Dove comincia l'Appennino

L'Oltrepò che si trasforma



introduzione ; sguardo di mani ; artisti contadini ; letture

A Jivan che, nato a marzo,
le lune le sente tutte

Introduzione

Viaggiando attraverso la fascia collinare che dal confine piemontese si raccorda a quello emiliano lo sguardo si perde nelle coraggiose geometrie tracciate dai vigneti che sfidano le pendenze fino ad arrivare ai piedi dell'Appennino. All'occhio inesperto o distratto di un viaggiatore di passaggio sembrerà di attraversare una distesa omogenea e sterminata di colline "vitate" dove, per migliaia e migliaia di ettari ad ogni palo nel terreno semplicemente si appoggia un ceppo di vite.

Durante la ricerca etnografica compiuta in questa terra, abbiamo imparato, attraverso gesti e le voci dei paizan (contadini), a riconoscere la diversità delle pratiche di coltivazione dove ogni campo diventa spesso una storia a sé, con il proprio toponimo e la propria biografia.

Il primo insegnamento è stato proprio quello che a partire dalla vigna puoi capire l'uomo o la donna che c'è dietro: dalla vite potata puoi intravvederne progetti, aspirazioni, pazienza o avidità; l'età delle viti e la struttura degli impianti che le ospitano ci parlano di generazioni di abitanti del territorio, di chi ha mantenuto e di chi è fuggito, di chi ha venduto e di chi investe nel rinnovo, di frammentazione delle terre e di accorpamento delle proprietà.

Persino l'organizzazione dello spazio, le distanze lasciate tra una vite e l'altra, tra pali e tra filari diventano parole per chi impara ad ascoltare. Filari di pali di legno così fitti "che non riesci a passare la cavagna dall'altra parte", raccontano della vicinanza fisica del/la contadino/a alla vite: sono distanze che accettano solo l'intervento della vanga ed impongono di fermarsi davanti ad ogni vite almeno sei volte in un anno. A volte si tratta di viti che hanno sopravvissuto alle due guerre e ai cambiamenti colturali, che si sono fatte testimoni silenziose della storia quotidiana di queste terre.

Le carasse portano i segni del tempo, delle potature che si sono susseguite, delle mani che le hanno incontrate; occupano lo spazio in modo anarchico e per questo rimangono indomabili alla macchina. Pretendono, anche oggi, un tempo lento di passaggio del coltivatore; un tempo che sempre più viene percepito come anacronistico, incompatibile con i ritmi della produttività e della competitività sul mercato.

Poi ci sono gli spazi del paesaggio rurale uscito dagli anni Sessanta, quando il motocoltivatore che ha liberato il contadino dalla fatica è diventato un protagonista quasi indiscutibile della viticoltura. La macchina del secondo Dopoguerra, percepita come risarcimento per la troppa fatica, ha imposto nuovi spazi ed una trasformazione colturale delle pratiche vitivinicole, rivoluzionando le relazioni tra uomini e donne con la terra. La crescente meccanizzazione di tutte le attività della viticoltura, dalla potatura alla vendemmia, ha richiesto ampi spazi di manovra fatti per passaggi veloci e spesso dall'alto. Tra una vite e l'altra, la stessa distanza, la stessa età e varietà riducono le variabili cui il viticoltore deve affidarsi. È questo uno spazio che suggerisce nuovi ritmi competitivi, fatti di gesti veloci liberati dalla terra, con una loro logica interna, ripetibile e indipendente dalla specificità di ogni ceppo.

Questo per dire che, più proseguiva la ricerca, più il paesaggio rurale e le vigne diventavano i nostri veri interlocutori. In un senso quasi invertito, partivamo dai campi per avvicinarci agli agricoltori. Le vigne ci facevano da mediazione alla conoscenza dei progetti, delle visioni ecologiche, delle biografie intrecciate ai gesti di chi le lavorava.

Ma non solo. Abbiamo iniziato a riconoscere i processi di trasformazione a mono-cultura dell'Oltrepò; i nostri occhi si sono resi più sensibili al filo che lega i processi di trasformazione del paesaggio colturale e umano di queste colline in relazione alle visioni di "sviluppo" dettate dal mercato globale del vino. Il paesaggio locale è sempre più sensibile alle decisioni prese a partire da una prospettiva europea articolata esclusivamente attorno a priorità di controllo delle eccedenze e di ri-equilibrio tra domanda e offerta nel mercato internazionale del vino; si pensa a come favorire la competitività attraverso l'estirpazione di vigneti "non redditizi" e la rapida concentrazione dei diritti di impianto per poi abolirli definitivamente, incuranti, però, delle implicazioni sociali e agro-ambientali a livello locale. Il paesaggio come risorsa collettiva perde consistenza, viene appiattito ad una mappatura logistica dei flussi di merci vista dall'alto in cui non si intravvede più né la specificità di ogni contesto ecologico né il suo incontro con le pratiche di uomini e donne che lo abitano. Per questo abbiamo cercato di invertire questa prospettiva ripartendo dalle mani dei contadini, dalla fatica dell'agricoltura di pendenza, dalla memoria di un paesaggio che non c'è più e dalle visioni di ciò che invece sarà.


Sguardo di mani

Riascoltando le interviste ci siamo accorti di come, più passava il tempo, più evitavamo di utilizzare la parola "paesaggio" che ci allontanava, piuttosto che avvicinarci ai nostri interlocutori. Nonostante il "paesaggio" fosse il principale soggetto d'indagine della ricerca etnografica, sentivamo che comunque non era l'espressione appropriata per avvicinarci ai suoi attori principali: i vignaioli. Parlare di "paesaggio" assumeva una connotazione teorica, distaccata, una prospettiva adatta al linguaggio di pianificatori del territorio, di chi guarda all'ambiente circostante dall'alto, di chi lo sa mappare e definire con chiarezza; oppure riportava all'occhio di un osservatore di passaggio, a quel senso di commozione, stupore o indifferenza che genera la visione di un luogo quando viene riportato a sé e che magari ci spinge a catturarlo con un'immagine fotografica.

Il paesaggio che cercavamo di interrogare non stava "là fuori", inerte e pronto ad essere colto con uno sguardo: per seguirne l'evoluzione non bastavano vecchie fotografie o mappe catastali. Per guardare le colline e i terrazzamenti scolpiti nelle loro pendenze, dovevamo tornare alle mani dell'agricoltore e al senso di intimità e di dipendenza che lo lega all'andamento produttivo della vite. Il paesaggio stava dentro questo incontro. Lo dovevamo quindi ricercare nei gesti del contadino; gesti "abili" in quanto appropriati alla specificità di ogni micro-contesto ecologico e che rispondevano a logiche selettive, a strategie di compromesso con la pendenza dei terreni che li rende spesso ardui da addomesticare.

Bisogna "avere l'occhio" e "farsi la mano": queste sono le espressioni che spesso liquidavano un po' categoricamente i nostri tentativi di cogliere il paesaggio con gli occhi di chi lo ha abitato e che ne ha condiviso attivamente il destino. Modi di dire che rispondono ad un senso comune e che difficilmente vengono considerati significativi per comprendere le relazioni che fanno l'ambiente in cui si vive.

"Farsi l'occhio" è un processo di apprendimento pratico dove lo sguardo impara a mettere insieme il dettaglio di una vite e una visione ecologica d'insieme. Il gesto abile, quindi, ri-conosce la storia della pianta, il suo passato, e le sue potenzialità per il futuro; sa coglierne i segni di debolezza e le sue richieste; ne conosce i cicli, sa come assecondarli.

Ma quando il contadino pone l'occhio sulla vite "non la vede mai sola", come se fosse l'elemento di un esperimento in cui si controllano tutte le variabili. Ci sono le numerose varietà di erba che indicano le qualità variabili del terreno, gli infestanti che, se non tenuti sotto controllo, rubano la terra alle viti e i fiori che sono spariti con le nuove pratiche agricole che si affidano sempre più all'uso massiccio dei prodotti dell'agrochimica. Ci sono piante con cui la vite si marita e quelle con cui si trova in antagonismo. Gli uccelli migratori danno indizi sul cambiamento di stagione, i luoghi e i tempi della loro nidificazione suggeriscono anticipi e ritardi, disorientamento rispetto ai cambiamenti climatici che inevitabilmente influiscono anche sul ciclo vegetativo della vite. Ci sono insetti che scongiurano o trasmettono le malattie, nuovi e vecchi parassiti. Inoltre, l'esposizione al sole, le pendenze, le qualità del terreno, le risorse idriche sono elementi ecologici significativi che guidano l'intervento localizzato del contadino in vigna. Ci sono le altre viti e una produttività che nel suo insieme non può essere solo debilitante sfruttamento; e l'erosione contro cui uomini e viti lottano insieme: l'uno con la fatica dei terrazzamenti o con le strategie di impianto, l'altra con le sue radici che sanno come raggiungere nel tempo le profondità della terra. C'è anche l'imprevedibilità atmosferica che rende incerta la produttività della vite e dell'attività umana.

Per cogliere questo sguardo sul paesaggio abbiamo anche ascoltato l'ammirazione di alcuni giovani per i propri genitori, zii/e e nonni/e di cui hanno deciso di continuare il mestiere. Spesso questi giovani sono andati a studiare e sono diventati, secondo una definizione comunemente usata, dei "tecnici". A scuola di agronomia, enologia e viticoltura hanno imparato, ci dice Guido, come "ragiona la vite" e a rendere compatibili le sue fasi cicliche con quelle che sono le leggi del mercato e della produttività. Competenze che si ritiene non debbano essere sottovalutate per "rimanere a galla" in un mondo del lavoro sempre più competitivo. Ciò che la scuola non ti può insegnare, però, e di cui rimane un segno tangibile nell'ammirazione dei giovani nei confronti di anziani agricoltori è ad "avere l'occhio", una capacità di comprensione d'insieme che richiede il tempo lungo e faticoso dell'esperienza quotidiana del contadino in vigna. Solo alla fine di un lento apprendistato, ci dice Guido, si può raggiungere l'"occhio che ti distingue dal tecnico e dalla manovalanza" che ti fa "parlare con la vite", riconoscerla quindi, prima di muovere la mano.

Non vogliamo con questo cedere a derive bucoliche o alle immagini romantiche di un rapporto generazionale come un lineare passaggio del testimone nelle pratiche vitivinicole. I saperi di cui le diverse generazioni si sono rese protagoniste hanno origini e storie diverse, prospettive e ambizioni a volte in conflitto tra di loro e che a volte sembrano tradursi in scontri generazionali sulle pratiche agricole. Le pratiche tradizionali vengono percepite come inevitabilmente anacronistiche perché non riescono a stare dietro ai tempi veloci e incisivi di ciò che viene considerato "moderno".

Nello stesso tempo, però, viene individuato uno scarto tra saperi di cui sia anziani che giovani hanno portato testimonianza, qualcosa a cui viene riconosciuto un valore condiviso, trasmesso e che "non si può imparare sui libri". Questo scarto è stato percepito con chiarezza anche nell'incontro etnografico.

Come ci ha riferito il signor Pietro della classe del '21, bisogna essere una "persona d'età" per essere abili nello svolgere mansioni che richiedono competenza nella selezione e che quindi sono cruciali per lo sviluppo futuro della vite (per esempio la selezione dei tralci per gli innesti, così come nella scelta dei tralci "buoni" da lasciare in una potatura da maestri). Chiaramente non ci si riferisce qui all'effettiva età anagrafica del vignaiolo. Piuttosto, sembra ci si suggerisca che il senso di intimità con un concreto paesaggio vitivinicolo bisogna conquistarselo con un'esperienza prolungata nel tempo, durante la quale si impara ad assecondare la vite con l'esperienza, modellando i propri gesti sulle richieste della pianta, sui suoi cicli di vegetazione.

Ma non solo. Una "persona d'età", come dice il signor Pietro, rappresenta uno specifico sguardo di cui ci raccontano molti anziani che hanno vissuto e sono stati attori della storia del paesaggio di queste colline. In passato, il senso di dipendenza dalla vite era totale e la dedizione al lavoro assoluta: la vita di ogni giorno, il destino della famiglia e di ogni membro, infatti, erano misurati sull'andamento produttivo della pianta che richiedeva dura manovalanza, assistenza quotidiana, cure molteplici e specifiche. Tra l'uomo/donna e la coltura c'era un legame assai profondo che investiva la quasi totalità delle esperienze non solo di lavoro ma anche di vita. Una relazione di dipendenza del vignaiolo dalla vite i cui termini dominanti, come sono stati spesso descritti dai nostri interlocutori più anziani, sono quelli della fatica ma soprattutto della manualità. E'forse quest'ultimo aspetto che ci porta ad una delle peculiarità della coltura della vite nella relazione con l'uomo. Le principali attività in vigna, a partire dalla potatura fino alla vendemmia, richiedono che il contadino/a incontri la vite almeno sei volte in un anno. A parte gli attrezzi per la cura del suolo, la vanga e la zappa, solo pochi altri strumenti facevano da intermediari tra la vite e l'uomo.

Tra l'uomo e la vite, quindi, la mano, la fatica dei gesti meticolosamente appresi e appropriati in uno stile personale attraverso la pratica frequente. "È difficile cambiare la mano in vigna", ci dice Angelo, un agricolo di 78 anni che abita in valle Versa. Il gesto del vignaiolo, infatti, esprime una relazione con la pianta che lascia spazio sia ad una tradizione collettiva che alla creatività individuale; è difficile distanziarsi sia dalla tradizione, da una storia di tecniche colturali, quanto dalle ambizioni, desideri e progettualità propri di ogni coltivatore. C'è uno stile che ogni agricolo fa proprio e che diventa parte attiva di una relazione con la pianta e il paesaggio, una relazione che è unica e difficile da cambiare ma che, nello stesso tempo, si inserisce in uno sguardo collettivo sul locale che viene in qualche modo tramandato.

"Farsi la mano" e "avere l'occhio" sono gli elementi centrali di una relazione didattica tra viticoltore inesperto e colui/colei che, invece, ha già acquisito uno sguardo abile. Il tramite per la trasmissione e condivisione del sapere vitivinicolo sembra essere il gesto, piuttosto che concetti astratti, e lo sguardo, l'educazione dell'attenzione e non tanto la parola. Al centro dell'insegnamento in vigna c'è il mostrare, il far vedere e dall'altra parte un osservare, un far pratica attraverso l'imitazione. Non per niente l'atto di "insegnare" viene espresso con il termine dialettale fà vëd, o mustrà; cercare di indirizzare l'attenzione dell'apprendista (o dell'intervistatore nei casi in cui ci risultava comprendere a parole) viene tradotto, invece, con uno stà a vëd.

Un agricoltore abile viene detto un "maestro", scavalcando, così, tutte le dicotomie comunemente intese tra un sapere dotto e un sapere pratico refrattario alla parola scritta. I gesti, le pause, il ritmo di lavoro si prestano ad essere visti, condivisi, imitati e sperimentati. Passano da una generazione all'altra, creando una continuità nel tempo, una memoria pratica e uno sguardo collettivo condiviso sul locale attorno a cui ci si riconosce come "collettività" . In questo senso possiamo avvicinarci alla "tradizione" non come a qualcosa di astratto, immobile e conservativo ma piuttosto come passaggio e ritmo della consuetudine.

La continuità nel tempo non è semplice conservazione del passato, così come la trasmissione di saper fare non è data da una semplice ripetizione. Questo si rende evidente ascoltando come gli anziani e i giovani percepiscono le differenze sociali, culturali-colturali e anche paesaggistiche tra una generazione e l'altra. La tradizione è sempre un tradimento; nel passaggio, nell'atto di trasmissione e di messa in pratica di un sapere attraverso l'imitazione, non si rimane mai fedeli ad una visione ricalcandone la storia passata. Ogni agricolo sperimenta e lo fa a modo suo.

Nello stesso tempo, però, si può intuire una continuità nell'innovazione che non si può negare. Un filo invisibile che lega sguardi, conoscenze e gesti di generazioni diverse facendole storia di un paesaggio locale, patrimonio collettivo, consuetudinario, intimo, di conoscenze e gesti.

Lo sguardo del contadino sul paesaggio è, quindi, lo sguardo della mano: uno sguardo che guarda facendo, che impara a fare osservando, che tramanda sperimentando.

Molti degli anziani viticoltori percepiscono un momento di "rottura radicale" rispetto a questo continuum generazionale con l'abbandono in massa dei campi che si è verificato a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Un vero e proprio esodo che aveva come meta la fuga dalla fatica della campagna, una fatica troppo spesso non compensata dalla sicurezza economica. Si rincorreva "la vita degli altri", di quelli che avevano un lavoro da salariati, in ferrovia, in posta o in fabbrica.

I pochi abitanti delle frazioni di alta collina ci raccontano del crescente isolamento e di come la generazione dei loro figli abbia seguito la stessa forza di gravità che ha diretto ogni attività produttiva verso il basso, le valli e le città di pianura.

Nei racconti degli anziani di Soriasco abbiamo colto un'immagine della valle Versa profondamente diversa da quello che è il paesaggio attuale, con i suoi centri e periferie. Il lavoro, i centri amministrativi, l'intensa vita comunitaria di giorno sui campi e prima del riposo notturno nelle stalle, facevano la vita quotidiana delle frazioni. I giochi delle nuove generazioni erano legati all'imitazione dei gesti dei grandi che chiedevano aiuto nelle mansioni che anche i più piccoli potevano svolgere. I momenti rituali, religiosi quanto pagani, e di festa erano i momenti in cui le diverse generazioni delle frazioni si incontravano rafforzando delle relazioni tra comunità agricole che condividevano il destino dell'agricoltura di collina. "Cento anni fa, Santa Maria della Versa era solo una casa e una chiesa" ci dice don Pietro di Volpara (classe del '17) basandosi sui racconti di sua madre. Non ci interessa tanto la veridicità storica delle testimonianze; piuttosto, intendiamo seguire i ricordi degli anziani per immaginare un paesaggio percepito che oramai non abbiamo più davanti agli occhi.

I valori della modernità si sono imposti, nelle nostre colline come altrove, in termini di gerarchie tra spazi che hanno guidato un vero e proprio esodo generazionale "dall'alto verso il basso", dalle frazioni di collina verso quelli che erano ormai diventati i centri del potere amministrativo ed economico. Abbracciare la "modernità" con la foga propria degli anni Sessanta ha significato per un'intera generazione non solo lo sradicamento da una terra, ma soprattutto la capitolazione da quel sapere, gesti, consuetudini, relazioni e stili di vita che facevano collettività intorno ad un paesaggio vissuto. Angelo di Monteveneroso, 82 anni, ci ha parlato della mal-educazione di coloro che hanno deciso di studiare senza tornare alla terra, "un'educazione che ha sradicato le nuove generazioni invece di farle attecchire meglio". Per "mancanza di cultura", Angelo non si riferisce a informazioni o competenze astratte, lontane dall'esperienza. Piuttosto, è un'espressione che, detta dai paizan, ha il sapore della terra, l'orizzonte di uno sguardo abile, e la forma di pratiche esperte assimilate nel tempo. Ma non solo. La cultura del paizan non rimane incastrata in saperi individuali, privatizzati da pochi; piuttosto, per esistere ha bisogno di essere condivisa nel tempo quotidiano quanto generazionale, in uno spazio che non è né proprietà pubblica né privata ma che appartiene a tutti quelli che hanno abitato, abitano (e che ci si aspetta abiteranno) un luogo come risorsa primaria.

"Nessuno più canta sui campi". Questa immagine sonora utilizzata da diversi agricoli nei loro racconti ci riporta ancora ad un senso di isolamento e di rottura rispetto ad un tempo in cui il lavoro in vigna e sui campi comprendeva molti aspetti non solo della vita individuale ma anche collettiva.


Artisti contadini

Il bravo vignaiolo viene comunemente definito un "artista"; un lavoro ben fatto, si dice essere stato realizzato "a regola d'arte". Una vite abilmente potata, un salice modellato come una scultura arborea sono "opere d'arte". Oppure si dice che ciò che viene realizzato attraverso i gesti del contadino esperto "sta proprio bene". C'è la ricerca di qualche forma di esteticità nei risultati del proprio lavoro, la rivendicazione di una profonda dignità di cui si riveste l'operare umano. Viene spontaneo chiedersi il senso di questo riferimento dialettale che assimila il lavoro del contadino a quello dell'artista e dove il prodotto dell'incontro dell'uomo con il paesaggio non è mai semplicemente utilitaristico ma, piuttosto, risponde anche a dei canoni estetici condivisi, a un codice morale di produzione che è implicitamente riconosciuto dalla comunità. Quando il gesto esperto del vignaiolo diventa artistico? E quando, invece, non lo è?

Affidiamoci alle parole di Enzo, figlio di mezzadri del conte Vistarino a Rocca de' Giorgi e che è riuscito a convertire il rapporto di mezzadria in contratto d'affitto, che così ci descrive la potatura della vite: "Un lavoro fatto a regola d'arte mette insieme quello che vuoi tu con quello che la pianta può dare. [...] Qua sta la differenza tra il contadino e l'operaio agricolo che invece ripete quello che gli è stato detto di fare".

Nella potatura, che è il gesto più radicale di incontro tra l'uomo/la donna e la vite, lo scarto tra pratiche artistiche o meno sembra risiedere proprio qui: mentre il contadino-operaio mette in atto meccanicamente una sequenza di istruzioni ma senza essere sensibile alle condizioni variabili del compito nel suo farsi, l'artista è quello che "si è fatto la mano" in modo tale da rispondere continuamente ed impercettibilmente alle sfumature della propria relazione con gli aspetti rilevanti dell'ambiente. La signora Vanda ci descrive così la potatura, inscrivendola nel tempo vegetativo della vite: "Bisogna scegliere quanti occhi [gemme] lasciare e dove, stando attenti a non accecarla con un taglio troppo vicino, pensando che da ogni occhio, con la primavera, butteranno i nuovi büton [tralci] che faranno l'uva". Gli indizi che segue lo sguardo del contadino per una buona potatura sono: "la carassa [tronco della vite] che ci dice della sua età, il numero di co [tralci] che ci fa capire se la vite è forte o debole; il colore del legno, la sua estensione, la sua forma ci indicano la qualità del vitigno". Infatti, in ogni vecchio campo si trovano ancora numerose qualità di uva spesso non separate tra di loro e che quindi hanno bisogno di occhi esperti che le sappiano riconoscere. E poi ci sono le malattie che sono una variabile importante di una potatura accorta, richiedendo spesso un intervento drastico di ringiovanimento della pianta.

L'artista sa riconoscere la differenza: "non esiste la potatura ma esistono le potature al plurale", ci spiega Enzo, "anche se per me è diventata automatica, non vuol dire che sia sempre uguale". La prospettiva della potatura da artisti è quella che ha come orizzonte la continuità generazionale, "che guarda al futuro e non solo all'annata". Forzare la produzione, infatti, può voler dire danneggiare le annate successive. È quindi un gesto sostenibile quello dell'artista, che cerca di "spingere" la vite ma senza sforzarla eccessivamente, si tratta di "seguirla dove ti indica" e di "fermarla quando corre troppo", continua l'agricoltore di Rocca de' Giorgi. C'è un codice morale condiviso che dà il senso della misura ai propri gesti per non renderli azzardati. Non per niente, "l'Avaro" è un'immagine che viene comunemente usata per riferirsi ad un agricolo che cede alle proprie inclinazioni richiedendo troppo alla pianta. "La vite ti da ciò che le chiedi", ci dice Angelo della valle Versa. La bramosia umana, quindi, deve scendere a patti con il senso del limite che la pianta stessa gli indica; per questo motivo, la dimensione morale sembra essere strettamente connessa al senso estetico del contadino. Cedere all'avarizia porta inevitabilmente l'agricoltore lontano dal gesto artistico.

C'è un proverbio nella raccolta del Maragliano del 1909 sulle tradizioni popolari vogheresi che ironizza sulla consuetudine bronese di prestare particolare cura all'allineamento dei pali dei filari, rispondendo ad un preciso gusto estetico e a un senso di "ordine" del campo. Il detto diffuso nei paesi limitrofi a Broni, dice: mira ra n'fa üga, ovvero, "la messa in fila dei pali non fa l'uva". L'ironia mette in evidenza come il senso di "bello" e di "ordine" che guida il lavoro dei vignaioli-artisti intorno allo Scuropasso non siano finalizzati alla maggiore produzione, ma piuttosto una vera e propria dedica al gusto estetico locale. La signora Vanda di Canneto che, usando una sua espressione, "cura la terra" da quando si è sposata 60 anni fa e continua a zappare sotto i "piedi" della vite dove non arriva la fresa, ci dice: "finché il mio campo è in ordine, vuole dire che sto bene, perché anche l'occhio vuole la sua parte".

"Vigne che sembrano giardini", abbiamo sentito dire da chi ammirava la cura del vignaiolo sul campo; terre addomesticate, quindi, e che testimoniano un incontro giornaliero, mediato da un senso di bellezza e ordine, con le mani di un contadino. Il paesaggio delle piccole vigne di collina, che spesso non si estendono più di qualche pertica, porta su di sé i segni di un'estetica che rimane ancora attiva negli sguardi di piccoli agricoltori e che ci rimanda ad un tessuto sociale, a delle relazioni comunitarie e a dei valori ancora vivi nella loro memoria e che, soprattutto, prendono ancora forma nei loro gesti.

"Essere appassionato" o "avere la passione" sono le espressioni comunemente usate per identificare un contadino-artista. "Per fare questo lavoro come si deve, bisogna avere passione", ci dice Guido della valle Scuropasso. E ancora: "tutti lo possono fare questo lavoro, non è difficile, ma per farlo a regola d'arte bisogna essere degli appassionati" secondo il signor Giuseppe, ottantaduenne originario di Golferenzo, nella valle Versa.

Quando abbiamo chiesto chiarimenti sull'uso del termine "passione" o "appassionato" in relazione al "fare un bel lavoro in vigna", ci è stato risposto che si può riferire "a quando è nell'interesse del contadino fare le cose bene". La passione ci riporta, quindi, non ad una visione bucolica e romantica del duro lavoro in vigna ma, piuttosto, ad un "fare le cose come si deve" che coincide con l'interesse stesso di un bravo viticoltore.

Ma quale può essere l'interesse di un viticoltore appassionato? È evidente che non si riduce alla quantità di produzione o al raggiungimento di una qualità eccelsa per il palato degli esperti. Anche se questi aspetti possono confermare il riconoscimento locale dell'abilità del viticoltore, non ne segnano l'origine.

È vero che l'espansione del mercato del vino che si è venuto a creare da dopo la Seconda Guerra sino agli anni Ottanta ha ammaliato molti piccoli viticoltori dell'Oltrepò. Si è iniziato a produrre per "Milano, gioia e dolore dell'Oltrepò" come ci suggerisce Alberto Vercesi, professore di viticoltura alla facoltà di agronomia, ben conosciuto dagli agricoltori dell'Oltrepò. Si è scoperto che, con la quantità di vino che ogni fine settimana viaggiava in damigiana verso la città, si potevano fare i soldi che non si avevano. La vicinanza alla "Milano da bere" poteva far aspirare a uno stile di vita che allontanava dagli stenti della comunità rurale del secondo dopoguerra. "I milanesi in quegli anni si sono bevuti di tutto", ci dice Enzo, e il processo vitivinicolo si è reso sempre più autonomo da un'etica della produzione contadina. Nei racconti di Cristina, che alla fine degli anni Settanta era una ragazzina, è ancora vivo il ricordo dell'acqua viola della Versa che raccoglieva affluenti di vino sofisticato per sfuggirne i controlli. Un paesaggio folle, frutto dell'illusione dell'arricchimento facile, immagine di un allontanamento radicale del vino dalla terra dove cresce l'uva, dai gesti abili del viticoltore, da un codice morale collettivamente riconosciuto e che sta nelle "cose fatte a regola d'arte". "Si facevano i mestuloni" e "hanno fatto i soldi", continua Enzo, "adesso però si paga con un vino senza il nome dell'Oltrepò"; un vino anonimo, quindi, pura materia prima che dirà di essere piemontese, trentino, americano ecc. a seconda di dove entrerà in bottiglia. Negli anni del boom economico si è dato inizio ad un processo di trasformazione del vino in merce. Un nuovo prodotto, quindi, separato dalla terra e dalla comunità, dall'ordito di relazioni che fanno il variegato paesaggio delle colline, estraneo al vino che gli anziani di Castana, seduti la sera in piazza, assaggiavano e riconoscevano riportandolo al fazzoletto di terra e alla mano in cui aveva preso forma. Il sapore era localmente noto e condiviso, segnando il punto di incontro tra luogo e cultura in un tempo e in luogo specifici. La notorietà di un vino a livello locale seguiva, infatti, le stesse forme di comunicazione del pettegolezzo: si inscriveva in una forma di conoscenza "dal di dentro" che riconduceva alla rete di relazioni locali in cui prende forma.

Il gesto artistico del vignè appassionato appartiene, quindi, ad un altro tipo di paesaggio tutt'altro che anonimo e, proprio per questo, irriducibile a pura risorsa da sfruttare. "Si è affezionati alla terra", "sono ricordi" ci dice il signor Pietro di Cigognola, che vorrebbe essere messo nelle condizioni, quando non sarà più in grado di lavorarla da sé, di poterla affittare per poco a qualcuno che "possa viverci e la mantenga lavorandola". Le vigne, per molti piccoli contadini che, come Pietro, non vorrebbero essere messi nelle condizioni di vendere, sono molto più che un'impresa economica, tra l'altro sempre meno redditizia. Piuttosto, per chi è rimasto, questo paesaggio parla di relazioni generazionali e di collettività, è espressione di una continuità culturale che dà le coordinate per non farsi disorientare dal cambiamento e per seguitare a riconoscersi in un alfabeto di pratiche condivise. Noi crediamo che il gesto appassionato del viticoltore si inserisca proprio in questa tessitura collettiva del paesaggio. Il gesto dell'artista non risponde ad un atto narcisistico di creatività individuale o di puro interesse materiale (elementi che, comunque, non si escludono) ma è tale proprio perché condiviso e riconosciuto da una comunità di pratica che sa riconoscere quando un lavoro è fatto "a regola d'arte".

Incontriamo i due giovani fratelli Zambianchi su un campo di erba medica che hanno preso in affitto a Quarti. La distesa di erba è intramezzata da qualche pianta di salice che sono venuti a potare e che, una volta mondati, verranno utilizzati per "spianare" (legare i tralci di vite ai ramini) e per fissare il "piede della vite" (tronco) ai pali. Il fratello più grande, Francesco, ci racconta di come dall'erba medica "non ci salti fuori [in termini di denaro] il lavoro che fai". Alle nostre richieste di spiegarci perché continuino in un'attività che non è redditizia, con un misto di timidezza e schiettezza, Francesco ci risponde "perché mi piacciono i campi. Qua ormai ci sono solo viti e a me piace vedere anche i campi". La monocoltura che ha invaso le colline dello Scuropasso e della Versa ha lasciato il vuoto di un paesaggio ben più articolato e che, attraverso la diversificazione delle colture e la produzione di foraggio per il bestiame, rendeva quasi autosufficienti i nuclei famigliari che lo abitavano. Questa memoria è ancora viva anche in chi non l'ha vissuta e le passioni, come quelle di Francesco, a volte seguono il filo impercettibile di uno sguardo generazionale sul territorio. Mentre lo intervisto mi guardo attorno e mi rendo conto che quello è il campo su cui una decina di anni fa, dalla casa dove allora abitavo in una frazione di Pietra de' Giorgi, sulla collina di fronte, avevo visto inciso un messaggio d'amore, abilmente tracciato con un trincia erba. Questo e altro è il paesaggio agricolo per chi lo abita; difficilmente sarà ridotto ad una semplice risorsa da utilizzare per fini esclusivamente materiali perché implicherebbe un senso di alienazione del proprio lavoro e di solitudine forse insopportabili. È, piuttosto, il luogo d'incontro tra pratiche generazionali e la terra e che si costruisce come uno spazio di ricordi, di relazioni, di storia ed identità.

Attraverso i propri gesti esperti, il viticoltore, l'artista, dà forma al paesaggio come patrimonio collettivo, sociale quanto economico; diviene parte attiva nella costruzione di un locale che, nonostante le retoriche che lo mercificano sempre di più per fini politici e commerciali, non può avere vita autonoma dalle pratiche quotidiane di chi la terra la lavora e dai valori comunitari che ne riconoscono la messa in opera. La tutela del paesaggio collinare è inscritta nelle stesse relazioni di produzione che legano l'individuo alla collettività e all'ambiente circostante; è parte di un'etica contadina che, nonostante non sia pubblicamente espressa, viene ancora impressa nell'incontro con il paesaggio nella forma di consuetudini apprese e trasmesse.

Quando si parla di comunità rurale di queste colline, è come se la mobilità non esistesse, come se la nostra agricoltura non fosse sempre più dipendente da una manodopera straniera con alle spalle progetti migratori tra loro molto diversificati. Il problema che viene identificato da molti piccoli agricoltori delle colline è che per molti stranieri il lavoro in campagna "è solo un punto di partenza, è il primo lavoro che trovano, e appena si sistemano trovano qualcosa di meglio" (intendendo per meglio un lavoro nell'edilizia o nei pressi di centri urbani). E ancora "i romeni a casa loro hanno spesso un pezzo di terra che coltivano; quando vengono qua sanno già che cosa è il lavoro in campagna, e sono ben bravi con la zappa; il problema è che rimangono solo il tempo necessario per mettersi a posto". Manca la continuità di una relazione che rispetti i tempi lenti necessari all'apprendimento dei gesti appropriati in vigna e l'apprendistato indispensabile per una loro esecuzione abile. "Inoltre a molti non interessa niente", si lamentano alcuni. C'è sullo sfondo di queste parole un'idea dell'intervento in agricoltura che è ancora artigianale, che non ha bisogno solo di operai ma anche di gente che abbia "interesse" o, come dicevamo più sopra, "la passione". A quale grande impresa vitivinicola può interessare se i propri operai non sono appassionati al lavoro che fanno? La logica del piccolo contadino ancora si distingue da quella industriale di reclutamento di una manodopera precaria e facilmente sostituibile, "i cui gesti seguono le istruzioni". Sembra essere l'interesse, la passione, il desiderio di radicarsi ad un paesaggio non sempre facile da addomesticare che spinge le nuove e sempre più diversificate generazioni di agricoltori a concedersi ad una relazione di apprendimento, di mimesi, di condivisione dei gesti con una tradizione da incorporare. Tradizione che non ripeteranno inalterata ma che ognuno a modo proprio interpreterà in base alle proprie esigenze e sensibilità, storie e aspirazioni, come tutto ciò che rimane vivo nel tempo senza farsi museo.

Abbiamo conosciuto viticoltori appassionati come Habib, marocchino che da 9 anni lavora in una azienda vitivinicola. Abitare le colline, prendere parte alle relazioni locali per lui ha significato imparare a parlare di viti e terra e a farlo come chi, pur non bevendo vino in quanto musulmano, ama sentirsi parte di un paesaggio condiviso, sentirsi abile nell'apprendimento e soprattutto parte di relazioni di apprendimento che danno un sapore generazionale ai propri gesti inscrivendoli in una tradizione locale.

Pietro vede il futuro della sua proprietà in affitto ad una famiglia romena, per non essere costretto a venderla. "Agli italiani non interessa" ci dice l'anziano viticoltore e "poi siamo sicuri che vanno bene le mastodontiche proprietà?". Pietro per mantenere viva la storia del luogo che ha iniziato a coltivare con suo padre, ma a cui i suoi figli hanno preferito la città, spera in chi possa ancora accontentarsi. Ma non solo, Pietro s'immagina una famiglia, anche se non la propria, che si prenda cura della terra quando lui non potrà più farlo; spera di cederla in affitto non semplicemente a qualcuno che voglia lavorarla, ma viverla. È la dimensione famigliare che nella sua ottica può mantenere, pur nel cambiamento, un paesaggio condiviso; sono nuove prospettive generazionali che possono custodire "ricordi". È chiaro che il signor Pietro non ricerca l'immobilità nel paesaggio delle sue vigne; non è un nostalgico dei tempi passati, anzi, dice che bisogna "stare al passo con i tempi; non bisogna pensare che si possano ancora fare le cose come un tempo". Quello che Pietro sembra non voler perdere, però, è un paesaggio fatto di relazioni generazionali con il locale. Per invocare una linea di continuità con la tradizione, non sembra tanto essere problematica la provenienza geografica delle nuove generazioni di famiglie legate all'agricoltura. Cruciale, invece, rimane il loro desiderio di radicarsi, di vivere il locale collettivamente, di vederlo come risorsa in un'ottica generazionale.

L'identità viene sempre tirata in ballo tutte le volte che si parla di territorio, paesaggio o sviluppo locale. Anche noi intendiamo farlo, ma vogliamo distanziarci dalle sempre più diffuse retoriche localistiche che rivendicano diritti e valori in base ad un presunto radicamento naturale alla terra, come se l'appartenenza ad una comunità fosse un diritto ereditario di sangue acquisito con la nascita piuttosto che come compartecipazione ad uno sguardo condiviso, ad un orizzonte di valori attraverso ciò che si fa nella quotidianità. L'identità diventa così qualcosa di astratto dalla vita quotidiana, che ha il sapore autentico di origini mitiche e che ha bisogno di arroccarsi, di preservarsi incontaminata per continuare a esistere. Il paesaggio perde consistenza, si fa un simbolo che, nella sua astrattezza, può volare leggero e circolare come una cartolina.

È come se si volesse credere che il paesaggio sta fuori da noi e dalle nostre modalità di produzione, che avesse un'autonomia che ci preserva da responsabilità collettive e un'immobilità capace di darci un'identità autentica. Diventa uno spazio che "contiene separando da" piuttosto che un luogo vissuto.

Dal nostro punto di vista, invece, l'identità è legata a quello che uno fa e come lo fa, al desiderio di sentirsi parte di una comunità condividendone un ambiente e uno specifico sguardo sul locale (anche se non implica l'omogeneità dei punti di vista), di farsi attori di una tradizione viva. Il paesaggio a cui stiamo cercando di avvicinarci a partire dalle mani e dallo sguardo di chi lo lavora è inevitabilmente mutevole, in continua evoluzione, mai puro e incapace di rimanere fedele ad una tradizione, seppure riconosca di venire da lì.

Non c'è dubbio che la crescente meccanizzazione di ogni attività in vigna abbia profondamente trasformato ciò che molti considerano "bello" e che la bravura di un contadino venga oggi misurata anche su nuove competenze non solo prettamente manuali. Guido per esempio, indicando le pendenze delle vigne a giropoggio con i limitati spazi di manovra, ci dice che "suo zio è un vero maestro con il cingolo". La motozappa prima, il cingolato poi, sono stati vissuti come un segno di risarcimento per la fatica eccessiva; la pericolosità delle manovre e il rischio di confidenza eccessiva con le pendenze sono stati accolti come rischi necessari per un atto di liberazione dalla terra. Non bisogna però pensare che l'introduzione della macchina abbia di per sé rappresentato una svolta immediata e radicale del modo in cui il contadino pensava e lavorava sui campi. Il giovane Francesco ci racconta di suo padre che usava la prima motozappa come se fosse un bue: impiegava esclusivamente la sua forza motrice, attraverso una corda legata al verricello che tirava un aratro a mano in mezzo al filare, abilmente direzionato.

Anche la signora Vanda ci racconta di come, dopo il lavoro giornaliero sui campi, andava a fare le "notti a curare i malati per comprare la motozappa, una delle prime Landi" che tiene ancora. "Avevano detto che me la davano, in quel periodo aiutavano gli agricoltori, invece si vede che non avevamo un partito che ci aiutava". Parlando della motozappa, Vanda ci dice di come abbia cambiato la vita "perché almeno si potevano portare a casa le cose dai campi". Anche qui sembra che la motozappa svolga la stessa funzione di un cavallo o un asino; questa volta, però, dal punto di vista di una donna che, più che sentirsi sollevata dall'aratura, che non era sua mansione, ne traeva vantaggio dalla capacità di trasporto. A fianco della macchina, continua a sradicare le erbacce dal "piede" delle vitine, con le mani...

Anche a livello emotivo le prime motozappe e cingolati, mai completamente anonime e soprattutto trattate come bisognose di cure e manutenzione quotidiana, presero il posto degli animali da stalla. Alcuni viticoltori ci raccontano dei primi cingolati FIAT 25 o delle motozappe (dette anche "ammazzacristiani" per quanti hanno punito per istanti di distrazione), descrivendoceli non tanto come attrezzi ma, piuttosto, come artefici di un cambiamento della loro vita.

La signora Vanda ci racconta di come una volta all'anno i trattori vengono portati a benedire ma che la sua "motozappa è vecchia come lei e non si muove più". Proprio come una volta il giorno di Sant'Antonio abate, il 17 gennaio, le bestie venivano decorate prima della benedizione in piazza della chiesa, oggi si lucidano i trattori, nuovi, vecchi e antichi per una marcia che attraversa le valli dei due fiumi Versa e Scuropasso. La manifestazione è stata una riedizione "moderna" dei riti agresti che coinvolgevano la comunità e in cui si invocava la benedizione divina su tutti gli esseri viventi che facevano parte dell'economia familiare. La marcia collinare, infatti, culmina con la benedizione dei trattori nel campo sportivo, visto che la piazza della chiesa è troppo piccola per poterli accogliere tutti.

Questo per dire che non è stata di per sé l'introduzione della macchina come ausilio delle attività del contadino a cambiare le modalità di produzione, a rendere ridondante un codice morale proprio della mentalità contadina o a una trasformazione radicale del paesaggio rurale; anzi, sembra che il trattore entrasse a far parte di un modo di pensare il lavoro sui campi di collina ancora incentrato sui tempi lenti del lavoro manuale. "Il trattore in collina ha il suo passo, è lento", ci dice Giuseppe di Canneto, dove la pendenza spesso non ammette meccanizzazione. L'introduzione della macchina doveva sottostare alla sovranità del paesaggio collinare che spesso detta i suoi ritmi di produzione e impone limiti di produttività che sia sostenibile.

Ciò che secondo noi ha rivoluzionato il paesaggio è il cambiamento delle relazioni di produzione e dei canoni di bellezza dell'agricoltura dove a volte "per fare bisogna strafare", dove le pratiche diventano autonome e indifferenti alle peculiarità del territorio e della gente che lo abita. "Certi lavori non si possono più fare... A fare le cose come avevo in mente io... a continuare con i piccoli grappoli ma buoni, ...ma in un certo mercato globale dove va a finire tüt cos non si può, non ha senso..." La competizione in un mercato globale che il signor Pietro sintetizza efficacemente con "dove va a finire tüt cos" detta legge sui modi di produzione anche dei piccoli contadini che consegnano l'uva alla cantina sociale "che è capace di portare il vino in America, in Francia...". La varietà dei vitigni, la loro vecchia età, sinonimo di bassa produzione ma di qualità, i piccoli terreni arroccati, così piccoli perché, come ci spiega Pietro, "sono i terreni di famiglia dove si sapeva che usciva il vino buono e che i figli si sono divisi tra di loro", non possono più essere considerati produttivi.

Il paesaggio deve rendersi neutro e trasparente in una produzione competitiva sul mercato globale. Nonostante tutte le retoriche di prodotti tipici e locali, il paesaggio deve diventare il vero assente, un fantasma invocato ma che non ha più alcun potere di influenzare le tecniche di coltivazione. In questo modo, la meccanizzazione intensiva di tutte le attività in vigna è necessaria per affermare l'onnipotenza umana, per fare come se le colline non esistessero, per liberarci completamente dalla tirannia di un territorio difficile da coltivare.

Eppure è evidente la fragilità del paesaggio collinare e la sua sensibilità alla trasformazione degli spazi, tempi e modalità di intervento del viticoltore, ai valori che animano il lavoro agricolo e la sua organizzazione. Ancor più, si può dire che il paesaggio sembra spesso rispecchiare i cambiamenti sociali e valoriali delle comunità che lo abitano. Siamo impermeabili al paesaggio che abitiamo almeno tanto quanto quest'ultimo lo è a noi.

"Non c'è tempo" e "non c'è più manodopera": sono questi gli aspetti che ci vengono riferiti da molti viticoltori come causa dei cambiamenti nelle tecniche colturali, così come nell'inevitabile trasformazione del paesaggio rurale delle colline.

Un esempio: il moderno sistema di impianto a "rittocchino", che taglia la collina nella massima pendenza da cima a valle, non poteva essere considerato un "bel lavoro" anche solo qualche decina di anni fa. Perché si sa che le nostre colline hanno bisogno anche della collaborazione dei viticoltori "per stare in piedi" e che con i filari predisposti in questo modo ogni temporale può diventare una calamità naturale. Il "giropoggio", invece, che segmenta la collina orizzontalmente e la sostiene rallentando il defluire dell'acqua piovana attraverso dei gradoni è una forma di paesaggio che, nell'ottica industriale, "non conviene più al viticoltore"; è un sistema di allevamento considerato anacronistico in quanto non si concede facilmente alle macchine, affidandosi per lo più ai tempi lenti di passaggio dell'uomo/donna davanti ad ogni pianta. Le questioni di sostenibilità legate alla gestione del territorio sono sempre più subordinate ai precetti della produzione competitiva che per essere tale "deve tagliare sul tempo e la manodopera".

È così che oggi si è reso necessario un "Regolamento di polizia rurale", elaborato dal Centro di consulenza vitivinicola della valle Scuropasso e sottoscritto da diversi comuni di prima collina per "arginare i problemi legati al dissesto ideologico, agli incolti ed ai fenomeni di erosione superficiale del terreno" [opuscolo del Regolamento di polizia rurale, prefazione di Martina Draghi]. Una serie di regole per "la cura e la gestione del territorio" che, mentre prima facevano parte di un codice morale implicito ad ogni gesto del viticoltore (anche se poi singolarmente ogni contadino sceglieva secondo le proprie priorità), oggi si impongono con urgenza sotto forma di leggi "per far crescere negli agricoltori la consapevolezza dell'importanza della loro funzione di custodi del territorio".

Le questioni che intendiamo porre sono diverse anche se tra loro interconnesse: perché si è reso necessario un intervento di "polizia rurale" che renda appropriati i gesti del viticoltore? Perché sempre più spesso si chiede ai contadini di diventare "custodi" delle terre che coltivano? Perché si percepisce l'urgenza di sensibilizzare gli agricoltori "ai valori atti ad armonizzare, in una dimensione di buon vivere, il rapporto tra l'uomo e la natura"? Ma soprattutto, vista la necessità di una morale "esternalizzata", perché non sembra essere più nell'interesse del viticoltore tutelare la terra su cui lavora e vive?

"La maggior parte degli agricoltori non si occupa più della gestione delle acque: non vengono più fatti i fossetti per portare via l'acqua piovana e l'impianto non viene più pensato in relazione al territorio ma solo alla produzione"; con queste parole Paolo, il giovane agronomo del Centro di consulenza vitivinicola della valle Scuropasso, ci fornisce una delle ragioni principali per cui negli ultimi 4-5 anni i temporali portano il fango dalle colline fino al centro della città di Broni.

Il tessuto sociale che ancora qualche decina di anni fa portava a offrire giornate di lavoro gratuite per la manutenzione collettiva di fossi e canali durante la "giornata della cipolla" (secondo don Piero di Mornico Losana, si chiamava così perché non c'era un compenso monetario e perché si mangiava insieme pane e cipolle), sembra dissolversi sempre più nelle relazioni di produzione attuali.

Il codice morale che si riconosceva nei gesti ben fatti di un agricoltore appassionato è sinonimo di rapporti di dipendenza che il sistema di produzione per un mercato globale non si può concedere: dipendenza dai limiti imposti dalla collettività, da un codice morale incorporato nei gesti, dal paesaggio riconosciuto, dalla specificità di ogni pianta in relazione ai cicli stagionali, atmosferici, meteorologici, dalla varietà e diversificazione e, perché no?, dalla Luna...

Federica Riva

dal rapporto di studio L'Oltrepò tra la Luna e l'Europa, Società dell'Accademia, Voghera 2008
fotografie di Alessia Bottaccio, Massimo Sorlino, Patrizia Rodano, Paolo Ferrari

Letture

In controluce, si possono intravvedere diverse letture che hanno guidato silenziosamente la ricerca etnografica e la sua elaborazione testuale:

 


L'Oltrepò che si trasforma = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/oltrepo.htm> : 2009.09 - 2010.06 -