Dove comincia l'Appennino

Video killed the piffero star
Tradizione orale e documentazione digitale


Una caratteristica della cultura tradizionale è di essere largamente basata sulla trasmissione orale, piuttosto che registrata in documenti tangibili. I suoi contenuti vengono appresi dalle persone che vivono in un certo territorio non studiandoli sistematicamente in libri o altre fonti, ma semplicemente partecipando a un insieme di occasioni e di situazioni che portano con sé quella cultura, fatta di innumerevoli piccoli aspetti: dalla cadenza di un parlare a un modo di cucinare, dal modo di salutarsi a quello di offrire vino e salame a chi passa per casa, dal gusto per un modo di cantare all'uso di un certo tipo di motocoltivatore adatto alla morfologia locale... È solo vivendo su un territorio che si può assorbirne la cultura, che anzi si diventa quella cultura.

Queste considerazioni sembrano nettamente in contrasto con l'intento di chi vorrebbe studiare e documentare una tradizione in quanto tale, anche per farla conoscere ad altre persone interessate ma geograficamente distanti. Ha senso documentare, come facciamo anche in questo sito, ciò che per sua natura è non scritto e inafferrabile? O forse, al contrario, dedicarci a immortalare anziché vivere la tradizione dall'interno ci porta a una forma mentale alienata dalla vera realtà sociale, a una deformazione percettiva che vuole vedere anche negli elementi banali qualcosa di caratteristico e degno di essere rappresentato, come se ogni cosa fosse parte di un grande spettacolo, simile ai tanti cui ci ha abituato la cultura televisiva del Dopoguerra? È la sindrome del cittadino affascinato dalla vita rurale, che però senza rendersene conto si pone sempre rispetto ad essa in una posizione di spettatore, senza concepire di — o senza riuscire a — diventare semplicemente uno dei partecipanti, lì ed allora. Chi oggi vede danzare una monferrina per la prima volta spesso non immagina di potervi partecipare, e semmai la sua prima reazione è di fotografarla o filmarla...

La diffusione delle tecnologie digitali ci ha resi quasi tutti proprietari di un telefonino o una macchina fotografica capace di registrare suoni, immagini e movimenti, di un computer in cui scaricare queste registrazioni, e magari di un videoproiettore o un collegamento a Internet attraverso i quali mostrarli anche agli amici. E così le feste tradizionali si vanno riempiendo di gente che riprende, scatta, registra, di per sé senza arrecare particolari fastidi (a parte quando vorrebbe far mettere i soggetti in posa!), ma a lungo andare favorendo impercettibilmente un certo imbarazzo, o almeno una minor naturalezza, la sensazione di trovarsi all'interno di una specie di riserva indiana. Se da un lato vedere che qualcuno arriva da fuori per assistere ad occasioni sociali che si davano per scontate aiuta a rendersi conto del loro valore, dall'altro rischia di alterare quella normalità informale, orale appunto, che è proprio una componente essenziale della tradizione.

Poi tornammo in Brianza per l'apertura della caccia al bisonte:
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine,
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso:
"per la caccia al bisonte — disse — il numero è chiuso"...
     (F De André & M Bubola, Coda di Lupo)

Anche noi che siamo interessati a documentare la tradizione musicale e coreutica delle Quattro Province siamo fortemente tentati di utilizzare lo strumento della registrazione video, e a volte lo facciamo, perché il video — almeno quando è inquadrato e montato con una certa sensibilità — ha la potenzialità di rendere a chi non c'era l'idea di una situazione, un'atmosfera, un passo di danza, una tecnica per costruire ance più efficacemente di una descrizione scritta o di una fotografia. Una suonata improvvisata da Bani in una casa di Campassi, con la gente a tavola e due donne che decidono al momento di ballarla, dice delle Quattro Province almeno quanto una coreografia mostrata a uno stage di danze.

Ma al tempo stesso, la presenza insistita di videooperatori e intervistatori non rischia di rovinare il vero spirito del momento? Parafrasando un noto brano di musica leggera, il video può forse uccidere quella sincerità di espressione del suonatore tradizionale, che costituisce la sua maggiore ricchezza?

Per conciliare l'ambizione a documentare con il mantenimento dello spirito tradizionale occorrono  certamente attenzione e delicatezza. Documentiamo pure, perché anche questo contribuisce alla conoscenza e al rinnovamento della tradizione, ma cerchiamo di farlo con discrezione. E magari in un altro momento lasciamo giù l'apparecchio ed entriamo nel ballo: capiremo certe cose ancora meglio. Passiamo del tempo sul posto, parliamo con la gente, lasciamoci "impregnare" dai luoghi.

Un altro dilemma relativo al contrasto fra oralità e documentazione si è presentato in modo naturale alla redazione del nostro sito. Un giovane musicista che frequenta le Quattro Province, Francesco, aveva memorizzato le suonate da piffero che andava imparando scrivendole per sé stesso sul pentagramma, come per lui era normale fare. Generosamente si è poi detto disponibile a mettere queste partiture a disposizione del sito, in modo che potessero essere consultate da qualsiasi altro interessato. Per il nostro intento di documentazione si trattava di una bella occasione; ma al contempo abbiamo dovuto chiederci se questo non significasse inoculare un virus di formalizzazione potenzialmente pericoloso, inducendo a saltare il passaggio dell'apprendimento orale sul territorio, in cui la tradizione si è finora sempre espressa. Ci abbiamo ragionato fra i redattori e alcuni amici suonatori, e ne è venuta fuori una sana discussione che pensiamo ci abbia arricchito, aiutandoci ad essere consapevoli del problema e facendo emergere alcuni aspetti interessanti della tradizione. Una prima soluzione a cui si è pensato è

l'accorgimento condiviso da tutti di chiarire che si tratta solo di una documentazione di riferimento, che non sostituisce la pratica e lo stile da apprendere di persona con un maestro o comunque sul territorio (vedremo di specificarlo vicino agli spartiti stessi).

Tuttavia, un collaboratore particolarmente sensibile ai delicati equilibri della trasmissione orale (Claudio C.) rimaneva perplesso:

Non so bene perché, ma qualcosa non mi torna. [...] la realtà di questa tradizione musicale è così complessa, variegata e nel contempo fragile, che secondo me non è cauto fermare con la scrittura qualcosa che, a mio avviso, non deve essere scritto. Voglio dire che esiste un filo conduttore che lega tutti i suonatori che nei secoli si sono avvicendati, compresi noi (mi ci metto anch'io va'!). Non si tratta solo di imparare una melodia, quello è il meno. C'è un modo di usare lo strumento che è legato all'esperienza sul posto, all'influenza che un suonatore ha sull'altro e molto altro. Tra l'altro si corre anche veramente un grosso rischio di banalizzazione di alcune melodie [...]. Per cui un'operazione del genere [...] rischia di fornire al grande pubblico messaggi banalizzanti. Secondo me chi vuole mettersi a suonare il piffero delle Quattro Province è giusto che si metta le scarpette e cominci a frequentare il mondo che ha inventato questa musica. Tuttavia, sono certo di non comprendere appieno il significato della cosa e sono pronto a cambiare idea appena ricevute delucidazioni.

Un redattore centrale (Magà) gli ha risposto così:

Sono molto grato a Claudio C. per aver sollevato dubbi di tale rilievo, che tutti bene o male coviamo, ma di cui poi non si parla mai con opportuna profondità. In linea di massima sono d'accordo con tutte le cose che dice Claudio C., che per altro credo condivise un po' da tutti noi. La questione discriminante è se queste partiture possano convivere con la necessaria esperienza sul campo che serve ad ogni pifferaio che voglia praticare questo strumento secondo tradizione oppure se addirittura possano risultare dannose, contribuendo a diffondere una pratica dello strumento che ne falsa i caratteri identificanti. Secondo me, questo rischio esiste (e forse non è sufficiente ad evitarlo l'avvertenza per l'uso che Claudio G. ha inserito nella pagina), e bene ha fatto Claudio C. a rilevarlo, e d'altra parte il confronto con la scrittura musicale diventa oggi inevitabile, come ieri era impossibile per i suonatori contadini dei nostri paesi. Suonatori di formazione classica si avvicinano alla tradizione (è il caso di Francesco come di Marion, per esempio, che tuttavia imparano anche sul campo) e probabilmente per loro è naturale avvalersi della scrittura né avrebbe molto senso cercare di dissuaderli dal farlo, tanto più che nessuno di noi credo si arroghi il ruolo di arbitro della tradizione delle Quattro Province. Come persone che, a vario titolo, si impegnano per promuovere e conservare un repertorio musicale nel cui valore culturale credono profondamente, quel che possiamo fare è mantenere alto il livello di attenzione critica, ribadendo in ogni occasione quei concetti che Claudio C. ha esposto nella sua lettera: l'apprendimento per imitazione (anche "imprégnation" dicono quelli dell'Intangible Cultural Heritage dell'Unesco) è fondamentale non solo per la trasmissione della tecnica musicale, ma anche di quegli umori culturali che sono parte integrante della natura estetica della musica tradizionale, che non è mai solamente un fatto musicale, ma interagisce con la totalità dei fenomeni sociali che la circondano, la producono e ne scaturiscono.

Per come la vedo io, lo strumento delle trascrizioni potrebbe rivolgersi utilmente agli studiosi della materia, e rappresenta uno strumento conoscitivo più che didattico per aspiranti pifferai; in quest'ultima accezione, tuttavia, il rischio paventato da Claudio C. potrebbe essere ridotto attraverso un lavoro il più possibile articolato che renda conto di varianti locali e diverse interpretazioni degli stessi brani, registrando anche differenze minime e apparentemente insignificanti, onde evitare il rischio di una pretesa codificazione e complicare le cose il più possibile a chi nutrisse l'illusione di diventare pifferaio senza mettere le scarpette (e qualche volta anche gli scarponi).

Certamente l'arrivo di suonatori provenienti dal mondo della musica classica è una situazione relativamente nuova, prodotta dai più frequenti movimenti di persone e idee che contraddistingue la vita contemporanea. Questo genera nuovi effetti culturali e ci pone nuovi interrogativi.

Legandomi a quanto ha detto il saggio Magà, voglio però precisare due cose: la prima è che sia Marion che Francesco che legge, per loro stessa ammissione quando hanno cominciato a frequentare musicalmente questo mondo hanno dovuto imparare una tecnica a loro prima "sconosciuta" che è quella del suonare ad orecchio. Marion in particolare mi ha confessato di aver fatto molta fatica ad abituarsi, ma che una volta imparato, le si è aperto un mondo nuovo, con i risutati che sappiamo. In ogni caso ambedue hanno frequentato e frequentano il territorio, acquisiranno un loro stile, se non lo hanno già fatto, in base ai soggetti (suonatori) che hanno frequentato maggiormente, oltre a metterci del loro. Tutto questo Marion alla Filarmonica di Berlino non lo può fare. È evidente che chi arriva con una formazione come la loro fa molto più presto ed ottiene risultati impensabili rispetto a chi tra le mille altre cose che ha fatto e fa nella vita ci mette anche questa (ne so qualcosa!). Quindi, viva la cultura, beato chi ce l'ha! Però resta imprescindibile il legame con il territorio.

Seconda questione: la scrittura delle partiture è già stata fatta più volte dai vari studiosi e ricercatori che si sono avvicendati. La differenza sostanziale con questa iniziativa è che se le sono tenute per loro! Quale sarà il motivo? Se vogliamo quindi rendere pubbliche queste cose quello che alla fine dovremmo domandarci è a chi vogliamo indirizzare il messaggio, capire se Internet è lo strumento più adatto, e se sì trovare la formula più adeguata a diffondere un'informazione senza stravolegerne il significato originale.

Comunque in quest'epoca si vive in bilico tra il rischio di una diluizione nel minestrone globalizzato e l'implosione in un settarismo legaiolo che non va da nessuna parte. Certo il mondo cambia in fretta, occorre capire come starci dentro. La tradizione è contraria per definizione al cambiamento, almeno così rapido. Una cultura esiste solo se c'è qualcuno che la vive. [...] Non sarebbe necessario pubblicare documentari sugli antichi Egizi se questi esistessero ancora...

Talvolta i valligiani, ormai abituati ad assistere allo spopolamento e al cambiamento, si sentono una razza in via di estinzione, mentre proprio loro conservano la fortuna di vivere in un ambiente e una tradizione rimasti ben più ricchi che altrove. Il punto di vista del foresto è in fin dei conti non troppo differente, ma più ottimista:

Cari tutti, dico anch'io la mia. La dico da musicista che dall'esterno è entrato in una tradizione in cui non è nato ma ci si è trovato e da cui si è lasciato appassionare (e da vegetariano che per il fatto di non voler rompere le scatole alle cene — tutte rigorosamente a base di carne — in qualche modo si perde delle occasioni di convivialità — e cultura — 4P).

Concordo col porsi gli interrogativi che giustamente ci si pone, ma senza esagerare troppo. Una cosa non escude l'altra. Il pubblicare alcuni spartiti con una ossatura o una versione di un pezzo non esclude il dovere di andare nelle valli con le scarpette o gli scarponi e ascoltare gli altri musicisti. E andarli a trovare.

Penso che più una cultura si apre e più abbia possibilità di rinnovarsi e quindi, nella trasformazione, rivivere. E nel frattempo tutti quelli che si sentono coinvolti si impegnino ed ingegnino per portarla avanti in quella direzione. L'esempio che ho vissuto in prima persona è quello dei Paesi Baschi. Dagli anni Sessanta in cui la cultura basca era praticamente morta alla situazione attuale in cui l'attività musicale è vivissima: concerti, balli, scuole di danza, feste culturali. Tutti cantano, tutti conoscono le canzoni perché hanno le parole su dei libretti che si possono comprare non solo in libreria ma anche al supermercato... Organizzano festival anche di più giorni in ogni paesino autotassandosi, fanno la corsa dei Paesi Baschi, i Giochi della forza basca, ecc... A volte il confine tra la sensibilità legaiola e il mantenere la tradizione è sottile, ma cercando di essere intelligenti ce la possiamo fare. E nei Paesi Baschi la percentuale di baschi non supera il 20-30% in media...

Io sono un musicista, ho trascritto per imparare più velocemente un repertorio vasto. Questo non esclude l'apprendimento a memoria [...] E quando suono mi risuonano in testa le varie versioni dei pifferai che ho trascritto, e quando leggo i brani non suono solo le note scritte, ma cerco di farle più belle, con la mia sensibilità e quella della tradizione (acquisita). Alla fine i musicisti, ed i ballerini, si accorgono della differenza tra chi ci mette del suo, e ci ha messo del lavoro e una frequentazione, e chi no.

Ritorniamo così alla questione del giusto equilibrio tra cultura orale e documentazione:

In effetti anch'io sto riflettendo spesso se e come sia giusto usare Internet per parlare di cultura tradizionale. [...] D'altra parte, se qualche anno fa il computer era ancora una cosa per pochi smanettoni, adesso ce l'hanno tutti. Quando con Fabio siamo andati a trovare il Rosso, ultra70enne e oggi defunto, ci ha fatto vedere una pagina del sito in cui si parlava di lui, che un nipote gli aveva stampato. Danielle e Angèle hanno usato per prime, con competenza, lo strumento video su Internet [che dà occasione a] gente di ogni parte [di conoscere la nostra tradizione ...].

Certo si tratta di selezionare e organizzare i percorsi che portano i naviganti a trovare questi video, in modo che non ne trovino solo uno per caso, ma capiscano che c'è tutto un corpus organico di suonate, suonatori, danze ecc. Per questo la pagina del sito (magari ancora un po' macchinosa) che estrae i video anche da altri siti. Insomma, mi viene un'idea: forse proprio Internet può essere uno strumento popolare, per parlare della cultura popolare.

Forse non è superfluo osservare che l'intera discussione è stata possibile fra più persone e nell'arco di pochi giorni solo grazie alla posta elettronica... Persone che d'altronde si intendono al volo su ciò di cui stanno parlando solo perché in numerosissime occasioni vi hanno anche partecipato sul posto.

Anche la pubblicazione della prima parte di questa pagina ha suscitato nuovi contributi alla riflessione, due dei quali provenienti, con gioia della redazione, proprio dai citati musicisti (Marion e Andrea) che si sono avvicinati solo in un secondo tempo alla tradizione delle Quattro Province:

Sono d'accordo anch'io che non è facile e che bisogna continuamente trovare l'equilibrio molto fine per qualsiasi documentazione della cultura popolare. [...] La vera essenza della cultura è difficile (o forse impossibile) trasmetterla in video e foto, si può solo renderne un'idea... e sollecitare la voglia di mettersi gli scarponi per andarla vedere. Per quanto riguarda la questione degli spartiti sono un po' in dubbio anch'io se ha senso la loro pubblicazione. Quando ho cominciato a suonare il piffero mi sono chiesta come prima cosa come imparare i brani, cioè se mettermi a trascrivere o meno. Ho deciso di no, e ne sono sempre più contenta! Allora era solo l'istinto che mi diceva che questa musica non si impara dagli spartiti perché una cosa essenziale della musica delle Quattro Province è che si suona e si impara dall'orecchio. Nel frattempo ne ho capito ancora molto di più! E d'altra parte mi si è aperto tutto un nuovo mondo di come suonare, come vivere la musica, di cui adesso aprofitto molto anche suonando la classica. Per imparare a suonare ho bisogno di frequentare il territorio, sentire e imparare dai suonatori, come hanno sempre fatto! Cerchiamo di rispettare bene la tradizione e allo stesso tempo portarla avanti...

Il fatto che anche una tradizione si evolve è sottolineato dall'intervento dell'altro musicista:

Sono milanese e mi occupo da più di 20 anni di musica tradizionale, con immenso amore e rispetto pur essendo un esponente del folk-revival e non un suonatore tradizionale. Dall'inizio degli anni Novanta suono anche musica delle Quattro Province attraverso lo studio della musa. [...] La mia opinione è molto netta e chiara: video e spartiti non uccidono la tradizione, anzi, la valorizzano e la tengono viva grazie alla sua diffusione. Se fosse vero che "la tradizione è contraria per definizione al cambiamento, almeno così rapido", nella musica da piffero la fisarmonica non avrebbe mai sostituito la musa e valzer, polche e mazurke non sarebbero mai entrati nel repertorio. La tradizione, per sua stessa costituzione, è in continuo cambiamento e trasformazione e i musicisti tradizionali sono sempre aperti alle novità, perché non vivono (né oggi né mai) "nel passato". Ovviamente ciò ha un ovvio rovescio della medaglia: l'innovazione significa la perdita di qualcosa, come nel caso dell'arrivo della fisarmonica che "uccise" la musa...

Oggi, dopo più di 30 anni di folk-revival, in una società diversa da quella contadina preindustriale e, nel bene e nel male, globalizzata, non si può pensare che l'unica forma di trasmissione della tradizione rimanga quella orale. Ricordiamoci che nei tempi passati la trasmissione orale della musica tradizionale non era una scelta ma una necessità, e sono altresì convinto che i suonatori del passato sarebbero stati ben felici di trascriversi le melodie se l'avessero saputo fare; possiamo anche stare certi che se avessero avuto a disposizione registratori MP3 li avrebbero largamente utilizzati sia per registrare sé stessi che gli altri suonatori... Se volessimo bandire gli spartiti e i video, per coerenza dovremmo bruciare tutti i dischi di musica tradizionale, perché incidere la tradizione rappresenta già un cambiamento, e, nell'ottica della conservazione, significa snaturarla; bisognerebbe vietare a chiunque non sia nato nelle Quattro Province di suonare quella musica, bisognerebbe proibire di fare riprese durante le feste per il pericolo che questi video vengano pubblicati su youtube. Ma forse sarebbe anche meglio vietare il ballo a chiunque non sia autoctono con tanto di certificazione e pedigree... E così ci si troverebbe con una tradizione perfettamente conservata (NB: la tradizione di quel momento, non quella di 10-20-30 o 100 anni prima) e che non si evolverà mai più, quindi morirà... Uno po' come stava accadendo negli anni Settanta, quando proprio nelle Quattro Province l'interesse generale per il piffero si stava spegnendo e la stessa popolazione autoctona rifiutava i balli antichi bollandoli come "fuori moda", finché arrivarono dei ragazzi di città, coi registratori e le macchine fotografiche, ansiosi non solo di documentare la tradizione, ma di impararla e di diffonderla [...]. Forse, fu proprio grazie a questi cittadini che gli stessi abitanti delle Quattro Province riscoprirono e riapprezzarono il grande patrimonio musicale e culturale di cui erano in possesso (si consideri che la stessa cosa successe in tanti luoghi. Ad esempio nell'Agro nocerino in provincia di Salerno, la zona delle tammurriate, la tradizione rimase in vita perché alla fine degli anni Sessanta Eugenio Bennato e Roberto de Simone, i celebri fondatori della Nuova Compagnia di Canto Popolare, cominciarono ad intervistare gli ultimi cantori e poi incidere le tammurriate sui loro dischi). Noi viviamo in una socetà globalizzata, radicalmente diversa dalla società in cui vivevano Ernesto e Giacomo Sala. Il confine tra tradizione e folk-revival, se esiste ancora, è ormai molto labile. I suonatori tradizionali e i ballerini di oggi non sono contadini isolati dal resto del mondo e di conseguenza è facile (e bello) che la gente si muova e che esistano olandesi e giapponesi che suonano il piffero e "montanari" delle Quattro Province che vanno a ballare le bourrées in Francia. La grande diffusione di musiche folk ha fatto sì che molti giovani, invece di rimbambirsi in discoteca, si avvicinino ai balli e agli strumenti tradizionali frequentando i grandi festival (Gennetines, Saint Chartier, Vialfré, Zingaria, ecc.) e questo è bene.

Per contro però ciò determina inevitabilmente un approccio sempre più superficiale. Posso affermare senza dubbio che spesso giovani organettisti che hanno a disposizione decine di siti Internet dai quali si può scaricare spartiti e intavolature suonano danze provenienti da diverse parti d'Europa con lo stesso sound, senza esaltare quelle differenze interpretative che caratterizzano le varie tradizioni. Ma questo è l'ovvio rovescio della medaglia. È un fenomeno che non si può evitare. Ciò che secondo me è importante è la grande diffusione della musica folk. Nel grande calderone dei suonatori folk ci sarà sempre chi suona bene e chi suona male, chi approfondisce le sue conoscenze e chi resta in superficie. Più gente c'è che suona e più saranno le probabilità che nascano nuovi Jacmon, Ernesto, Bani, Stefano. È secondo me importante che si diano tutti gli strumenti possibili per crescere e forgiare nuove generazioni di suonatori e ballerini: spartiti, registrazioni, video, foto, libri, siti Internet... State pur tranquilli che se giungerà ad una festa un pifferaio che conosce a menadito tutte le melodie ma le suona come se avesse in mano un flauto dolce sarà riconoscibilissimo e farà una figuraccia... E non sarà certo colpa di "Dove comincia l'Appennino".

Fino a che punto quindi una tradizione effettivamente deve cambiare e amalgamarsi con la società che le sta intorno? Altri due interventi (Ilaria, Magà) sono meno sbilanciati verso l'apertura al nuovo:

Potrà non piacere, ma anche secondo me "la tradizione è contraria per definizione al cambiamento, almeno così rapido". Se a Natale è tradizione mangiare i ravioli della nonna, vuol dire che tutti gli anni a Natale si mangiano i ravioli della nonna, sempre quelli, fatti in casa con amore e perizia. La tradizione si porta avanti se, quando la nonna non potrà più fare i ravioli, la mamma, che per anni li ha preparati assieme a lei, carpendone i più fini segreti, la sostituirà. Certo, magari questa mamma che lavora ha una casa grande a cui badare, due figli a cui far seguire mille attività dopo la scuola, probabilmente non tirerà più la sfoglia a mano, ma userà l'Imperia o la Pastamatic, e il tritatutto per fare il ripieno e così via. Però il sapore dei ravioli sarà comunque quello "tradizionale", perché lei stessa di persona e nel tempo ha sperimentato direttamente la loro preparazione, oltre che la loro "degustazione"! La tradizione si perderà se la figlia, dovendo essere sempre al passo coi tempi (cioè sempre di corsa!), in carriera, bella, scattante e in forma comprerà i ravioli e il sugo pronti dal pastaio, se va bene, o al supermercato confezionati. Quelli non sono più i ravioli della nonna! Io ho imparato a fare i ravioli dalle signore di Castiglione e per impararlo li ho fatti insieme a loro: li ho fatti, ho toccato la consistenza della pasta, ho assaggiato il ripieno, ne ho memorizzato il colore e così via. Non le ho filmate, né fotografate, né intervistate... certo, mi sono presa degli appunti, che consulto quando li devo preparare e che mi riportano alla mente ed ai sensi quello che ho memorizzato nella mia memoria emozionale. Posso darvi la ricetta, ma vi direi anche: venite che li prepariamo insieme!

A me sembra che il paragone regga anche con la danza e la musica. Personalmente non insegno mai danze se non ne ho diretta esperienza pratica. Certo mi prendo appunti, ma non filmo quasi mai, anche se ne ho la possibilità, preferisco ricorrere alla memoria emozionale. In passato ho distribuito dispense con descrizione di danze, ma sempre con l'avvertenza che la scheda era solo un promemoria per chi conosceva già la danza, cioè ne aveva fatto esperienza. Come ballerina ed insegnante sono molto legata al folk, è da lì che vengo e lungi da me l'idea di rinnegarlo. Sono d'acordo con Andrea quando dice che è importante diffondere la musica tradizionale anche attraverso il folk... è quello che ho fatto anch'io con le danze. Come Andrea anch'io ho fatto esperienza diretta della semplificazione e omologazione che diverse musiche e danze necessariamente subiscono nei contesti folk e sono d'accordo sul fatto che ciò sia l'inevitabile rovescio della medaglia. Però a me sembra che ultimamente questo rovescio si stia allargando un po' troppo e questo invece non credo sia inevitabile, e proprio i più appassionati e sensibili del mondo folk e trad ci possono fare qualcosa. Ad esempio, si può lavorare proprio sul tempo: non acceleriamo i cambiamenti, essi si devono integrare nella tradizione, non assalirla e soffocarla, ma questo richiede tempo e in questo nostro mondo fare l'elogio della lentezza è assolutamente out. Inoltre, non si tratta certo di proibire di ballare o suonare ai non autoctoni: sono molto sensibile a questo, nei corsi cerco di dimostrare accoglienza e non mi piace chi fa cadere le cose dall'alto. Però quando sono andata a Pagani (Agro nocerino-sarnese) alla Madonna delle Galline e ho visto la gente buttarsi a ballare tammurriate "aerobiche" a tutto spiano, relegando i vecchietti del posto ed il loro ballo elegante ed essenziale in uno spazio sempre più angusto, fino a farli smettere... diciamo che non mi sono affatto divertita. Bisogna dirlo: in contesti del genere, bisogna dire "smettetela, date fastidio, guardate, fate ballare loro, è la loro festa tradizionale, noi siamo solo ospiti e dobbiamo rispetto, ci sono altri contesti folk dove "sfogarsi" un po' di più" (anche lì, sempre con rispetto degli altri, cosa che si vede sempre meno!). Sì, per me folk e trad sono come due insiemi separati che si intersecano. Le feste dei paesi delle Quattro Province sono trad, i corsi di Quattro Province ai festival sono folk!

Mi sembra che in questo momento la tradizione delle Quattro Province debba essere un po' difesa, non serve cambiare se non c'è necessità di cambiamento: ci sono paesi dove i giovani (ma giovani, eh!) ballano monferrine, gighe, piana, perigurdino come non si ballano più altrove. Ma non li filmo, vado a ballare con loro! Personalmente sto maturando l'idea di dedicarmi di più alla difesa di situazioni del genere, sul territorio, piuttosto che alla diffusione, dove ho già fatto la mia parte ed altri stanno facendo la loro. Perciò per quanto riguarda gli spartiti, penso che la loro pubblicazione sul sito al momento non sia necessaria, mentre mi pare più in linea con lo spirito del sito stesso la documentazione di questa discussione, come dice Claudio G. Inoltre, cito, sottoscrivo e controfirmo ogni parola di Marion, quello che ha scritto ed anche quello che non ha scritto, perché dal suo intervento si evince con quanta sensibilità si è avvicinata alle Quattro Province, di cui ha rispettato la tradizione pur apportandovi, con il suo strumento, un cambiamento, ed ha saputo esprimere in poche righe pensieri di grande profondità.

Ancora una volta è quindi questione di trovare il giusto equilibrio:

Andrea porta alcune argomentazioni che sono abbastanza classiche in questo genere di discussioni, possiedono una loro evidenza che ne costituisce il pregio ma anche il limite; sono comunque stimolanti e utili per ulteriori riflessioni. Va detto che la frase da cui muove per sviluppare il suo discorso, se opportunamente relativizzata, contiene una sua parte di verità. Giusto, tutte le culture tradizionali sono conservative, nel senso che tramandano qualcosa di acqusito e consolidato di generazione in generazione e lo difendono dall'oblio e da modificazioni che non nascano dall'interno della tradizione stessa. La tradizione (che — è bene ricordare — non è un contenuto in sé, ma una modalità di trasmissione del sapere) agisce internamente ad un contesto comunitario ed è funzionale alla conservazione dei suoi equilibri. Non è vero che i suonatori di tradizione sono sempre stati aperti alle innovazioni: lo sono stati solo quando ritenevano tali innovazioni funzionali alla conservazione di un assetto comunitario e al loro ruolo di portatori dei valori spirituali della comunità. Nelle Quattro Province essi hanno cambiato la musa per la fisa perché così avrebbero potuto conservare il piffero: c'è dunque una complessa dialettica tra innovazione e conservazione retta, a mio avviso, dalla regola aurea secondo la quale la tradizione evolve se i suoi cambiamenti nascono dal suo interno (anche accogliendo apporti esterni, ma sempre metabolizzandoli nel proprio sostrato culturale); muore se subisce cambiamenti imposti da domini culturali egemoni: la Chiesa nel Medioevo, per esempio, e la cultura mass-mediatica dal Dopoguerra ad oggi, ma in mezzo ce ne stanno molti altri... Trovo discutibile, o quanto meno relativizzabile, anche l'affermazione secondo la quale il suonatore non viveva nel passato: al contrario, nelle società tradizionali si viveva molto più nel passato che non nel presente, di cui si aveva un'idea piuttosto vaga. E anche questo fa parte dei processi di tradizione che tendono a reiterare un ordine di cose radicato nel passato mitico della comunità. Era così anche nei nostri villaggi appenninici, dove fiorivano i miti di fondazione e i racconti di antenati dalla forza sovrumana che, un po' sbiaditi, sono giunti fino a noi. Ma in fondo anche noi viviamo molto nel passato, e un suonatore, locale o foresto, che si avvicina alla musica di tradizione, fa comunque inevitabilmente un'esperienza che lo porta a vivere, almeno per metà, in tempi assai remoti. Non procederei poi per ipotesi "per assurdo": può anche darsi che i suonatori se avessero avuto a disposizione il nostro corredo tecnologico l'avrebbero utilizzato, ma di fatto non ce l'avevano e noi dobbiamo rapportarci con una cultura i cui valori scaturiscono da condizioni storiche determinate, non ipotetiche, da quella "necessità" giustamente: se Dante avesse avuto a disposizione il computer avrebbe scritto la Divina Commedia o qualcosa di meglio (qualcuno riesce a immaginarlo?) o di peggio? I valori estetici di quella musica sono intimamente connessi alle condizioni materiali in cui vivevano quegli uomini, quindi il problema della possibile influenza negativa della nostra tecnologia su quelle sonorità (alle quali comunque il suonatore di tradizione deve fare riferimento) si pone, eccome.

Sulla questione spartiti e video io separerei le cose: da secoli il musicista colto trascrive arie popolari per riproporle attraverso il suo genio e (genialmente) snaturarle. Però non so se mai sia successo in passato che un musicista di formazione classica si sia avvicinato ad un repertorio di tradizione orale con lo spirito di Marion, che dice di aver tratto dall'esperienza del suono "non scritto" nuovi stimoli anche nelle esecuzioni classiche. Altro tema di enorme complessità: il rapporto tra estetica colta ed estetica popolare tradizonale. Per gli inquisitori la musica dei sabba era musica contadina: "el diabolo sona al ballo con una piva el bal regolete et fanno voze sordegne, sordegne". Secondo una strega trentina, presumibilmente imboccata dall'inquisitore di turno, i diavoli quando suonano "pive sordegne, pare che suonino sotto terra" (nessun riferimento ai presenti...). Insomma, tornando alla questione degli spartiti, mi sembra che siamo tutti d'accordo che l'esperienza sul campo precede in importanza la lettura e così dimostrano i nostri musicisti foresti frequentando assiduamente feste sul territorio. Sui video sono un po' più preoccupato, devo dire, ma lo sono in genere per quell'eccesso di informazione che oggi diventa un ostacolo alla conoscenza anziché una via. L'informazione ci entra in casa da tutte le parti, in forma spesso scadente, crea l'incanto e l'illusione di una conoscenza a portata di clic, il rischio che ci si dimentichi che l'informazione non è nulla senza elaborazione critica rieditando in forma enormemente amplificata l'antico eterno vizio del nozionismo che oggi è tornato di moda (assieme alla "meritocrazia", parola appagante per la salivazione tanto quanto vuota e ambigua) e che noi vecchi credevamo di poter sconfiggere. Sono lieto che Andrea abbia poi sollevato la questione del folk-revival che peraltro è una delle tante varianti del rapporto tra musica colta o semi-colta e musica tradizionale popolare. È vero quanto sostiene: spesso il ricercatore accademico o cittadino ha influito con il suo carisma sulla volontà di recuperare tradizioni che i locali stavano dimenticando. Attenzione però, perché a volte, non raramente, quelle tradizioni non erano così tanto morte come quei ricercatori — come sempre affamati di reliquie per la loro fama di "ultimi a documentare qualcosa" — sostenevano. In particolare, nel nostro territorio, senza nulla togliere ai pregi di documentazione di chi tutti ben sappiamo, sono abbastanza convinto che avremmo comunque avuto un Bani, un Ferri, un Valla a raccogliere e trasmettere. Quanto poi al folk revival, i meriti di coloro che Andrea ha menzionato sono a mio avviso tutti nella ricerca e poco o punto nell'operazione culturale da essi compiuta sulla materia della tradizione, dove non intravvedo il minimo sforzo di conservare traccia della natura originaria di quel suono (pur con le mille elaborazioni e sperimentazioni lecite ed anzi auspicabili). Quel folk revival, di quegli anni, ha creato uno stereotipo pseudo-folclorico che purtroppo ha convinto un pubblico cittadino che la musica di tradizione è quella cosa lì, un po' stucchevole, vagamente medioevaleggiante, se non retorica ed enfatica. Per fortuna questa tendenza sembra in esaurimento, come dimostrano anche l'impegno di Marion e il CD di Francesco e Andrea che va in tutt'altra direzione.

Se volete dirci la vostra, possiamo continuare a ragionarci...

 


Video killed the piffero star : tradizione orale e documentazione digitale = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/orale.htm> : 2010.04 - 2010.05 -