Dove comincia l'Appennino

Il falò di San Giovanni Battista

In alcune località delle Quattro Province le fiamme illuminano ancora la notte più breve dell'anno. Il cristianesimo associò all'antica ritualità soltistiziale la figura del santo decollato come quello che cede al nuovo astro nascente, il Cristo, rifacendosi al Vangelo secondo Giovanni, 3, 30: "Ekeinon dei auxanein, emè dè elattousthai" ("bisogna che lui cresca, e che io diminuisca").

In diversi momenti calendariali ed occasioni rituali, il falò imponeva il suo potente simbolismo a proposito del quale gli studiosi hanno elaborato interpretazioni riconducibili, secondo James George Frazer, a due concetti fondamentali: la purificazione dagli influssi malefici naturali e sovrannaturali, e il rinnovamento preannunziante la stagione a venire, l'accrescersi delle ore di luce, e quindi l'aiuto che i bagliori del falò offrirebbero al sole al termine del suo declino verso il solstizio d'inverno, secondo principi di magia simpatica o imitativa.

Tempo e stagioni del mondo contadino erano illuminate da falò rituali in svariati momenti calendariali: nelle ricorrenze di Sant'Antonio Abate (17 gennaio), santo al quale la cultura popolare ha attribuito svariati significati simbolici, correlati ma autonomi rispetto al canone cristiano, prossimi al codice rituale del carnevale; nella sera del martedì grasso, quando il falò carnevalesco diventa talvolta rogo di una vittima sacrificale e intreccia sottili e complessi legami di senso con i roghi "letterali" e non più solamente simbolici né metaforici delle condanne a morte di eretici e presunte streghe poste in atto dai poteri secolare ed ecclesiastico.

Ardono i fuochi delle calende di marzo nell'arco alpino centro-orientale, accompagnati un tempo da pratiche di corteggiamento rituale e comunitario, funzionali e al tempo stesso parodistiche; nella conca di Bobbio ardevano i fujè di San Giuseppe (19 marzo), in corrispondenza dell'equinozio di primavera:

"Il 23 febbraio 1806, prima domenica di quaresima, quella delle fiaccole, di notte ho scorto dei fuochi su tutti i monti che circondano Bobbio. Ignoravo la causa delle fiamme che brillavano da ogni parte. Ho appreso che gli abitanti delle campagne celebravano in questo modo il ritorno della primavera; essi chiamano questi fuochi fogliate o fuochi del pastore. Vi fanno cuocere delle castagne, dalle quali confezionano una pasta chiamata polenta, con contorno di carni tagliate a pezzetti che mangiano cantando; si concedono anche degli agnolotte, sorta di zuppa fatta di carne tritata, divisa in porzioncine meno grandi di un giallo d'uovo, avviluppata in pasta, e ballano al suono delle musette o dei pifferi. Le loro urla di gioia e i suoni dei loro rustici strumenti arrivano fino in fondo alla vallata di Bobbio." [E. Jouy, L'Hermite en Italie, Parigi 1824]

Falò rituali, a volte a forma di croci, venivano accesi il Venerdì Santo a Romagnese e nelle vicine frazioni al passaggio della processione. A Piuzzo, in val Borbera, il Venerdì Santo si accendeva un falò sul piazzale della chiesa e alcuni paesani, nel ruolo dei Giudei, simulavano una sorta di furto del fuoco. A Daglio in val Borbera si bruciava un falò anche per la Madonna del Rosario, e infine i falò ardevano in prossimità del solstizio d'estate (21 giugno), a San Giovanni (24 giugno).

Nella valle di Gòrdena, i fuochi si accendevano la sera della vigilia di San Giovanni con i ginepri tagliati mentre si era al pascolo con le mucche, e lo stesso accadeva a Mongiardino in val Sísola e a Péntema in val Pentemina, dove i fuochi ardevano anche per San Bovo, il 22 maggio. Ancora a San Giovanni i borghi dell'alta valle Scrivia di Castiglione, Frevada, Vi, Candini, Fallarosa, gareggiavano a quale falò si sarebbe spento per ultimo. La tradizione è ancora viva a Castiglione.

Anche ad Albera Ligure, nella media val Borbera, la tradizione è tutt'oggi conservata, anche se l'intensità della partecipazione popolare non è paragonabile al passato. Durante la festa patronale di San Giovanni si riproducevano un tempo modalità rituali, simboli ed atmosfere proprie di un rito carnevalesco, e anche la filastrocca riferitaci da Giovanna Gazzoli ricalca quelle che in altre località delle Quattro Province, come ad esempio Bogli e Daglio, veniva rivolta ai "rivali" dei paesi vicini nel mentre bruciava il falò simboleggiante il carnevale. Così ci racconta la festa Giovanna Gazzoli di Albera:

A San Giovanni, ad Albera il falò era sacro. Alla vigilia, tutti gli uomini del paese, e in primo luogo mio padre, quando aveva i muli andava con i muli, ma quando aveva già il camion ci metteva mezza giornata di camion per andare a raccogliere legna, e fare la catasta nel fiume. Poi c'era la competizione con San Martino perché quelli di San Martino non volevano essere da meno, e alla vigilia si accendevano questi due falò ed era un competizione terribile perché tante volte o quelli di San Martino o quelli di Albera attraversavano il fiume per andare ad accendere il falò dei rivali in anticipo, in modo che poi il loro durasse di più, perché poi era la durata quello che contava, e noi bambini, e non solo i bambini, gridavamo così:
Cui d San Marten j èn trentasei
mezi ladri e mezi ebrei,
i van in geza per pregå`
e i se gion manco da l'aotå`,
i pasu da u porton
e gh'è u diàvul cul furcon,
i pasu da a purtena
e gh'è u diavul cu a fursena

da "Chi nasce mulo..." — Musa : 2007


Anche nelle frazioni di Mongiardino, in val Sisola, la tradizione di ardere i falò è mantenuta viva da alcuni volonterosi valligiani, e se da un lato si rimpiange la partecipazione entusiasta dei tempi andati, dall'altro questi fuochi che illuminano borghi ormai spopolati assumono una valenza simbolica in più rispetto al passato, e la loro magia propiziatoria appare diversamente, ma forse ancor più intensamente, necessaria, ad auspicio di un futuro che sappia riscattare l'abbandono e la crisi del presente attingendo alle potenzialità e ai non rari pregi di questo territorio.

Davanti alla chiesa parrocchiale e alle spalle dell'antico oratorio della confraternita di San Giacomo, oggi interessato da un eroico e volontaristico sforzo volto a recuperarne il possibile dopo un abbandono durato troppo tempo, sta ammucchiata una gran quantità di paglia, cassette ed altro combustibile che ha sostituito e "attualizzato" i ginepri che venivano un tempo raccolti sui monti proprio allo scopo di ardere nella notte di San Giovanni. "E se qualcuno veniva giù dai monti senza aver portato un ginepro erano guai per lui...", ci raccontano.  Sul versante opposto della valle si è già acceso a Camincasca un falò che non sembra aver paura di quello di Mongiardino, mentre si è spento quello che ardeva già da un po' a Piansuolo.

Comunque oggi la modernità rende meno interessante la competizione per la maggior durata dei fuochi; a soccorso del falò del capoluogo intervengono infatti i fuochi d'artificio e così, con la luna al suo quarto che splende bella alta sulla valle, i bagliori delle fiamme e le effettose luminescenze dei botti, il santo decollato potrà dirsi soddisfatto e le  strie che nella sua notte solcano le tenebre aeree verso il gran noce di Benevento avranno il loro da fare a trovare la giusta rotta. Una fisarmonica assorta effonde nell'aria sonorità rassicuranti, passa qualche macchina e da dentro guardano e non capiscono. "Un tempo" ci racconta Ginetta Mignacco "noi bambini, mentre bruciava il falò, battevamo le mani e cantavamo questa filastrocca:

Viva il falò di San Giovan,
batti, batti, batti i man...


Mongiardino, 23 giugno 2007

Paolo Ferrari Magà
fotografie di Massimo Sorlino e CG


Il falò di San Giovanni Battista (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/mini.htm> : 2007.11 - 2009.06 -