Dove comincia l'Appennino

Musica

Suonatori

Canterini


Ballerini

le singole pagine sono elencate nella sezione Cultura popolare

 


Ettore Losini "Bani" (piffero), Stefano Valla (piffero) e Attilio Rocca "Tilion" (fisarmonica, Nivione, 2005 / PRod   



Suonatori

"Dicono che i Liguri, un popolo continentale dell'Occidente, siano cosý amanti della musica, che neppure in guerra combattono con tutto l'esercito, ma lo fanno solo con una parte di questo, mentre l'altra canta." (Fedro. 237A / Platone)

L'elemento più caratterizzante che accomuna i territori delle Quattro Province è probabilmente uno strumento musicale: il piffero, un oboe popolare il cui suono ricco richiama subito alla mente, a chi le abbia frequentate, le feste da ballo dei suggestivi paesi nascosti fra i monti di questo tratto di Appennino.

Il piffero si accompagnava tradizionalmente alla musa (a müza), cornamusa locale a un solo bordone, occasionalmente ancora suonata in terzetti piffero-fisarmonica-musa. Dalla prima metà del Novecento alla musa si sostituì la fisarmonica, che oggi accompagna tipicamente il piffero nelle feste da ballo. Fino a non molti anni fa, sui versanti genovesi e alessandrini era presente anche il clarinetto.

Altri strumenti, come il violino, l'organetto, la ghironda ecc., sono estranei all'area più propriamente detta delle Quattro Province, ed erano invece diffusi in aree collinari adiacenti, come l'Oltrepò pavese e il Monferrato. Diversi complessi dediti al revival e al recupero di brani tradizionali combinano questi ed altri strumenti con quelli delle Quattro Province.


Ballerini

In occasione di ricorrenze tradizionali (Carnevale, Pasqua, feste patronali...) e di manifestazioni locali, l'accompagnamento musicale è spesso offerto dai "pifferi", ossia da una coppia di suonatori di piffero e fisarmonica installati su due semplici sedie sopra una pedana. Al loro ritmo, la gente del posto balla insieme a frequentatori abituali appassionati del genere. Sono queste le occasioni migliori per vedere all'opera i suonatori tradizionali nel loro contesto naturale, aldilà di una certa retorica cittadina che descrive questi generi musicali come appartenenti ad un passato ormai scomparso.

una monferrina durante la Festa delle aie : Cosola : luglio 2003 / MS

Il repertorio da piffero comprende innanzitutto danze più antiche, quali la monferrina, l'alessandrina, la piana, la giga a due e la giga a quattro: si tratta perlopiù di balli di gruppo, in cui a fasi collettive come il girotondo se ne alternano altre nelle quali i ballerini si fronteggiano a due a due. In tempi più recenti, a questi si sono aggiunti balli di coppia mutuati dal "liscio" come la polca, la mazurca e il valzer, ma eseguiti in forma "saltata", più vicina agli stili di ballo tradizionali. Particolare poi il ballo della povera donna, eseguito da due uomini in maschera a rievocare la storia di una donna restia corteggiata da un "Brutto".

Ballo durante la festa di Negruzzo; in primo piano sulla sinistra i suonatori Stefanino Faravelli e Franco Guglielmetti 
 : 20 agosto 2003 / RC

 


Canterini

Altra espressione musicale di queste terre è il canto, eseguito nelle osterie, durante le feste o anche mentre si compievano i lavori agricoli. Nelle strofe, come è tipico del canto popolare, si alternano espressioni in dialetto e in italiano, anche con la funzione di assecondare la metrica.

Attilio Spinetta Cavalli e Angelo Asborno : Bogli : ottobre 2003 / PF Il canto polifonico attinge al repertorio di canzoni diffuse variamente nell'area padana, con versioni e soprattutto modalità di esecuzione particolari: tra queste si distingue lo stile tipico del paese di Bogli, in val Boreca, i cui canti sono detti perciò bujasche.

Forma particolarissima di canto polifonico è poi il trallalero, tipicamente eseguito dai portuali di Genova ma presente anche nell'entroterra: è cantato solo da uomini, abbracciati a formare uno stretto cerchio, dei quali uno imita un ruolo femminile eseguendo una voce in falsetto particolarmente impegnativa, un altro detto "chitarra" imita la funzione di uno strumento, e i rimanenti si succedono in coro.

Al contrario del trallalero, nelle ballate prevale sui suoni un elemento narrativo, ricollegabile ai cantastorie e ai trovatori medievali (che frequentavano per esempio la rocca di Oramala, presso Varzi, possedimento dei Malaspina). Specializzati in questo ruolo erano i componenti della famiglia Cereghino, di religione valdese, originari della Fontanabuona.

Andrea Zanotti, Stefano Valla, Daniele Scurati, Cesare Campanini, Mario Fedrigo : Belnome : 20 agosto 2003 / PF Il canto narrativo vede spesso eccellere le donne, per le quali determinante era l'esperienza stagionale della monda, nel corso della quale avveniva uno scambio di stili esecutivi tra squadre di donne di diversa provenienza, che spiega le affinità esistenti tra modalità di canto presenti in zone distanti. L'esperienza collettiva delle monde andava quindi ad arricchire una pratica di canto spesso tramandata all'interno delle famiglie; ne è esempio il repertorio della famiglia Tagliani di Còlleri, documentato da Luisa Del Giudice. Timbri e modalità del canto tradizionale influenzavano significativamente anche l'esecuzione di canti religiosi.

In questo contesto sono da citare anche gli stranot, canti a funzione rituale o narrativa dove la voce e il suono del piffero si dispiegano su di un'identica linea melodica, secondo una modalità eterofonica.

"Che bella növa m'avì purtà?... O bel faccin d'amore
che sei venuto a quest'ora, dimmi che növa m'hai purtà..."

"O mi la növa ch'i v'hö purtà o mi non so se vi piacerà:
son gnü a domandarvi, o vui bella morettin se volete maritarvi..."

"O maritarmi non so con chi... Fortuna sia quella,
o vui bello morettin: vi donerò l'anello."

Funzioni rituali connesse all'arrivo della primavera hanno i canti di questua delle uova e del maggio, eseguiti rispettivamente a Pasqua e la notte del 30 aprile da gruppi di giovani che si spostano di casa in casa chiedendo un'offerta in cibo o vino in cambio del loro canto beneaugurale. Il maggio (presente anche in altri tratti dell'Appennino) è ancora spontaneamente eseguito in vari paesi tra la val Trebbia e la Lunigiana, tra i quali nelle Quattro Province Cícogni, Marsaglia (dove è intercalato col piffero di Bani), Tornarezza e frazioni attigue, Santo Stefano d'Áveto, ed è stato riattivato dal 2001 a Busalla; è invece scomparso da parecchi anni in val Vobbia.


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