pagliaro, quelli di Sisola, daghe de zverzlè

Paolo: «E poi quando sono stati aboliti questi benedetti feudi, qualcosa deve essere cambiato anche nell'organizzazione sociale dei paesi, perché sono nati i piccoli proprietari, qui erano un po' tutti piccoli proprietari da quando hanno cessato di essere "dipendenti", per così dire, dei feudatari...»

Marco: «No, ma guarda Paolo, quello lì... anche quando c'era ancora il signore feudale, sai, dovevi pagare il laudemio cosiddetto, che era la tassa ben ripartita, ma che comunque era mite, non so: ogni 10 quintali di grano te ne prendevano 70 chili, che non era poco, ma riuscivi, come ti posso dire... Mi dispiace che non ce l'ho più quella fotocopia: nell'archivio di Vergagni, l'archivio parrocchiale, si era ritrovato non so come gli statini dove c'erano elencati tutti i campi, le particelle, con il cosiddetto fitto gentile che c'era sopra, dallo scopello di castagne, alla palata di spelta, al rubbo di grano, quando non si potevano proprio attaccare a niente volevano la cera, però se ti gestivi con un minimo era un affare che lo potevi pagare. Il feudatario ti angariava, ma poi eri un suo uomo, una sua proprietà, quindi poi se veniva il mal raccolto, l'anno di siccità, ti abbuonava anche, era una comunità abbastanza... Guarda, qua anche storicamente il periodo terribile è stata l'epoca napoleonica quando sono finiti i marchesi e questa gente è rimasta... sì che c'era il maire, il cosiddetto sindaco, il caporale, però era tutta gente che...»

Paolo: «Anche perché poi è nata la coscrizione...»

Marco: «Su di qua se ne sono perse le tracce, ma ci sono anche stati un sacco di disertori, di morti: arrivavano su queste pattuglie dell'esercito alla caccia del disertore, lì ti sparavano, vivo o morto.»

Paolo: «Si racconta qualcosa di particolare al proposito da queste parti?»

Marco: «Documenti non ce n'è, ma per esempio a Vergagni, tra quella casetta e l'abitato, c'è una specie di riale, venendo verso Mandirola c'è un rià: quello lì è sempre stato chiamato u rià du Zbiru, e lì, nella prima casa, dove c'era anche l'osteria, avevano questo figlio che doveva andare a militare, però non c'è andato e quindi vivevano sempre sul chi va là, e arrivano questi sbirri dalla parte della chiesa e lì l'hanno avvisato: "gh'è i zbiri! Gh'è i zbiri! Scappa! Scappa!"; questi lazzaroni però c'erano due anche dalla parte di qua, ma siccome questo qui non scherzava, ha picchiato una coltellata nella pancia a uno di questi e questo è scappato e questo riale si chiama ancora u rià du Zbiru: Cicci dice ancora adesso "lì da u rià du Zbiru va no zü l'egua...; ma soprattutto c'è questo bello scritto di don Ridella che narra, un po' accenna a questa cosa, che la gente li chiamava proprio "gli Anni della Fame"...»

Fabio: «C'è una filastrocca che dice: "fra mezu a due altissimi noi restiamo poverissimi..." » [Il detto completo: "l'altissimo di lassù ci manda la tempesta, quello di quaggiù ci toglie quello che ci resta, tra mezzo a due altissimi noi restiamo poverissimi" è citato in Pietro Asborno, La grangia di Magioncalda nella storia monastica: ricordi e testimonianze di una civiltà contadina dell'alta valle del Borbera, le Mani-Microart's 2002].

Paolo: «È anche il periodo del boom demografico che ha preceduto i grandi flussi migratori.»

Marco: «Se io penso che i miei antenati hanno dovuto fuggire da Milano nel '48-'49, io da parte di madre discendo da due dei fratelli di Damiano Chiesa, quello del "tiremm innanz" [che in realtà fu pronunciato da Armando Sciesa], loro sono venuti a riparare lì perché avendo gli Austriaci, li impiccavano, li avevano presi con dei volantini. Da parte di madre ho dei rapporti di discendenza, due o tre di questi fratelli hanno comprato a Rovello — comprare la casa non era una spesa da poco perché qua allora la cosa valeva, — quei due che si sono rifugiati a Berga, perché molta gente qui, su da Cosola qualcuno se ne ricordava ancora, andavano a lavorare come facchini alla dogana di Piacenza, come facchini perché c'era il confine con il Lombardo-Veneto: questi due hanno comprato un casone a Vallenzona e riuscivano a vivere con le castagne secche, quindi, anche dopo settanta o ottanta anni, questi due fratelli o tre sono andati a Rovello e ognuno si è comprato una masserizia, quindi non è che c'era questa grande povertà, non era strano che su da Daglio, da Carrega, ci fosse gente che aveva un appartamento o due a Genova, quindi castagne, patate, di tutto di più, c'era un'economia... le bestie, il formaggio...»

Paolo: «Allora secondo te si tende un po' a mitizzare la miseria di quegli anni?»

Marco: «Paolo, scusa: io il primo uomo che ho visto nella mia vita andare scalzo, l'ho visto a Novi, io avevo già quasi trent'anni quando mi sono messo con la mia prima compagna e sono andato ad abitare giù dalla Pieve, e ho visto quest'uomo, nella stoppia, scalzo, belin, non mi rendevo conto ed era uno che conoscevo, e lui: "ma noi sempre: noi le prime scarpe...", una cosa che qua non esisteva. Se tu pensi al quadro di Pellizza da Volpedo "Sul fienile", tu vedi quest'uomo che muore: la sua unica proprietà era il badile, erano i cosiddetti braccianti che avevano per proprietà le braccia; di qua era una cosa sconosciuta, qua il più misero aveva due o tre galline, chi non aveva la mucca aveva la pecora o la capra, un pezzo di terra, due castagne, non esisteva la figura di uno che non aveva... Dico che tutto sommato poi, trafficavi, chi con il suo mulo, contrabbandavi un po' di sale, rubacchiavi un po' di legna...»

Paolo: «Sì, però bisogna dire d'altra parte che si emigrava, anche stagionalmente: a parte quella oltreoceano, probabilmente questa forma di emigrazione è antichissima, già nel Medioevo c'era questo uso di emigrare; ma allora era una cosa legata ad una necessità, come di solito si dice, oppure era una forma di integrazione dell'economia locale che non sottendeva necessariamente una condizione di miseria nera?»

Marco: «Io ti dico delle impressioni che mi hanno detto i vecchi, dicevano che non è che mancasse la roba o il mangiare: mancava il denaro, quello non c'era, lo aveva il prete, quello dell'osteria...»

Fabio: «E i suonatori: i suonatori sono stati sempre pagati con moneta, mai in natura... Quando ballavano, moneta...»

Marco: «Il suonatore... vedi che io... anche dal vostro libro... queste figure erano figure di gente autorevole, che partiva una specie di ambasciata, andavano i maggiorenti a fare l'accordo, mio papà era un bel tipo anche lui, aveva manie strane, ogni tanto faceva ballare qua dentro il baraccone dove ho messo il trattore, era il periodo tra le due guerre, veniva Pajotto di Garbagna, il Pio de Fubian [Pio Cogo], Fraschea [Giuseppe ? Santamaria] delle volte...»

Fabio: «Fraschea l'ea bon...»

Marco: «Fraschea l'ea bon, però costava, perché qua nel nostro piccolo avevamo la raccolta delle castagne, quindi gente che veniva da Piuzzo e così, arrivava parecchia cassa, fattelo raccontare dal Cicci che lui partiva al buio ad andare lassù perché c'erano le castagnee

Paolo: «Perché erano principalmente ragazze...»

Marco: «Sì, ragazze dal circondario, ma anche dalla bassa valle, perché questo bisogno di denaro poi era abbastanza diffuso anche più in giù dove si sarebbe dovuti stare meglio.»

Paolo: «Non era solo un movimento dall'alto al basso...»

Marco: «Io mi ricordo donne di Cantalupo che venivano su di qua a pietire le ramaglie, che poi facevano le fascine e venivano con i buoi a caricarle, quindi anche giù non era proprio...»

Paolo: «Anche perché va considerato il rapporto tra popolazione e territorio.»

Marco: «Sì, e c'era un'idea che su qua si stava meglio.»

Paolo:«E poi sicuramente il contadino di montagna non subiva le costrizioni del lavoro salariato.»

Marco: «Bravo, e in più la scomodità ti rendeva... come dire: se arrivava qualche rompimento di marroni, Rocchetta, Cabella, arrivavano subito, ma su di qua...»

Paolo: «Certo, soprattutto quando non c'erano le strade, d'altra parte un po' in tutte le alte terre si è sempre goduto di autonomie e diritti maggiori, un po' perché era difficile il controllo, un po' perché bisognava gratificare in qualche modo le persone che si facevano carico di dissodare le terre più difficili e bisognava concedere qualcosa di più da parte dei signori.»

Marco: «Difatti il feudo di Pregola, su di lì ci andavano sempre cauti anche con le tasse, a Carrega, Torriglia; a parte il fatto che i domini dei Fieschi erano molto più illuminati, i Fieschi erano dei democratici ante litteram fino a che non hanno perso... Dai Fieschi ai Doria la cosa era molto peggiorata: quelli lì [i Doria] erano dei banditi, poi non solo non pagavano le tasse, ma era un problema anche andarli a prendere, se pensi che il duca Pallavicini, quello di Cabella, non poteva nemmeno venire su a Cabella perché c'erano i banditi e gliel'avevano promessa...»

Fabio: «Collegandosi ai signori, il castello che c'è qui a Vergagni... un po' di storia?»

Marco: «Giovanbattista Spinola lo ha fondato ex novo, era un collaterale del gruppo dei marchesi di Roccaforte che avevano comprato questo diritto dai marchesi di Gavi e Parodi, perché qua è sempre stato un avamposto della Repubblica Genovese, della Liguria.»

Fabio: «Anche con la diocesi siete rimasti con Genova: fino a Roccaforte è Tortona, Mongiardino è Genova.»

Marco: «E comunque l'origine è la Marca Obertenga dei Malaspina, i Malaspina che da Luni a Nazzano era tutto territorio loro perché loro dovevano prendere i pedaggi e la loro è una delle poche casate che non aveva abbracciato la regola della primogenitura, e allora i Feudi si sono polverizzati e hanno cominciato a venderli e sono arrivati i Fieschi, sono arrivati gli Spinola, soprattutto grandi manbassori. Il castello sarà della prima metà del Quattrocento: lui fa il castello, ci fa la casa rossa che era una specie di officina alchemica dove c'era la filatura della seta, c'era la zecca perché Vergagni ha coniato monete, questo proprio Giovanbattista, e c'era comunque questo luogo alchemico che c'era un po' in tutti i feudi, dove si facevano esperimenti... la polveriera; il tribunale era invece a Cabanin, Casa di Ragione, perché laggiù in fondo c'era un filone di pietra calcinosa e quindi c'era una fornace che era anche famosa, la fornace del castello di Vergagni, dove il marchese vendeva calce e le scandole che erano delle specie di tegole fatte di legno di castagno, il castello della Pietra era coperto di scandole così, se ci vai a vederlo lo hanno rifatto adesso ci hanno dato il catrame sopra, insomma un trattamento a base di derivati dal petrolio, per proteggere le scandole anche se il castagno è molto resistente alle intemperie. Insomma era un feudo piccolino... poi tutto quello che era del tribunale finiva tutto a Rocchetta: molto prima del palazzo Spinola quella casa che è al centro della piazza erano le prigioni, c'era il giudice e la prigione degli uomini, perché quella delle donne era nel palazzo, li riunivano lì e poi arrivavano i cosiddetti carnefici e andavano a Genova alle galere.»

Fabio: «Di che anno è la fotografia famosa del castello?»

Marco: «Del 1873, mi pare, il torrione era stato incendiato dalla truppe di Napoleone e poi l'avancorpo e il rivellino era ancora in piedi, io mi ricordo, la Luigia (Ferrari Luigia, era dell'Ottocento): questa qua a scuola andava nel castello, erano ancora agibili, c'era la cappelletta e questa scuola, c'era la rivendita di sali e tabacchi che hanno ceduto nel '23, l'ha presa Guido che l'ha portata a Cabanin.»

Fabio: «E fino a che anno è rimasto in piedi?»

Marco: «Mah guarda... fino agli anni Quaranta, perché poi quest'uomo che c'era dentro era un sacramento che invece di cercare di rappezzarlo ha cominciato a vendere travi, c'erano queste chiavi di ferro, ha cominciato a venderle, vendeva i mattoni, vendeva... anche perché i Crosa... Perché poi è andato in degrado anche perché c'è stata una lite ereditaria tra questi due eredi che avevano il possesso, ma non le investiture e questi qua se lo sono venduti e allora è nata una rissa, un affare che è andato avanti trent'anni, ma che poi questi eredi sono morti tutti, aveva la delega questo Sinibaldo Fieschi che era uno dei Fieschi di Savignone perché eravamo attigui a Savignone con il castello della Pietra: il castello della Pietra con la Salata di Mongiardino erano abbastanza attinenti con Vergagni, poi l'ha venduto non tanto per i beni o per i terreni, ma soprattutto per il titolo, e allora se li sono comprati questi nobili Crosa, che erano nobili ma senza titolo, e i Crosa di Vergagni che venivano da Savignone, loro vengono dalla Francia, l'origine è francese... Sai come funzionava: il primogenito ereditava, tutti gli altri erano cadetti, avevano una quota legittima che era una bella sommetta e poi facevano matrimoni, si davano da fare, perché voglia di lavorare ne avevano poco, erano quasi tutti piuttosto ignoranti, perché il fatto di essere nobili e non saper né leggere né scrivere era... Quindi ce n'era a Cerendero, a Rocchetta, so che aveva sposato una Cordone di Vergagni, era uno dei cognomi che aveva a Vergagni: quella dei Cordone, Grattone, Giordano, Riccardo, erano quelle quattro famiglie lì... Ogni tanto si davano delle coltellate.... La frazione della Chiesa è Grattona, perché... E qui passava uno dei rami della via del Sale, quella del contrabbando, questa via di mezza costa era la più la frequentata, sono le più antiche queste più alte: se pensi al nome di questo piccolo paesino [Mandirola] che deriva da mansiola, quindi in latino piccola mansio, un luogo di sosta dove c'era una specie di osteria: ti dà l'idea che siamo già all'epoca dei Romani, là sopra dove sono andato oggi c'è questa spianata che si chiama Fea di Tron, Campo di Tron: io mi ricordo, già da piccolino rompevo i coglioni e chiedevo e mi dicevano "ma perché c'è un posto, perché c'è una piazza", poi quando ho saputo il nome greco dell'ambra [élektron] ho capito: Fea di Tron, Campo di Tron, Prosa di Tron: ci vendevano l'ambra, un luogo dove... C'erano i Cartaginesi a Genova, i Liguri, non ti volevano far passare, volevano commerciare loro... Anche se quella di Annibale mi sembra un po' una bufala, perché Annibale ha avuto questo problema sulla Trebbia e non era così fuori di testa da buttarsi su per questa montagna impervia...»

Paolo: «C'è qualcosa nei racconti locali di questi fatti storici che è rimasto nei racconto degli anziani?»

Marco: «Qua su da noi credo proprio di no, su da Cosola quando frequentavo Pio [Pio Negro, nativo di Cosola, recentemente scomparso, profondo conoscitore della storia locale], Pio era uno che sapeva tante cose, in gran parte perché Pio conosceva proprio tutti, Pio parlava il dialetto di Cosola in una maniera di uno stretto che se non addrizzavo le orecchie non lo capivo neanche io, perché c'era un parlare degli Ari [Aie, una delle contrade di cui si compone Cosola] e un parlare di Montaldo e chi era pratico doveva subito capire, perché Montaldo era diviso in due quartieri, alto e basso, non so...»

Paolo: «La Pianà, che è la parte alta, e Giù per la Villa che è la parte bassa.»

Marco: «Vedi, anche lì erano delle cose diverse, ti ripeto: anche a Cosola c'erano quattro o cinque fazioni, io me lo ricordo che se andavi da una parte non potevi andare dall'altra... Quando c'era Jacu che era un uomo che era quasi sempre ubriaco, però quando non lo era era un pozzo di sapienza, lui mi diceva che j Ari, "eh è un posto da poveri, perché quel posto lì delle Ari era un posto che avevano ricoperto di pietre per batterci il grano, e le case erano tutte cascine", le case bene erano adlà dla Geza, come diceva Jacu — non era uno stupido, era uno che beveva, ma non è poi che beveva tanto, una bottiglia ed era già ciucu marsu...»

Paolo: «Che per la media locale non era tanto, in effetti...»

Marco: «Una volta mi ricordo il papà di Giuliano, quando facevano quelle ciucche degli anni Sessanta, con quei liquori che c'erano allora: doppio Kummel, anice, prunella, sambuca, degli intrugli che un cavallo moriva, poi stava male, e Jacu era il "dottore", andava a vedere e diceva, "uhm... um par un po' zmaríu stu fiö, ma murì a möra mia..." E la Mafalda: "Ma cos' t' vö savei tì, che t'è lì che ti stè n' pé!" "Mi-i? Ho faciu quatromilaseisentu ciuche, ciü pràticu de mì ne gh'è ninsciün". Anche Cosola! Ma se ci penso che è stata teatro della mia gioventù, questi balli da Luciano! Questo che ti dico che beveva... eppure a Cosola c'erano venticinque e forse più ragazze!»

Paolo: «È in quegli anni che si è un po' deciso tutto, perché sono stati gli anni in cui si sono incontrati due modelli di vita diversi, la modernità portata dai villeggianti e quella del mondo montanaro con le sue tradizioni che allora erano ancora vive.»

Marco: «Non credere che i clienti che venivano su... Era anche un turismo di una certa qualità, clienti benestanti, hanno fatto delle ville che si sono spesi dei milioni, quindi era una cosa, come ti posso dire, veniva bene, perché intanto arrivava la passera, e non sembrava vero di poter snobbare quelle quattro lì di Cosola che ti tenevano sempre a stecchetto, anche lì Pio mi diceva che c'era la conta dei prozöi, di quanti boschi avevi, quante bestie potevi tenere, veniva messo tutto sulla bilancia per vedere che partito eri, quanto terreno, se avevi fratelli che dovevi dividere, quindi eri sempre sotto esame, invece arrivavano queste da fuori, qualcuna veniva su proprio per...»

Paolo: «Che poi questo fenomeno della villeggiatura era composto in gran parte da persone che erano originarie del paese.»

Marco: «Tante dal Pavese venivano.»

Paolo: «Per esempio mia madre e le sue cugine, erano figlie di cosolani già emigrati in Lomellina, che avevano conservato il rapporto con il paese, e venivano nella stagione estiva, in vesti di villeggianti, nel loro paese di origine, venivano, come si dice oggi, tirandosela da villeggiante, ma di fatto erano anche loro contadini, erano contadini di pianura che quando arrivavano nel loro paese d'origine assumevano atteggiamenti e comportamenti quasi da signori e i loro figli, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, guardavano i loro cugini ancora pastori scendere alla sera in paese dai pascoli, standosene sulle aie a prendere il sole con il mangiadischi acceso.»

Marco: «Sì, sì, che poi qua, la fabbrica, il lavorare sutta padrun, sotto padrone, aveva portato che poi dopo l'economia era sballata, perché là prendevi già 40-50mila lire al mese che qua tiravi su 150-200mila lire all'anno.»

Paolo: «Anche questo è un fenomeno che, se vogliamo, è un po' difficile da spiegare, che ad un certo punto persone che avevano proprio nel DNA l'indipendenza e il lavorare senza padrone, a un certo punto si siano adattati per lo stipendio a una forma di vita completamente diversa...»

Marco: «I giovani, i giovani... io ti parlo... una cosa che ho sperimentato su di me... Era anche la passera, questa idea del divertimento, dell'anonimato, qua eri sempre sotto esame, soprattutto le ragazze, come ti muovevi, e "l'è arivé a un bottu"... le madri che vigilavano anche perché se non vigilavano c'era questo chiacchiericcio continuo; c'era l'idea di andarsene via più che altro per sottrarsi a quella roba, io quella roba lì credo che abbia avuto un bel peso, ti ripeto, è vero poi che andando in giù guadagnavi, ma poi io mi ricordo Giannino che diceva "porca miseria l'è vera a ciapemu quasi centomila lire, ma poi paga l'affitto, paga chì, paga là...", poi avevi comprato la moto, la rata della macchina, però lui lavorava alla Iuta c'era 110 donne, puoi immaginare... E così, mi ricordo Alesandrin, il papà del mio amico di Cremonte e diceva "altro che prigionia" — perché lui era stato prigioniero di guerra, lavorava alla Iuta e mi diceva: "è come essere in prigione: ti mangi, ti bevi, ti va a lavurà, ti mangi, ti bevi, ti va a lavurà...e pö ti möi!" Ma poi anche lì, figurati, tutti i figli giù, le mogli vanno sempre con i figli, e lui cosa faceva? Su di qua sono rimasti gli indipendenti, gli spiriti più liberi... tipo Bigié...»

Paolo: «Però comunque non era più possibile un progetto di vita...»

Marco: «Eh sì, era diventato veramente difficile perché... Ti dirò che comunque quelli che sono rimasti e sono andati avanti, più o meno ne abbiamo tanti uguali, anzi qualcuno, non so: Lino di Bregni che siamo più o meno di leva, è una persona che sta bene, ha allevato le bestie, certo devi darti da fare, ma anche zompar su alle cinque di mattina per fare il [turno] sei a due non è che sia proprio... In più, sai che devi andare ma non hai sempre uno lì che ti controlla.»

Fabio: «Parlaci un po' di Bigié che era un personaggio...»

Marco: «Bigié era un uomo solo, indipendentissimo, proprio lo spirito del valborberino puro, al secolo Ernesto Biglieri: magari con la pancia vuota, magari senza un soldo però con questo orgoglio di essere Bigié di Cavanna. E sono famosi mille dei suoi detti, una persona con una ironia mica da poco, diceva "i sogni e i peccati sono segreti, non li sa nessuno", lui era uno di quelli contro l'andare via, "lasi che vagu, lasi che vagu a fa i servi...". Lui ce l'aveva con gli americani, erano venuti questi che erano rientrati dall'America anche con un certo gruzzolo, gente avara Madonna!, e lui li studiava perché erano già..., "eh belin, ma quando è che muoiono?", e poi questo qua aveva comprato la 1100, una macchina che era appena uscita, che andava forte, che era considerata come ti posso dire..., belin: sulla curva della Crocetta gli è venuto un ictus, è rimasto fulminato, e allora Bigié: "I han cambiò machina, i se credèivun de scapaghe, ma la gelida a i ha guantò, intla cürva dla Crüzetta, l'è restò belu striníu". Un'altra volta, c'era questo Gilli di Lago che era uno di quelli che dicevano che bisogna andar via, che qua non si riesce più a vivere non si può più, e lui difatti è stato uno dei primi ad andar via: era andato a Busalla e poi un giorno Bigié lo vede a casa, belin come l'ha visto: "comme mai t'è a cà?" "Gh'è un po' poco lavù..." "Porcu... vegna sü da Buzala a piame in gíu a dime che u manca u lavù, l'è sempre mancò la què!" C'era suo padre che dormiva sul caregun come questo, lui vede un topo sopra, aveva il fucile ci ha tirato una fucilata, 'cramentu, so pà ha fatto un salto che a momenti toccava il soffitto, poi è scappato perché se no faceva anche lui la fine del ratto... Una volta è andato a trovare la zia all'ospedale... Quando avevano costruito l'ospedale della contessa, il Galliera, avevano domandato a tutti i comuni una sovvenzione avendo poi il diritto a un letto o due e il Comune di Mongiarino aveva tre letti e qua quando eri malato andavi lì: 'sta zia va all'ospedale, passa quindici o venti giorni, i suoi parenti manda Bigié a Genova a vedere se è viva o morta e lui va giù, "prima so ndà a bagasce eh! già che faciu al viagiu...", e poi va a trovare 'sta zia che era là più morta che viva, l'ha scrollata tanto che si è svegliata, appena l'ha visto gli ha chiesto "va un po' a vedere i medici cosa dicono, se vengo a casa", e lui va da questi dottori che gli hanno detto: "l'ha vista com'è sua zia?", e lui va dalla zia e le dice: "lala, fate curagio che a ca' te ghe vegni pü d'segü'...". Una delle ultime: non era tanto pulito nella persona poi è venuto vecchio e puzzava un po', c'era il corrierino, ma non lo caricava su e lui andava avanti e indietro da Rocchetta a piedi anche perché era orgoglioso e avevano fatto sindaco Remo Cordone che era uno che era sempre stato il suo nemico perché era uno di quelli che lo criticavano che avevano l'osteria, gli dicevano di lavarsi, erano un po' più su da Fubiano, Remo va giù si ferma gli dice: "monti su?" E lui: "ma ti hanno anche fatto sindaco?! Un uomo così stupido, non vedi da che parte sono girato? È un'ora che cammino: adesso torno a Rocchetta?!".»

Paolo: «Che tipo... Cambiando discorso, cosa mi dici dell'organizzazione della vita comunitaria, i lavori in comune che si facevano in quegli anni...?»

Marco: «Qua l'unica cosa che c'era era la strada, che era un specie di tassa in base agli uomini che c'erano nella famiglia: se non andavi a lavorare dovevi pagare qualcuno che andava a lavorare per te, perché c'era il bisogno materiale... Questo è il retaggio del marchesato, era una cosa sentita quella lì, me la ricordo, qualche volta sono andato anch'io, non per la strada, ma soprattutto quando veniva la trebbia che era un altro di quei momenti che non potevi esimerti e tirarti indietro, anche se avevi bisticciato, anche se dovevi...»

Paolo: «Esisteva una commissione che presiedeva i lavori?»

Marco: «Qua che io sappia no, esisteva il biasimo generale che uno si guardava bene dal non andare...»

Paolo: «Dipendeva dal Comune questa attività?»

Marco: «Credo di no, perché ogni frazione aveva la sua, fino a Castello dovevano partecipare Castello, Casa Rossa, Vergagni, da Castello in su solo quelli di Mandirola, da Mandirola a Vergagni quelli di Vergagni, altrimenti la macchina ce la tenevamo qua... Con 'ste trebbie, era un momento bello perché era una festa, ma anche... 'ste trebbie enormi tirate da cubie de bö, 'ste povere bestie, veniva u Gin de Pra però andavano prima a Cabanin, facevano Fubiano, le piazze grandi, dove c'erano i cento quintali, qui c'era trenta, venti quintali, queste piazze, se mi ricordo; però quella era proprio una festa, non c'era una giustificazione per non essere presenti e poi naturalmente si mangiava e si faceva festa.»

Paolo: «C'era questa dimensione del lavoro inteso anche come momento di convivialità, di festa... Spesso nei lavori montanari l'aspetto festivo si sovrappone a quello lavorativo.»

Marco: «Mio padre aveva il suo amico a Guazzolo, era uno originario di Gordena, il papà del Pietro di Gordena, va bè, comunque a Dova c'erano dei prati comuni che si falciavano tutti insieme e questo Calitto quando era il momento di questo sfalcio che per noi era tardi, io adesso finisco a agosto a tagliare l'erba, ma quando non ci avevamo niente a fine giugno mio papà di erba non ce n'era più, e invece loro quest'erba qua la tagliavano a luglio e quindi mio papà andava su tre giorni ad aiutare, di giorno falciavano tutti insieme, non so come la dividevano, ma alla sera mangiate, cantate, bevute soprattutto.

[Attizzando la stufa] Adesso ho fatto un'indagine: pensa che a Mongiardino c'era la musa che suonava con il violino, sono andato dalla Ginetta, sono andato... me l'ha detto anche Giulio... belin, la musa con il viulin, ma roba da matti, ma pensa un po' te da dove nasce sto affare... Il mio esordio come fisarmonicista io l'ho fatto a San Bovo a Cavana, abbiamo fatto il pranzo dei cinquant'anni con Barile con il nostro preside e c'era Romeo, è stato lui che mi ha ingaggiato, e abbiamo ricordato... sono 60 anni, 50 anni di scuola, è andato il discorso che veniva questo di Isola con il violino, con quello della musa, poteva essere il Piansereju, uno dell'Isola con il violino, ho visto il Giulio, mi ha detto: "sì, sì, venivano..." Fra Cavanna e la Chiesa a Mongiardino c'era questa rivalità continua tra tutti, naturalmente san Giovanni Battista era un santo molto più importante che san Bovo, ma san Bovo era morto a Voghera, dicevano "san Bovo è morto a Voghera! San Giovanni l'è zü da là»

Fabio: «Comunque di che anni si parla di musa e violino?»

Marco: «Massimo anni Trenta, '25-'30...»

Fabio: «Quando invece andavi a suonare, sempre i primi tempi sull'Antola, c'era il padrone vecchio, Musante, che erano un fratello e due sorelle: cosa ti diceva?»

Marco: «Eh, mi diceva che conosceva Pasqualin, Mignacco, mi parlava di Fraschea e mi parlava del famoso Piansereju... "Quel lì sì che l'eja bon da pinfri, venivano anche da Zena a taca a si pinfri..." In quei tempi lì andavano sempre a piedi eh? Su dai Piani di Vallenzona... Poi una volta arrivano su tre moto, non da cross che non c'erano ancora, ma messe un po' a posto da questi meccanici, così, e come sono arrivati lassù, il Musante gli fa: "Vieni un po' qui con 'sta moto, mettila lì!"... chiavistello, lucchetto, "quando è ora di andar via ve le do io le moto..." Paolo, il copertone del ballo lo sai cos'era? Tutto un ramo di maggiociondolo tutt'intorno, e c'era questo Prospero a suonare, e mi diceva: "suona la Cesarina... suona la Cesarina...", e mi suonava la Migliavacca [due diverse mazurche], veniva fuori una roba... "Bravo, bravo" diceva, un uomo strano belin... A quei tempi Musante: "Cossa ti beivi?" La paga è stata un chinotto... "Chì a roba se giù vale cento lire, qui vale mille lire, a portarla su"; avevo visto l'arnica per la prima volta, un fiore magico, con un profumo bellissimo, amaro, come piace a me. Devo dire che i miei padroni sono stati... era il decennale del montebore [formaggio tipico della val Borbera] e il cinquantennale della mia andata all'Antola e Roberto [Grattone, produttore di montebore] è stato... abbiamo preso i muli, alè, all'Antola con il montebore, e abbiamo avuto grandi onori, via...»


Con questa immagine di un viaggio coi muli verso la cima del monte Antola sfuma e si conclude questo nostro andare a ritroso per tracce di storia e di memoria. Ora il crepitìo della legna nella stufa e poi i suoni potenti di piffero e fisa coprono anche gli ultimi echi delle parole dette. Esco a fare un po' d'acqua sotto la gran volta stellata che copre le valli fredde e silenti. D'intorno davvero pare che la storia qui abbia trovato una sua conclusione, che tutto sia ormai avvolto nell'abbandono malinconico e vertiginoso di natura, e che per queste terre d'altura non sia data altra storia se non in narrazione intima e sperduta, come questa appena conclusa nel remoto cuore di una piccola mansio dimentica di sé stessa. Una narrazione che in sé ne ha intrecciate molte, noncurante del rigore e dell'attendibilità di una scrittura storica, dall'ambra di preistoriche vie marenche allo sberleffo di chi resistette con sarcasmo e disincanto all'incedere avverso dei tempi nuovi.

a cura di Paolo Ferrari Magà

 


"Dei campi suoi cultor libero e lieto" : una conversazione con Marco Guglielmone = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/cultor.htm> : 2014.01 - 2014.02 -