Dove comincia l'Appennino

Lazarát e il teatro dialettale a Broni


(Nei dialetti dell'Oltrepò quasi tutte le a, scritte anche , sono pronunciate chiuse, mentre il segno z rappresenta qui come di consueto la esse sonora del ligure Zena: vedere la pagina sulla pronuncia o ascoltare un esempio della vicina città di Stradella.)


Broni, il Re di pajiz, è una città che raccoglie in sé un'inestimabile e preziosa ricchezza culturale: il dialetto, quello scritto e celebrato da poeti dialettali locali e parlato dai Butunon, termine dialettale con cui vengono indicati gli abitanti della città nota anche per ospitare le spoglie di San Contardo.

Quando si pensa al dialát brunéz ci sovviene automaticamente alla mente il nome di "Lazarát", indimenticato (e indimenticabile) alfiere del dialetto bronese, giullare dalla comicità innata, esilarante, mai offensiva o banale.

Una comicità che ha fatto scuola, letteralmente. Nell'ultimo decennio degli anni Novanta, infatti, la vita di Lazarát (all'anagrafe Mario Salvaneschi) si è intrecciata con quella di un gruppo di ragazzi e ragazze bronesi, e il primo spettacolo portato sul palco del teatro dell'oratorio, il 5 gennaio 1993, è stato prodromo di una lunga e proficua collaborazione tra il capocomico e questi/-e attori e attrici in erba.

Della "Compagnia dialettale dell'oratorio" (il risultato del connubio artistico sviluppatosi a Broni) ho fatto parte, saltuariamente, anch'io e ho avuto il privilegio di condividere il palco con Lazarát, interpretando il ruolo di sua figlia. Ero la più giovane e la tappabuchi della compagnia: se qualcuno si ammalava o non poteva recitare, ero sempre pronta a salire sul palcoscenico e, in quell'occasione ho, appunto, sostituito l'attrice che vestiva i panni della figlia di Lazarát. La mia cara amica Giovanna e io andavamo a tutti gli spettacoli e io conoscevo tutte le parti a memoria, ma con Lazarát ricordo minuti di pura improvvisazione: Maria la darnà (cioè Maria la sfiancata) giocava con il mio dialetto maccheronico, guidandomi, come in un valzer, senza che me ne rendessi nemmeno conto. Le parole sono, prendendo in prestito la definizione di Cesare Segre, degli "operatori mnestici" che "fungono da richiami a persone ed episodi" e per me il dialetto bronese è la lingua dei ricordi, della nostalgia di un periodo particolarmente felice della mia vita.

Ma preferisco lasciare la parola all'anima della Compagnia, a colui che ha raccolto l'importante eredità lasciata da Lazarát: Marco Rezzani, da allievo a maestro, nonché fucina di idee sempre atte a valorizzare il patrimonio dialettale bronese. Marco è un vecchio amico e la sua voce mi ha immediatamente riportata a quei giorni. Gli chiedo di raccontarmi come è iniziata l'avventura che, negli anni, lo ha portato in tournée per diverse località del pavese (e non solo) regalando risate a tante, tantissime persone:

«L'incontro con Lazarát risale alla fine del 1992 — esordisce Marco — quando [il sempre vulcanico] don Gianluca Vernetti organizzò una lotteria per il cui evento di premiazione serviva qualcosa di "attraente", che potesse richiamare un vasto pubblico. A Broni, "pubblico" era sinonimo di "Lazarát", il quale ci ha proposto un copione (il "Cappellone") e la vigilia dell'Epifania siamo andati in scena di fronte a una platea di quasi 500 persone».

La chiusura del sipario non ha segnato la fine di questo capitolo, bensì l'inizio: «Lazarát aveva intravisto la possibilità di una rinascita del teatro dialettale e dopo lo spettacolo di debutto ci coinvolse in un'altra serata, a Pietra de' Giorgi. «Gnè anca viàltar», ci disse, e non ci fu certo bisogno di convincerci!»

Serata dopo serata, l'anno prossimo festeggeremo i trent'anni di attività. Al repertorio della Compagnia si aggiungono divertenti rielaborazioni, sempre nello stile del teatro di rivista, di capolavori della letteratura (italiana e straniera) in chiave comica: «Abbiamo rovinato di tutto», scherza Marco.

La tradizione poetica dialettale bronese ha avuto illustri interpreti, su tutti Gino Cremaschi, "il poeta muratore cantore di Broni" prendendo in prestito il titolo del libro scritto dal compianto storico locale, Francesco Bergonzi. A conferma della forte tradizione dialettale di cui è imbevuta la cittā di San Contardo, Marco ci spiega che i ragazzi e le ragazze unitesi alla compagnia dialettale leggono e imparano il brunéz, il parlà tanto caro anche ad Antonio Dominione che al suo dialetto dedicò versi in rima. Crescono, insomma, in quell'intarsio di lingue e di espressioni di cui io stessa, da ragazzina, ero avida spettatrice e recipiente.

«Lazarát — conclude Marco con commozione — č stato il nostro unico, irraggiungibile maestro. È stato un formidabile attore comico e un geniale creatore di personaggi e dialoghi. Come maneggiava il palcoscenico lui non è stato più capace nessun altro».

Laura Zambianchi



Lazarát

Il poeta Gino Cremaschi

Città dalla forte tradizione dialettale, Broni ha dato i natali a uno dei più grandi poeti vernacolari: Gino Cremaschi, “il poeta muratore” i cui versi sono rimasti nella memoria di tante, tantissime persone che considerano le sue opere una parte fondamentale della loro identità. Per dirla con le parole del critico letterario Pier Vincenzo Mengaldo, i maggiori poeti dialettali possono essere artefici estremamente raffinati, e l'immensa eredità lasciataci da Cremaschi è ricordata nel libro (uscito postumo) "Il teatro a Broni: una storia lunga più di un secolo da Gino Cremaschi ad oggi (1911-2021)" di Francesco Bergonzi. Il compianto storico del dialát brunéz ha, infatti, firmato una monumentale opera che scandaglia "la vita" del teatro dialettale bronese attraverso un arco temporale di oltre cent'anni.

LZ da un articolo per il Giornale di Voghera, ott. 2022

 


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