Dove comincia l'Appennino

Una notte coi mulattieri

Ecco come un benestante viaggiatore francese, verso il 1805, descrive il suo impatto con i mezzi di trasporto locali per trasferirsi da Bobbio a Genova, attraverso i monti della val Trebbia...


«Ci avvicinavamo alla fine di novembre, e la neve, che cominciava a cadere durante le notti, non mi permetteva di prolungare il mio soggiorno. Si farebbe fatica a farsi un'idea dei luoghi selvaggi che scorrevano a fianco della strada durante la mia traversata. Presi una guida e partii di buon mattino [...]. Seguii un sentiero stretto che non era certo tracciato ad arte; gli uomini a piedi e i muli, soli, ne hanno marcato i solchi. Salire, scendere, risalire, riscendere ancora, quasi sempre fra due precipizi; tale fu la mia strada per due giornate, ed ebbi occasione di notare che la terra degli Appennini è molto più tormentata, e per così dire più accidentata di quella delle Alpi; vi sono certe tortuosità montuose e brevi come flutti del Mediterraneo, le cui onde sono assai più corte di quelle del vasto Oceano. I piedi della mia guida e quelli della mia cavalcatura procedono senza interruzione sulle pietre, sui ciottoli, dei quali il sentiero è coperto per il franamento parziale e quotidiano delle rocce soprastanti. Così, i ferri dei muli sono mobili: i chiodi li serrano ai piedi solo lasciando l'intervallo necessario per l'uscita dei ciottoli che si infilano tra di loro. Inizialmente credevo che i ferri del mio mulo si staccassero, e più volte ne feci l'osservazione invano alla mia guida.

Sperimentai tormente, cadute violente di neve. Il mio mulo superava fino in cima delle alture che mi avrebbero rovesciato sulla groppiera, se non mi fossi attaccato al basto, le cui estremità elevate mi tenevano sulle staffe. Ma la vista dei precipizi su cui la mia cavalcatura girava successivamente la testa e la groppa, mi causava delle distrazioni così violente che dimenticavo assai in fretta la mia scomodità. Un passo falso avrebbe potuto farmi precipitare a duemila piedi di profondità, fra spine e rocce appuntite. La guida mi fece notare che il mio mulo poneva esattamente i piedi nelle forme praticate da vari secoli da quelli dei suoi predecessori. Mi raccomandò di lasciarlo andare liberamente, perché la briglia azionata al momento sbagliato avrebbe potuto obbligarlo a portare il piede di lato, rovesciarci, perderci per sempre nell'abisso.

Scorgevamo a intervalli dei paesi che si innalzavano ben poco al di sopra del loro sito, e ne mantenevano il colore, essendo costruiti con la terra e le pietre dei terreni d'intorno. Attraversavamo dei miserabili casali gettati in gole pietrose, gelate, attaccati al nero dorso dei monti, o sospesi su crinali aridi. Una scala esterna di una dozzina di scalini, per metà in rovina, porta a ciascuna di queste tristi dimore.

La mia guida mi disse che entro pochi giorni il ritorno per lo stesso percorso sarebbe stato impossibile; che le nevi non avrebbero tardato a riempire le valli, le gole, i precipizi, fino all'altezza della metà delle montagne, tanto che non si scorge più altro che una vasta piana irta di cime bianche, coperte di pini [in effetti faggi] argentati; i sentieri e le piste scompaiono, cosicché avviene spesso che uomini e cavalcature procedono nelle profondità sovrastate dalle nevi.

In quel momento c'erano solo sette o otto pollici di neve sulle alture che superavamo, e l'acqua scendeva gorgogliando nelle strette valli che attraversavamo. Scorgevo delle colline coltivate a poggi, sostenute da muri a secco o con dei terrapieni.

Talvolta il mio mulo si fermava innanzi a una roccia dirupata, di cui bisognava seguire il percorso, che fosse per prendere fiato o per tornare sui suoi passi, come se la marcia dolorosa che doveva intraprendere gli ripugnasse. È accaduto diverse volte alla mia guida di corriere dietro alla mia cavalcatura, che mi stava portando via riprendendo il sentiero che aveva appena completato.

Bisogna notare che qualsiasi viaggiatore, negli Appennini, si fa accompagnare da una guida a piedi, che cammina davanti a lui, e porta sulle spalle il sacco da viaggio del signore, di cui si premura di non caricare il mulo per il quale, in queste faticose salite, è già abbastanza il peso del suo cavaliere.

A intervalli, e dove il percorso è, come dice la gente del posto, in piano, si notano delle madonne di marmo o di pietra comune, di un piede d'altezza, collocate in nicchie; una piccola lampada brucia davanti ad esse. Sono i sacerdoti delle frazioni vicine che mantengono tali lampade, la cui spesa è più che compensata dalla generosità dei passanti, come la mia guida. Egli non ometteva di fermarsi, rivolgere una breve preghiera a ciascuna madonna, e far scivolare un piccolo tributo nella base di quelle che precedevano un passaggio difficile o pericoloso. Contemporaneamente mi avvertiva del prezzo del suo omaggio, e non ha mancato di computarmi l'ammontare di ciascuno di essi. Mi disse che i mulattieri avevano l'abitudine di pregare così le madonne, e deporre le loro offerte percorrendo queste montagne. Verso la notte, ci fermammo in un piccolo villaggio addossato a una montagna coperta di neve. Scendemmo davanti a una locanda, di un grigio sporco, nella quale entrammo per una porta bassa, mezza in rovina. Osservai che questa porta non si chiudeva, e che l'unica finestra della locanda non aveva né telaio né vetri. Faceva freddo, e mi gettai sulla panca di legno nodoso, dallo schienale alto, che vidi collocata in forma circolare attorno a una marmitta che, sospesa a uno dei fasci dell'impiantito, bolle perpetuamente sopra il fuoco acceso su una larga pietra in mezzo alla stanza. L'apertura della porta e quella della finestra tengono luogo di canna fumaria; disgrazia per gli occhi delicati.

Ebbi comunque la forza di osservare che la marmitta conteneva un'acqua grigia, specie di brodo, nel quale un omone magro venne, quand'io fui entrato, a tagliare del pane nero o viola. Due o tre pezzi di carne nuotavano in quell'acqua, e l'oste li rigirava con una lunga forchetta di ferro a due denti. Alimentavano il fuoco dei rami di castagno, le cui foglie secche ispessivano il fumo, al punto che uscii per venti volte, gli occhi in pianto, e forzatamente rientrai, il viso, le mani e i piedi ghiacciati.

Aspettavo che si apparecchiasse una tavola, e non chiedevo ancora di essere servito, quando vidi distribuire a ciascuno dei convitati seduti sulla panca circolare una scodella di zuppa nella quale entrava allo stesso tempo un pezzo di carne. La scodella era accompagnata da pane viola e da una brocca di vino grossolano dello stesso colore. Già il mio mulattiere aveva la sua porzione; già l'oste aveva vuotato la sua marmitta, per farvi bollire delle castagne che era andato a prendere sui ramoscelli collocati sopra le nostre teste in guisa di soffitto. Non mi veniva detta una parola, allorché presi l'iniziativa di chiedere di cenare. L'oste, senza rispondere, pose subito di fianco a me, sulla panca, una scodella uguale a quelle che erano state appena distribuite. Fu necessario mangiare come gli altri. Fu così che cenai in mezzo ai nostri commensali mulattieri, che aggiungevano al fumo del fuoco quello delle loro pipe. Non potei ottenere né tavolo, né tovaglia, né tovagliolo, né forchetta, né coltello. Terminai la mia cena coi mulattieri, il cui pasto aveva preceduto il mio.

Ero assai preoccupato della qualità del letto che presumevo di avere a disposizione. Vedevo i mulattieri uscire un momento nella via, rientrare, riprendere i loro posti, e addormentarsi fumando. Mi congratulavo, supponendo che, per economia, non chiedessero altro alloggio per la notte, e che se c'era un letto, sarebbe stato destinato a me, allorché vidi l'oste, dopo aver cenato, prendere posto sulla panca comune, e far vista di dormire. Prevenni subito il suo sonno e lo pregai di condurmi in una camera da letto. "Ahimè" mi rispose, "non ho altra camera che questa, la camera del focolare, dove dorme la mia famiglia su foglie di granoturco, e la stalla delle mie pecore." A queste parole, chiude l'occhio e s'addormenta. Invano chiedo se ci sono altre locande nel villaggio; invano esco, percorro le vie fangose, busso inutilmente a qualche porta di casupola; tutti gli abitanti non avevano che giacigli di foglie di grano di Turchia. Mi vidi costretto a riguadagnare la mia misera locanda, e a dormire sulla panca in mezzo a dei rustici sconosciuti.

Ero sveglio già da molto, quando l'oste si mise a tossire con violenza tale che rimise in piedi tutti i mulattieri; questi pagarono, quasi senza dir parola, il prezzo della locanda, limitato a quattro parpaiole, moneta genovese che vale fra i sette e gli otto centesimi.

Desideravo osservare, e lasciai congedare i convitati, che ricaricarono i loro muli, e presto sparirono oltre la prima montagna.

Visto che il gestore della locanda mi era parso taciturno, gli presentai un pezzo francese da cinque franchi per me, la mia guida e il mio mulo. Egli si dispose a rendermi una manciata di parpaiole, allorché gli dissi che il resto era per lui. Lo vidi immediatamente perdere il suo sangue freddo: la sua lingua, le sue gambe parvero slegarsi. Mi fece grandi scuse per non avermi riconosciuto. Corse ad aprirmi una camera, che racchiudeva, fra quattro muri grezzi, un telaio di legno tarlato, coperto di un pagliericcio, le cui foglie secche uscivano dai buchi praticati dai topi, e si dispiacque che non avrei avuto altro se fossi tornato da lui; di là corse dalla mia guida e il mio mulo, aiutò a rimettergli il basto e la briglia, lo condusse egli stesso davanti all'entrata di casa sua, mi tese la staffa, mi sollevò su questo basto, più alto di quello di un cosacco, e mi salutò profondamente. La mia guida ricevette, a quanto mi disse per strada, un bicchiere di acquavite di ringraziamento.

Man mano che ci avvicinavamo a Genova, le montagne si abbassavano; salivamo qualche volta, e scendevamo più spesso. Avevamo anche qualche tratto di piano da percorrere, ma entro gole e su sentieri in riva ai torrenti. A cinque leghe da Genova notai dei pezzi di marmo nero [probabilmente lavagna], così come delle pietre venate, nel letto di quei torrenti quasi in secca.

Osservai che le abitazioni a portata della nostra vista erano rischiarate da un così grande numero di finestre che gli edifici mi sembrarono illuminati come lanterne.

Arrivammo a Cassolo [Cavassolo?], dove rimasi a contemplare un acquedotto così elevato che un uomo vigoroso può a malapena lanciare un sasso al di sopra della cima. È un'opera dei Romani che si estende per quattro leghe fino a Genova. È situato in una valle stretta.

Quando gli Austriaci fecero, nel 1800, questo famoso assedio di Genova che Masséna sostenne con una tale terribile energia, un arco di questo acquedotto fu da loro rotto, al fine di privare di acqua gli assediati.

Due miglia oltre si vede un altro acquedotto; poi al di là un terzo, sulla montagna sulla destra che tocca il Borgo, quartiere di Genova. Tutte queste opere sono ammirevoli per la loro estensione, la loro elevazione e la loro solidità. Forniscono a Genova dell'acqua eccellente, che dei rubinetti distribuiscono in ogni casa. I genovesi non ne hanno altra.

Ci rinfrescammo a Cassolo, in un'osteria costruita in fondo alle montagne, ai piedi del grande acquedotto, dal quale svariati rivoli di acqua sfuggono con un rumore che si propaga in queste gole, in modo tale che la nostra osteria mi parve umida, fredda e malinconica. Il vino che vi bevemmo non era per nulla adatto a scaldarci, perché aveva il gusto e il colore di succo di more.

Presto i contrafforti scendono verso il mare, al quale ci avviciniamo. Sono coperti di ulivi, la cui vista è di una tristezza tale che forse per questo gli antichi hanno fatto dell'ulivo l'albero della dea della saggezza.

Pervenimmo infine al quartiere chiamato il Bisagno, che non annuncia Genova la Superba più di quanto si riconosca la capitale della Francia quando ci si entra dalla barriera d'Enfer. Percorremmo questo quartiere per una mezz'ora, e arrivammo alla porta della città.»


traduzione da E. de Jouy, L'Hermite en Italie: observations sur les moeurs et usages des Italiens
au commencement du XIXe siècle, tome 1er, Pillet-Ainé, Paris, 1825, p. 168-179

fotografie da Paolo Ferrari et al., Chi nasce mulo bisogna che tira calci, Musa, Cosola 2007

 


Una notte coi mulattieri = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/mulattieri.htm> : 2009.06 -