Dove comincia l'Appennino

Comunità locali e istituzioni:
distanze, differenze, possibilità

La nostra riflessione alla luce dell'esperienza di Musa sul territorio delle Quattro Province


Accogliendo l'invito dei promotori dell'iniziativa concretizzatasi nel convegno del 24-25 gennaio 2013 a Milano, vorrei proporre una riflessione su tematiche che mi sembrano fondamentali e propedeutiche ad ogni considerazione di carattere organizzativo, almeno dal punto di vista di una realtà che, come l'associazione Musa, vive la duplice dimensione del radicamento in un territorio caratterizzato da elementi culturali identificanti e di un atteggiamento riflessivo che assume lo stesso ad oggetto di analisi e interlocuzioni conoscitive.

In tal senso, il mio contributo agli atti del convegno apparirà nettamente sbilanciato sul versante della riflessione teorica rispetto a quello della proposta pratico-organizzativa, e mi auguro ciò lo non renda superfluo, ma possa rappresentare uno dei possibili approcci alle tematiche in questo contesto sollevate.


L'identità di un territorio è strettamente connessa alle forme di espressione culturale che esso produce, al loro grado di autonomia e alle modalità di interazione che queste riescono a conservare rispetto ai modelli prodotti e imposti da una contemporaneità segnata dalle strutture proprie dello spettacolo e del consumo compulsivi.

Ai nostri giorni pochi territori possono essere riconosciuti alla luce di valori culturali identificanti, storicamente e tradizionalmente generati (e questo potrebbe valere a livello mondiale) e spesso, anche quando si parla di "identità di un territorio" ci si riferisce in realtà a termini di identificazione politici, di rivalsa o rivendicazione, oppure si assumono impropriamente, nella categoria della tradizione, consuetudini, ideologie, valori o sotto-valori, nei quali le comunità si riconoscono solo in virtù della loro funzione strumentale a quegli stessi temi di rivalsa e rivendicazione. A tale riguardo, Eric J. Hobsbawm ha introdotto il concetto di invenzione della tradizione che, per quanto riferito dallo storico inglese prevalentemente a tradizioni di tipo istituzionale, può, se opportunamente riformulato, applicarsi significativamente anche alle tradizioni popolari.

Il problema dell'identità di un territorio possiede, come tutto, una sua storia, che con non poco impegno potrebbe essere, altrove, tracciata. Per noi è interessante osservarne la sua (forse) più recente configurazione: quella originata dalle trasformazioni epocali del secondo Dopoguerra, che oggi abbiamo tutti imparato a ricondurre alla nozione di globalizzazione.

I fattori che hanno determinato l'omologazione del "villaggio globale" (Mac Luhan) sono stati variamente analizzati, e con questa situazione lo studioso e l'osservatore delle espressioni della cultura popolare tradizionale hanno iniziato a dover fare i conti, facendosi carico di una serie di problematiche che erano ignote ai loro predecessori del XIX secolo e dei primi decenni del secolo successivo. Per costoro la tradizione era qualcosa che ancora ci si poteva permettere di manipolare, tanto resistente ancora era nella sua natura fondamentale. Oggi il problema imprescindibile è quello di riconoscere (o tematizzare) il carattere di autenticità di una tradizione usando tale termine consapevoli, sebbene non del tutto edotti, della problematizzazione operata nell'ambiente UNESCO a proposito del suo significato e utilizzo, ma anche della difficoltà oggettiva a rinvenirne di sostitutivi che ne coprano l'area semantica. Il secondo problema, che segue immediatamente, è quello di capire in che misura e in quali modalità una tradizione rimane "autentica" modificandosi e contaminandosi con altre forme di espressività che tradizionali non sono o che afferiscono ad altre tradizioni che l'onda lunga delle comunicazioni di massa ha spinto all'incontro reciproco.

In ogni caso — come si è detto — un territorio dimostra una sua identità nella misura in cui sa produrre, conservare e reiterare forme di cultura che echeggiano una sua storia e una sua tradizione di popolo e sa conservarle vive e autonome dai modelli culturali dominanti e generici, pur tra le svariate commistioni e contaminazioni.


L'area geografica detta delle Quattro Province, nella quale l'associazione Musa opera con la sua attività di valorizzazione della musica e della cultura tradizionale, si compone di una complessa orografia che la fa, da tempo immemorabile, territorio di rifugio e di transito al tempo stesso. Gli insediamenti più alti delle sue valli, situati intorno ai mille metri di quota, si inquadrano storicamente in quel fenomeno di popolamento di alture ed entroterra che Fernand Braudel individuava come caratteristico delle popolazioni mediterranee. (F. Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani, Milano 2008, p. 20).

Nel nostro caso tale fenomeno può essere posto in relazione con due fattori attrattivi: le scorrerie di bande saracene sulle riviere liguri e la presenza della malaria nella pianura Padana. Li indichiamo a titolo esemplificativo: naturalmente molte altre cause, di pari, minore o forse maggiore importanza, potrebbero, ad una più approfondita analisi storica, essere indicate per spiegare la presenza nelle alte valli tra Scrivia e Trebbia, Mediterraneo e valle del Po, di insediamenti un tempo (fino ai primi del Novecento e oltre) popolosi e strutturati in forme di vita comunitaria complesse; ma in questa sede ci preme osservare come, almeno fino alla metà del secolo scorso, le alte valli appenniniche delle Quattro Province siano state popolate da comunità all'interno delle quali i numerosi e pur gravi fattori di crisi esistenziale, sociale ed economica non erano tali da compromettere la conservazione di strutture comunitarie compiute, strutturate intorno a valori e funzioni profondamente connessi al territorio, inteso come ambiente storico e naturale. Comunità che vivevano una dimensione di socialità complessa ed elaborata all'interno di reticoli economici, parentali e rituali compiuti, sui due livelli fondamentali della vita materiale e della vita spirituale, ma anche, da un altro punto di vista, del trascendente e dell'immanente, delle opposte e complementari sensibilità cristiana e pre-cristiana (o, se vogliamo, magico-naturalistica).

Naturalmente uno svolgimento storico del tema dell'identità e della compiutezza identitaria delle comunità delle alte valli delle Quattro Province andrebbe articolato alla luce dei macroeventi storici e degli effetti prodotti su queste (ma anche del perché, in qualche misura, tali effetti non si siano prodotti). A tale scopo, molti sarebbero i temi da considerare, in contrapposizione ad altri temi, quelli caratterizzanti le società di pianura e di città: un'economia agro-pastorale di sussistenza quasi autarchica a fronte di un'economia agricola in via di industrializzazione già a partire dal XVIII secolo in pianura; la scarsa significatività dell'economia monetaria (o comunque il suo ruolo fortemente ridimensionato rispetto alla contemporanea società delle pianure agricole e delle città) e la persistenza di forme di scambio di prodotti fino alla metà del secolo scorso a fronte di un'economia già dominata dalla moneta almeno a partire dal XV-XVI secolo nelle pianure e nelle città; un ambiente naturale relativamente impervio (ma che andrebbe analizzato nelle sue differenze da un paese all'altro) con caratteristiche geomorfologiche favorevoli agli spostamenti per buona parte dell'anno, a misura d'uomo, adatto a forme di sfruttamento agropastorale limitate ma sufficienti ad un'economia di sussistenza, ma al tempo stesso anche a scambi di genti e di merci, a fronte di una pianura coltivata in maniera intensiva almeno dal XVII secolo e legata strettamente al commercio con le vicine città e all'industria tessile, siderurgica ecc.; la scarsa o nulla meccanizzazione del lavoro, dei trasporti e in genere della vita materiale fino alla prima metà del Novecento a fronte di una meccanizzazione sempre più diffusa e praticamente totale a partire dai primi del Novecento; l'assenza di vie di comunicazione automobilistica in taluni casi fino ai primi anni Sessanta del Novecento a fronte di una motorizzazione nelle pianure e soprattutto nelle città sempre più intensa a partire dal secondo Dopoguerra; un notevole livello di autonomia di decisione e gestione del territorio, stante la distanza (fisica e politica) dei poteri centrali a fronte del formarsi di un controllo sempre più rigoroso dello Stato e di gruppi di potere economico su vari settori della vita economica e sociale; la permanenza di forme di socialità e ritualità tramandate oralmente fino ai nostri giorni, a fronte dell'affermarsi nelle case cittadine dell'apparecchio televisivo e della progressiva scomparsa dell'osteria cittadina come luogo di conservazione e produzione di contenuti tradizionali; l'esistenza di un reticolo di relazioni sociali che collega paesi e valli diverse (e di questo diremo più oltre) a fronte della progressiva privatizzazione della vita famigliare nei moderni condomini degli anni Cinquanta-Sessanta, e così via.

Temi, quelli sopra elencati, che tracciano un sistema di distanze e differenze storico-antropologiche tra il mondo della montagna e quello della pianura agreste e della città o metropoli che, in modi diversi, hanno contribuito e contribuiscono a plasmare un'identità e un vissuto identitario collettivo, e che rappresentano altrettanti diversi approcci per un'analisi del loro divenire ed evolversi fino ai giorni nostri.


In una recente pubblicazione edita nella collana Menüssie de gea di Musa (cfr. M. Balma - P. Ferrari, Pange lingua: il canto sacro di tradizione orale nelle Quattro Province) abbiamo analizzato un certo tipo di rappresentazione collettiva del territorio (paese, valle, valli limitrofe...) che ha caratterizzato la coscienza e il vissuto, individuali e collettivi, degli abitanti di questi paesi e in particolare delle alte valli.

La riprendiamo brevemente in questa sede, perché ci sembra che essa rappresenti, in qualche misura, una risultante delle diverse tematiche sopra elencate, su di un piano che potremmo forse definire di psicologia collettiva. Tale rappresentazione trova sovente espressione in narrazioni storico-leggendarie, in parte rilevante fondate sulla tradizione orale e su esili tracce materiali presenti sul territorio (pietre ritenute rovine di antichi castelli, chiese o monasteri; conci di terracotta cui si fa riferimento come a sepolture romane o medievali ecc.), ma in parte anche derivanti dall'infiltrazione nella narrazione tradizionale di testi di storici o eruditi locali, il cui riferimento non rare volte va perduto, tanto che a tali contenuti si finisce per alludere come a storie tramandate (mentre, all'inverso ma più raramente, il racconto di tradizione viene assunto all'interno della ricerca dell'erudito locale). Tali narrazioni tendono ad enfatizzare una dimensione leggendaria del vissuto comunitario, che prevale decisamente rispetto a quella che potrebbe essere una rappresentazione storica, sia pure grossolana. In realtà, anche il dato storico, e anche quando dotato di una sua relativa precisione cronologica ed evenemenziale, viene preferibilmente assunto sotto il segno della vaghezza, del tempo indefinito, del racconto che si perde al di là della memoria dei vecchi, intesi questi, anche se magari solo nonni o bisnonni, come figure già affacciate su di un passato mitologico o ultra-storico.

Particolarmente significativo per farsi un'idea di questo tipo di coscienza o vissuto collettivo del territorio e dell'abitare un territorio, quello che, in una recente pubblicazione, ho definito un po' avventurosamente un mito di delocalizzazione, ovvero la storia tramandata di una diversa ubicazione dell'abitato rispetto all'attuale, testimoniata a volte da testimonianze orali a volte da poche tracce lapidee avvolte dalla vegetazione. Ad esso si aggiungono altri topoi geo-storici ricorrenti in maniera pressoché costante, come la presenza di monasteri ormai scomparsi o quasi, chiese e cimiteri, che testimonierebbero, da una parte antichi insediamenti, dall'altra individuerebbero mitici fondatori in popoli spesso circonfusi dal mistero dell'esotico: saraceni, romani, cartaginesi, spagnoli, oppure anche vaghi e non meglio definiti monaci, briganti, ladri.

Temi storico-leggendari che, indipendentemente dal loro fondamento documentario, rispondono a un bisogno identificante attraverso la ricerca di un'origine misteriosa (e che tale è bene che rimanga) a giustificare lo smarrimento del proprio destino di marginalità (quanto meno percepita) dalla storia e dai centri di potere e prestigio riconosciuti nelle città e nelle più prospere pianure. È quello che potremmo chiamare un disagio di presenza (ma, a ben guardare, non così distante, ma anzi finitimo alla crisi di presenza demartiniana), che perdurerà anche in età moderna e contemporanea, come di popolazioni confinate in una sorta di tempo storico parallelo (o meglio: che tale ci appare), rallentato rispetto alle trasformazioni occorse nelle vicine pianure e soprattutto nelle città divenute in pochi decenni metropoli.


Tali temi, che sono dunque anche espressione esistenziale comunitaria, sopravvissero, ma certo ridimensionati nella loro suggestione e funzione mitopoietica, a una delle grandi svolte nel sentire identitario e nella percezione collettiva del vissuto territoriale che abbiamo creduto di individuare nella fondazione e nel progressivo consolidamento delle parrocchie nei paesi delle alte valli, dalla metà del XVI secolo (in rapporto con l'opera riformatrice tridentina) che, con la presenza di un ministro del culto stabilmente officiante e di un tempio quale centro di sacralità e socialità, ridefinirono in unità più coese il proprio particolare senso comunitario, non per questo perdendo l'ampia percezione di essere parti di un più vasto mondo, forse riferibile in qualche misura ad ordinamenti dell'età antica come la struttura amministrativa romana di municipium, pagus, vicus, alla quale si sovrappose in età cristiana quella di diocesi, pieve, cappella.

Nella pubblicazione succitata abbiamo cercato di analizzare questi temi che qui abbiamo brevemente ripreso in funzione del nostro discorso sull'identità di un territorio e delle comunità che lo abitano in questo presente, segnato profondamente dalla svolta epocale dello spopolamento successivo alla seconda metà del secolo scorso quando vennero meno quella serie di fattori che determinavano la situazione cui si è fatto cenno più sopra, ovvero la tenuta di comunità coese, strutturate e complesse.

Spopolamento è parola-chiave, al pari di abbandono. I due concetti sono entrati a far parte di varie retoriche, tutte più o meno strumentali a interessi o visioni interessate, come è proprio di ogni retorica. Comunque, quel che più conta per noi, tali concetti sono anche profondamente sentiti e vissuti dagli stessi protagonisti dei fenomeni che denotano. Il nostro tempo vede in vita generazioni che sono state profondamente segnate da una frattura che abbiamo definito epocale, ma che potremmo ugualmente chiamare globale. È ancora Hobsbawm a descrivere da par suo, nel best seller storiografico Il secolo breve (La rivoluzione sociale: 1945-1990, p. 341), su scala mondiale, il fenomeno di cui stiamo parlando in riferimento alla nostra piccola porzione di mondo.

"Il mutamento sociale più notevole e di più vasta portata della seconda metà del secolo, quello che ci taglia fuori per sempre dal passato, è la morte della classe contadina."

Hobsbawm è storico dalle acute intuizioni, alle quali si accompagnano spesso discutibili generalizzazioni. La questione sintetizzata in questa breve citazione è di portata inesauribile. A noi interessa in questa sede osservare come, agli occhi dei pochi abitanti rimasti oggi nel paesi delle alte valli e dei più numerosi che ad essi sono rimasti legati pur avendo trasferito la loro residenza stabile altrove, gli insediamenti nei quali sono nati e hanno vissuto parte della loro vita (prima cioè di emigrare verso le vicine pianure o città, o le assai più lontane Americhe) appaiono come luoghi circonfusi da una sorta di mistero d'origine, e l'interrogativo sul perché in posti tanto remoti e (oggi) spopolati siano sorti quei borghi e a loro stessi sia toccato nascere (interrogativo che perdura da quei tempi remoti di cui si è detto brevemente poc'anzi), è sempre presente e ricorrente nelle conversazioni, ed anzi ha assunto, per così dire, una rinnovata attualità alla luce dell'esperienza drammatica dello spopolamento dei villaggi delle alte valli e del venir meno dei loro vissuti culturali.

Quel sentimento di coesione identitaria, che abbiamo visto (o quanto meno ipotizzato) essere derivato dal radicarsi delle parrocchie come centri di prestigio (carismatici e rituali, ma anche politici ed economici), ha subito un duro colpo con la diaspora dei montanari nelle vicine città e pianure, assai più significativa in termini numerici e strutturali di quella delle emigrazioni transoceaniche, pure, per altri aspetti, assai più drammatiche, per lo meno fino ai primi decenni del secolo scorso.

Va detto che un approccio storico al tema dell'identità e del sentimento identitario (che qui presentiamo come semplice abbozzo e contributo al dibattito sui temi ICH-PCI) delle comunità appenniniche delle Quattro Province dovrebbe anche considerare e cercare di definire periodizzazioni di vissuto positivo; tempi di lunga o breve durata nel corso dei quali le popolazioni di queste valli hanno trascorso esistenze di pienezza identitaria, non assoluta, si intende (ma ciò vale per qualsiasi luogo e tempo), ma prevalente rispetto al sentimento di crisi e di perdita di presenza e coesione sociale che ha sicuramente pervaso i primi decenni del Novecento, ad esempio, segnati dallo stillicidio dell'emigrazione transoceanica (che pure continuava ad essere funzionale alla conservazione delle comunità in patria) e quindi, dal secondo Dopoguerra e soprattutto nei decenni Sessanta-Settanta, l'abbandono massiccio e definitivo (ma nel senso che vedremo) dei paesi delle alte valli verso le pianure agricole e le città in espansione del tempo del boom economico.


La ricerca etnografica e storico-antropologica sul territorio delle Quattro Province ha spesso incontrato e in parte tematizzato la difficile problematica connessa al fenomeno di spopolamento e abbandono dell'economia agro-pastorale tradizionale, tipico di gran parte delle aree montane (alpine ed appenniniche) d'Italia, ma riscontrabile su scala europea se non planetaria, a partire dal secondo Dopoguerra (come ci ricorda la citazione di Hobsbawm) e con una rapida accelerazione negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso; fenomeno che conferisce alle attuali comunità del territorio in questione (con riferimento in particolare alle alte valli) due diversi assetti che potremmo definire "stagionali": quello dell'autunno-inverno, periodo durante il quale gli abitanti dei paesi si riducono drasticamente fino allo spopolamento completo di alcuni di essi (essi si ritroveranno molto spesso nelle città di emigrazione raggiunte spesso, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, attraverso meccanismi di emigrazione a catena non dissimili da quelli che caratterizzavano l'emigrazione transoceanica); e quello primaverile-estivo che vede il ritorno temporaneo e stagionale di molti degli abitanti originari del paese, insieme ai protagonisti di quel fenomeno di villeggiatura oggi a sua volta in crisi, ma che rappresentò, proprio nel periodo culmine dell'esodo dai paesi montani verso pianure e città, un movimento a quello opposto, portatore dei significati e contenuti sociali della nuova cultura del divertimento e della vacanza propria del boom economico, estranea alle genti montanare che con quella avrebbero dovuto confrontare il loro stile di vita arcaico con il risultato di assestare un duro colpo alla già vacillante autostima collettiva delle comunità di villaggio montanare.

Così, alle stagioni dello spopolamento, caratterizzate da un'esigua o quasi nulla vita sociale e da attività lavorative ridotte a pochi individui (albergatori, muratori, boscaioli intenti in lavori individuali e per lo più privi di una dimensione di cooperazione) o del tutto assenti, si alternano quelle caratterizzate da una sorta di pressoché continuo tempo della festa, durante il quale le comunità si animano di varie iniziative spesso caratterizzate dalle modalità tipiche del divertimento estivo stereotipato. Contrasta significativamente con questa situazione, che parrebbe sfavorevole alla conservazione di forme originarie e tradizionali di socialità, la presenza invece di una ricca tradizione musicale, coreutica e canora, quella legata al piffero delle Quattro Province, un oboe popolare che rappresenta lo strumento simbolo dell'area così denominata. È proprio intorno alla tradizione musicale che si sono conservate forme di socializzazione interne alle comunità e al territorio nella sua interezza, da sempre caratterizzato da stretti legami lavorativi, parentali e conviviali. (Ieri come oggi la consuetudine della visita reciproca nel giorno della festa patronale o in altre occasioni festive e rituali configura una sorta di comunità allargata che, con il farsi esiguo delle popolazioni dei singoli paesi, tende ad imporsi sempre più al di sopra delle specificità locali, e non è escluso che tale realtà riecheggi strutturalmente e significativamente configurazioni sociali anteriori alla formazione di comunità coese e distinte intorno a quel fulcro aggregativo della parrocchia d'età post-tridentina.)

D'altra parte, si potrebbe anche affermare che sia in virtù della sopravvivenza di un tessuto comunitario sostanziato di un senso identitario ancora vivo che la tradizione musicale locale si è conservata come veicolo di quel sentire.

Va detto che, se la tradizione musicale locale viene avvertita da una parte consistente della popolazione del territorio come un fattore identificante (ma non mancano atteggiamenti opposti, di rifiuto o più complessi, che sarebbe in questa sede arduo esaminare), a tale sentimento non corrisponde un'azione istituzionale proporzionata, volta alla valorizzazione in chiave turistico-culturale della tradizione stessa e dei vari momenti conviviali e rituali che prendono vita intorno ad essa (ivi comprese le ritualità religiose).

La cosa non è poi così strana, se consideriamo che la cultura di tradizione orale si colloca prevalentemente dalla parte del flusso mentre le istituzioni sono in tutto e per tutto struttura e le iniziative istituzionali volte a valorizzare o rivitalizzare tradizioni più o meno viventi sono spesso letali alle stesse, tranne in casi in cui la potenza del flusso sia tale da prevalere sulle formalizzazioni della struttura. Molti esempi si potrebbero fare in un senso o nell'altro. La sensibilità istituzionale nei confronti della cultura popolare di tradizione orale, e dei saperi e pratiche immateriali (o intangibili che dir si voglia) che in essa rientrano, è giocoforza strumentale ad altri fini, che sono esterni alla sfera di senso e alle funzioni di quella. La cosa va constatata senza animosità eccessiva, come un ineludibile dato di fatto all'interno di una società gerarchizzata, in cui la rappresentanza e la delega prevalgono nettamente sulla partecipazione.

Il ritrarsi delle istituzioni di fronte ai saperi e alle culture tradizionali è poi connesso anche a varie mitologie, alle quali l'istituzione aderisce, al pari del popolo talvolta, ma in maniera programmatica e non solo emotiva. Il mito del progresso e della modernità è stato letale per le culture di tradizione orale. Chi ha avuto esperienza diretta dell'arrivo di un apparecchio televisivo in un'osteria di montagna sa quanto rigorosamente consequenziale sia la relazione tra l'avvento dei mass-media e l'estinzione della pratica del canto polivocale tradizionale. Anche in questo caso esempi e considerazioni potrebbero moltiplicarsi in modo esasperante, anche se non mancano sopravvivenze e resistenze che si materializzano talvolta nella strana ma emblematica situazione dell'osteria con un gruppo di cantori in azione e la televisione accesa che nessuno guarda.

La nostra associazione, a proposito di rapporto con le istituzioni, ha cercato assiduamente il dialogo con queste ritenendo che una loro sensibilizzazione nei confronti di un patrimonio immateriale ancora così radicato nelle comunità montanare sia auspicabile, stante la solidità relativa (finora) della tradizione stessa e la sua capacità di auto-organizzarsi e tenere saldamente in mano le proprie sorti. Anche a livello di promozione turistica, la musica tradizionale come prodotto locale di prestigio al pari di quelli gastronomici, è appena accennata, allo stato attuale (il raffronto più chiarificatore è con le vicine valli occitane del Cuneese che hanno fatto della loro tradizione culturale un marchio di promozione turistica, con tutte le luci e le ombre che una siffatta operazione può generare), e anche in questo caso non vi è corrispondenza tra l'intensità con la quale è vissuta e fatta propria (dai locali come dai foresti che ne sono cultori) e l'attenzione che le viene rivolta dagli operatori turistici dei paesi che la vivono per lo più come un fatto interno alla comunità, collocato un po' di al di qua e un po' al di là dello spartiacque del tempo dell'abbandono. I visitatori foresti sono sempre bene accolti, e i cultori del ballo folk spesso determinanti nel decretare il successo o meno di una festa profana, ma l'iniziativa della stessa è sempre saldamente nelle mani di pro loco o albergatori che se ne fanno promotori su scadenze calendariali non sempre, ma spesso, conformi alle consuetudini tradizionali. Il rapporto tra momento festivo, come occasione rituale radicata nella storia e nella tradizione comunitaria, e presenza di soggetti foresti (mediatori più o meno consapevoli tra diversi milieu culturali) è denso di implicazioni di grande interesse dal punto di vista di una fenomenologia della festa. Esso è anche indicatore del ricomporsi, a fronte della drammatica disgregazione della seconda metà del Novecento, di un tessuto sociale, nuovo e antico al tempo stesso, di comunità che fronteggiano la contemporaneità avendo in serbo contenuti culturali che consentono loro di porsi in forme critiche e attive nei confronti dei modelli omologanti della contemporaneità.


In questo contesto Musa, al pari dei cultori della cultura locale che in vario modo contribuiscono al sito Dove comincia l'Appennino, come si è detto, si pone spesso come tramite tra una cultura di tradizione cui appartiene direttamente (tutti i suoi membri sono legati al territorio per nascita, origine, lunghe frequentazioni e ricerca) e i vari livelli di realtà istituzionali con le quali ha deciso e si è trovata ad interloquire: dalle piccole pro loco della zona all'impressionante e un po' smarrente realtà dell'UNESCO. Le distanze aumentano e il lavoro per colmarle si fa più complesso e più problematico: i meeting di vario livello sul tema del Patrimonio Culturale Immateriale facenti capo all'UNESCO sono, tra le altre cose, emblematici di questa distanza (che, ripeto, è probabilmente nella natura delle cose, o no?) tra i portatori di tradizione (e di identità) che frequentiamo e con cui lavoriamo (così simili a quelli di ogni altra parte del mondo) e i vertici della prestigiosa organizzazione mondiale riuniti a disquisire, valutare e decidere su quei mondi lontanissimi, e non solo in senso geografico. Per chi, come noi di Musa, è abituato ad entrare in un'osteria e trovarsi nel bel mezzo di un canto tradizionale, agito secondo le turneriane caratteristiche del flusso, cioè di un'espressione di identità e comunità che affonda le sue radici, in senso temporale, in tempi ben al di là dei confini stereotipati della nostra modernità, e, in senso psicologico, al di là di dominanti preoccupazioni recitative, riflessive e autocelebrative, fa abbastanza impressione trovarsi in un consesso altamente formalizzato il cui scopo è applicarsi in valutazioni e giudizi su una materia che parrebbe, per sua natura, sottrarsene rifugiandosi — appunto — nel "flusso" comunità (o communitas, con qualche riserva riprendendo la terminologia turneriana) e del corrispondente suo vissuto identitario.

Non così diversamente sembra al momento configurarsi l'esperienza della rete ICH e della sua appendice italiana che ha mosso i suoi passi a Milano alla fine del mese di gennaio del 2013, ma, ripeto, questa non è una critica, non fosse altro perché peccherebbe di ingenuità. Tra i vari soggetti presenti al convegno di Milano non abbondavano quelli che siamo soliti chiamare portatori di tradizione, ma al massimo, se non sbaglio, qualche figura intermedia, di ricercatore-ripropositore (preziosissimi, ma altra cosa). D'altra parte, avrebbe avuto senso allestire un palco finale con qualche esemplificazione dei temi di cui ci occupiamo, qualche dimostrazione vivente della tradizione, o dei saperi immateriali, al centro del nostro interesse e dei nostri progetti? Non è così che si sarebbe risolto il problema e colmata la distanza. Ammetto di non avere risposte al riguardo e di non essere neanche così sicuro che questa distanza sia possibile o necessario colmarla: forse accettarne il disagio potrebbe essere il presupposto necessario, un po' sacrificale, per lavorare comunque in modo proficuo sui comuni obiettivi.

E forse, d'altra parte, questa distanza che avverte chi opera in una realtà sociale la cui identità è di tipo territoriale (con tutte le implicazioni storiche, sociali e antropologiche del caso) e non di semplice affinità o comunità di interessi culturali (voglio dire che un'altra distanza sulla quale è forse opportuno riflettere è quella tra un sapere immateriale che esprime un'identità territoriale ed uno che esprime un'affinità di interessi) potrebbe essere proprio uno dei terreni sul quale dovrebbe o potrebbe lavorare una rete come quella che dal convegno di Milano ha mosso i primi passi.

Questo mio intervento, elaborato alla luce dell'esperienza dell'associazione che qui rappresento, apparirà nettamente sbilanciato — come preannunciato — verso una riflessione storico-antropologica (non sta a me dire quanto riuscita) rispetto all'approccio critico-propositivo sui temi suggeriti dalla rete e sintetizzati nella comunicazione di Valentina Zingari, qui ampiamente elusi. Ciò non è casuale, anche se non del tutto intenzionale (forse mi sono un po' fatto prendere la mano). D'altra parte mi è sembrato opportuno esprimermi su quei temi più vicini alla nostra esperienza e sensibilità (che invito, chi vorrà, a valutare alla luce del breve excursus iniziale) piuttosto che addentrarmi su questioni che altri potranno, per la stessa ragione, sviscerare con maggiore appropriatezza.

 

Paolo Ferrari (associazione Musa)
con la collaborazione di Fabio Paveto

testo adattato dell'intervento
Storia, territorio, comunità, istituzioni: distanze, differenze, possibilità
all'international workshop Il Patrimonio Culturale Immateriale
tra società civile, ricerca e istituzioni
, Milano 24-25 gennaio 2013, atti in corso di stampa

 


: distanze, differenze, possibilità = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/istituzioni.htm> : 2015.06 -