Da questo punto la via di Genova proseguiva mantenendosi circa 200 metri al di sopra del greto del fiume, passando per Valsigiara alla confluenza del Boreca, riattraversando il Trebbia per toccare sulla riva destra Traschio e Losso, fino a giungere a Ponte Organasco. Questa località si ritrova finalmente anche nella versione pubblicata della canzone:
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Quando l'ê stò a a montà der Ponte |
[Quando arrivò alla salita del Ponte |
Il borgo di Ponte Organasco è un luogo apparentemente secondario, che invece a un esame più attento si rivela significativo: belle case in pietra a vista (che segna il passaggio dallo stile ligure, più spesso intonacato e colorato, a quello dell'Oltrepò montano) racchiudono un castello risalente all'11' secolo, in posizione strategica lungo la via di Genova. Nel 14' secolo, sotto la Repubblica di Genova, il castello venne ampliato e diventò un palazzo gentilizio fortificato, munito di un camminamento di ronda; vi soggiornò in diverse occasioni il vescovo di Bobbio sant'Antonio Maria Giannelli. Una costruzione annessa fu trasformata all'inizio del periodo barocco in una cappella, come è documentato da una bolla papale.
Appena fuori dal paese si trova un importante bivio: l'attuale statale prosegue sulla sponda destra del Trebbia, per raggiungere presto le spettacolari gole formate dai meandri incassati del fiume, decisamente ostiche per le comunicazioni. Perciò la via di Genova si trasferiva invece sul versante sinistro. Il borgo di Ponte Organasco è in effetti rialzato rispetto al letto del Trebbia, e per raggiungere il ponte bisogna scendere percorrendo alcuni tornanti. Una volta oltrepassato il fiume, salendo per il versante si può avviarsi in direzione del passo del Brallo e della valle Staffora; tenendo la destra invece, come fece il convoglio del Draghin, si continua la via di Genova proseguendo a mezza costa sul versante sinistro, in un'area verdeggiante e ricca di piane coltivabili e piccole frazioni. Ma nonostante l'amenità del territorio, la situazione non incoraggiava il nostro protagonista:
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Montà de Montarsö`: |
[Salita di Montarsolo: |
Montarsolo è un altro paese oggi marginale ma in passato rilevante. Qui infatti avveniva il passaggio di consegne fra i gendarmi delle due giurisdizioni confinanti, che
si scambiavano i messaggi da trasmettere ai rispettivi comandi. È facile che abbia quindi costituito un punto di sosta nel trasferimento del prigioniero. Il fatto che fra i tanti paesi toccati sia citato proprio questo, dunque, avvalora l'ipotesi che la canzone sia una cronaca piuttosto realistica del viaggio, scritta dallo stesso Draghin o non molto tempo dopo. Montarsolo è nota anche per la qualità del vino prodotto sui suoi terreni, con cui i gendarmi in trasferimento avranno potuto rifocillarsi.
Nelle vicinanze sorge una notevole pieve antica, la cui facciata è stata purtroppo rifatta e intonacata alterando lo stile originario; da questo complesso prende il nome la frazione oggi più conosciuta, Pieve di Montarsolo. Anche la natura qui offre qualcosa di particolare: in un boschetto adiacente alla strada, attrezzato con qualche tavolo di legno, c'è una grande rovere pluricentenaria, da qualche tempo rinforzata da tiranti per le sue condizioni precarie.
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Quando l'ê stô 'nta piana de Carana |
[Quando è arrivano nella piana di Carana |
In quest'ultimo tratto verso Bobbio, il contrasto fra la viabilità passata e quella attuale è ancora più netto: la vecchia via per lunghi tratti è solo una carrareccia non asfaltata, che attraversa luoghi rimasti appartati e in parte abbandonati. Tale è la situazione di Carana, un piccolo nucleo allineato lungo la mulattiera, dove in mezzo a qualche macchina agricola abbiamo visto una sola casa effettivamente abitata. La rima con Carana in un'altra versione è "u povero Draghin lü l'gh'a fâ na piana", con riferimento all'antico ballo in cerchio, durante il quale i partecipanti ad un tratto convergono tutti verso il centro alzando le braccia e gettando un grido all'unisono.
Discendendo attraverso un tratto boscoso si raggiunge una spianata appartata in cui confluisce da sinistra la valletta del rio Carlone, proveniente dai dintorni del passo del Penice. Siamo ormai in vista della "città":
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Quando l'ê stô intla cità |
[Quando arrivò in città |
Pur nelle sue dimensioni contenute, Bobbio ha un'impostazione cittadina, conseguente all'importanza che ha rivestito in secoli passati, specialmente sul piano culturale: la sua Abbazia, fondata dal grande san Colombano, fu nel Medioevo un centro di civiltà, collegato con la basilica di San Pietro in Ciel d'oro di Pavia, e punto di partenza per i monaci che andavano a realizzare insediamenti fino alla val d'Aveto e alla zona di Chiavari: là si trova una località dal nome eloquente come Villa Cella, e pare che la zona un tempo acquitrinosa dove oggi sorge Cabanne sia stata bonificata dai monaci aprendo un varco nella gola del Malsappello.
Ma il Draghin, arrivando a Bobbio, non era certo interessato alla sua grandezza, dal momento che la sua destinazione erano invece le carceri mandamentali:
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Quando l'ê stô alla porta de la prigion O mi a Milano mi gh'anderia, |
[Quando arrivò sulla porta della prigione Oh, a Milano io ci andrei, |
Il testo di questa odissea delle Quattro Province si conclude così, alludendo senza troppe spiegazioni alla lontana città di Milano. Che cosa c'entrava Milano con il Draghin? In effetti, stando a quando ci ha raccontato una persona di Suzzi, pare che i suoi spostamenti lo portassero ad esibirsi anche verso il Pavese e il Milanese, in particolare in occasione del "Carnevalon" di Milano, dove era diventato una notorietà. Qui sarebbe giunta ora la notizia che egli si trovava in prigione: alché gli organizzatori della fiera sarebbero andati a Bobbio a riscattarlo per portarlo con sé a suonare. Dopo averlo salvato dai lupi, la sua arte gli aveva fatto scampare anche la prigione!
Trovandosi quindi in esilio a Milano, il Draghin avrebbe trasmesso la "chiave" del piffero al suo successore, forse il "Pianserêiu", incontrandolo nelle risaie del novarese: ricordiamo che in effetti molti paesani delle Quattro Province andavano a lavorare stagionalmente in risaia. A Milano il Draghin sarebbe poi stato coinvolto nei combattimenti delle Cinque Giornate, durante i quali sarebbe morto: secondo questa versione, dovrebbe quindi essere sepolto in un cimitero milanese.
Simbolo dei suonatori e dell'anima tradizionale delle Quattro Province, attraverso la sua antica e semplice arte il Draghin raggiunse la fama, e con essa nuovi orizzonti culturali. Oggi quella modernità ha dilagato, tanto che ad essere divenute beni preziosi sono invece il senso di identità e le tradizioni. Fortunatamente, dopo un periodo in cui non si trovavano quasi più suonatori attivi, attorno agli anni Ottanta la tendenza si è invertita, e ora il piffero è ambasciatore di una cultura diversa...
testo e foto: Claudio Gnoli con la collaborazione di
Fabrizio Ferrari, Paolo Ferrari Magà, Ettore Losini "Bani", Fabio Paveto
fonti: Suzzi e Pizzonero: Enrica Chierico, Rodolfo Chierico, Giuseppe Toscanini; Connio: Luigi Guerrini "Gigi"; "Matapuexi": Fabrizio Ferrari, Roberto Ferrari; Cicagna e dintorni: Carla Casagrande, Renato Lagomarsino; filastrocca del perigurdino: Cesare Campanini, Marco Domenichetti, Stefano Valla; Propata: Teresa Caminata, Luisa Scramaglia, Carlo Scramaglia; Fontanasse: Vittorio Magioncalda "Rissu"; Caffarena: Attilio Fraguglia, moglie di Italo ?Fraguglia; Montarsolo: Roberto Ferrari; aspetti storici: Pippo Bruni
testo della canzone nella versione raccolta a Marsaglia (con ritornello raccolto a Cicogni) ed eseguita da Ettore Losini "Bani" e Attilio Rocca "Tilion" in:
La vulp la vâ intla vigna / "i Musetta" -- Folkclub-Ethnosuoni : Casale Monferrato : 2001; una versione simile, riferita ad Aurelio Citelli e Giuliano Grasso da Eva Tagliani, è pubblicata con altre notizie in: Canti e musiche popolari dell'Appennino pavese -- il Gelso, ACB : Milano : 1987, 2000; una versione parziale raccolta da Maurizio Martinotti è pubblicata in: Stranôt d'amur / "la Ciâpa rusa" -- Robi droli : Casale Monferrato : 198_Sulle orme del Draghin (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/draghin3.htm>: 2004.11 - 2005.01 -