Dove comincia l'Appennino

Gli "Enerbia" si raccontano

il Trebbia a Bobbio / PF Ogni confine ha un suo margine, ogni valle un suo cuore intimo. "Questo mulino è interessato da un progetto di recupero al fine di renderlo di nuovo operativo e consentirne l'utilizzo agli agricoltori che ancora coltivano questi campi; se qui vedi ancora dei coltivi, pensa che a Pradovera, il mio paese, di là da quella montagna, tutti i campi sono ancora coltivati", mi dice Franco mentre discendiamo, con Maddalena e Stefanino, verso la forra del Perino alla ricerca della giusta atmosfera per la nostra conversazione. Alla fine siamo seduti proprio a monte del vecchio mulino, dov'era l'invaso che raccoglieva le acque destinate ad attivarne la grande ruota. Si dice "acqua passata non macina più": nulla di più falso, siamo qui per dimostrarlo.

"Il gruppo Enerbia prende il nome dal castello di Erbia, ben visibile dalla strada che risale la val Perino. Il nostro intento è riprendere l'ispirazione originaria dei "Suonatori delle Quattro Province" con un progetto che non rincorra il gusto del mercato e rispetti la tradizione", prosegue Franco. "Ci interessa lo strumento nella sua naturalezza -- interviene Maddalena --, il legno, il fiato. Rimanendo in un ambito acustico, vorremmo fare una musica senza belletti, con timbri il più possibile naturali, esaltando le caratteristiche di strumenti come il piffero e il violino, come pure la bellezza e l'erotismo della voce. Vogliamo evitare inutili contaminazioni perché la musica tradizionale offre di per sé un repertorio semplice ma bellissimo, per nulla banale; questo non significa trascurare gli aspetti tecnici, perché anche i grandi suonatori del passato erano consapevoli dell'importanza e del valore qualitativo della loro tecnica esecutiva. Troviamo in questo repertorio un'armonia semplice e potente: tonica -- dominante, giorno e notte, linee che si intersecano, contrappunto, fluidità e trasparenza armonica."

"In questo repertorio tradizionale -- prosegue Maddalena -- l'influenza della musica colta è più forte di quanto generalmente si pensi; in fondo l'opera nasce nel Seicento, si evolve attraverso il Settecento e l'Ottocento, palesando nella melodia un ingrediente che possiamo definire "italiano". Il famoso aneddoto della marchesa Malaspina che esige la sostituzione dei suoni aspri del piffero con quelli ritenuti più raffinati del violino è poi indicativo del rapporto complesso che è sempre intercorso tra musica popolare e musica colta".

il ponte gobbo di Bobbio / PF Nel corso di questo parlare musicato da stormire di fronde e scrosciare d'acque, eccoci presto, per misteriose vie geo-culturali, ancora a sondare veridicità di margini, realtà o vanità di confini. Se tratti geo-morfologici, linguistici, socio-economici e musicali (fra tutti il fatale connubio piffero-fisarmonica, quest'ultima erede, in identica funzione, della più arcaica cornamusa) hanno suscitato la rappresentazione d'un mondo di affinità detto "Quattro Province", da sguardi gettati da non lontani orizzonti si aprono più ampie prospettive. Il repertorio di Enerbia include brani tradizionali provenienti dall'Appennino parmense o dallo Spezzino, scorci si dischiudono sulle tradizioni degli Appennini romagnolo e toscano. "Ovunque troviamo caratteristiche musicali derivate dal Gregoriano, la sensibile abbassata, o ancora melodie legate al canto dei cantastorie influenzato dall'opera, mentre nell'area propriamente detta delle Quattro Province, abbiamo i cosiddetti stranôt, canti spesso di carattere rituale, dove emerge un'armonia senza il dominio della fondamentale, della dominante..." "Molto più che non nel trallalero genovese -- interviene Stefanino -- dove i testi sono spesso convenzionali e di concezione recente, pretesto per l'esecuzione vocale, negli stranôt delle nostre valli si riflette la realtà sociologica della civiltà contadina del passato, quando la vita si svolgeva tutta tra lavoro, casa e chiesa, e si esplica spesso una funzione pedagogica, attraverso il racconto di episodi drammatici, come nel caso di "E c'era una ragazza", uno dei canti inseriti nel lavoro che abbiamo realizzato per "World music magazine", in un' esecuzione tra tradizione popolare e colta..." "Nello stesso tempo -- aggiunge Maddalena -- questi canti evocano temi eterni, tragici. A proposito di trallalero, abbiamo inserito nel disco, armonizzandolo, un frammento che inizia così: "Partirò, farò partenza, lascerò quegli occhi belli...""

Il discorso volge ora sui percorsi individuali dei tre musicisti, Franco Guglielmetti (fisarmonica), Stefano Faravelli "Stefanino" (piffero), Maddalena Scagnelli (violino, voce) che compongono il nucleo stabile di Enerbia, sovente affiancati dall'apporto musicale e vocale del contrabbassista piacentino Fabio Torrembini e del chitarrista Roberto Marcotti, come pure da Massimo Braghieri che cura, con Maddalena, l'arrangiamento e la ricerca musicale sui brani.

Il primo a raccontarsi è Stefanino, portatore, all'interno del gruppo, della tradizione dello strumento simbolo delle Quattro Province: "La passione per gli strumenti ad ancia doppia non poteva non sfociare nello studio del piffero, essendo io originario di Santa Margherita Staffora, sul versante pavese delle Quattro Province; ho iniziato a studiare la tecnica esecutiva di questo oboe popolare ad ancia doppia all'età di 12-13 anni, con Stefano Valla che rimane il mio punto di riferimento stilistico. Ho suonato poi con il fisarmonicista Giampaolo Tambussi con il quale ho realizzato "Duma int ei bâlu", una raccolta di brani tradizionali. Con il tempo ho capito che questa musica di tradizione è qualcosa di più di un genere musicale, mi permetteva di comprendere gli stili di vita di un tempo, la realtà culturale e sociale delle terre da cui provengo, e questa è una sensazione che nessun chitarrista rock potrà provare. Ho avuto poi l'opportunità di partecipare ad esperienze al di fuori dell'ambito della tradizione, con la partecipazione al gruppo di Roberto Alieri e Diatonic orchestra, la collaborazione con Mauro Pagani e Maurizio Deò, e con Oliviero Malaspina, il paroliere di Cristiano De André, nel lavoro "Benvenuti mostri". Ricordo volentieri anche il concerto con Eugenio Finardi a Recanati".

È poi la volta di Franco ripercorrere brevemente il suo percorso artistico: "Io suono da 25 anni, l'inizio della mia attività di suonatore coincide con l'incontro con Bani. Ricordo quella volta che lo accompagnai con la fisarmonica, e c'era con noi anche il parroco di Pradovera, che suonava anche lui la fisa... per me la musica di tradizione delle Quattro Province era semplicemente "la musica". Ho suonato due anni con Bani, quindi un anno con il pifferaio Luigi Agnelli il Rosso, fino all'incontro con Stefano Valla con il quale ho girato i migliori festival d'Europa, e intrapreso l'esperienza dei Suonatori delle Quattro Province. Le esperienze a livello internazionale non hanno peraltro mutato il mio modo di sentire questa musica come quella che mi è semplicemente connaturata dalla nascita: mio padre era cantastorie, i miei mungevano le mucche e intanto cantavano..."

"Anche i miei ricordi d'infanzia corrispondono necessariamente con l'inizio del mio percorso musicale --, racconta Maddalena. Con Massimo Braghieri ci incontravamo alle feste di paese, siamo cresciuti ascoltando e cantando le canzoni della nostra tradizione. Poi l'età dell'adolescenza, che porta con sé un po' di snobismo, ma anche il rifiuto di quegli aspetti di grettezza che non mancano nel mondo popolare; da qui la ricerca di altre strade, lo studio del gregoriano e della musica colta. Abbiamo fatto un po' di tutto, senza mai perderci di vista. Il Conservatorio ci ha dato consapevolezza, tecnica, ma il ritorno alle nostre tradizioni è stato come rispondere ad un sentimento radicato nella nostra infanzia, per me per tramite del violino e della voce, che in questa musica è qualcosa di molto vicino al corpo, alla vita, qualcosa di molto fisico, come mangiare, dormire, amare. Per Massimo, che si occupa di musica sperimentale, e collabora con noi nell'arrangiamento dei pezzi, l'adesione alla nostra musica di tradizione è stata altrettanto naturale e sincera".

scultura di San Colombano sulla facciata dell'abbazia di Bobbio / PF Correvano i primi anni del VII secolo quando il monaco irlandese Colombano, ospite alla corte del re longobardo Agilulfo, dopo aver eretto un monastero a Luxeuil in Francia, si inoltrava tra le colline inselvatichite della val Trebbia, con l'intento di restaurare un'antica chiesa in rovina dedicata all'apostolo Pietro; fu così che nacque il monastero di Bobbio, destinato a celebrità in tutta Europa. "A Bobbio e altrove, i monasteri riportarono uomini e coltivazioni dove da tempo erano scomparsi", scrive lo storico Vito Fumagalli. "Bobbio e Fontenelle divennero celebri centri di cultura per tutto l'alto Medioevo, assumendo una funzione che era stata prima prerogativa della città". L'innegabile funzione civilizzatrice dei monasteri è stata forse idealizzata al punto da offuscare totalmente le possibilità di iniziativa spontanea delle popolazioni contadine del tempo. Ma questo è un tema che spetterebbe agli storici dibattere, mentre oggi dobbiamo aver ben presente che l'operare delle istituzioni non può più trascurare o prevaricare le istanze culturali delle comunità locali.

"Così lontano l'azzurro..." è il titolo del primo CD di Enerbia, allegato al numero 62 di "World music magazine". Si tratta di un frammento di una lirica di Giorgio Caproni, che visse in alta val Trebbia e nelle sue opere giovanili ricordò feste e balli della tradizione locale. "Così lontano l'azzurro..." è anche il titolo di un progetto dedicato al poeta, presentato all'oratorio di San Cristoforo nel maggio del 2002, con letture di poesie di Giorgio Caproni, testi di Fabio Milana e musiche tratte dal repertorio delle Quattro Province nell'esecuzione di Enerbia. Un progetto che si inserisce nel più vasto programma triennale Leader plus sostenuto dalla Comunità europea e dalle province di Piacenza, Pavia e Parma (SOPRIP) per lo sviluppo dell'economia e della cultura locale. Con sollievo e speranza assistiamo finalmente ad una discesa delle istituzioni verso il basso, che è il basso della fecondità delle culture locali, e all'impegno dei suonatori di tradizione a sostegno delle iniziative culturali e conviviali di comunità oramai consapevoli che non c'è affermazione identitaria senza apertura al mondo, che tutto è veramente mondo paese e mondo, come recita una bella canzone dei Müsetta, attingendo al sentire popolare.

Nota basata sull'articolo
Dalla val Trebbia alle "molte province" / Paolo Ferrari
= World music magazine. 62 : 2003.10. p 5-7


Gli "Enerbia" si raccontano (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/enerbia.htm>: 2004.03-2005.09-