Dove comincia l'Appennino

E valli e monti ho scavalcato

Ricordi di voci dalle strade delle Quattro Province

di Mauro Balma



Pentema ; Poggio Moresco ; Cicogni ; Santo Stefano d'Àveto ; Montebruno ; Connio di Carrega ; i Canterini del Sentiero del Sale ; Bogli ; Cegni ; Negruzzo ; Ferriere ; Torriglia ; i cantori


La prima volta che ho messo piede nel territorio delle Quattro Province è stato nel dicembre del '71. Dal punto di vista etnografico, perché, per il resto, più o meno fra la seconda metà degli anni Quaranta e la prima dei Cinquanta ho passato lunghi periodi estivi a Marzano di Torriglia presso a lalla (che in realtà era una zia di mio padre, quindi una lalla-bis?) in un contesto ancora ricco di cultura contadina e di villeggianti vecchio stile.

Si andava su con la vecchia SS 45 tutta curve, imbarcando sul camioncino di un certo Italo anche i materassi e le masserizie intese ad integrare l'esistente in loco per un soggiorno di due mesi circa; noi si seguiva naturalmente da Genova in corriera e il viaggio durava un'ora e venti. Che io ricordi l'unico mezzo semovente locale era il sidecar d'u Celsu che rientrava alla sera dal lavoro rombando sull'acciottolato della piazzetta dove stavamo, ancora per poco dominata da austere case in pietra: uno spettacolo!

Il venerdì sera, sempre in corriera, arrivavano i mariti e tutti in piazza, magari tra le evoluzioni di un giovane contadino che cavalcava a pelo e le mucche che l'attraversavano venendo dalla fontana dove si andava come da copione a prender l'acqua fresca, perché inutile dire che il frigo non c'era: la roba che doveva durare stava inta muschea, tanto le mosche restavano appiccicate alla carta moschicida che pendeva in cucina, mentre vespe e altri insetti similari ronzavano felici durante il giorno allettati da e secchée, frutti marcetti caduti dagli alberi che a lalla metteva immancabilmente a seccare sul poggiolo.

C'era un albergo d'antan, un bar col gioco da bocce, l'osteria della Beppa, il negozio della Eva che aveva un po' di tutto e vendeva la ciunga a noi ragazzotti (che ci sembrava d'esser così tanto americani), u Balin che portava la verdura ogni tanto con un camioncino scassato con il clacson affetto da raucedine, e, sempre ogni tanto, il cinema all'aperto supportato da strutture del tutto aleatorie a capriccio di vento. C'era, ancora, una macellaia: la Clelia, che veniva due o tre volte alla settimana da Torriglia con i vari tagli di carne adagiati sul pianale di un elegante calesse trainato da una vivace cavallina, la Pina, che attraccava sotto casa nostra: roba che oggi i NAS sequestrerebbero tutto a metà del primo viaggio...

Va be'...


Pentema

Dicevo, per tornare al tema, di questa mia prima etnovisita al territorio, seguendo le tracce di una ricerca in atto di cui era al tempo attore principale Edward Neill che avevo conosciuto nel '70. Lui nel '68 aveva registrato a Pezza di Péntema alcuni canti narrativi che avevo ascoltato e che mi avevano fatto venire la voglia di conoscerne il contesto da vicino. Così, in un lontano dicembre del '71 sulla mia 500 (acquistata usata) Edward ed io ci siamo arrampicati fino a Torriglia e di lì a Pentema. Mi ricordo che Neill era tutto contento: «Eccoci qua in un giorno feriale d'inverno con il maestro Balma e la sua 500 verso i monti...»

Arrivati a Pentema si scende e si prosegue a piedi lungo un sentiero, registratore in spalla: già, perché allora la strada per Montoggio non c'era e ci sembrava di esser un po' come Bartók alla ricerca dei canti romeni...

Giorgio Traverso viveva allora nella piccola frazione di Pezza assieme a sua madre, unici abitanti stanziali del luogo; ci aveva ricantato due canti dei suoi: Richetta va 'n giardino e O bella figgia.

Dopo un tentativo precedente andato a vuoto nel 2006 perché lui era andato "in città" (nella fattispecie Pentema) ho riincontrato Giorgio nel 2013, grazie alle indicazioni di Laura Rubattino, già gentile cantora, con casa a Pezza e origini familiari locali. L'ho ritrovato un po' mal preso ma sempre con voglia di cantare, anzi di recitar cantando, per cui non mi è rimasto che filmarlo nella sua fantastica casa ed ascoltare i suoi vivacissimi racconti che oggi arrivano a Internet.



Poggio Moresco

Sono ritornato nel contesto 4P alcuni anni dopo, nel '76, questa volta nel piacentino. La faccenda era andata così. Nei primi anni Settanta avevo formato a Genova un gruppo di revival del quale faceva parte anche Anna Galli, madre di Giuliano Merialdo che avrebbe avuto in seguito lunga militanza con il Gruppo Ricerca Popolare. Anna e sua sorella Drusiana abitavano (e abitano) a Genova, per cui era stato facile programmare una visita al loro pese d'origine: Poggio Moresco di Pecorara.

Io e Giuliano siamo andati su nel periodo della Gallina grigia, il canto di questua che si fa per Pasqua. In casa di Anna ho effettuato registrazioni da brivido, poi, nel corso della notte, il canto di questua itinerante. Ricordo (è rimasto registrato) che in una casa del paese è successo un fatto increscioso: nell'entusiasmo del canto qualcuno dei cantori è andato a sbattere contro una specchiera di quelle che si usavano nelle sale d'entrata, tutte con una bella cornice di legno: lo specchio è andato rovinosamente in pezzi, ma c'è stato solo un breve sbandamento e il canto è ricominciato quasi subito!

Ho riincontrato Anna nel 2014 e l'ho risentita nel 2015, anno nel quale purtroppo ha perso il marito Renzo Merialdo anche lui all'epoca fra i cantori. Ho ritrovato invece tutti pimpanti a Poggio nell'estate del 2015 Rosa e Antonio Picchioni, che ricordavo anche cantore nelle Voci di Confine. È stato molto bello perché Rosa ha tirato fuori delle vecchie foto di quando il gruppo dei cantori di Poggio e di Cìcogni era venuto a Genova due volte (nel '79 e nell'80) a cantare in un festival organizzato da me e da Giuliano. Riascoltando le registrazioni del '76 è venuta la pelle d'oca a loro e a me: una grande soddisfazione davvero per un ricercatore accorgersi che il lavoro di ricerca di un tempo riceveva l'apprezzamento dei protagonisti. Mi hanno chiesto la copia completa delle registrazioni che ho dato loro durante un successivo incontro a Genova. Possiamo ascoltare Il rombo, Conosco una ragazza, Appena trenta giorni e alcuni Canti di risaia organizzati in strofette. La tensione e la "tenuta" dei fiati sono veramente straordinarie: il suono di queste ex mondine è inconfondibile, una sfida tra le voci. Visivamente ricordo questo nel corso di canti presi su in casa di Anna a Genova, purtroppo non registrati, quando le canterine cantando si guardavano in viso oserei dire "ferocemente".

Per ascoltare le registrazioni cliccare sul lettore audio o, se questo non si attiva, sul titolo della canzone

 ♫ 1: Il rombo
 
 ♫ 2: Conosco una ragazza
 
 ♫ 3: Appena trenta giorni
 
 ♫ 4: Canti di risaia

Tra i ricordi di Rosa:

«Stavamo proprio lavorando e il nostro capo ha sentito quello che avevamo cantato e ha detto "No, voi non potete lavorare come cantate: vi metto sull'argine, finite la canzone e poi cominciate a lavorare" e così è andata. Noi cantavamo sempre, ma la monda è niente: cantavamo anche durante il trapianto, facevamo il trapianto ma non ci facevano fermare di cantare. Per noi il nostro sogno era cantare ballando: arrivavamo a casa, c'era la cascina e facevamo i balli fino a sera, e poi via al mattino si riparte. Ma eravamo contenti sai — perché adesso parlano delle mondine — eravamo felici noi, anche se... Comunque per me è stato bello; io non posso dire che le risaie — sì: faticoso, tutto quello che vuoi, però mi son sempre trovata bene, ci sono andata per dodici anni.»

Oggi si canta molto meno di un tempo; a parte il gruppo delle Voci di Confine che c'è sempre, Antonio dice che

«si è perso un po'... Fino a poco tempo fa si cantava molto in questo paese... Fino a dieci anni fa ogni occasione si cantava, tutte le occasioni erano buone per cantare. Adesso un po' meno perché c'è chi non gli piace e allora per contentare un po' tutti si lascia perdere.»


Cicogni

Peccato! Rosa suggerisce di andare a Cicogni a cercare Ugo che era stato con loro a Genova. Quindi lascio Poggio Moresco e vado nella vicina Cicogni per ritrovare Ugo Pozzi nella sua trattoria Alpina dove, sempre con Merialdo, avevo effettuato un'altra serie di registrazioni nel '79.

Vado a cercare Ugo sulla piazza della chiesa perché, mi dicono, c'è una festa, un raduno di preti che ritroverò poi in lunga tavolata al ristorante. Durante il pranzo ascolto anche qualche canto, principalmente però cose come Madonnina delle rose. In un posto più tranquillo anche Ugo mi dice che le cose "vecchie" non si cantano quasi più perché quelli che ancora sono vivi e le sanno non hanno più molta voce (bisogna dire però che in paese vivono non più di una trentina di persone). Ascoltiamoci due canti di allora lasciandoci magari incantare (a me capita) dai "giri" delle voci soliste.

 ♫ 5: Siamo sedici compagni
 
 ♫ 6: La mezzanotte l'è già suonata



Santo Stefano d'Àveto

Il gruppo dei cantori piacentini era venuto a Genova assieme ad uno maschile di Santo Stefano d'Àveto dove nel '78 avevo cominciato a registrare cominciando dal Maggio che si canta tutt'ora. Il modo di cantare del paese risente un po' dello stile "di montagna" coltivato allora dal Coro Groppo Rosso. Uno dei canti raccolti nel 1980 al tempo delle esibizioni genovesi, era stato Son qui sotto i tuoi balconi, guidato da Cristoforo Campomenosi col quale ho una lunga conoscenza. Sono andato a ritrovarlo nel 2013 e mi ha raccontato un po' gli sviluppi del canto.

Il coro di sui sopra è stato in parte assorbito dal Coro polifonico della banda; alcuni dei componenti hanno però formato un altro gruppo canoro maschile che si chiama La Contrada. È interessante riportare l'opinione di Cristoforo riguardo alla partecipazione come cantore in un gruppo misto o in gruppo maschile:

«Io a dir la verità... mi son sempre più trovato bene nei cori maschili, no? Anche perché mi sembrava che mi esprimevo meglio, nel senso che fai il tenore, fai la prima voce; con quelli lì misti il tenore non sai mica — cioè... non ho imparato nessuna canzone: se mi dicessi – cantami questa... cosa ti canto?»

È il punto di vista di chi è abituato a fare da voce-guida, a segnare gli attacchi per dare il la agli altri. Questo in particolare funziona nel "canto di compagnia" che, se anche si è un po' perso, viene fuori durante le feste (sul Maggiorasca, a Pievetta, al passo del Tomarlo...) o in qualche bar se ci sono le persone giuste.

 ♫ 9: Son qui sotto i tuoi balconi


Montebruno

Negli anni fra il '79 e l'80 sono stato coinvolto in una forsennata ricerca da una parte all'altra della Liguria assieme a Paolo Giardelli. A quei tempi, sotto l'appassionata regia di Arnaldo Bagnasco, la Terza Rete RAI della Liguria progettava programmi caratterizzati da un responsabile impiego delle risorse locali e dalla valorizzazione delle tradizioni e della cultura del territorio. Ecco quindi la possibilità di realizzare tre serie di trasmissioni: due per la radio, "Voci e suoni delle valli liguri", "Me contava 'na votta mae nonna" (questo sulle fiabe dialettali) e sei per la televisione inseriti nella serie "Memoria popolare". Ora li guardiamo come lavori "storici" perché nel frattempo sono scomparsi molti dei protagonisti e una gran parte dei lavori artigianali all'epoca ancora documentabili; naturalmente siamo cambiati anche noi e a volte ti viene da dire: ma chi è quello lì?!

Certo si lavorava in modo diverso da oggi: basti pensare che in RAI si poteva anche impiegare una giornata di studio e di tecnico per montare una trasmissione radiofonica di venti minuti.... I tagli nei nastri e il montaggio del commento e delle riprese sul campo costituivano un lavoro che richiedeva molta pazienza, specie da parte dei tecnici. Alla fine il maestro Natale Romano controllava il tutto con rigore ed attenzione, specialmente ai minutaggi.

Per i filmati la RAI aveva affidato la realizzazione del lavoro alla Electra Film (4 persone in tutto) che cercava di seguire le nostre proposte, il nostro canovaccio, per la verità con non poche difficoltà dato che i tecnici non avevano alcuna specializzazione nel campo etnografico. Tra l'altro uno di questi filmati aveva per titolo "Le Quattro Province: la Liguria oltre la Liguria": non un segnale di appropriazione senza causa, ma una captatio benevolentiae nei riguardi della committenza della sede ligure.

Dalla serie di "Voci e suoni" ho ripescato due canti registrati a Montebruno in val Trebbia nella canonica del santuario. Eravamo arrivati quasi all'improvviso Paolo ed io (novembre del '79) e avevamo trovato sei cantori, quattro donne e due uomini. Tre delle donne sono vive e ogni tanto le incontro passando da Montebruno: una gestisce l'edicola del paese e un'altra ha un negozio da parrucchiera. Qui appunto ci siamo visti nell'estate del 2014 per riparlare assieme dei canti di quei tempi, e anche di prima di quei tempi. Ascoltando le registrazioni lì per lì dicevano di non essere loro: succede. Non solo, ma essendo io andato a vedere ed ascoltare l'8 settembre del 2011 la celebrazione della Madonna al santuario, avevo avuto occasione di riascoltare il canto Vergine eletta proprio del luogo, eseguito con accompagnamento di tastiera e gruppo corale. A me era piaciuto di più cantato con le voci argentine delle cantore e le voci grasse dei due bassi del '79: mentre due di loro erano d'accordo con me, una terza chiaramente ha detto che quel modo di cantare non le piace più, rinnegando quindi lo stile passato.

La festa profana classica del paese rimane quella del 2 novembre per i funghi. Però:

«Finita la fiera cantavano, erano più canti da bar, da osteria... ora invece assolutamente... Erano tutte persone che molto probabilmente non esistono più perché venivano giù da Barbagelata dai paesi intorno... Canale... Squadra di canto, c'era Giovanni il carrettiere, c'era mio cognato, c'era Attilio, Giulio. Saranno stati al massimo dieci nella squadra, però non esistono più. Anche a Canale c'era. Alla domenica se facevano il giro si fermavano e cantavano: da un'osteria all'altra si fermavano a cantare e quelli che passavano si fermavano a starli a sentire, c'era "così". Cantavano specialmente d'estate quando c'erano tutti.»

Questa è una bella testimonianza sulla presenza di squadre di canto nell'entroterra. Ma c'erano anche altre occasioni di canto, e possiamo immaginarci il paesaggio sonoro che ne derivava:

«Quando andavamo a passeggio, andavamo così avevamo il gruppetto... cantavamo tutta la domenica dopo mezzogiorno avanti e indietro a passeggio e si cantava le canzoni di allora; c'erano anche degli uomini che cantavano bene.»

Ce ne possiamo fare una idea riascoltando due canti raccolti al Santuario nel '79, un po' sfilacciati perché non ricordavano bene, ma dotati di un "suono" speciale, che riporta indietro... lontano...

 ♫ 7: Mama mia penténemi
 
 ♫ 8: O picchia picchia


Connio di Carrega

Il percorso di ricerca per i filmati ci aveva portato anche al Connio di Carrega Ligure dove nel giorno di festa avevamo potuto filmare tre balli saltati (una giga, un'alessandrina ed una piana) eseguiti dal mitico Ernesto Sala al piffero e da Giacomo Davio "Mini" alla fisarmonica.

Ci servivano anche dei canti da inserire nel film e, sempre al Connio, nel settembre dell'80 si era radunato per noi in una casa del paese un gruppo di voci maschili, che nella fretta non avevamo identificato. Qualche anno dopo, nell'85 li avevamo invitati a partecipare ad un piccolo festival musicale organizzato ancora da Merialdo e da me al Centro civico di Sampierdarena nell'ambito della mostra Liguria contadina, ed erano venuti con Stefano Valla e Franco Guglielmetti.

Nell'agosto del 2013 anche con Paolo Ferrari e Claudio Gnoli per la Festa dei Combattenti ci siamo incontrati al Connio dove come suonatori erano accordati Fabio Paveto e Andreino Tambornini che avevo già incontrato qualche anno prima a Salogni. Nella gran confusione abbiamo rintracciato Giggi Guerrini che ha raccontato:

«Io mi ricordo che le donne cantavano, ero un bambino che mia mamma era laggiù nel fondo del paese e mia nonna era una che cantava veramente anche in chiesa e delle volte erano lì che cucivano — si sedevano, c'erano delle prugne delle piante, c'erano tutti gli aranci; e mentre cucivano qualcuna cominciava a cantare... a mugugnare... allora erano fatti così; e poi c'era uno che chiamavano "Brachin" dicevano che aveva un basso da matti, me lo ricordo io, e aveva l'angolo della casa laggiù in fondo; cominciava a spuntare e cominciava a fare il basso. Poi pian piano si avvicinava... e si mettevano a cantare... ecco: tutto lì.»

Sembra proprio di vederlo questo che spunta un po' timidamente dall'angolo della via e si mette a cantare con le donne! Ma il canto si inseriva naturalmente nel contesto di tutte le feste:

«Ai cinque d'agosto festa del paese, la Madonna della Neve, si facevano tre giorni: c'era la messa per le donne che poi andavano a fare da mangiare, poi alle 11 c'era messa grande e vespro. Questa di oggi è la Festa dei Combattenti del '18, questa l'hanno sempre tenuta ed è per questo che hanno sempre fatto venire il piffero. Poi cantavano... cantavano contenti che oggi sono tutti arrabbiati. Cantavano quelle canzoni lì tipo bujasca. Qui quando cantavano, cantavano alla bujasca: Il delitto, tutte quelle cose lì...»

Poi nel luglio del 2014 sono ritornato su e, in casa di Giggi Guerrini, abbiamo riparlato dei canti e dei balli:

«Io sono Aldo Guerrini; io cantavo sempre da secondo, la voce più alta: noi chiamiamo primo quello che inizia; la voce più alta la chiamiamo secondo. Però tante volte cantavo nel secondo versetto quando si riprende il versetto, attaccavo io, ne facevo un pezzetto per inquadrarli, poi entrava l'altro. Io personalmente ho cantato con delle persone molto vecchie, ho cantato con "Giacumin de Benun" di Bogli. Quando ho cantato con "Balladin" che sarebbe stato uno di Bogli, era qui in Carrega, c'era la festa, ero giovane allora e ballavano e belin c'erano tutti i buoni: c'erano due o tre di Bogli, c'era "Franseschin daa Vigula" , c'era "Mengu", c'erano tutti i bassi possibili... e non c'è verso cantare. Mi ricordo sempre nell'osteria vecchia sul portone erano tutti là... Io ero dentro che ballavo, dice "guarda: c'è Franceschin daa Vigula che vuole che tu venga là a cantare perché ci sono tutti, anche quelli di Bogli, ma non riescono a cantare." M'ha detto "Siediti lì, attacco io poi vai". Mi pare proprio che avesse attaccato Amavo una ragazza; belin l'ha attaccata e io di secondo e poi un vuzin in fondo... Bassi c'erano come c'erano...»

Aldo mi ha anche portato una lista con tutti i nomi dei cantori che non avevo: possiamo ascoltarli in Trentasei mesi.

 ♫ 10: Trentasei mesi


i Canterini del Sentiero del Sale

Nell'86 stavo lavorando al capitolo dedicato alla polivocalità dell'area pavese che sarebbe uscito poi nel volume "Pavia e il suo territorio": è stato allora che ho avuto occasione di conoscere Gregorio Zanocco.

Intorno a lui e a suo fratello Carlo si erano radunati alcuni cantori che praticavano un repertorio diviso tra i canti narrativi appenninici e il trallalero di origine genovese. Si riproponeva il tema dell'espansione del canto genovese oltregiogo avvenuto attorno agli anni Trenta del Novecento. Anche a Bogli c'era stata una squadra alla genovese che aveva molto colpito perché "davano il ritmo", come diceva Gregorio, mentre le bujasche erano legate al canto fermo, un canto la cui ritmica è molto allentata, in cui conta il ritmo del respiro che conduce all'ampiezza del fraseggio. A Voghera si era ricostruita una sorta di enclave di cantori appenninici inurbati che avevano tutti mantenuto i rapporti con i paesi d'origine. Fra il settembre e l'ottobre dell'86 ho registrato in casa di Gregorio numerosi canti. È significativo che l'unico canterino dedito al trallalero, il contralto Stefano Ardigò, non cantasse nelle bujasche per il semplice fatto che non le sapeva: tutt'al più eseguiva dei finalini tipo vuzin. L'altro cantore con esperienze trallaleresche, il baritono Sergio Negro, dominava invece ambedue i repertori confessando che anche nelle bujasche, tant'è, «ci si dà una botta di genovese».

Negli anni Ottanta con il nome di Canterini del Sentiero del Sale si erano esibiti due volte dalle mie parti: un prima volta a Bolzaneto e una seconda a Rapallo. Qualche anno fa avevo riparlato con Gregorio, sempre a Voghera, in un bel convento, in relazione al repertorio sacro in vista della realizzazione del volume con CD "Pange lingua" centrato sui canti sacri dell'Appennino. Nel novembre del 2015 ci siamo rivisti per una sorta di riassunto delle sua attività canora. Questa volta l'incontro si è svolto nel locale dove la corale vogherese da lui diretta effettua le prove: è un luogo singolare perché per accedervi dovete passare attraverso un largo corridoio dove lungo le pareti spiccano a grandezza naturale ed espressioni realistiche militari armati in perfetta divisa, che vi sembra di avanzare (con un certo timore) fra le due ali di un esercito schierato...

Al nostro colloquio ha partecipato anche Edilio Panigazzi, che ricopriva il ruolo di secondo baritono (o tenore) nel gruppo di Gregorio anche nei trallaleri: questa era una delle caratteristiche del gruppo che in seguito si sarebbe chiamato Voci del Sentiero del Sale, rimasto attivo fino al 1997. La scomparsa di Carlo Zanocco aveva decretato la sua fine perché era venuto a mancare un elemento portante, anche affettivamente. Infatti come sottolinea Gregorio:

«Uno che non è nato nella nostra zona — cioè, per noi voleva dire cantare la nostra vita. Cioè, praticamente quando noi cantiamo una canzone è un riferimento sempre — per noi vuol dire che vediamo quel momento della vita del paese, ricordiamo quelle persone che prima di noi l'hanno cantato, hanno vissuto questo momento. Quindi per noi è la colonna sonora del momento, per me il canto popolare è la colonna sonora di quel momento.»

I quattro canti che ho scelto fra quelli registrati nell'86 presentano caratteristiche particolari legate al repertorio appenninico, anche quando derivano da quello genovese. Ascoltando Là nel silenzio sentiamo che la melodia è quella del genovese, però il sottofondo è corale, quasi un quadro notturno: questa è una suggestione del maestro, molto personale. La biondina conserva maggiormente l'impronta genovese ma:

«La facciamo più lenta perché come la sento io era una canzone da mulattieri. Tu pensi: è come il canto processionale, intanto che vai comincia uno e lo seguono gli altri. Perché i mulattieri cantavano intanto che andavano e quindi il passo della mula come la processione ti dà il tempo; se lo faccio più veloce non ha il passo del mulattiere.»

Bella non t'affacciar è una serenata accompagnata dalla chitarra, che non si sa da dove venga, ma era stata imparata da Pino Zanardi di Barostro. La particolarità di questo canto è quella di inglobare nel finale l'adattamento di una canzone del repertorio di Luciano Tajoli ("più non scrivi | e non torni, | ti sei fatta di gelo | così passano i giorni") che era stata adattata allo stile del canto popolare: era una tradizione così. Se tu brami di vedermi è invece proprio nello stile delle bujasche, neppure così facile da realizzare.

 ♫ 11: Là nel silenzio
 
 ♫ 12: Dammi la man biondina
 
 ♫ 13: Bella non t'affacciar
 
 ♫ 14: E se tu brami di vedermi


Bogli

Le bujasche... All'epoca delle prime ricerche sul pavese non mi era ancora chiaro cosa esattamente significasse quel nome, per cui ad un certo punto ho deciso di fare una visita al paese di Bogli perché è da lì che si origina; oggi è in provincia di Piacenza, ma ha cambiato più volte appartenenza amministrativa. Registrazioni in giro non ce n'erano: era quindi necessario documentarsi se si voleva, come io volevo, arrivare alla radice del canto polivocale dell'Appennino settentrionale. Quindi dopo aver raggiunto le Capanne di Cosola (il passo è alto come Cogne!) mi ero avventurato per una strada scassata e piena di magolli (ossia pietroni) per raggiungere il paese situato molto più in basso.

Arrivato lì non avevo trovato nessuno; la spiegazione però era venuta ben presto: erano tutti al cimitero per un funerale. La situazione del mio primo incontro con i bogliaschi non era proprio delle più facili, ma, avvicinatomi con rispetto e cautela, dopo aver chiesto informazioni sul defunto, è partito un primo dialogo. La prima cosa che qualcuno ha fatto è stata quella di mettere la mano sulla parte inferiore dei ritratti di diversi defunti sulle tombe, tutti accomunati dal cognome di Toscanini: mi facevano notare come gli occhi e la sagoma della fronte fossero quelli del famoso direttore d'orchestra. Il passo dopo è stato quello di condurmi alla casa abitata dagli antenati del maestro prima della loro discesa a Parma. Dopo questa "alta" escursione musicale ho aggiustato il tiro sui miei interessi canori arrivando prima a raccogliere testimonianze sul lavoro del mulattiere e sulla costruzione dei "sacchetti" per le muse (Rodolfo Borrone e Maria Negro), poi sui canti loro, i suonatori di "miza" e il carnevale di Cegni (Paolo Rossi ed altri).

Dopodiché nell'osteria Renati è venuto il momento dei canti: subito 19 canzoni (!) il 26 luglio del 1987; poi il 31 ottobre dello stesso anno replica di alcuni dei precedenti e altri nuovi per arrivare a 30; il 25 agosto del '90 un'altra decina di canti e arriviamo a 40: un grande repertorio! Successivamente (23 agosto 1992) per fare buon peso ho registrato in chiesa canti religiosi (tutte donne meno uno). Sono tornato altre volte anche senza registrare. Mi ricordo in particolare di un appuntamento con Attilio Spinetta "Cavalli", vera colonna portante del canto di Bogli ed oggi purtroppo scomparso: ero partito da Genova col bel tempo e arrivato a Bogli con la neve, per scoprire poi che Attilio era andato ad una fiera...

Cosa resta oggi di tutto questo? Per avere notizie fresche sono stato nel 2015 a trovare a Bogli Lino Spinetta che vive a Genova e che ho incontrato più volte a Luccoli fra i canterini. (La strada è stata nel frattempo asfaltata ma, la manutenzione essendo evidentemente sporadica, in alcuni tratti ricorda molto da vicino quella vecchia...)

Si canta ancora?

«No, assolutamente; l'ultima volta che abbiamo cantato, poco alle Capanne, quando fanno a Curmà di pinfri han dato la medaglia a Cavalli, a Attilio no?, però lì seduti dopo mangiato, poi basta, lui è morto. Sono un po' di anni, ma erano parecchi anni che era fuori uso completo. L'osteria di Renati non c'è più, non c'è più niente, solo il circolo e basta. D'inverno non c'è nessuno; la vita del paese si riduce a un mese. Tutti quelli che hai nominato erano della seconda metà degli anni Venti, capisci...»

Al circolo appunto ho conosciuto il figlio di Attilio e altri giovani che si danno da fare per il paese, ma per quanto riguarda i canti ci dobbiamo affidare alle registrazioni d'antan. Quindi tra tutte propongo Quando i Francesi, un canto breve e forse incompleto ma una straordinaria testimonianza di fatti impressi nella memoria, qui giunti addirittura dal tempo del nostro Risorgimento; E mi son chì in filanda e Majulin (tutte registrate il 31/10/1987) e La Pinota del 25/08/1990, che sono classici del repertorio bogliasco/appenninico. In quest'ultima (da notare l'andamento cadenzato dell'esecuzione) e in Quando i francesi si sente nel finale un vocino a proposito del quale Lino dice:

«Mazéa faceva quel giro col vocino come facevano proprio i vecchi, cioè i nostri papà, e questo portava un po' fuori perché oramai non c'eravamo più, io non ci riuscivo a fare quel giro lì. Si fermava quasi e riprendeva, capisci.»


 
 ♫ 15: Quando i Francesi
 
 ♫ 16: E mi son chì in filanda
 
 ♫ 17: Majulin
 
 ♫ 18: La Pinota


Cegni

Tornando ora nel Pavese, il centro etnomusicologicamente imprescindibile è com'è noto Cegni, specie per il repertorio da piffero, il carnevale e, in passato, anche la musica religiosa. Nel contesto del repertorio da piffero ci sono anche noti canti rituali, specie legati al matrimonio (canti tristissimi...); uno di questi è La sposina della quale esistono due versioni molto diverse: una "in maggiore" e l'altra "in minore", in riferimento al modo musicale d'impianto. Questa cantata da Tunen Zanocco è la seconda; la voce è quella di un anziano ma secondo me certe variabili d'intonazione derivano anche dalla suggestione di alcune note della scala del piffero che i suonatori "vecchi" non intonavano secondo il sistema temperato; difficile però stabilirlo in assenza di una esecuzione nella tonalità propria dello strumento.

 ♫ 19: Sposina

Su Tunen ho parlato con Stefano Valla (vedo che la mia prima conversazione con lui a Genova risale al 1986: gulp!) che ho trovato nella sua casa di Cegni intento a perfezionare micrometricamente un'ancia:

«Questo signore per quanto l'ho conosciuto io ha sempre cantato e cantato particolarmente bene. Anche mia mamma e le mie zie mi dicevano che era bravissimo quando accompagnavano gli sposi, aveva questa voce che permetteva di cantare questi brani quando c'era Jacmon, accompagnare gli sposi nel paese, cantare La sposina, questi brani rituali. Lui aveva una passione terribile ovviamente per il canto... e ogni volta che ci incontravamo io e lui in paese, quindi quattro-cinque volte al giorno, cantavamo. Ovunque noi ci trovassimo: lo incontravo fuori casa: un pezzettino a due voci, poi "ciao ci vediamo"; poi lo incontravo due ore dopo: un altro pezzettino. Chiaramente io l'ho conosciuto che era già anziano, però aveva, come dire... una conoscenza, questa è la parola che secondo me è importante, oltre che delle doti vocali belle — e c'era questo gusto di condividere questi piccoli momenti. Questo è un piccolo ricordo che posso lasciare, quest'idea di cantare sempre ovunque.»


Negruzzo

Nella non lontana Negruzzo il giorno della festa, com'è giusto, si canta, si suona e si balla. Nell'osteria del paese (oggi trasformata e trasferita in altra sede) avevo trovato il 22 agosto del '92 un bel gruppo di voci.

Ricordo che nel corso di una conversazione post prandium il compianto don Gianrico Fornasari, già parroco di Groppallo e grande appassionato di canto corale, mi diceva che a suo modo di sentire i canti "da osteria" non esistevano più perché quelli legati ai recenti convegni erano già piuttosto modificati e legati ad un'intonazione data da uno strumento; io non ero molto d'accordo perché sia pure rimessi un po' in ordine e con le voci scelte anche in viste di registrazioni e inserimenti vari in rete, l'impianto della polivocalità era sostanzialmente quello originale delle bujasche. Se vogliamo però tornare alle fonti nel senso di don Fornasari mi pare che i canti registrati a Negruzzo (come del resto quelli di Cicogni) possano ben dare l'idea di un canto liberamente strutturato, nel quale però ogni voce ha pure un suo ruolo. Rientrano in questo gioco anche le alternanze fra le voci, gli scambi di parti, quale quello molto evidente in L'è rivà 'l mese d'aprile, dovuto al fatto che a chi intona le prime strofe (Mario Brignoli) viene a mancare la voce.

Ascoltiamo allora in Sulla tomba del mio amore il vocino di Stefano Valla nei finali di strofa, i bellissimi "giri" di voce di Mario Brignoli in L'è rivà 'l mese d'aprile e le due vibranti voci di Pompeo Ferrari e Lino Rovino in Eravamo sette sorelle.

 ♫ 20: Sulla tomba del mio amore
 
 ♫ 21: L'è rivà 'l mese d'aprile
 
 ♫ 22: Eravamo sette sorelle


Ferriere

Ancora più evidente nel loro rapporto con l'ambiente conviviale i canti registrati a Marsaglia in località Ozzòla ma con un gruppo di cantori di Ferriere. Il convito mi era stato segnalato come interessante da Franco Guglielmetti e io ero andato su da Genova dopo una giornata alluvionale che non prometteva nulla di buono e infatti le strade erano piene di sassi: era il 19 novembre del 2000.

Lì la situazione era questa: un ristorante piuttosto frequentato con allegri commensali spesso anche un po' rumorosi; comunque io preparo tutto per una veloce registrazione sul campo e i canti arrivano tra una portata e l'altra. La cosa più impressionante era che in mezzo al trambusto generale erano le voci a dominare e, in mezzo all'allegria conviviale, i cantori mettevano insieme canzoni anche tristissime senza minimamente turbarsi per l'accostamento. Vero che nel mezzo ci si era infilata anche un'alessandrina suonata da Stefanino e Franco e, dopo, anche un valzer accompagnato da Attilio Rocca "Tilion" capitato lì di ritorno dall'Irlanda dove aveva suonato con Bani; però il mix di atmosfere c'era. Qui ho inserito una canzone molto triste, A testa bassa ed una molto allegra, Canerin canerin cantemu, musicalmente un po' alla genovese, con inserti dialettali veneti, fisarmonica in sottofondo e tentativi di accompagnamento ritmico con i cucchiai.

 ♫ 23: A testa bassa
 
 ♫ 24: Canerin canerin cantemu

Sono andato a trovare nell'aprile 2016 uno dei cantori di allora, Celso Calamari e ci siamo trovati d'accordo sul fatto che il "suono" delle registrazioni di Ozzola rispondeva perfettamente alle idee di don Fornasari che ho ricordato più sopra. Anche Celso si è emozionato nel risentire quelle voci captate in un'occasione che nemmeno più lui ricordava. Mi ha detto che in paese

«si canta molto meno di quanto si cantava quindicianni fa; perché la vita è diventata più... più frenetica. C'è molto meno tempo per trovarci, per cantare. Qua da noi diciamo che i gruppi che abbiamo sentito prima di cui ci son le registrazioni, ci sono ancora — questi ragazzi c'hanno ancora la passione, però le occasioni di trovarci sono sempre meno. Però è ancora interessante perché se uno intona una canzone comunque non sguaiata con almeno le tre voci per portarla a termine, alla gente fa piacere sentire.»

C'è un raduno annuale dei cori organizzato da un bar del paese ma, soprattutto, c'è il cantamaggio, tradizione molto sentita che oggi si fa di giorno per agevolare l'incontro con i più anziani (io l'avevo registrato nel 2002 e si faceva ancora di sera).


Torriglia

Termino queste note ricordando una breve ricerca del 2006 svolta a Torriglia e dintorni. All'inizio di quell'anno, chiamato per un'iniziativa di ricerca dell'Istituto comprensivo val Trebbia (che però a sede a Torriglia, quindi in alta valle Scrivia), partecipo ad un incontro dove faccio ascoltare alcuni canti e suoni del territorio. La cosa sembra mettersi bene, però si perde per strada. Tuttavia registro in chiesa canti religiosi a Torriglia, campane a Bargagli e Traso, ricordi e frammenti di canti a Donnetta. Tra l'altro dopo cinquant'anni in un bar ritrovo "Giuanélla" antico compagno dei miei soggiorni a Marzano dei quali parlavo all'inizio e che lassù ancora abita.

Soprattutto ho la possibilità di conoscere Gianna Biggi di Fontanigorda che lavora nella scuola. A casa sua mi organizza un incontro con altre persone tra cui la figlia Benedetta. Torno quindi nel paese dove avevo già registrato nel '79 con Giardelli. Lì avrò una sorpresa perché Lisetta Biggi intona spontaneamente alcuni canti anarchici ed è la prima volta che mi capita di ascoltarli dalle nostre parti nel contesto di una ricerca sul campo.

A questo proposito sono tornato nel 2014 a trovare Lisetta (rivista nel 2007 sempre da Gianna in veste di narratrice) questa volta in casa sua per riparlare dell'apprendimento di quei canti.

«Il fratello di mio padre il più anziano, era del 1895, era un anarchico: so che era disertore era — poi sono venute le amnistie se no c'era la pena di morte. E poi lui gli era rimasta la paura della divisa, da anziano. I canti, quei canti lì che ho imparato me li ricordo io perché me li cantava mio padre che era dell'8, millenovecentootto, un po' più piccolo del fratello grande che li avrà sentiti da lui probabilmente. Mi ricordo che mia madre litigavano sempre con mio padre perché diceva "ma ora uno che uccide, tu le fai dire quelle cose lì da bambina", diceva, e lui rispondeva "Eh Carnot u n'ha ammassou pe cuscì da gente!"

 ♫ 25: L'interrogatorio di Sante Caserio
 
 ♫ 26: Si sente giù per le scale

Un brano che Lisetta ricorda perfettamente è appunto L'interrogatorio di Sante Caserio. Ma un altro canto, non anarchico ma sicuramente anticlericale è rimasto nella sua memoria: Si sente giù per le scale.

«È una canzone molto vecchia: io penso che sia ancora milleottocento... È una canzone che poi si cantava nei gruppi così, anche ai matrimoni. Quel prete della canzone era uno che con la scusa di confessare le ragazze ci provava, ecco... Non so se era una cosa inventata, non si sa; ma può darsi che invece ci fosse un fondo di verità eh probabilmente, ci poteva anche essere — io non l'ho mai saputa questa cosa qua e può darsi che... — chi più anziano di me potrebbe anche saperlo. Però a volte chiedo a qualcuno che dovrebbe sapere certe cose, lo so per certo perché io per esempio mi son rimaste delle cose di mio nonno come tutte nelle famiglie no? Mi pare strano che... chi è più anziano di me, più vecchio, che non si ricordi delle storie di suo padre, mi sembra proprio un po' strano: non si ricordano perché secondo me non sono abbastanza sensibili... Perché bisogna vedere come uno vive anche la vita, anche come ha vissuto la miseria; perché c'è stata anche nella mia famiglia nonostante che eravamo negli anni Sessanta e qui c'era il boom economico, è successo. Però io l'ho vissuta, male perché va bene, però m'ha insegnato, non l'ho cancellata, m'è servita.»

La singolarità del canto è data dal fatto che, a giudizio di chi c'era in casa Biggi al momento della registrazione, esso anche se forse non è così antico come affermava Lisetta, risale a molto prima della guerra. Il motivo musicale però riporta irresistibilmente allo stile di Fabrizio De André, che dubito lo conoscesse: per cui i sentieri della creazione possono inconsapevolmente incontrarsi...


Hanno cantato:

Mauro Balma (associazione Musa)
 
I brani 11-19 sono depositati presso l'Archivio di etnografia e storia sociale della regione Lombardia;
i brani 7-9 presso il Centro dialetti e tradizioni popolari della regione Liguria.




E valli e monti ho scavalcato : ricordi di voci dalle strade delle Quattro Province. [2] = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/evalli.htm> : 2016.05 - 2016.06 -