Dove comincia l'Appennino

Musa

Sulle vie del grano e del sale

Testi dello spettacolo

Stefano Faravelli: piffero e voce
Matteo Burrone: fisarmonica e voce

Voci libere di Cosola: Alba Callegari, Alida Callegari, Giovanna Negro, Ippolito Negro, Lidia Negro, Nilde Negro, Zulema Negro, Luciana Novelli

letture: Paolo Ferrari, Claudio Gnoli, Francesca Domenichella/Lidia Negro

ideazione e scelta dei brani: Paolo Ferrari

produzione: associazione Musa

 


Introduzione

Le carovane dei mulattieri partivano dal porto di Genova e per vie di sasso, fasce terrazzate e praterie pascolate raggiungevano le località dell'entroterra montano e oltre, verso le città padane dove le grandi fiere riunivano uomini, merci ed animali nella grande festa dello scambio e del commercio, animate da grida, suoni, versi e odori dei quali oggi noi più non possiamo avere esperienza. Questo avveniva da tempi immemorabili fino al tempo della memoria degli anziani di oggi, poi tutto è finito, travolto da una modernità omologante che ci hanno abituati a chiamare "progresso".

Le grandi arterie autostradali e le ferrovie hanno condannato a un riposo perenne le forze antiche di muli e mulattieri al pari di quelle dei contadini e pastori che roncavano, seminavano e pascolavano le terre d'altura, gran nodo orografico tra Trebbia e Scrivia, porzione orientale di quell'Oltregiogo che dagli anni Settanta è nota con il nome di Quattro Province: perché qui si incontrano i confini amministrativi di Pavia, Alessandria, Piacenza e Genova e perché qui risuonano le note antiche di uno strumento tradizionale (il piffero delle Quattro Province, appunto) che ancora raccoglie intorno a sé, nelle feste di paese, i valligiani che la modernità ha costretto all'esodo, ma che il cuore richiama su questi greppi oggi inselvatichiti, dove ondeggiavano segale e grano e dove una cultura agricola e pastorale di montagna ha portato i suoi arcaismi esistenziali fino alle soglie della nostra contemporaneità.

Ma i suonatori, loro, al pari del loro strumento, non hanno mai conosciuto confini amministrativi e andavano a piedi di paese in paese, di valle in valle, accompagnati, fino ai primi decenni del Novecento, dall'arcaica musa (una cornamusa con chanter in do e un solo bordone intonabile, un po' diversa da tutte le altre), e poi dalla moderna fisarmonica che, nell'accompagnare il piffero, ha conservato elementi stilistici che gli etnomusicologi (non pochi davvero quelli che si sono interessati alla tradizione musicale di questo territorio) riconoscono come lascito dell'antico aerofono a sacco.

Insomma, parlando di questo territorio appenninico, tra il Tirreno e la collina oltrepadana, è difficile non parlare anche della tradizione musicale che ancora lo anima, nonostante il drammatico spopolamento che ha interessato i suoi paesi, a partire dal secondo Dopoguerra e con una vertiginosa accelerazione tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Il vastissimo repertorio di musiche, canti e danze tradizionali delle Quattro Province è sopravvissuto all'estinzione della cultura contadina montanara, ed oggi non sono pochi i giovani che vivono o sono originari di queste terre che praticano gli strumenti, i canti e i balli della loro tradizione, ponendo argine all'omologazione culturale che certo non ha risparmiato questo territorio.

Ai suoni e alle voci di due giovani ma prestigiosi protagonisti della tradizione musicale delle Quattro Province, questa proposta dell'associazione Musa ha affidato un racconto di viaggi e confini, di frontiere che uniscono, riali, dorsali e valichi, attraverso i quali, sulle trame di apparente staticità della società contadina montanara, si intrecciavano viaggi brevi o lunghissimi, di paese in paese o verso le lontane Meriche, in cerca di lavoro o verso fronti di guerra. Destini diversi, ma saldati tra loro da codici antropologici che ancora oggi, pur in un contesto di gravissima crisi sociale, conferiscono unità, di qua e di là di frontiere amministrative dettate dall'arbitrio della storia e barriere naturali trasformate dal bisogno e dalla volontà in passaggi e percorsi, a un territorio che sempre più si interroga sul proprio passato per tracciare le possibili trame del proprio futuro.

Lo spettacolo ha come protagonisti musicali Stefano Faravelli (piffero, voce), Matteo Burrone (fisarmonica, voce) e il gruppo delle Voci libere di Cosola. Ai brani musicali si alternano letture di brani letterari e storici e testimonianze orali sul tema del viaggio e dei viaggi, dei confini e delle frontiere.

 


Brani e fonti


  • Rosso di Marte / Stefano Faravelli (piffero), Matteo Burrone (fisarmonica)

Fra i "Racconti a colori" dei Suonatori delle Quattro Province (Robi droli, 1993), questo valzer tradizionale è stato intitolato al rosso e arrangiato da Roberto G. Sacchi con una suggestiva introduzione per piffero, poi rimasta nel repertorio dei giovani suonatori del territorio.

 

"Splende la luna in cielo", nel cielo vastissimo di umanità della tradizione vivente. Nulla di mistico, intendiamoci, solamente una terragna coscienza di popolo fecondata da bagliori notturni d'un cielo che puoi toccare e sentire in moti inferici di germogli e vinacce ribollenti, nello sfragugliare di sterpi e ramaglie sotto l'incedere dei numerosi che traslarono i loro destini per guadi di riali ombrosi, verso approdi di riviere assolate, il mare antico e cangiante, baleno ad ogni valicare, poi grembo sussultante spesso ferale e vorace, infine ritorno per i più, per altri soglia immensa, d'un tratto in memoria fattasi stretta come solco o ferita. Dietro ad ogni viaggio un mestiere antico, scarpe chiodate, pane e formaggio e mele selvatiche. Queste dorsali vellicano il cielo e non gridano nessuna sfida, solamente chiamano ad andare. E andavano a quell'orizzonte inquieto, smarrente e salato, oppure alle pianure del grano e del riso, e di qua e di là venivano con vino e sale, a scambiarsi con le merci anche le anime, e dell'anima le voci e i suoni.

[Paolo Ferrari, La via del Draghin, World music magazine, 2004]

  • Splende la Luna / Voci libere di Cosola

Una delle più eseguite bujasche, i canti polivocali che prendono il nome dal paese di Bogli in val Boreca (PC) che vantava una tradizione canora particolarmente prestigiosa affidata soprattutto a mulattieri e "resegotti" (segantini):

O splende la Luna in cielo
la Luna nel mezzo del mare,
siam marinai fedeli
come ti posso amare...

O senti il vapor che passa
pieno di rose e di fiori,
innalza la tua bandiera
segnal del primo amore!

Ma tutti mi chiaman Verginia
sono la figlia di un conte
nativa sul Piemonte,
Piemonte di Vercello.

Io sento una voce strana
chiamare il nome mio:
forse sarà Iddio
o un angiolin dal cielo.

 

La difficile, lunga bonifica e la lenta organizzazione delle zone pianeggianti spiega perché, con un apparente paradosso, nel Mediterraneo la storia degli uomini abbia spesso avuto inizio sulle colline e sulle montagne, dove la vita agricola è sempre stata dura e precaria, ma che in compenso erano al riparo dalla micidiale malaria e dai troppi frequenti pericoli della guerra. Per questo ci sono tanti villaggi inerpicati sui pendii, tante piccole città aggrappate alla montagna, le cui fortificazioni si fondono con la massa rocciosa dei declivi. Li incontriamo nel Sahel dell'Africa del Nord, sulle colline toscane, in Grecia, in Provenza... Ai primi del Cinquecento, Guicciardini affermava che l'Italia "era coltivata non meno ne' luoghi più montuosi che nelle pianure e regioni sue più fertili".

[Fernand Braudel, Il Mediterraneo]

È curioso notare che un tempo tutte le nozioni di geografia fisica erano condizionate dalla nozione di limite. Le montagne erano soltanto "catene" di rilievi difficili a salire, che si frapponevano tra i paesi come tante mura innalzate dalla Provvidenza. Nient'altro che ostacolo e muraglia, la montagna non veniva mai considerata di per sé, studiata di per sé: era una frontiera, non un paese. Coloro che si estasiavano [...] davanti alla muraglia pirenaica, così perfettamente innalzata per separare la Francia dalla Spagna — un tipo perfetto di frontiera naturale [...] — non pensavano affatto a cercare nella storia degli stati italiani se l'Appennino [...] avesse o no avuto una analoga funzione di barriera tra paesi rivali, oppure se non avesse visto al contrario diversi stati dividersi in varie epoche a est e ad ovest della sua cresta, come la doppia bisaccia sulle spalle di un uomo robusto.

[Lucien Febvre, La terra e l'evoluzione umana]

  • alessandrine / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Una suite di brani per le antiche danze di gruppo a figure tuttora praticate con il tipico passo saltato delle Quattro Province.

 

Con il formarsi dei primi stati, le terre lontane dal mare cominciarono ad organizzare un sistema di rifornimento che, partendo dalla costa, portasse il prezioso sale fino all'interno. Questo rifornimento veniva appaltato spesso a grandi finanzieri: per esempio il genovese Tommaso Marino [...] si arricchì organizzando i trasporti di sale dalla costa verso San Sebastiano con l'impiego di migliaia di mulattieri organizzati in carovane. Dai sentieri del sale si era arrivati così alle strade del sale. Non pensate a strade tracciate da esperti e attrezzate con appositi segnali: il fondo è sempre di terra, fango, sassi: quando si può si viaggia sul letto asciutto dei torrenti [...]; le curve sono quasi sconosciute perché il mulattiere è abituato a tirare dritto, senza esitare ad arrampicarsi fino alla cresta di un monte e perfino verso la vetta, pur di abbreviare i suoi tempi. Passare più in basso, infatti, significa talvolta affrontare altre fatiche e anche pericoli: il fondovalle spesso si allaga [...] e diventa impraticabile, non esistono ponti in muratura e talvolta bisogna addirittura guadare con i trampoli; i signorotti si finanziano facendo pagare il dazio a chi passa per le loro terre; e se non ci pensano loro, ci sono banditi e fuoriusciti politici che tormentano i passanti pur di poter sopravvivere. E poi, in caso di guerra, le cime dei monti sono sempre state molto più sicure. [...] Un documento del 1628 descrive minutamente alcuni percorsi che dovevano seguire queste carovane:

"Quelli di Gremiasco, Fabbrica, Bagnara e S. Sebastiano passano per Dernice, Molo Borbera e per la valle de Rati e dei Lonati di questo Stato di Milano, e quelli di Garbagna e Grondona per Molo, Torre e Castel de Rati, Borghetto, Sorli e Vignole, e quelli di Vargo per il territorio di Stazzano e tutti per andare a Serravalle".

Questo percorso è una Strada del grano che però al ritorno diventa una Strada del sale. Quando però il ponte di Serravalle era inagibile e il guado dello Scrivia poteva essere pericoloso si cambiava percorso: da San Sebastiano si imboccava il torrente Arzola; a Bregni si scavalcava la collina passando nella val Besante fino a Colonne. Qui si risaliva il Borbera e poi il Sisola fino a Mongiardino e poi, per Vobbia, Crocefieschi e Camarza, si scendeva a Busalla in valle Scrivia. Da Busalla si saliva al passo del Giovo e per le valli Riccò e Polcevera si arrivava al mare.

[Italo Cammarata, Quando la storia passava di qui]

  • Sestrina / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Un antico brano del repertorio da piffero attualmente utilizzato nel corso degli spostamenti fra un momento e l'altro delle feste nelle aie dei paesi.

 

Specialmente per l'alta valle è terminato il buon periodo del commercio innestato sulla Via dei Feudi Imperiali e strada del sale. [...] Dal 1805 la valle viene annessa all'Impero Francese.

"L'anno 1806: 13 giugno in Gremiasco e nella sala di abitazione del signor Maire per non avere questa comune casa ove congregarsi; il Consiglio Municipale è radunato in forza della circolare datata li 28 scorso Maggio 1806 sul modo di trovare qualche mezzo onde far fronte alle spese che sono necessarie alla Comune. Non ne hanno rinvenuto alcuno per la posizione del paese, che è lontano dalle grosse strade, per cui non vi passano forestieri; e siccome il vino sarebbe l'unica derrata che potrebbe portare qualche vantaggio alla Comune, non c'è smaltimento di questo, perché i pochi Bettoglieri che si trovano non vendono che poche minuzie ai Terrieri."

[Angelo Bassi - Italo Cammarata, Storie di Gremiasco e della val Curone]

 

  • perigordini / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Due brani per una danza a figure il cui nome ha origini francesi, ma che nel Genovesato era eseguita a file o a terzetti con passi simili a quelli delle altre "gighe".

Da Bogli si andava a Torriglia e a Varzi: per Torriglia si faceva Capanne di Carrega, Casa del Romano, Propata, si scendeva a Brugneto, si saliva a Costa de Paja, si faceva la galleria, si traversava, si andava dal Castello e si arrivava a Torriglia. Ci volevano cinque ore e si andava e veniva in giornata. Per Varzi invece ci volevano otto ore e allora si dormiva da Carlaja, dove c'è la salita sulla destra che c'è ancora il cancelletto di ferro. Si spendeva poco: «cosa c'è da mangiare?» «Brazà». Oppure, prima un bel piatto di minestra e poi un papon de vin.

[Giuseppe Renati "Mazea", Bogli]

A Cabella lavoravamo con i carri e anche a soma. A Sant'Antonio c'erano le castagne secche e le portavamo al mercato di Voghera con il carro. Andavamo a Voghera e a Novi a portare il carbone. Si partiva a mezzanotte e si arrivava a Novi alla mattina alle sette, si partiva all'una e si arrivava alle otto, perché si facevano cinque chilometri all'ora. Invece andare a Serravalle impiegavamo cinque ore e mezza, sei. A soma andavamo a prendere il carbone su da Piuzzo, da Carrega, da Artana, verso Pej, e si dormiva a Cosola. Partivamo da Cabella e con i carri andavamo fino a Cosola, si dormiva lì e da lì si ripartiva e si andava in Boreca a prendere il carbone a soma, poi si portava a Cosola e lì si caricava sui carri e si portava giù e si facevano due viaggi al giorno.

[Renato Basso]

 

  • Il mulattiere / Voci libere di Cosola
Canto diffuso in val Nure, appreso da Ettore Losini "Bani", pifferaio di Degara in val Trebbia:

E la va de sura
e la vien da basso
e la sente il passo
del suo mulattier.

O mamma mia cos'ho mai fatto:
d'un mulattiere dovrò sposar!

E il mulattiere
l'è sempre intorno
e la notte e il giorno
lui non è mai a ca'.

O mamma mia cos'ho mai fatto:
d'un mulattiere dovrò sposar!

E la sente il ciocco
della grillera
e la si dispera
per il suo mulattier.

O mamma mia cos'ho mai fatto:
d'un mulattiere dovrò sposar!

E la sente il ciocco
della scuriatta
la diventa matta
per il suo mulattier.

O mamma mia cos'ho mai fatto:
d'un mulattiere dovrò sposar!

 

In località Suddsu, io vidi molti frammenti di embrici, più sottili di molti altri. Ne portai alcuni al canonico Legè il quale li giudicò del secolo VII ed appartenenti a qualche cella monastica ossia ospizio per pellegrini. La tradizione del paese dice che colà esisteva un convento in tempi assai antichi. Il medesimo illustre storico appena ebbe esaminati i pezzi esclamò: «Ecco delineata la via: Pei, Piuzzo, Mongiardino». [...] Teofilo Ossian De Negri [...] dà ragione al Legè, e scrive che le civiltà antiche (preistoriche e medioevali) non seguivano le vallate, ma cercavano di preferenza i valichi montani, e procedevano, per quanto era possibile, quasi in via d'aria, cioè diretta: il commercio con la Val Padana si dirigeva dalla Polcevera e dal Bisagno, oltreché dalla Bocchetta e dai Gioghi, al valico facile della crocetta d'Orero, e convergeva a Casella per risalire e ridiscendere pazientemente da Crocefieschi a Vobbia, ed ancora a Mongiardino, alla Rocchetta e via via di colle in colle fino a Voghera ed alla Lombardia.

[Clelio Goggi, Storia dei comuni e delle parrocchie della Diocesi di Tortona]

I santuari avevano anche una funzione commerciale: fra l'uno e l'altro si stabiliva un vincolo di affari; la vita comune, economica, religiosa, linguistica, che noi riscontriamo già nella prima età del ferro e del bronzo deve spiegarsi in parte con questi legami, con queste strade fra un santuario e l'altro. E più tardi ancora? Un recente studio non ci segnalava forse che l'area di distribuzione di testimonianze della voce clocca (campana) che si trovava nell'Italia settentrionale, in Engadina, in Francia, nelle Asturie, in Portogallo, concorda perfettamente con l'ipotesi di un'origine celtica del termine e della cosa che designa? I monaci irlandesi avrebbero fatto conoscere entrambi sul continente e la diffusione sarebbe stata fatta lungo la via di pellegrinaggio che va da Bobbio a San Giacomo di Compostella.

[Febvre, cit.]

 

  • Draghin / Matteo Burrone, voce e fisarmonica

Figura semi-leggendaria di cui recenti ricerche hanno però confermato la storicità, Draghin è considerato uno dei capostipiti dei pifferai degli ultimi due secoli. Il suo viaggio da Cicagna, in val Fontanabuona, fino al carcere di Bobbio (o Milano) sembra ripercorrere il cammino degli antichi pellegrini. Storie, aneddoti e simboli legati alla sua figura sono raccolti in uno dei capitoli di "Chi nasce mulo bisogna che tira calci", volume edito nel 2007 dall'associazione Musa:

Quando l'è partíu da Cicagna
u pòvero Draghin u ghe fei una bisagna.
Feive curagio belo Draghin
perché l'è quest chì u vostro destin!

Quando l'è stò a Montebrün
u pòvero Draghin ghe ne feja anca jün,
quando l'è stò al mont'Arfé
u pòveru Draghin se vulteja indré.

Quando l'è stò aa montà der Ponte
u pòvero Draghin se sügheja a fronte.
Feive curagio belo Draghin
perché l'è quest chì u vostro destin!

Montà de Montarsö':
u pòvero Draghin ghe mancheiva 'l cör,
e ghe mancheiva 'l cör propi dabon:
u pòvero Draghin u l'ea dré a andà in prigion.

Quando l'è stò 'nta piana de Carana
u pòvero Draghin l'a vüst amò a so tana
Feive curagio belo Draghin
perché l'è quest chì u vostro destin!

Quando l'è stò intla cità
u pòvero Draghin u ne ciüdea ciü 'ndà.
Feive curagio belo Draghin
perché l'è quest chì u vostro destin!

Quando l'è stò alla porta de la prigion
il pòvero Draghin se bevei un bicero de vin bon,
ma per farsi curagio e andare alla prigion.

O mi a Milano mi gh'anderia,
mi gh'anderia col me pinfro in man,
ma per fare legria ai siuri de Milan.

 

Il montanaro, in fondo alla sua valle di montagna, alla sua "isola di montagna", è il tipico isolato, il tipico recluso, legato allo stretto ambito che tutto intorno al suo angusto habitat delimitano le alte barriere dei monti... Ma ci si immagina forse che non esca mai dal suo buco? Che passi la sua vita ancorato al fondo della sua conca? Per chi si aprono dunque, sulle montagne che dominano la valle, in mezzo ai pascoli sgombri d'ostacoli, quei facili passaggi di accesso agevole e chiaro per gli uomini e per gli animali? [...] Semplice agricoltore, il montanaro non smette di spostarsi in alto, trasportandosi secondo le stagioni e i raccolti da un piano all'altro su cui si stendono i suoi campi. Il coltivatore di montagna "si muove". Ma molto più di lui l'allevatore. Dal fondovalle, dove ha fissato la sua casa e il suo campo, dove ha installato la famiglia, deve sempre salire verso le praterie e verso gli alti pascoli. È più attirato dalle vette che dalla pianura, ha relazioni più numerose con le valli vicine che col piano, sulle creste, sugli alti pascoli, dovunque spunti l'erba, dovunque possano vivere le greggi, dove passi l'uomo, incontra altri uomini, partiti da opposti versanti: si stringono rapporti, la vita sociale si sviluppa, si praticano scambi, si negoziano transazioni.

[Febvre, cit.]

 

  • Tri bei giuvin / Matteo Burrone, voce e fisarmonica

Il canto rientra nel tipo degli stranot, brevi canti eseguiti sulla melodia del piffero o da questo intervallati con la cosiddetta tirlingata, un intervallo musicale decorativo tra le varie strofe. Oggi vengono prevalentemente eseguiti sulla melodia della fisarmonica secondo la stessa modalità (eterofonia). Si narra dell'incontro tra tre giovani uomini intenti al lavoro dello sfalcio estivo sulle praterie di altura (insl'arpe) e tre giovani donne intente a rastrellare. Il lavoro diventerà momento conviviale e celebrazione della gioia di vivere e dell'incontro amoroso:

O si gh'eran tri bei giuvin
o chi 'ndàvon tajà il prà,
o si gh'era tre fijette
o che 'ndàvon rastellà.

Intra lur i discurèivon
chi vegnarà a purtà 'l disnà:
la vegnarà la Margherita
o che la sa pü ben parlà.

Si l'è rivaa la Margherita,
si l'è rivaa cul disnà,
a l'ha stendü 'l mantin su l'erba:
o tri bei giuven gne a disnà!

O chì se mangia e chi se beiva
chì s'imprega mai nisün,
o chì se mangia e chi se beiva,
chì si impara a far l'amur.

[Traduzione: C'erano tre bei giovani | che andavano a tagliare il fieno, | c'erano tre ragazze | che andavano a rastrellare. | Tra di loro discorrevano: | Chi verrà a portare da mangiare? | Verrà la Margherita | che sa parlare meglio. | È arrivata la Margherita, | è arrivata con il pranzo, | ha steso il fazzoletto sull'erba, | o tre bei giovani venite a mangiare! | O qui si mangia e qui si beve, | qui non si prega mai nessuno, | qui si mangia e qui si beve, | qui si impara ad amoreggiare.]

 

Le montagne regolarmente sovrappopolate, dove, in condizioni più sane che altrove, la presenza umana andava costantemente infoltendosi, sono sempre state alveari i cui ospiti sciamavano ripetutamente. Gli abitanti del Friuli, i furlani, andavano a Venezia per adempiere ai servizi più umili. Gli albanesi erano a disposizione di chiunque, e soprattutto dei turchi. I bergamaschi, di cui tutti si facevano beffe, percorrevano l'Italia intera in cerca di lavoro e di profitti. I montanari dei Pirenei popolavano la Spagna e le città del Portogallo. I corsi diventavano soldati al servizio della Francia o di Genova, l'esecrata Dominante. [...] In breve, tutte le zone montane fornivano una massa di mercenari, domestici, venditori ambulanti, artigiani itineranti — arrotini, spazzacamini, impagliatori di sedie —, lavoratori a giornata, mietitori e vendemmiatori di rincalzo quando, al momento dei grandi lavori agricoli, le ricche campagne erano scarse di braccia.

[Braudel, cit.]

  • Son tornata dalla Francia / Voci libere di Cosola

Canto di matrice medioevale, la cui popolarità si sarà probabilmente rinnovata innestandosi sul tema del ritorno dalle terre di migrazione. In un anonimo testo del XII-XIII secolo si trovano i temi dell'incontro, della provenienza dalla Francia, della veste (che nell'antica poesia è descritta nel dettaglio) e infine la rivelazione delle origini soprannaturali della fanciulla: "La seraine ele est ma mere | qui chantent in la mer salee | et plus haut rivage" [A. Roncaglia, Poesia dell'età cortese].

 

Il paese, quando fu eretto parrocchia, contava 500 abitanti divisi in 25 famiglie patriarcali. La popolazione non emigrava, ma coltivava la terra per vasta estensione: in alto vi erano foreste impenetrabili. Dopo la costruzione del canale Cavour che rese irrigua la Lomellina, molti uomini scendevano in settembre ed in marzo per la mietitura e per la semina del riso, rimanendo circa un mese: le donne vi scendevano in settembre ed in giugno, rimanendovi esse pure circa un mese. Molti però non facevano ritorno, ed il loro paese andò spopolandosi: ai campi successero i pascoli.

[Goggi, cit.]

I vecchi andavano in Lomellina, c'è un documento del 1864 che riporta la scritta: "firma il cognato essendo il padre momentaneamente assente", voleva dire che era a far seccare il riso in Lomellina. In Lomellina andavano molto negli anni addietro, sono sempre andati, dicevano addirittura che famiglie intere con la culla coi bambini dietro andavano giù in Lomellina. L'autunno andavano giù alla pila e partivano con la culla in spalla, al bambino davano le castagne e loro mangiavano le farfuglie e passavano tutto l'inverno, il marito lavorava alla pilatura del riso e le donne facevano altri lavori.

[Ettore Ratto, Dova Superiore]

  • stornelli della monda / Voci libere di Cosola

Addio Cosola, addio la compagnia,
io vado via, ma ritornerò.

Senti le rane che cantano,
che gusto che piacere
lasciare la risaia,
tornare al mio paese.
Vedo spuntar tra gli alberi
la bianca mia casetta
dove c'è là sull'uscio
la mamma che mi aspetta.
E per quaranta giorni
è un grande sacrificio
mangiar riso e fagioli,
dormir sul pagliericcio.
E per quaranta giorni
dalle case lontane
dormir nelle cascine
per guadagnarsi il pane.
E voi padron di casa
che state ad aspettare
abbiamo pochi soldi
da darvi da pagare,
e voi bottegai
che state ad aspettare
abbiamo pochi soldi
da darvi da scontare,
abbiam belle ragazze
per farvi innamorare.

Non più zanzare e rane
che non ci lascian dormir,
soltanto gli usignoli
daran la sveglia al mattin.
Allo spuntar del sole
andremo tutti al lavor,
in montagna e non più in risaia
la vita è più gaia e più bene si sta.

 

Ben presto si impone altra novità: la leva militare. Specialmente con Carlo Alberto, che in apprensione per i vari tentativi insurrezionali, si era dato ad aumentare l'esercito regio. Le circolari del "provvido Sovrano" parlano dell'Europa tutta in armi, rendendosi necessario che venga prontamente aumentata la forza dei diversi Corpi, ed arrivano insistenti al signor Sindaco di Gremiasco direttive severe e precise per la estrazione e primo esame, con le varie date fissate a San Sebastiano e per l'esame definitivo davanti il Consiglio Provinciale. Allora il Sindaco si rivolgeva ai Parroci del Capoluogo e delle frazioni per l'elenco dei nati e battezzati che doveva essere trasmesso in provincia, a Tortona. In seguito l'Intendente inviava la chiamata ed era il Sindaco cui toccava avvertire personalmente gli interessati. Al giorno fissato si portavano al capoluogo del Mandamento, San Sebastiano, per tirare su, estrarre una cifra da apposita urna che ne conteneva fino al novanta, numero che esentava completamente dal servizio militare, mentre i primi, più bassi, importavano una ferma fino a tre anni. Era possibile farsi sostituire, accordandosi con uno idoneo e disposto, versando una quota all'erario.

[Cammarata, cit.]

 

  • Perché piangi / Ippolito Negro, Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Perché piangi o bella Angiolina?
Il motivo lo voglio saper.
Tu piangi forse la mia partenza,
che per tre anni lontan da te sarò.

La partenza per me si avvicina
e a Livorno mi devo imbarcar,
tu dammi un bacio, domani vado via,
cara Angiolina per me non lacrimar.

Appena giunto sarò al reggimento
e da militare vestito sarò
io sull'istante farò fare il mio ritratto,
e tu l'avrai mio caro e bel tesor.

Se mi mandi il tuo ritratto
io felice e contenta sarò,
lo prenderò con le mie mani d'amore
e mille baci al minuto ci darò.

 

Avevo sedici anni, facevo il carrettiere e stavo andando col carro a Volpedo. Avevo appena superato Brignano, quando ho trovato un frate, con una lunga barba. Era vecchio, avrà avuto più di settant'anni. Mi sono fermato e l'ho invitato a salire sul carretto. È salito e ci siamo messi a discorrere. Diceva che ormai la sua vita l'aveva vissuta, ma noi invece saremmo stati decimati: «L'Italia dal 1915 al 1918 si troverà in un brutto periodo: voi sarete tutti decimati». E io gli domandai: «Dov'è un posto sicuro?». «In ambo le Americhe», mi rispose. Tornato a casa, dissi a mio padre: «Papà, io vado in America!»

[Doro Guarco "Doru"]

 

  • Io parto per l'America / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Io parto per l'America
su un lungo bastimento,
parto col cuor contento
di non vederti più.

E prima di partire
voglio fare un giro in piazza
se c'è qualche ragazza
che piangerà per me.

In piazza c'è nessuno,
c'è sol l'amante mia,
io parto e vado via
dalla disperazion.

Quando sarò in America
sposerò un'americana,
addio bell'italiana,
non ti marito più.

L'anello che mi hai dato
l'ho messo sotto i piedi,
bella se non lo credi
te lo farò veder,

te lo farò vedere,
te lo farò sentire,
io ti farò morire
dalla soddisfazion.

 

Mentre tanti giovani tornano dal fronte col loro bagaglio di esperienze, i terribili bombardamenti a tappeto iniziati su tutte le città italiane grandi e piccole, sui treni e sulle strade, dall'ottobre del 1942, quando le strapotenti aviazioni inglese e americana hanno potuto porre le loro basi nell'Africa mediterranea, provocano incredibili esodi migratori della popolazione civile verso le campagne e le montagne. Vecchi, donne e bambini, con quanto è trasportabile, si riversano nelle campagne e nelle montagne per mettersi in salvo dai bombardamenti, per trovare una casa che sostituisca quella distrutta, ma soprattutto per salvarsi dalla fame, da un razionamento spaventoso che spesso neppure distribuisce i generi promessi. Difficile calcolare l'ampiezza del fenomeno che viene descritto con un nuovo termine: lo sfollamento.

[Giambattista Lazagna, Rocchetta, val Borbera e val Curone nella guerra]

 

  • Il morale delle truppe (Max Manfredi) / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Il primo dei prestiti dalla canzone d'autore della vicina Genova. La guerra confonde confini e identità. La partenza per il fronte era un dramma perché produceva insanabili lutti, sottraeva forza lavoro e disgregava famiglie e comunità. Dalla leva napoleonica e sabauda all'ultima guerra, la trincea e il fronte erano per i giovani montanari la prima faccia di mondo che si offriva loro diversa dal consueto ambiente del paese e delle vicine valli:

Il morale delle truppe non è stato mai così:
così alto, così vivo, così vero, così sì.
Tutti sanno che la guerra non si fa coi ma e coi se
e respingono gli assalti di un nemico fai da te.

Il nemico non t'ascolta, non sa neanche che ci sei
ma se crede ti fa fare tutto quel che vuole lui,
il nemico è dappertutto, il nemico siamo noi:
se ogni tanto ci uccidiamo è per tirarcela da eroi.

Ci hanno dato roba buona nelle notti di trincea
così uno chiude gli occhi aspettando la marea;
Quando poi riapriamo gli occhi la trincea non c'è già più:
una giostra fra le stelle, quattro ciocchi con Gesù.

C'han portato anche le spose, le han tenute in retrovia
solo che dopo due mesi se ne sono andate via.
C'è la bella vivandiera che la dà a chi vuole lei,
se ti piglia di sorpresa tu dimostrale chi sei.

Ogni tanto il cappellano ci prepara un bel caffè,
ci racconta le sue storie, ci fa un po' di cabaret
o coi cani in dotazione calpestando noi si va
le rovine di una guerra di tantissimi anni fa.

Le taverne di frontiera han profumi d'Ungheria
e ti portano da bere una birra d'abbazia;
ogni fine settimana ci ubriachiamo giù in città
e pensiamo il generale, tanto, sa quello che fa.

La morale della truppa è sempre quella che già sai:
dice che senza una guerra, prima o poi, t'annoierai.
È sul fronte che la pace sembra una buona idea,
quando poi si torna a casa, si rimpiange la trincea.

Al mattino del 29, verso le ore 5, ci incamminammo verso Zerba e vi giungemmo prima di mezzogiorno. Qui ci raggiunse un gruppo di Brigate Nere appartenenti al gruppo di Genova Sampierdarena. Erano comandati da Gibelli e Fara e fra i componenti vi erano dei giovanissimi. Gibelli chiese ed ottenne dai tedeschi la nostra consegna. Così passammo nelle mani, feriti e prigionieri, di quegli assassini. Prima di lasciarci, gli allievi ufficiali raccomandarono alle Brigate Nere di risparmiare la vita dei feriti; poi, insieme ai tedeschi proseguirono nel loro itinerario. In questo gruppo che si allontanava vi era il figlio del generale Cesare Rossi del Comando Generale Ligure dei partigiani. Insieme ad altri commilitoni, Rossi aveva tentato l'impossibile, persino di offrirsi come ostaggi, in cambio della garanzia per la vita dei feriti; questi giovani si erano anche rifiutati di uccidere i feriti quando i tedeschi, vedendo che erano di intralcio nella marcia da Artana a monte Lesima, lo avevano ordinato. Andando via questi, si sentiva che rimanevano in balia a degli assassini. [...] Arrivati sopra un piccolo spiazzo prativo ci ordinarono di deporvi i feriti. Era la fine. I feriti, consapevoli, erano sereni. Mi venne da piangere; solamente Cencio ad un certo momento invocò la mamma. Con la forza della disperazione corsi a rincuorarlo. Avrei voluto essere presso tutti; mi avvicinai a Kikirikì; era fiero. Vedendo il mio pianto disse: «Adesso ci uccidono. Non me ne importa. Il tuo è l'ultimo viso amico che vedo. Cerca di farlo sapere alla mia mamma. Ma no, è tutto inutile, questi vili uccideranno anche voi». Gli ero ancora vicina quando le brigate nere iniziarono a sparare. Volsi lo sguardo, vidi Aliotta impassibile, lo sguardo verso i suoi carnefici. Silurino si era calato il cappello di paglia sugli occhi. Cencio a terra coricato su di un fianco. Nella sparatoria una voce ferma e forte gridò: «Fate presto, vigliacchi». Erano le ultime parole di Kikirikì. Solo in quel momento mi resi conto che li stavano assassinando. Mi sembrava che i colpi e le raffiche non dovessero più finire. Gridavo nella semi-incoscienza; gridai in faccia a quegli assassini tutto il mio disprezzo. Mi trascinarono, non potevo staccarmi, verso la Val trebbia. Le brigate nere cantavano: «Kikirikì non canta più». Il loro canto copriva le mie urla e il canto di Repubblica. Erano le dodici passate del 29 agosto 1944.

[dal racconto di Nella Lombardi "Olga" raccolto da Francesco Rivara "Bruno" il 3 novembre 1965].

 

  • Il bersagliere ha cento penne / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Il bersagliere ha cento penne
e l'alpino ne ha una sola,
il partigiano ne ha nessuna
e sta sui monti a guerreggiar.

 

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
È il mio cuore
il paese più straziato.

[Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso]

Io sono emigrato per la prima volta che avevo sei anni, sono andato a Ciapà a fare il pastore, vicino al Mulino del Pio, un gruppo di case dove non c'erano bambini. [...] Poi sono andato a Celio, ma facevo anche il garzone. Dopo sono andato ad Albera che avevo 13 anni e ci sono stato fino a 22 anni. Facevo il carrettiere, lavoravo con la legna su da Volpara fino alle 11,30 di sera, poi mettevo su l'altro carro e andavo a Novi, partivo alle 11,30 di sera e alle 3 del mattino mi alzavo per andare a lavorare a Volpara. Questo per 5 anni. Poi il padrone ha venduto i muli e ha comprato i camion e ci sono stato ancora 4 anni poi sono andato a Novi. Sono andato via da Daglio nel 1957, avevo già la patente del camion e sono andato a fare l'autista da Quaglia. Le prime a partire sono state le mie sorelle Iolanda, Tersilla e Iole, che sono andate a servizio nelle famiglie, poi man mano ci siamo trasferiti tutti a Novi, anche mia mamma. I miei fratelli si sono trovati anche loro un lavoro, eravamo undici figli, una famiglia numerosa. Quando sono andato via da Quaglia, ho comprato il camion con mio cognato e lavoravamo per conto nostro. Dopo un anno lo abbiamo venduto e io sono andato da Bianchi, sempre a fare il camionista, era il 1962. Consegnavo cemento, sabbia, materiale edile; dovevamo lavorare tutto con le spalle perché non c'erano i muletti. Nel 1971 sono entrato all'Italsider.

[Giorgio Aragone, Daglio]

Le ragazze che andavano a servizio nelle famiglie dei ricchi, che chiamavano signori anche se alcuni di loro non lo erano per niente, di solito partivano a ottobre o subito dopo i santi perché prima c'era da raccogliere le patate e poi le castagne e portare a casa la legna, quindi solo dopo partivano per le città. Di solito veniva una persona a cercarle, queste ragazze, oppure erano chiamate da alcune amiche o parenti che già erano a servizio. Quando queste persone le accompagnavano, specialmente le più giovani mettevano una grande tristezza perché sembravano un po' i deportati. Non avevano mai visto questi padroni e non erano mai state in città, partivano con una piccola valigia di cartone dove mettevano anche un po' di cibo di casa, siccome alcuni padroni davano loro poco da mangiare, ma un po' anche per ricordare il sapore e il profumo di casa.

[Zulema Negro, Cosola]

  • Majulin / Voci libere di Cosola, Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Un canto antico (L'infanticida alla forca, Nigra, 10) ricco di motivi archetipici facilmente riconoscibili; anch'esso attualizzato nella più recente tradizione popolare dai drammi in cui non di rado incorrevano le ragazze al servizio presso le famiglie cittadine, lontane dalla rete protettiva della famiglia e del villaggio:

Majulin, bella Majulin
dove l'hai messo quel bambino che avevi?
O mamma della mia mamma
l'ho gettato in peschiera.

O figlia mia parla più pian,
parla più piano che nessuno ti sente,
ti sente la giustizia,
lei ti viene a prendere.

Mentre facevan quei discursin
si sente dare un colpettino alla porta,
la bella Majulina
casca in terra morta.

E l'hanno presa, l'hanno legà,
l'hanno legata con catene sicure,
la bella Majulina
l'è in prigioni oscure.

 

Il primo che è andato via dai Reneisi è andato via presto, subito dopo la guerra del '15-'18, Serafin de Biasi, faceva i gioghi da buoi con il faggio e poi li portava giù, si è comprato la casa a Lungavilla. Ai Reneisi c'erano famiglie che han fatto tanti soldi perché avevano tante capre che stavano fuori tutto l'anno, mangiavano fieno, non l'erba, fieno dei monti. Venivano capre che erano 80 chili l'uno, avevano anche i vitelli, noi vendevamo di qua, ma loro andavano a Genova, passavano da Turrigia e scendevano anche a Tunu. Quelli dei Reneisi facevano anche i gioghi, quelli dei Casoni facevano i falegnami, sono andati via dopo quelli dei Reneisi, poi sono andati a Osso, poi si è trovato male ed è tornato di nuovo indietro a Casoni, poi ha comprato a Novi. Coltivavano anche un po' la terra, ma potevi contare le spighe, era terra sassosa...

[Livio Terragno]

  • Inverno (Fabrizio De André) / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

Il secondo prestito dalla canzone d'autore. Con l'avvicendarsi delle stagioni si alternano anche le spinte ad andare, restare e tornare, per volontà o necessità. Una fatica "di mille secoli da un'alba antica" che si rinnova negli uomini di oggi divisi e uniti da un amore sommesso e spesso misconosciuto per i loro paesi, divenuti luoghi dell'abbandono, ma anche — e ancora — del ritorno:

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti,
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani:
vedrai la neve se ne andrà domani,
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell'ombra incerta di un divenire
dove anche l'alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani:
anche la neve morirà domani,
l'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve,
l'inverno raccoglie la sua fatica,
di mille secoli da un'alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani,
cadrà altra neve a consolare i campi,
cadrà altra neve sui camposanti.

 

Tornare! Parola dei miei tempi, quando l'uomo, come il seme, aveva bisogno del suo campo. Non bisogna muoversi, per tornare. Chi si muove, si muove per una strada dritta e senza fine.

Teatro sotto il cielo, dove chi entra dice le sue parole e sparisce, non come una volta, che entrava, usciva, tornava ad entrare, anche dopo morto! La seconda forma del tempo non ha fine.

Io resto fuori, tra le querce rosa; dentro gli uomini rinnegano le vacche, dentro gli uomini, vivi, dentro gli uomini abbandonano le canne sul ceppo, dentro gli uomini, nuovi e cattivi, abbandonano le canne, dentro gli uomini, vivi, vogliono andare e non tornare mai più.

Dio, lasciano la casa agli uccelli, lasciano il campo ai vermi, lasciano seccare la vasca del letame, lasciano i tetti alla tempesta, lasciano l'acciottolato all'erba, e vanno via, e là dov'erano, non resta neanche il loro silenzio.

Come il vischio, qualcuno resta, una bambina coi miei occhi, un giovane forte e immusonito, sento le loro voci. Ma chi resta è più lontano di quelli che se ne sono andati.

Il sole taglia la vallata piena di querce di un rosa di paradiso; i due piccoli fiumi che si riuniscono in fondo mormorano come spiriti beati. Anche il verde del vischio, qua e là, è un verde di paradiso.

[Pier Paolo Pasolini]

  • Rosso di Marte / Stefano Faravelli, Matteo Burrone

 

Sulle vie del grano e del sale = (Dove comincia l'Appennino. Musa / redazione ; © autori) – <http://www.appennino4p.it/musa/granosale.htm> : 2014.05 - 2014.06 -