Dove comincia l'Appennino

Dalla musa alla fisarmonica e ritorno


Dalla fine del XIX secolo si diffuse in tutta Europa la fisarmonica, uno strumento magico, un'orchestra portatile, segno dei tempi che cambiavano... E così in molti luoghi il suono arcaico della cornamusa, che per secoli aveva animato le feste e i balli popolari, lasciò il posto alla nuova arrivata, capace di intonare le melodie di danze nuove, moderne... Un po' ovunque valzer, polche e mazurche sostituirono le danze arcaiche ballate in gruppo.

Nell'area geografica denominata delle Quattro Province, il piffero, un piccolo oboe popolare simile alla bombarda bretone, "da sempre" il re delle feste e animatore del ballo, era accompagnato dalla musa, cornamusa ad un bordone solo. Alessandrine, monferrine, perigurdini, piane e gighe erano alcune delle danze in voga su quelle montagne. Con l'arrivo della fisarmonica, entrarono nel repertorio le nuove danze di coppia e, inevitabilmente, la musa cadde in disuso...

Purtroppo nessuno la registrò mai, né trascrisse qualche melodia interpretata da questo strumento, quindi, con la scomparsa dell'ultimo suonatore, avvenuta negli anni Cinquanta, si è perso inesorabilmente il suo repertorio.

Dagli anni Settanta, però, un rinnovato interesse per le tradizioni popolari ha fatto sì che alcuni musicisti, partendo dal repertorio attuale del piffero (tutt'ora accompagnato dalla fisarmonica), abbiano ricostruito verosimilmente lo stile utilizzato dalla musa.

Fin'ora però nessuno aveva dedicato un intero disco alla coppia strumentale antica. Così Francesco Nastasi e Andrea Capezzuoli hanno cercato di ricreare l'atmosfera sonora ed emozionale che si poteva provare ad una festa agli inizi del secolo scorso, con qualche aggiunta. Ne è nato un CD intitolato "...Per fare legria ai siuri de Milan", citando un passo della ballata del Draghin e alludendo alla provenienza cittadina dei due suonatori.

Non si tratta — scrivono i musicisti — di un lavoro filologico o di una pura operazione archeo-musicale: l'intento è quello di ridare attualità all'anziana compagna del piffero attraverso arrangiamenti nuovi, nati ai nostri giorni... Per questo abbiamo scelto di inserire in repertorio anche danze moderne (valzer, polche e mazurche) che, forse, la musa interpretò solo alla fine della sua carriera.

Dovendo "reinventarci" una coppia strumentale desueta di cui non esistono testimonianze scritte né sonore (trascrizioni di melodie o registrazioni), abbiamo cominciato ad ascoltare le due principali fonti storiche, le registrazioni dei due pifferai del passato considerati la memoria di questa musica: quelle di Ernesto Sala effettuate negli anni Settanta da Bruno Pianta per conto della Regione Lombardia e la "mitica" registrazione di Giacomo Sala "Jacmon" effettuata a Negruzzo (PV) nel 1958 da un appassionato locale, restaurata e rimasterizzata nel 2004. Si tratta naturalmente di due registrazioni in cui il piffero viene accompagnato dalla fisarmonica.

Se la fisarmonica ha sostituito la musa adattando il suo stile a ciò che faceva l'antico strumento, è logico pensare che partendo dalla nuova compagna si potesse ricostruire più o meno verosimilmente il repertorio e lo stile della vecchia coppia. I problemi però non sono mancati. Innanzi tutto la fisarmonica è strumento armonico mentre la musa è strumento melodico; in secondo luogo attraverso l'uso dei "bassi", la fisarmonica è in grado di fornire una ritmica marcata, mentre la musa no, ovviamente.

Il primo elemento che colpisce è che nelle registrazioni sopracitate, a fronte di melodie palesemente modali (generalmente in re misolidio) la fisa accompagna il piffero utilizzando gli accordi di tonica e dominante maggiore. Raffrontando le registrazioni storiche delle Quattro Province con registrazioni storiche di altri repertori (tra cui la musica del centro Francia dove la cabrette, la cornamusa di quelle terre, cominciò ad essere accompagnata dalla fisarmonica più o meno nella stessa epoca), ci accorgiamo che il modo di accompagnare, armonicamente è caratterizzato spesso dallo stesso "errore". Questo indizio ci fa presupporre che i fisarmonicisti dell'epoca, essendo musicisti popolari che in qualche modo seguivano le mode musicali del momento, accompagnassero queste melodie antiche e quindi modali nel modo che sembrava loro più consono, più "moderno".

Questo fenomeno dell'adattamento è però duplice: è logico pensare che non solo la fisarmonica si sia adattata al repertorio da piffero, ma il piffero stesso abbia cominciato ad adattarsi alla sua nuova compagna. Un esempio chiaro lo troviamo nella registrazione di Jacmon: in un'alessandrina chiamata comunemente "in la maggiore", a fronte di una melodia in tonalità minore, la fisarmonica accompagna la melodia con armonia maggiore; il piffero, di conseguenza, in alcuni passaggi, forza una nota (in questo caso un do) per farla crescere di (quasi) un semitono (do#) cercando così di adattarsi all'atmosfera in tonalità maggiore. Possiamo quindi supporre che nella vecchia coppia, la modalità fosse ancora ben marcata e che fu proprio l'entrata della fisa nel repertorio a modernizzare l'andamento armonico. Per lo stesso motivo, non ci sarebbe da stupirsi se alcune melodie che oggi conosciamo in maggiore fossero un tempo suonate su scala modale.

Ma l'armonia creata dalla fisa ci ha fornito un altro problema. In alcune alessandrine le prime due parti vengono accompagnate in una tonalità per poi cambiare in un'altra. Prendendo ad esempio la già citata "Alessandrina in la maggiore", le parti A (la passeggiata) e B (i due balletti) sono in la, mentre le due successive parti C e D vengono accompagnate in do maggiore. Anche in questo caso, ci troviamo probabilmente di fronte ad una modernizzazione nata con l'arrivo della fisa: il cambio di tonalità infatti è molto comune nei brani più moderni del repertorio, valzer, polche e mazurche (prassi tipica del liscio moderno che vede spesso il cambio da tonalità maggiore a minore o viceversa). La musa invece ha un bordone (pedale) fisso ed un cambio di tonalità sarebbe stato improbabile ed inutile.

Dovendo però riadattare brani come quello citato sopra, le scelte possibili erano due: o dividere in due brani differenti la stessa danza o scegliere un bordone univoco. Alla fine, s'è optato per la seconda soluzione (pedale in la) scoprendo però che la melodia acquistava ancor più un sapore antico. Il risultato è ovviamente una nostra libera interpretazione, ma, come già detto, non avendo altri riferimenti, abbiamo preferito mantenere i brani intatti.

Un altro problema interpretativo ha riguardato il rapporto dei due strumenti con la melodia. Oggi il piffero, essendo accompagnato da uno strumento ritmico-armonico, è lo strumento che crea la melodia; ma nei tempi antichi, suonando assieme alla musa, le melodie dovevano essere per forza due. Inoltre la musa rappresenta un caso, forse unico, di strumento in cui la scala è volutamente alterata per adattarsi a suonare col piffero. Questa cornamusa doveva essere originariamente in do e, come tutte le cornamuse a lei simili (piva emiliana, baghet alpino, musette del centro Francia, biniou bretone, gaita galiziana, ecc.), partiva dalla sensibile (alcune delle cornamuse sopracitate invece partono dalla  sottotonica) e produceva con diteggiatura semplice una scala di do con un'ottava di estensione. I modelli storici ritrovati presentano però un allargamento del foro che produce la nota di fa, per trasformarlo in un fa# e contemporaneamente la presenza sul bordone di diversi fori che permettono di variare la nota di accompagnamento.

Alcune testimonianze orali ci informano che la musa forniva una sorta di accompagnamento ritmico attraverso veloci passaggi di note (un qualcosa di simile a ciò che fanno tuttora le zampogne del centro-sud Italia quando accompagnano la ciaramella, l'oboe di quelle terre); è però nostra opinione che la musa eseguisse anche delle seconde voci e che probabilmente, a seconda dell'estensione del brano, in qualche caso producesse essa stessa la melodia principale, permettendo al piffero di eseguire dei controcanti.

Infine il problema della ritmica. La fisarmonica è in grado di creare un'accompagnamento ritmico molto più completo e strutturato rispetto a ciò che poteva fare la musa. In questo caso però viene da supporre che la presenza ritmica fu proprio un'innovazione e che prima semplicemente non esistesse. La ritmica della danza, come succede in molte altre tradizioni europee (si pensi alla musica bretone suonata dalla coppia biniou-bombarde), doveva essere marcata principalmente dall'andamento melodico.

L'entrata della fisarmonica nel repertorio da piffero coincise anche con l'arrivo di mode musicali che, un po' in tutta Europa, modernizzarono la musica tradizionale. I pifferai protagonisti di questa trasformazione accolsero di buon grado la fisarmonica e contemporaneamente modellarono il loro repertorio sui gusti del loro pubblico. Ciò fece sì che la musa (come la ghironda in Francia o molte cornamuse in varie parti d'Europa) diventasse obsoleta non solo per i grossi problemi di intonazione e manutenzione che tutti gli strumenti ad ancia danno, ma soprattutto perché non era in grado di adattarsi alle nuove musicalità.

Purtroppo il suo ricordo si perse circa settant'anni orsono e oggi ci troviamo a doverci reinventare il suo ruolo. Noi l'abbiamo fatto con la consapevolezza di aver in qualche caso "storpiato" la tradizione da piffero come si conosce oggi, ridando però un nuovo smalto a colei che per secoli fu la fedele compagna del piccolo oboe di quelle montagne.

Francesco Nastasi e Andrea Capezzuoli
dal libretto del CD "...Per fare legria ai siuri de Milan", Folkclub Ethnosuoni, Casale Monferrato 2010

 


Dalla musa alla fisarmonica e ritorno = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/musafisa.htm> : 2010.05 -