Dove comincia l'Appennino

All'insegna del faggio

faggeta nei pressi del passo delle Rocche in val d'Aveto / CG Se di questa verde isola montuosa dovessi proporre un segno araldico, un simbolo, tra le numerose specie di piante che vi crescono sceglierei il faggio (Fagus sylvatica). Sui ripidi terreni calcarei, in particolare sugli umidi e freschi versanti volti a settentione, questa specie trova il suo habitat ideale.

I faggi occupano gran parte della fascia compresa fra gli 800 e i 1500 metri di quota. L'elevata piovosità della zona, che supera abbondantemente i 1000 mm annui, unita ai venti umidi provenienti dal mare, favoriscono la formazione di boschi puri di tale essenza. Il loro aspetto, osservato in lontananza, nei mesi primaverili ed estivi, appare come una macchia di un verde cupo ed impenetrabile. In realtà, sotto la fitta volta di rami e foglie, il sottobosco, a causa della sua scarsa illuminazione, è estremamente povero.

In autunno il faggio è tra i primi a perdere le foglie, che, nelle secche giornate ventose, si accumulano a formare soffici manti. Il faggio è sempre stato, per le popolazioni di queste valli, una delle principali fonti di sostentamento, sia per la sua abbondanza, sia perché il suo legno è fra i migliori combustibili, e fornisce ottimo carbone. Veniva, inoltre, utilizzato per la fabbricazione di oggetti di uso domestico ed agricolo: cucchiai, ciotole, rastrelli e manici di scopa. Intorno ai 1500 metri il bosco di faggio, pur essendo ormai formato da piante basse e stentate, mantiene tutta la sua compattezza. Poi, bruscamente, subentra la distesa erbosa. Le ultime piante, se arrivano a spingersi fin sui crinali esposti ai venti di scirocco, provenienti da sud, assumono strane forme contorte.

due aceri fusi e riseparati nel corso della crescita, sopra Donetta in alta valle Scrivia / CB,CG Sull'orizzonte montano, dove il faggio lascia spazio ad altre specie di piante, si trovano più frequentemente, a piccoli gruppi, il sorbo degli uccellatori ed il sorbo montano o farinaccio (Sorbus aucuparia e Sorbus aria). Il primo, così chiamato perché le sue bacche, acidulo-amare, venivano utilizzate come richiamo per gli uccelli che se ne nutrono, assume il suo aspetto più bello nei mesi di ottobre e novembre, quando i piccoli frutti sferici, di colore rosso scarlatto, si stagliano, in grappoli, contro l'azzurro del cielo. Il sorbo montano deve il suo nome alla peluria bianca diffusa sulla parte inferiore delle foglie, dai riflessi d'argento.

Ad alta quota si spinge pure il maggiociondolo (Laburnum anagyroides), detto anche asborno [che in alta val Borbera è pure un cognome] o avorniello. Dai suoi rami, nei mesi di maggio e giugno, pendono grappoli di fiori gialli, piccole cascate d'oro. Il legno di questa pianta, per la sua resistenza all'umidità, veniva utilizzato per costruire canaletti di scorrimento per l'acqua. Si fabbricavano anche piccole botti che i mulattieri portavano con sé, e che venivano riempite di vino una volta giunti ai mercati. Sparsi qua e là, si innalzano gli stupendi aceri montani (Acer pseudoplatanus), dalle caratteristiche foglie a cinque punte; in autunno si tingono delle più belle sfumature di giallo, di rosso e di ocra.

Un tempo, anche le conifere dovevano caratterizzare le aree più elevate, e la loro antica presenza è testimoniata da numerosi ritrovamenti di tronchi fossili [ad esempio lungo il torrente Boreca e nell'avetano lago degli Abeti], sotterrati dalle frane che, nella regione, sono sempre state frequenti. La massiccia opera di disboscamento a cui sono andate incontro queste montagne, in particolare nella seconda metà dell'Ottocento, in corrispondenza con un notevole incremento demografico, e successivamente ai tempi della Prima guerra mondiale, ha causato la quasi totale scomparsa di queste essenze. Alle pendici del monte Boglelio, sul versante della val Curone, resiste una zona dove l'associazione di conifere ha ancora un aspetto primitivo. Altrove, la gran parte delle piante di questo tipo è stata introdotta. La conifera più diffusa doveva essere l'abete bianco (Abies alba), che cresceva fino ai 1600 metri, in alcune zone associato al faggio. Compare ancora qualche esemplare di larice (Larix decidua), l'unica conifera della quale, in autunno, piovono gli aghi ingialliti. I rimboschimenti sono stati eseguiti, per lo più, con pini (Pinus nigra e Pinus sylvestris) e con abete rosso (Picea excelsa).

la Rovere Grossa a Pieve di Montarsolo, nella media val Trebbia / CG Nelle radure pianeggianti, dove l'acqua tende a ristagnare con maggiore facilità, si può rinvenire l'ontàno bianco (Alnus incana). Come il faggio, predilige i terreni calcarei, e si presenta a volte in formazioni arbustive abbastanza estese. Nello stesso ambiente cresce il pioppo tremolo (Populus tremula), dal legno tenero e leggero.

Al di sotto dei 1000 metri, il faggio inizia gradatamente a cedere il posto ad altre specie arboree. Le piante più rappresentative della media montagna e della fascia collinare sono la quercia, nelle varie specie, ed il castagno. Tra le querce, nelle zone più alte si trovano il cerro (Quercus cerris) e la rovere (Quercus sessiflora). Più in basso, in particolare sui versanti soleggiati e aridi, dove più frequenti sono i fenomeni calanchivi, prevale la roverella (Quercus pubescens), dalle dimensioni nettamente più ridotte. [Un detto locale recita infatti "rúgar a u surí, castegn a l'inverní", ossia roveri a solatio e castagni a settentrione.]

Alle querce si associano numerose essenze, che difficilmente occupano zone estese; crescono, preferibilmente, a carattere sparso. Particolarmente frequenti sono il carpino nero (Ostrya carpinifolia) ed il carpino bianco (Carpinus betulus), due specie che venivano utilizzate per ottenere carbone; il legno, assai tenace, veniva impiegato per fabbricare le ruote dei carri. Le due specie hanno foglie molto simili tra loro. È più facile distinguerle osservando il tronco, che nel carpino nero presenta striature orizzontali, mentre nel carpino bianco sono verticali. Quando sulla pianta sono presenti i frutti, non si può sbagliare; infatti gli uni sono molto più piccoli e rassomigliano ai frutti del luppolo, mentre gli altri sono più grossi, con bratte trilobe, in cui il lobo mediano è il doppio dei lobi laterali. Tra i carpini si trova frequentemente l'orniello (Fraxinus ornus), che in maggio, prima dei castagni, si riveste di voluminose infiorescenze profumate. Unico è il colore autunnale delle sue foglie, tra il marrone ed il viola.

la vegetazione in riva al Trebbia a Ponte Organasco / CG Il numero delle specie è arricchito dall'acero (Acer campestre) e dagli imponenti olmi (Ulmus campestris). Recentemente, purtroppo, gli olmi sono stati colpiti da una malattia che ne ha notevolmente ridotto il numero, tanto che il taglio di questa specie è stato vietato. Vicino ai corsi d'acqua si trovano i pioppi (Populus alba e Populus canescens), diverse specie di salici (Salix sp.) e l'ontano nero (Alnus glutinosa). Come per il maggiociondolo, anche il legno di questa specie, per la sua resistenza, veniva utilizzato per costruzioni in terreno umido, oltre che per i lavori d'intaglio e per la fabbricazione di zoccoli.

Tra le piante da frutto, particolarmente diffusi sono il ciliegio selvatico (Prunus avium), bellissimo in autunno per le sue foglie arrossate, il pero selvatico (Pirus communis) ed il melo selvatico (Malus communis). Una posizione particolare occupa il nocciolo (Corylus avellana); abbastanza diffuso, assume le caratteristiche di albero o di arbusto a seconda della altitudine a cui cresce. Quando le piante sono ancora prive di foglie, tra gennaio e febbraio, i lunghi amenti del nocciolo (i fiori maschili) pendono dai rami, spargendo all'interno il polline giallo.

Sui versanti più freschi, né troppo umidi né troppo soleggiati, alle piante che abbiamo ricordato si sostituiva, un tempo, il castagno (Castanea sativa), ad una altezza massima compresa fra gli 800 e i 1000 metri. L'altezza imponente, il tronco non di rado di straordinaria grossezza, la chioma ampia e maestosa come una cupola, il fogliame elegante, fanno del castagno adulto uno degli alberi più belli. Il suo legno, resistentissimo all'umidità ed alle intemperie, venive utilizzato nelle forme più svariate. Con le tavole si ricoprivano tetti e si costruivano staccionate. La corteccia veniva utilizzata per canalizzare l'acqua negli orti. si balla la piana in un castagneto nelle vicinanze di Pentema, in alta valle Scrivia / CG Inoltre lo si impiegava per infissi di porte e finestre, e mobili resistenti. Molti utensili casalinghi ed agricoli, secchielli, ciotole, mortai, rastrelli, gabbie per l'erba e per il fieno, erano costruiti con legno di castagno.

In autunno, tutti si dedicavano alla raccolta delle castagne, che venivano fatte essiccare, in appositi locali, costruiti nei boschi o in prossimità dei paesi. Al piano inferiore veniva acceso un fuoco lento, che per due o tre giorni scaldava il piano superiore, dove le castagne erano sparse su di uno strato di rami accostati [a grè]. Una volta essiccate, le castagne venivano messe in sacchi di tela e battute ripetutamente su di un tronco scavato. Dopo la battitura, fatta dagli uomini, le donne passavano le castagne al vallo; quelle belle venivano vendute, quelle rotte venivano macinate per ricavarne farina, quelle scadenti venivano date al bestiame.

un secchereccio per castagne ben conservato a Pian dei Curli in val Brevenna: al centro si osserva il graticcio di bastoncini / CG Lo stato di abbandono in cui versano oggi i castagneti è lo specchio evidente dello spopolamento di queste montagne. Il bosco di castagno, un tempo pulito e facilmente agibile, ora si presenta sporco e intricato. Le vecchie piante vengono rimpiazzate da piccoli fusti inselvatichiti, e vengono facilmente attaccate dalla malattia dell'inchiostro. I castagneti, abbandonati a sé stessi, sono destinati a scomparire, almeno nella forma di bosco puro.

Fra la vegetazione arbustiva, nelle zone più elevate si rinvengono il ginepro (Juniperus communis), il rovo (Rubus fruticosus), il lampone (Rubus ideaus) ed il falso bosso (Polygala chamaebuxus). Meno frequente, ma estremamente interessante, è il bellissimo fior di stecco (Daphne mezereum), che si ammira soprattutto in primavera, quando i piccoli fiori rosa, molto profumati, spuntano dagli esili tronchi ancora privi di foglie.

In alcune stazioni, come sulle pendici orientali del monte Cavalmurone, si trovano distese di mirtilli (Vaccinium myrtillus). Più in basso, in zone ombreggiate, o al margine dei boschi, si trovano il corniolo (Cornus mas), dai fiori gialli e dai frutti eduli; la fusaggine o berretta del prete (Evonymus europaea), così chiamata per la caratteristica forma dei frutti, di colore viola ed arancione; il citiso (Cytisus sessilifolius), dai fiori gialli simili al loto. Nei luoghi sassosi si rinvengono l'erica (Erica arborea), nelle due varietà dai fiori bianchi o rosei, ed il pungitopo (Ruscus aculeatus) i cui frutti, piccole bacche rosse, sono attaccati alla pagina inferiore delle foglie scure ed appuntite.

la vegetazione fra i calanchi nelle vicinanze di Cella di Varzi / CG A formare siepi ed intrecci, anche di notevoli dimensioni, sono la vitalba (Clematis vitalba), che si sta diffondendo in modo preoccupante, invadendo le fasce di terreno un tempo coltivate e soffocando le piante circostanti, ed il caprifoglio (Lonicera caprifolium), con le sue foglie saldate intorno al fusto. A questi si aggiungono il biancospino (Crataegus oxyacantha) e la rosa selvatica (Rosa canina).

Le rive più aride e franose sono ravvivate, in primavera, dalla imponente fioritura delle ginestre (Spartium junceum); si tratta di un arbusto estremamente tenace, dai rami verdi e giunchiformi, che svolgono la stessa funzione delle foglie, molto piccole e presto caduche.

Le felci, che passano spesso inosservate per l'assenza di fiori, contribuiscono ad arricchire il sottobosco, le rive sassose ed i vecchi muri. Un tempo, era più abbondante la felce dolce (Polypodium vulgare), conosciuta come liquerizia, ma la raccolta frequente l'ha resa piuttosto rara. Più numerose sono la ruta di muro (Asplenium ruta-muraria), dalle delicate foglioline rotonde, e la felce maschio (Dryopteris filix-mas) di grandi dimensioni. Nelle zone in cui è stato effettuato il rimboschimento, sotto l'umida e buia coltre di foglie, si trova la felce aquilina (Pteridium aquilinum), mentre sui pendii soleggiati e sassosi s'incontra la notolena (Notholaena marantae).

Ogni anno, puntualmente, quando gli alberi dei boschi attendono ancora le prime giornate primaverili per aprire le loro gemme, la distesa di foglie secche è ravvivata da numerosissime primule (Primula acaulis), che sfidano le rigide giornate di fine inverno. Fa loro compagnia l'elleboro (Helleborus viridis). In seguito, il bosco si arricchisce della polmonaria (Pulmonaria officinalis), dalle foglie tomentose e maculate di bianco, e dei delicati anemoni (Anemone trifolia).

orchidee / FB Più rari e solitari sono i denti di cane (Erythronium dens-canis), che ricordano nella forma i ciclamini, ed i campanellini (Leucojum vernum), i cui sepali portano all'apice una macchia verdognola. Tra le foglie si fa spazio l'erba trinità (Hepatica triloba), e tra i cespugli la scilla (Scilla bifolia). Sui prati che si stendono oltre il limitare dei boschi, i primi fiori compaiono allo sciogliersi delle nevi. Nelle umide chiazze erbose, o dove il manto bianco è già ridotto di spessore, spuntano i crochi (Crocus vernus). Nel mese di maggio fioriscono la genziana (Gentiana kochiana), la primula officinale (Primula veris), la sambucina (Dactyloriza sambucina) nelle varietà rossa e gialla, e la nigritella (Nigritella nigra). Seguono la genziana maggiore (Gentiana lutea), la viola farfalla (Viola calcarata) ed il botton d'oro (Trollius europaeus). In prossimità della Casa del Romano, sopra l'abitato di Fascia, e su tutto il crinale in direzione del monte Àntola, fino alla conca del monte Buio, si rinvengono imponenti fioriture di narcisi (Narcissus poëticus).

Simile alla genziana maggiore, prima della comparsa dei fiori, è il velenoso veratro (Veratrum album), raramente accompagnato dal veratro nero (Veratrum nigrum), dai fiori raccolti in spighe rossastre. La genziana si distingue perché porta le foglie opposte, mentre nel veratro sono sparse. Molto rara, e rinvenibile solo su terreni particolari, è la fritillaria (Fritillaria tenella), dalla bellissima corolla violacea variegata a scacchi, reclinata verso il terreno. All'inizio della stagione estiva compaiono il giglio rosso (Lilium croceum) ed il giglio martagone (Lilium martagon). Nei prati più alti, soprattutto nella zona dell'Antola, si trovano due fiori che ricordano l'ambiente alpino: l'arnica (Arnica montana) e l'astro alpino (Aster alpinus).

Il sottobosco, nei mesi estivi, è ricco di fiori che prediligono l'umidità e crescono al riparo dai raggi del sole. Le specie più frequenti sono l'aquilegia (Aquilegia vulgaris), dalla corolla formata da cinque speroni; la digitale (Digitalis lutea) i cui fiori sono allineati sui lunghi steli e tutti rivolti dalla stessa parte; il geranio selvatico (Geranium selvaticum).

In luoghi più esposti si rinvengono la liliagine (Anthericum liliago) e la margherita (Chrysanthemum leucantemum), mentre veri pionieri delle rocce ed incuranti del sole e della siccità sono l'erba viperina (Echium vulgare), la bozzolina (Polygala vulgaris) dai fiori lilla o porporini, la sassifraga (Saxifraga bulbosa), alcune piante grasse della famiglia delle crassulacee (Sedum album, Sedum acre, Sempervivum tectorum) e numerose graminacee. L'inizio dell'autunno, sia nella zona collinare che in quella montana, è annunciato dal colchico (Colchicum autumnale).

la vegetazione riconquista spazio tra le case abbandonate di Reneusi, in alta val Borbera / CG Il monte Lésima, noto per il gran numero di orchidee che vi crescono (ne sono state contate ventotto diverse varietà), è sede di un interessante endemismo. In una ristretta fascia del piano culminale del monte, si trova una specie di astragalo (Astragalus sirinicus) rinvenibile solamente in poche altre zone dell'Appennino e in Sardegna.

L'intenso sfruttamento cui queste montagne erano state sottoposte dagli abitanti, un tempo numerosi, e che si è protratto, sia pure in misura decrescente, fino ad una quarantina di anni orsono, ha indubbiamente modificato l'aspetto originario di queste valli, ed in particolare la vegetazione. All'elevato disboscamento, per ricavare il legname ed aprire ampie superfici da destinare a pascolo, a prato o a seminativo, si univa la conversione a castagneto di vasti pendii boschivi. Tuttavia, il costante lavoro dell'uomo aveva creato nuovi equilibri. In pochi anni le cose sono notevolmente cambiate; nei terreni che un tempo venivano sfruttati si assiste alla crescita di una vegetazione atipica ed infestante. I pascoli si coprono di erba alta, che nessuno più raccoglie, e che marcisce con l'avanzare della stagione; le "fasce" sono invase dai rovi, ed i boschi di castagno e di quercia sono sporchi ed inagibili. Per questi motivi, benché si possa ancora ammirare, in quest'isola montuosa, una flora rigogliosa, è evidente che si sta attraversando un momento di transizione verso nuovi equilibri, non più collegati con la presenza dell'uomo, solo in parte connessi con le sue passate attività.

Fabrizio Capecchi
Da
Un'isola tra i monti -- Croma : Pavia : 1990


All'insegna del faggio (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/faggio.htm> : 2007.01-