Dove comincia l'Appennino

Ridiventare nativi

Inizi di una ricerca sul territorio

"Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione." (Cesare Pavese, La Luna e i falò)


La Cultura è ciò che determina l'appartenenza al genere umano. È questo un concetto ancora lontano dall'essere definito perché cerca di descrivere qualcosa di immateriale, evanescente. Caratteristica fondamentale e fondante della cultura è il passaggio della memoria da una generazione all'altra. Senza questa comunicazione, la catena si spezza ed una cultura pian piano si dissolve.

Noi che abitiamo ed amiamo questo territorio abbiamo percepito e vissuto questo lento sgretolarsi come parte integrante della nostra esistenza. È un senso di vuoto, la sensazione di un anello spezzato, la mancanza di un aggancio autentico con le persone e l'ambiente intorno. Con il passare degli anni, abbiamo elaborato questo senso di smarrimento, ognuna con le proprie esperienze di vita, giungendo ad una stessa conclusione: non vogliamo perdere e far cadere nell'oblio la conoscenza e la storia umana della nostra terra.

Il nostro sentire non è legato alla nostalgia di quello che fu, dello "stavamo meglio quando stavamo peggio", ma è una semplice ricerca di quello che c'è stato per trasmetterlo e cercare di trasformare la nostra passione in un lavoro che ci consenta di vivere e lavorare in questi nostri luoghi, senza abbandonarli.

Non si tratta di archeologia antropologica o di passatismo, non desideriamo museificare la cultura contadina, ma renderci consapevoli della necessità di preservare questo patrimonio di sapienza per perpetuare il mondo contadino nelle sue valenze antropico-culturali e anche nella prassi. Partendo dal concetto di "ridiventare nativi del luogo dove viviamo", siamo convinte che solo riscoprendo il proprio patrimonio culturale, riappropriandosene e migliorandolo, coniugandolo con gli strumenti della modernità e con nuove forme di trasmissione, senza negarlo in nome di un tradizionalismo conservatore, una comunità possa attingere ad una fonte di energia vitale, che possa portare a saper progettare il proprio futuro in maniera diversa, profonda e creativa. La tradizione e la memoria come sorgenti di senso, non fini a se stesse, ma come input vitali per uno sviluppo armonico e sostenibile del territorio e delle persone che vi abitano.

Il territorio da cui proveniamo, l'Oltrepò pavese, è una terra formata da diversi caratteri: una zona pianeggiante a Nord, un'area montuosa a Sud e una vasta parte collinare al centro che ne costituisce il principale elemento di caratterizzazione. Con l'Oltrepò, la Lombardia meridionale si incunea tra Piemonte ed Emilia Romagna, raggiungendo il crinale appenninico ligure.

Benché esso costituisca la parte ultrapadana della Provincia di Pavia e malgrado i suoi lunghi legami storici-politici-amministrativi con Pavia e Milano, l'Oltrepò date la sua posizione e la sua struttura geografica ed economica è da sempre  stato inserito in un più ampio quadro interregionale, essendo parte integrante del territorio delle Quattro Province. Queste quattro componenti regionali, sovrapposte e sedimentate nei secoli, hanno segnato la vita, la storia e l'economia del territorio, attraverso fasi alterne di aggregazione politica o amministrativa, di invasioni militari, di gravitazione economica e commerciale.

La modesta estensione territoriale e la scarsa popolazione, conseguenza delle numerose scorrerie di bande e di eserciti ma anche del progressivo e ricorrente spopolamento montano, non consentirono all'Oltrepò di esercitare una funzione politicamente autonoma che la sua posizione geografica gli avrebbe consentito di ottenere. Uno storico locale di inizio Novecento definì l'Oltrepò pavese come "un vero territorio di transito tra la pianura lombarda e l'Appennino ligure, l'Emilia e il Piemonte".

La nostra ricerca si è focalizzata sulla parte montuosa ed alto-collinare dell'Oltrepò pavese, prendendo in considerazione per la parte etnografica i comuni di Zavattarello e Romagnese. Queste terre, dal dopoguerra in avanti, sono state protagoniste di un lento ma costante declino etnografico, sociale, economico e culturale, dovuto principalmente alle scelte di politica economica del nostro paese.

Se da un lato, infatti, il nostro territorio è stato preservato da uno scempio ambientale proprio del modello di sviluppo occidentale, realizzato con noncuranza in altre parti della nostra penisola, dall'altra questa sua marginalità è stata causa del progressivo spopolamento delle terre e del costante invecchiamento della popolazione. Un fenomeno iniziato agli inizi degli anni Cinquanta con il boom economico e  tuttora in atto.

Le ragioni di questa tendenza sono da ricercarsi nel fenomeno più generale dello sviluppo capitalistico italiano del dopoguerra, in cui lo sradicamento di sacche enormi di popolazione rurale ha potuto e dovuto fornire la manodopera indispensabile all'industria nascente. Masse enormi di contadini sia del Nord che del Sud si sono riversate nelle aree metropolitane, abbandonando la propria terra e snaturando la propria identità a favore della vita urbana, vista come un miraggio, comoda e agiata.

Pasolini, analizzando questo fenomeno, aveva parlato già a suo tempo di genocidio della cultura contadina. Ad oggi non possiamo che concordare col suo pensiero ed affermare che la cultura contadina, con la sua percezione del mondo ed i suoi riti, è scomparsa definitivamente dai nostri territori, lasciando però in chi scrive tracce di un passato che difficilmente si può scordare perché scolpito nei volti dei nostri nonni, dei nostri genitori e di cui, anche nei nostri tratti e nel nostro sentire, sentiamo la comunanza.

"Non ho mai conosciuto degli scettici più coerenti dei contadini anziani: essi rompono volontariamente quella forma di dignità che è il loro scetticismo solo in nome di due abitudini quasi passionali: la Chiesa e il vino. A tutto il resto contrappongono un sorriso che pare diffidenza, e che non è che coscienza della propria incapacità, divenuta un ipertrofico organo della loro vita." (Pier Paolo Pasolini)
"E se l'avvenire dell'albero e il suo progresso verso l'alto sono sopra la terra, le radici sono sotto la terra. E ciò significa che l'avvenire è alimentato dal passato. Guai a coloro che non coltivano il ricordo del passato; sono gente che seminano non sulla terra ma sul cemento." (Giovanni Guareschi)

Punto di partenza della nostra ricerca, che rappresenta un primo abbozzo di uno studio etno-antropologico sul territorio, è stato proprio il recupero dei segni e delle tracce del nostro passato, della nostra memoria collettiva; questo studio si radica nel desiderio profondo di ridare dignità al mondo contadino, che costituisce il substrato culturale delle nostre radici profonde, troppo a lungo e spesso considerato limitato e qualitativamente inferiore rispetto alla società urbana.

Nel tempo del progresso tecnico, che rischia di disumanizzare la società e cerca di creare una monocultura, la ricerca è nata dal bisogno diametralmente opposto di preservare l'identità culturale della terra in cui siamo nate; altrettanto basilare è in noi l'idea di preservare, come custode del patrimonio culturale, anche il paesaggio; esso viene qui inteso come  luogo della memoria, in cui si è dispiegata la vita di una comunità, ricettacolo e testimone di interessi non solo di tipo economico, ma anche di ordine simbolico, estetico, spirituale.

Siamo, infatti, convinte che in un mondo che si interroga sul suo avvenire, la tradizione rimanga un'inesauribile sorgente di senso e che i valori tradizionali siano una componente essenziale di uno sviluppo equilibrato della personalità collettiva. Il mancato tramando sociale delle memorie e delle tradizioni locali, la mancata attenzione verso i "domini dell'immaginario" (sedimentati in leggende, nomi, filastrocche, fiabe, favole, toponomastiche, riti, miti, calendari, saghe, canti, ordinamenti urbanistici, figurazioni della morte) o dei lavori tipici rischia di far cadere nell'oblio storico il trascorso di queste terre.

Noi che abitiamo ed amiamo queste zone abbiamo vissuto direttamente sulla pelle questo lento processo di sgretolamento come parte integrante della nostra esistenza, percependo il senso di vuoto, la sensazione di un anello spezzato, la mancanza di un aggancio autentico con le persone e l'ambiente intorno. È da questo nostro bisogno umano interiore che nasce la nostra ricerca. In contrasto con l'interruzione della memoria operata dalla modernità (che spesso fa della memoria solo repertorio di nozioni e un deposito sugli scaffali o al contrario ne mette in atto forme di mitizzazione e idolatria) il nostro intento non è né mitizzare la cultura contadina né tanto meno essere testimoni di assurde nostalgie passatiste o di finzioni che cadrebbero inevitabilmente nel folclore: semplicemente vorremmo ri-narrare la memoria di questi luoghi.

Per secoli, in un mondo in cui l'uomo era indissolubilmente legato all'ambiente animale e vegetale, è stata la narrazione orale a legare le generazioni degli umili, a tramandare le loro tecniche, la loro sapienza arcana, la loro cultura originale. L'arte del narrare sola è capace di ridare vita, di trasformare i ricordi individuali in storia: fin dai tempi più antichi l'uomo, infatti, ha sentito il bisogno di narrare e di narrarsi, per rivestire di significato la vita e il mondo. Attraverso la narrazione la memoria individuale si fa memoria collettiva, elemento costitutivo di un'identità locale e culturale specifica.

Nella nostra ricerca siamo partite dal documentarci sul complesso mondo contadino, sui suoi riti e sul suo immaginario. Dopo di che abbiamo compilato un questionario da seguire durante le interviste, suddiviso in due parti: la prima con domande riguardanti la vita e la biografia del nostro intervistato, la seconda con le domande specifiche sul calendario rituale annuale e sull'immaginario. Abbiamo condotto una ventina di interviste a persone per lo più anziane, dai settant'anni in avanti, e per la maggioranza contadine. Con loro prima di tutto abbiamo cercato di creare un clima empatico, un rapporto di fiducia, dove noi ascoltavamo e ponevamo domande mentre loro molto liberamente parlavano, utilizzando il metodo narrativo. Il contatto con gli informatori è stato favorito anche dai nostri cognomi e dai nostri volti. Sono state intervistate anche coppie di coniugi, in quanto il ricordo comune contribuisce alla dinamica della memoria collettiva.

I nostri informatori nell'istante in cui li avvicinavamo per chiedere loro se potevamo porgli delle domande sui "vecchi ricordi" ci rispondevano tutti allo stesso modo "Ma io non so niente, cosa vi devo dire?". A volte sono stati anche spaventati dal nostro registratore. Tuttavia il loro contributo è stato ricco di indicazioni e di riscontri, e li vorremmo ancora ringraziare per il tempo che ci hanno dedicato.

Essi sono gli ultimi depositari del sapere contadino, sono nati tutti nei primi decenni del Novecento, a cavallo delle due guerre oppure in piena Seconda guerra mondiale. In prima persona sono stati testimoni di fatti o ci hanno riportato racconti e ricordi di un'epoca di profondi cambiamenti. Purtroppo ci siamo rese conto che la nostra ricerca è arrivata tardi poiché abbiamo raccolto gli ultimi strascichi della cultura contadina. Chi seminava il grano aspettando la Madonna di ottobre, chi osservava la luna per prevedere il tempo il giorno della Candelora, chi partecipava alle Rogazioni, chi portava la croce benedetta nei campi, o è morto o l'ha fatto per una parte della sua vita e poi è entrato a forza nel circolo dolente del boom economico degli anni Cinquanta.

Noi abbiamo raccolto le ultime testimonianze degli uomini "religiosi" delle nostre terre. L'aggettivo religioso è qui inteso nella sua più ampia accezione: chi praticava i riti era completamente immerso nel mondo del sacro, non tanto perché si definiva cristiano e partecipava alle funzioni religiose ma in quanto sentiva l'appartenenza al Cosmo ed avvertiva il complesso rapporto con la Terra Madre.

La nostra società si è modellata in opposizione a quella precedente; l'uomo moderno o "non religioso" ha cercato di rimuovere tutte le "superstizioni" del suo predecessore, l'uomo religioso, affidandosi alla razionalità come suo unico strumento di conoscenza. Dimenticandosi del proprio passato, ha voluto desacralizzare la sua esistenza, lo spazio e il tempo, trascurando però di esserne il frutto. Un errore, le cui conseguenze sociali e climatiche sono sotto gli occhi di tutti.

 

Giorgia Monfasani, Michela Ballerini e Marcella Erini (ChiCercaCrea)

estratto e adattato da
I segni del sacro e le tracce del profano: l'immaginario fiabesco e
religioso nell'alta val Tidone: inizi di una ricerca sul territorio, la Burela, Crociglia 2007

 


Ridiventare nativi : inizi di una ricerca sul territorio = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/nativi.htm> : 2009.03 -