Dove comincia l'Appennino

L'ecologia e il rilevamento del lupo appenninico

 

1: Vita da lupi

Il lupo è l'antenato selvatico del cane. Se avessimo la fortuna di incontrarne uno, infatti, esso ci apparirebbe a prima vista molto simile ad un pastore tedesco. Potremmo però distinguerlo da un cane facendo maggiore attenzione ad alcuni particolari, come la coda dalla punta nera, le orecchie corte e arrotondate, la testa schiacciata, l'assenza di un salto fra il profilo della fronte e quello del naso, i denti ferini (cioè il quarto premolare superiore e il primo molare inferiore) molto sviluppati; il mantello del lupo, inoltre, presenta una fascia mediana scura sul dorso, e una sottile focatura sulle zampe anteriori; sul muso, il colore chiaro delle guance e della gola mette in risalto una "mascherina" scura.

I lupi sono in grado di riprodursi a partire dal secondo anno di vita. Alle nostre latitudini gli accoppiamenti avvengono tra la metà di febbraio e la fine di marzo. Dopo una gestazione di circa due mesi, nascono da 4 a 8 cuccioli; non più della metà sopravviveranno al primo inverno. Mentre in cattività il lupo può superare i 15 anni di età, gli individui selvatici raggiungono raramente i 10 anni.

lupi

I lupi sono animali sociali, e vivono in branchi, specialmente nelle zone artiche. Di solito il branco si origina da una coppia i cui figli restano con i genitori anche dopo aver compiuto un anno; altrimenti essi possono allontanarsi ed occupare nuovi territori. Nel branco vige una rigida gerarchia: il rango più alto è occupato da un maschio dominante, segue una femmina dominante, e via via tutti gli altri individui.

I diversi branchi comunicano tra di loro attraverso gli ululati, ai quali contribuiscono tutti i componenti della famiglia: in tal modo vengono manifestate la presenza, la posizione e anche la dimensione del branco. Il branco si sposta soprattutto durante le ore notturne, perlopiù percorrendo i crinali dei monti, con un'andatura piuttosto sostenuta; in questo modo, in una notte può percorrere più di 100 chilometri. Le tane vengono usate solo durante la stagione riproduttiva: per il resto dell'anno, i lupi si accontentano di ripari nell'erba o fra i cespugli.

I territori vengono scelti in zone montane e boscose, nelle quali sia ridotto il disturbo da parte dell'uomo, e nel contempo si trovi una buona disponibilità di cibo. Le prede elettive del lupo sono gli ungulati, come il capriolo, il daino, il cervo, e soprattutto il cinghiale: il branco le caccia attivamente -- esse peraltro riescono a sfuggirgli circa nove volte su dieci.

Tuttavia in molte regioni, come l'Appennino settentrionale, le grosse prede scarseggiano, ed il lupo si adatta alla situazione vivendo in coppie o in piccoli gruppi, e integrando la sua dieta con cibi alternativi: piccoli mammiferi, grossi insetti, e frutti selvatici come le mele e le bacche di rosa canina; in Italia centro-meridionale il lupo ha imparato anche ad alimentarsi nelle discariche di rifiuti.

Un'altra fonte alternativa di cibo è il bestiame domestico. In alcune aree, infatti, mandrie e greggi vengono lasciate al pascolo senza sorveglianza, e diventano una preda appetibile per il lupo. In particolare, i vitelli sono più vulnerabili nei primi dieci giorni della loro vita, quando non sono ancora accettati e difesi da tutta la mandria; nella tarda estate, invece, il lupo preferisce rivolgersi alle pecore, che hanno dimensioni più contenute. Il bestiame domestico costituisce così una porzione significativa della dieta del lupo; dove però le popolazioni di ungulati selvatici sono abbondanti, questi vengono tendenzialmente preferiti ai vitelli e alle pecore.

 

2: Il ritorno del lupo

La specie Canis lupus è diffusa in America settentrionale e in buona parte dell'Europa e dell'Asia, con numerose sottospecie. In Europa le popolazioni più numerose si trovano nella penisola iberica, nei Balcani e in diverse zone della Russia. In Italia la specie è presente su buona parte della dorsale appenninica, nelle fasce superiori a 500-1000 metri di quota, dove i boschi di faggio si alternano alle radure e ai pascoli.

Fino al secolo scorso, il lupo era ampiamente diffuso in Italia anche nelle Alpi e in pianura, ma venne gradualmente sterminato dall'uomo. Dopo la seconda guerra mondiale la popolazione italiana di lupi era ridotta a pochi nuclei sull'Appennino centrale, ed ha probabilmente raggiunto il minimo storico all'inizio degli anni Settanta.

Successivamente si è assistito a una progressiva e continua ripresa. Anche se è possibile soltanto fare delle stime approssimative, si ritiene che i 100-200 lupi degli anni Settanta siano diventati attualmente circa 400-500. A questa espansione numerica corrisponde anche un'espansione geografica. I lupi infatti sono tornati sull'Appennino settentrionale, dove mancavano da decenni, all'inizio degli anni Ottanta, ed hanno costituito nuclei stabili in particolare nelle Foreste Casentinesi (a cavallo tra le province di Arezzo e Forlì) e nell'Appennino Ligure (dove convergono le province di Genova, Piacenza, Alessandria e Pavia). Da qui, alcuni individui si sono spinti ancora più ad ovest, ed hanno raggiunto anche il versante francese delle Alpi Marittime. Nella situazione attuale non è improbabile che il lupo possa presto ricomparire anche in altre zone delle Alpi.

Per spiegare questa tendenza positiva bisogna prendere in considerazione diversi fattori.

Per una specie come il lupo, che praticamente non ha predatori naturali, la principale causa di limitazione e di mortalità è data dall'uomo. Nel passato infatti il lupo era cacciato e addirittura perseguitato, non solo perché ritenuto pericoloso per il bestiame allevato, ma anche perché considerato un animale feroce e nemico dell'uomo in base ad ataviche tradizioni. (In altre parti del mondo, invece, il lupo simboleggia anche valori positivi: per esempio, il coraggio fra gli indiani d'America, la luce celeste fra i mongoli, la fecondità presso i popoli turchi.) La maggiore sensibilità ai problemi ecologici e le campagne di educazione e sensibilizzazione a favore della specie hanno in parte contribuito, negli ultimi decenni, a cambiare la sua immagine nella cultura di massa.

Nel contempo, la caccia al lupo è stata vietata a partire dal 1973, e poi definitivamente dal 1976, ed è stato bandito anche l'impiego, molto diffuso, dei bocconi avvelenati. La legge nazionale n. 968/'77 dichiara il lupo specie pienamente e particolarmente protetta. Purtroppo, nonostante queste misure, gravi casi di bracconaggio si registrano ancora oggi.

Ma l'influenza dell'uomo agisce anche in modo indiretto. Vaste zone della montagna, un tempo utilizzate per la coltivazione e per il pascolo, sono state abbandonate negli ultimi decenni, permettendo alla vegetazione ed alla fauna di ricominciare ad espandersi. Le popolazioni di ungulati selvatici, le prede naturali del lupo, hanno ripreso consistenza, anche per effetto di ripopolamenti e introduzioni. Tutto ciò ha favorito anche la ripresa delle popolazioni di lupo, in modo spontaneo e naturale, senza alcun intervento diretto da parte dell'uomo -- al contrario di quanto sostengono molte credenze locali, completamente infondate e a volte addirittura assurde, come la leggenda della liberazione di lupi con paracadute.

 

3: Che cosa fare?

La presenza del lupo è un fatto indubbiamente positivo per l'ambiente naturale delle nostre montagne, perché si tratta di una specie che appartiene da millenni alla fauna di queste regioni. Occupando il vertice di una catena alimentare, il lupo è una specie particolarmente sensibile al degrado dell'ecosistema, in quanto la sua sopravvivenza dipende da quella delle specie che occupano tutti i livelli inferiori della catena. Pertanto, la sua presenza è segnale di una buona qualità dell'ambiente.

D'altra parte, il ritorno del lupo porta con sé alcuni problemi di convivenza con le attività umane. In particolare, si generano situazioni conflittuali fra il lupo e gli allevatori di bestiame, che lamentano i casi di predazione su capi di bovini, di ovini e occasionalmente di equini. Questi episodi infatti rappresentano per gli allevatori un innegabile danno economico.

I vitelli sono oggi particolarmente esposti agli attacchi del lupo, a causa dei mutamenti nelle pratiche dell'allevamento. Infatti, un tempo l'allevamento dei bovini era condotto a livello familiare, e le nascite avvenivano nelle stalle; attualmente, invece, esistono pochi allevatori, che gestiscono mandrie di centinaia di capi; queste vengono portate sui pascoli a maggio, cosicché i vitelli nascono già allo stato brado, senza essere più sorvegliati dai pastori. Anche i greggi di pecore, inoltre, in molti casi rimangono sui pascoli per lunghi periodi.

Queste abitudini si sono sviluppate soprattutto in quelle regioni dove il lupo non era stato segnalato in tempi recenti, come l'Appennino settentrionale; dove invece la sua presenza è stata continua, le pratiche di allevamento ne hanno tenuto conto, esponendo il bestiame a rischi minori. Anche il bestiame, d'altra parte, col tempo si adatta alla presenza del lupo: è stato infatti dimostrato che presso le mandrie di un'area di collina, non minacciate dal predatore, gli individui spendono meno tempo nel vigilare i dintorni, interrompendo il pascolamento o il riposo, rispetto a mandrie di zone nelle quali il lupo è presente; inoltre frequentano molto meno le zone boscate, dove è più difficile controllare l'eventuale avvicinamento del predatore, e tendono a riunirsi in gruppi più numerosi, che permettono di difendere più efficacemente i vitelli.

La nuova minaccia del lupo per l'allevamento, una delle poche attività attualmente redditizie nelle regioni montane dell'Appennino, induce nella popolazione sentimenti di forte avversione per questa specie, che invece come si è visto costituisce un grande valore ambientale. Per conciliare le esigenze degli allevatori con una buona gestione faunistica, è necessario che le amministrazioni intervengano con misure concrete e appropriate.

In diverse regioni sono stati introdotti degli indennizzi economici per gli allevatori che dimostrino di aver subito casi di predazione ad opera del lupo. Questa politica va nella direzione giusta per una buona gestione, tuttavia soffre ancora di diversi inconvenienti. Innanzitutto è importante accertare con sicurezza che l'uccisione sia avvenuta ad opera del lupo, e non di cani rinselvatichiti. I rimborsi, poi, sono spesso soggetti a notevoli ritardi, dovuti a ragioni burocratiche, e inoltre si basano su stime del valore dei capi all'età in cui vengono predati, mentre in effetti la predazione sottrae all'azienda un animale che, una volta adulto, raggiungerebbe un valore molto maggiore; tutto ciò fa sì che non sempre i compensi corrispondano al danno effettivamente subito. Occorrerebbe infine che i sistemi di rimborso venissero standardizzati, per evitare differenze di trattamento in territori che dipendono da amministrazioni diverse; infatti le stesse popolazioni di lupo occupano areali a cavallo fra diverse province e regioni.

Un'altra importante linea di intervento è il rafforzamento delle popolazioni di ungulati selvatici. Essi infatti, quando sono presenti in abbondanza, costituiscono per il lupo una fonte alimentare più appetibile del bestiame domestico, anche perché attaccarli non comporta il rischio di imbattersi nell'uomo. Per questa ragione, le reintroduzioni e i ripopolamenti di caprioli e di cervi, quando sono effettuati con criteri scientifici adeguati alle diverse situazioni locali, possono contribuire molto a ridurre il problema della convivenza del lupo con l'allevamento bovino e ovino.

Accanto a questi interventi concreti, un ruolo importante deve essere svolto dall'informazione e dalle iniziative di sensibilizzazione. Diffondere presso le popolazioni una migliore conoscenza della biologia del lupo, della sua attuale situazione, e anche dei problemi connessi alla specie e delle ragioni che li determinano, è un presupposto indispensabile per modificare gli atteggiamenti culturali, e quindi anche i comportamenti.

La ricerca scientifica svolge per tutti questi aspetti un ruolo basilare. Nessun intervento gestionale può dare buoni risultati se non è fondato sulla conoscenza della dieta, del comportamento sociale e riproduttivo e delle dinamiche delle popolazioni del lupo. Inoltre è importante seguire continuamente l'evoluzione della distribuzione del predatore nelle diverse aree, acquisendo informazioni sulla consistenza numerica e sull'areale di distribuzione delle popolazioni, in modo da programmare gli interventi nel modo migliore.

 

4: I metodi di rilevamento

Per stabilire in quali aree sia presente una determinata specie di mammiferi carnivori, come il lupo, nel passato ci si affidava largamente a informazioni indirette. Per esempio, venivano effettuate delle inchieste, basate sulla compilazione di questionari da parte di informatori di ciascuna zona. Inoltre si raccoglievano tutti i documenti riguardanti le denunce di danni attribuiti alla specie. Questi sistemi però sono poco affidabili, perché non sempre le fonti di informazione sono attendibili, anche quando sono in buona fede. I risultati delle inchieste hanno fornito in molti casi un primo quadro generale sulla distribuzione delle diverse specie, ma hanno lasciato ampi margini di incertezza.

Il sistema ideale per studiare una specie, naturalmente, è osservarla direttamente. Quando persone preparate ed esperte accertano la presenza di animali, vengono acquisiti dati nel modo più sicuro possibile. Ciò può avvenire avvistando degli individui vivi, oppure verificando che animali rinvenuti morti, o uccisi più o meno accidentalmente, appartengano alla specie in questione. Tuttavia, i mammiferi carnivori non costituiscono popolazioni molto numerose, ed hanno abitudini elusive, evitando di farsi scorgere tanto dalle loro prede quanto dall'uomo; di solito sono attivi di notte, oppure all'alba e al crepuscolo. Perciò l'incontro di qualche individuo è un evento occasionale, che si verifica raramente, e non permette di acquisire dati sufficienti sulla distribuzione della specie.

Un altro sistema, impiegato largamente per gli uccelli, è quello di identificare le vocalizzazioni. La maggior parte dei carnivori, essendo poco sociali, fanno scarso uso della comunicazione acustica. Il lupo, che vive in branchi ed emette sonori ululati, costituisce in questo senso un'eccezione. È possibile quindi, nelle zone frequentate dalla specie, ascoltare le sue vocalizzazioni, ed accertarne in tal modo la presenza. Anche questo però è un evento raro, a causa della scarsa densità delle popolazioni. Gli ululati possono essere allora stimolati con la tecnica del playback, che consiste nel diffondere suoni registrati, simulando così la presenza di un branco: può accadere allora che gli animali presenti nelle vicinanze rispondano, ululando a loro volta. Gli ululati del lupo sono udibili dall'uomo fino a circa 2 chilometri di distanza, e dagli altri lupi a distanze anche maggiori; questi valori tuttavia possono essere ridotti dalla presenza di ostacoli che si frappongano alla trasmissione del suono. I periodi più indicati per applicare il playback sono da febbraio ad aprile e da luglio a ottobre, quando le probabilità di ottenere risposte sono maggiori. Le grandi distanze che i lupi possono percorrere, e alle quali possono udire gli ululati, rendono necessaria l'organizzazione di diverse squadre, che si mantengano in contatto via radio. Ciò implica un notevole impegno di tempo e di risorse, che solo raramente viene ricompensato da risultati utili.

tana di volpe abitata: Casa Massone / CG

Alcuni mammiferi possono essere identificati anche per mezzo delle tane e dei ricoveri che costruiscono e utilizzano. Nel caso del lupo, la localizzazione di una tana è però un fatto raro e occasionale.

I metodi più efficienti e più utilizzati per rilevare sistematicamente la presenza dei carnivori si basano sulle tracce che essi lasciano sul territorio. Esse consistono principalmente di resti alimentari, feci e impronte.

Le prede del lupo, sia selvatiche che domestiche, possono essere identificate innanzitutto per le dimensioni: pochi animali sono in grado di uccidere un cervo o un vitello. Il collo dell'animale predato presenta morsicature e lacerazioni. Il lupo consuma per prime le parti più nutrienti della preda, che sono i quarti posteriori e i visceri; solo se non è disturbato può mangiare buona parte dell'animale. La carcassa che rimane sul terreno può permettere di rilevare la presenza del lupo nella zona.

Le feci, o fatte, vengono deposte dai carnivori in punti rilevanti del territorio, come dossi, sentieri, biforcazioni, incroci con corsi d'acqua, ed hanno una funzione di marcamento territoriale. Le fatte di lupo si riconoscono in primo luogo per le dimensioni: misurano infatti fra i 10 e i 15 centimetri, lunghezze che gli escrementi della volpe e dei mustelidi non raggiungono. A differenza di quelle di cane, le fatte di lupo contengono sempre resti di animali o vegetali: tipicamente pelo e ossa, ma durante il periodo invernale anche semi di rosa canina e di altri frutti. Il marcamento da parte del cane, inoltre, avviene quasi sempre in vicinanza di luoghi abitati. Le fatte possono essere raccolte e conservate, e successivamente analizzate in laboratorio per ottenere informazioni sulla dieta.

impronta di lupo / CG

Le impronte del lupo presentano il segno di quattro dita, sia nell'arto anteriore (nel quale il pollice è più alto delle altre dita e non lascia traccia sul terreno) che in quello posteriore. Misurano tipicamente 10 centimetri di lunghezza per 9 di larghezza, ed assomigliano a quelle di un grosso cane. Nel caso del lupo, tuttavia, le due dita centrali sono più avanti della linea congiungente le due dita laterali. Ciò permette anche di distinguere le orme del lupo da quelle della volpe, che sono inoltre più strette e piccole.

Se si è fortunati, in particolare su terreno innevato, si può riuscire a seguire le piste del lupo anche per un lungo tratto. Le orme si susseguono allineate una dopo l'altra, a differenza di quelle del cane, che sono più divaricate; inoltre il lupo procede in modo spedito e rettilineo, senza digressioni. È difficile stabilire quando si tratti di un lupo solitario e quando di un branco, perché in quest'ultimo caso i diversi individui procedono in fila indiana, calpestando esattamente le orme del loro predecessore.

ricerca di tracce di lupo: torrente Boreca tra Bogli e Suzzi: 1997 / CG

La ricerca delle tracce di lupo può essere compiuta in particolare dopo una nevicata, quando le piste sono più visibili. Una volta accertata la presenza della specie in una determinata zona, si può studiare più accuratamente quali siano le aree frequentate esplorandole con regolarità, e rilevando tutte le tracce che si incontrano. A tale scopo vengono individuati dei transetti, ossia percorsi campione, che verranno esaminati periodicamente; essi sono progettati tenendo conto delle principali vie di collegamento naturali, ossia i versanti delle vallate, le selle e i crinali. I resti alimentari, le fatte e le impronte eventualmente incontrati lungo ogni transetto vengono conteggiati e registrati; nel caso delle piste, esse vengono contate ogni volta che intersecano il percorso.

 

5: Il programma di rilevamento nell'Appennino settentrionale

Fin dagli anni Ottanta, l'Università degli studi di Pavia ha avviato indagini e conduce ricerche sulla presenza del lupo nell'Appennino settentrionale. L'area interessata è caratterizzata da un crinale principale che si sviluppa in direzione nord-sud, toccando i monti Boglelio, Chiappo, Carmo e Ántola, che raggiungono quote di circa 1600-1700 metri. Da questa dorsale si ramificano alcuni crinali secondari, che delimitano le valli Stáffora (in provincia di Pavia), Curone e Borbera (in provincia di Alessandria), le alte valli Scrivia e Trebbia (in provincia di Genova) e la val Boreca (in provincia di Piacenza); alcuni nuclei di lupi sono stati rilevati anche sui vicini crinali tra le valli Trebbia e Áveto (tra Emilia e Liguria). Su queste montagne, ai pascoli di alta quota alternano estesi boschi di faggio, querceti e castagneti; gli ungulati selvatici sono rappresentati principalmente dal cinghiale, e secondariamente da capriolo e daino, e diffuso è l'allevamento bovino e ovino.

In tale area di studio sono stati scelti 19 transetti, che devono essere percorsi ogni tre mesi, registrando su apposite schede tutte le tracce osservate, nonché gli altri indizi di presenza del lupo.

A partire dalla primavera 1997, i rilevamenti sono ripresi grazie alla collaborazione fra l'Università e le guardie ecologiche volontarie della Regione Lombardia; i volontari, provenienti da diverse parti della Lombardia, si alternano sul territorio, coordinati dal gruppo operativo della Comunità montana Oltrepò pavese, con sede a Varzi. L'opera dei volontari, appositamente istruiti dai ricercatori dell'Università, permette di aggiornare i dati sulla distribuzione del lupo, che sono il presupposto necessario per i futuri interventi gestionali.

testo della dispensa realizzata nel 1997 da
Claudio Gnoli e Francesco Barbieri (Università di Pavia. Dipartimento di Biologia animale)
per le guardie ecologiche volontarie della Regione Lombardia; copyright degli autori

organizzazione dei rilevamenti: Pian dell'ArmÓ: aprile 2002 / LP


Si sono conclusi recentemente i rilevamenti delle tracce di mammiferi in Appennino Ligure, condotti nell'arco di due anni da numerose guardie ecologiche volontarie della Regione Lombardia. [...] Il progetto di rilevamento delle tracce (principalmente impronte ed escrementi) è stato guidato dal dottor Alberto Meriggi dell'Università di Pavia, ed ha coinvolto le GEV lombarde coordinate da un gruppo della Comunità montana Oltrepò pavese. I volontari hanno acquisito le conoscenze necessarie sia attraverso un apposito corso, sia con l'esperienza maturata durante le prime uscite, condotte insieme a guardie più esperte. Si è trattato quindi di un lavoro collettivo, non facile da organizzare a causa della sua ampiezza, nel corso del quale si è consolidato un nucleo di rilevatori esperti ristretto ma affidabile.

I dati, raccolti su apposite schede, sono poi stati elaborati presso l'Università: attraverso una serie di test statistici al calcolatore, si è cercato di ricavarne delle indicazioni significative sull'utilizzo dell'ambiente da parte del lupo e delle altre specie indagate (volpe, faina, tasso, lepre, cinghiale, capriolo, daino).

Lupo: distribuzione altitudinale delle tracce: grafico

Le tracce di lupo sono state trovate piuttosto raramente e sporadicamente, confermando il sospetto che la popolazione della zona sia fortemente diminuita. Le cause di ciò vanno cercate sia nella relativa povertà di ungulati selvatici (il cinghiale è abbondante ma capriolo e daino sono scarsi), sia nella persecuzione che alcuni valligiani continuano ad attuare, con fucili ed esche avvelenate, nonostante la legge dichiari il lupo specie completamente protetta. Purtroppo l'opinione pubblica locale nutre ancora sentimenti di ostilità verso questo predatore, temendo soprattutto i suoi attacchi al bestiame domestico, per i quali esistono peraltro risarcimenti economici a carico delle amministrazioni pubbliche. Nonostante tutto, comunque, qualche lupo continua a frequentare la zona, forse provenendo dalla vicina popolazione del parco dell'Áveto, meno disturbata e più abbondante.

Lupo: distribuzione ambientale delle tracce per stagioni: grafico

Altri risultati interessanti riguardano la distribuzione delle tracce di volpe e di faina, che sono risultate molto comuni. Analizzando l'andamento dei dati nelle diverse stagioni, si è osservato che entrambe queste specie utilizzano i boschi soprattutto in primavera e in estate, mentre in autunno e inverno si spostano più spesso verso i pascoli; complessivamente, la faina sembra apprezzare ancora più della volpe gli ambienti boscosi.

Volpe: distribuzione altitudinale delle tracce: grafico Faina: distribuzione altitudinale delle tracce: grafico

Anche il tasso è decisamente un amante dei boschi, soprattutto di querce o di castagni: qui sceglie di scavare le sue tane collettive, che, se indisturbate, possono venire utilizzate anche per molti decenni, ingrandendosi e complicandosi progressivamente di generazione in generazione. La specie che utilizza più largamente gli ambienti aperti, come i pascoli d'alta quota, è invece la lepre: le sue tracce si trovano infatti anche sui crinali, fino alle vette, che in questa zona raggiungono i 1700 metri.

Lo studio della distribuzione delle diverse specie, oltre ad essere interessante su un piano puramente scientifico, è una premessa necessaria per una buona gestione del territorio. Infatti, conoscere quali sono i fattori ambientali che influenzano la presenza e l'abbondanza di ciascuna specie, e quale è la situazione attuale, fornisce agli amministratori pubblici indicazioni su come intervenire correttamente: riqualificare l'ambiente, effettuare eventuali ripopolamenti, modificare i calendari venatori, stabilire leggi di protezione, e così via.

Accanto all'indagine scientifica (e anzi, meglio, in conseguenza di essa), è importante sviluppare una capillare divulgazione dei problemi ecologici che riguardano il nostro territorio. Il ritorno del lupo sulle Alpi, ad esempio, deve essere preparato anche a livello culturale, affinché questo nobile abitante non sia considerato un feroce nemico, ma nemmeno soltanto un simbolo avulso dai problemi concreti del territorio montano.

(Il lupo in Italia del nord: dalla ricerca alla gestione / Claudio Gnoli
(Natura e civiltà. 1999)

 


L'ecologia e il rilevamento del lupo appenninico (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/lupo.htm> : 2004.01-