Dove comincia l'Appennino

La Quarantina bianca

Storia di un recupero (1984-2004)


ragioni ; ricerca ; caratterizzazione ; descrizione ; coinvolgimento ; organizzazione ; promozione ; conclusione

una patata quarantina
Ricercando varietà tradizionali, ho dedicato la maggior parte del tempo alle varietà di patata: non ché delle patate mi importi qualcosa di più, né perché mi piacciano in modo particolare, ma, poche o tante, in Liguria le coltiva chiunque abbia un orto o un campo, e, perciò, con la scusa delle patate è facile parlare un po' con tutti.

In particolare mi sono interessato alla varietà che, fino alla metà del XX secolo, era tradizionalmente coltivata e autoriprodotta nell'entroterra di Genova, sui terrazzamenti e sui campi di montagna, e della quale avevo trovato testimonianza in ogni paese visitato. Molti la chiamavano quarantina. Ne avevo sentito parlare per la prima volta nel 1984, in quell'anno ne ho recuperato i primi tuberi; nel 1987 avevo reso pubblica una sua breve descrizione; alla fine del 1994, avevo proposto a un parco regionale un progetto per riprenderne la coltura; nel 1996 ho iniziato a moltiplicarla e a selezionarla, grazie alla collaborazione di amici e orticoltori; nel 1999 è sorto un comitato promotore per la sua valorizzazione e dopo pochi mesi è stato fondato il consorzio di tutela che oggi (2005) è arrivato al suo sesto anno di attività.

L'attività di recupero ha dato buoni risultati e, poco a poco, si sta traducendo in economia locale.


Ragioni

Le varietà tradizionali e locali possono permettere alle aziende familiari di provare a mantenere ed espandere spazi economici che non possono essere coperti dall'agricoltura industrializzata, legata a monocolture di varietà commerciali ad alto reddito. In questo senso, rappresentano un'occasione particolarmente importante, forse unica, soprattutto per le piccole aziende insediate in aree marginali o in montagna: quelle apparentemente destinate a uscire dal mercato, come in Liguria, dove la terra è poco produttiva ed è organizzata in terrazze strette, così strette che spesso non possono essere lavorate con le macchine

Le varietà locali di ortaggi, frutta, cereali, sono apprezzate come elementi di biodiversità o richiami di nostalgia, ma il loro valore va oltre questi aspetti e oltre il loro sapore e le loro caratteristiche culinarie. È valore identitario, ambientale, comunitario e -- in quanto riguarda la gestione delle risorse locali -- anche politico; un valore che non è affatto evidente e che, perché sia apprezzato e porti al riconoscimento di un giusto compenso per gli agricoltori, deve essere costruito e comunicato con cura.

in casa a Pentema / PF


Ricerca

Per cercare le varietà tradizionali bisogna muoversi a piedi, paese per paese, cascina per cascina, e non bisogna scoraggiarsi se dicono che sono scomparse: qualche volta sono solo "invisibili" allo sguardo e alla memoria. Ci vuole pazienza, gusto per l'ascolto e rispetto perché gli anziani se ne ricordino, le considerino degne di racconto e perché, se le conservano, le mostrino.

Di luogo in luogo, su indicazione di altri informatori o a caso, mi sono recato dai contadini che avevano visto l'ultima guerra, in cerca di notizie sulle varietà di una volta, delle quali ancora cinquanta o sessant'anni fa si conservava la semente da una generazione all'altra. Qualche volta l'incontro avveniva per strada, qualche volta ero invitato a entrare in casa, a parlare di fronte a un caffè o a un bicchiere di vino "del nostro".

E il copione si ripeteva con buona regolarità. Nel presentarmi dicevo: "sono un ricercatore", ma non è mai così chiaro cosa faccia un ricercatore; sapevo che, per poco o per tanto, mi toccava essere osservato con santa diffidenza, ché neppure è facile spiegare perché t'interessi di vecchie colture. Poi, terminate le presentazioni, le diffidenze e le cortesie di rito, emergevano lenti i nomi delle varietà, le loro caratteristiche, i modi della semina e della raccolta, i tempi delle rotazioni, come si riproduceva la semente e come si scambiava, ma anche qualche spiraglio sulla guerra e sul tempo prima della guerra, giù nell'imbuto della memoria fino ai ricordi d'infanzia.

Verso la fine dell'incontro, cavavo dalle tasche ciò che avevo trovato nei paesi vicini e, senza dire nulla, lo mostravo: se lo riconoscevano, riprendeva il racconto. E, se ancora non se n'era parlato, chiedevo notizie e ricordi sulla Quarantina.

Così ho fatto all'inizio delle mie ricerche e di nuovo dieci anni più tardi, quando, per un paio di inverni, tra il 1996 e il 1998, ho girato con tre patate in tasca, e alcuni fagioli, qualche spiga di grano, una pannocchia di mais Ottofile, una mela e una piccola rapa.

Le testimonianze ascoltate in un centinaio di località dell'entroterra genovese hanno permesso di misurare la diffusione della Quarantina nel tempo e sul territorio, e di raccogliere informazioni sulla sua coltura e la sua diffusione. Le testimonianze sono state raccolte durante colloqui individuali o di gruppo, talvolta concordati su appuntamento, spesso estemporanei, senza registratore né videocamera. Quasi tutti gli informatori hanno parlato in lingua Genovese.

Ai più anziani chiedevo dove, un tempo, prendessero le patate da riseminare: di solito, mi indirizzavano a una località più elevata, distante pochi chilometri; poi, da lì, c'era chi mi rimandava ancora più in alto. Alla fine arrivavo intorno a 800/1000 metri di quota, dove ricordavano che le patate le riproducevano da soli, le scambiavano tra loro o con i contadini della montagna accanto. In dieci di queste località avevo anche trovato qualche presunta Quarantina: tuberi piccoli e in parte deformati, ancora coltivati per uso di famiglia. Era l'ottobre del 1996 quando ne ho presi cinque per ciascuna di quelle dieci località e, su e giù per i paesi dell'entroterra, li ho mostrati agli anziani che avevo già incontrato, con la richiesta di indicare quali fossero le più somiglianti a quelle che ricordavano "prima della guerra", per forma, colore e occhi. Alcuni tuberi sono stati riconosciuti da tutti i testimoni ascoltati. Da qui è ripartita la propagazione.


Caratterizzazione

stand del Consorzio Il riconoscimento di una varietà locale chiede cautela, non solo perché diversi nomi locali possono riferirsi alla medesima varietà, ma anche, al contrario, perché varietà differenti sono chiamate con il medesimo nome. Per Giacumin di Vobbia le stesse quarantine coltivate a Croce, Pentema e Montoggio, paesi a pochi chilometri l'uno dall'altro, sono varietà del tutto diverse che lui chiama con nomi diversi, e non so come faccia ma lui le distingue! Per la Rina di Montefreddo le quarantine e le prugnone sono la stessa varietà di patata, e non serve farle notare che la buccia e il fiore sono di colore diverso: lei concede che, sì, è vero ma poi ribadisce che "sun a meéxima cosa" (sono la stessa cosa) e senza distinguerle le chiama con lo stesso nome. Le classificazioni popolari non sono quelle della scienza, ma di queste non sono né meno vere né meno rigorose, se grazie a loro la gente riesce a orientarsi utilmente. Giacumin e la Rina hanno ragione come Linneo.

Tra il 1996 e il 1998 ho segnato la linea di confine tra i paesi dove riconoscevano la Quarantina e quelli, anche poco distanti dai primi, nei quali non la riconoscevano come propria o non la riconoscevano affatto. Più tardi mi sono accorto con stupore che l'area tradizionale di produzione corrisponde pressappoco a quella di diffusione della lingua genovese, nelle sue molte declinazioni locali, e in alcune valli corrisponde bene al territorio dello scambio matrimoniale: quello segnato dal passaggio delle donne che, da un versante all'altro dei monti, portavano con sé la loro lingua -- la lingua madre -- e a volte anche le varietà di casa.

Per descrivere la Quarantina -- la crescita e il portamento della pianta, l'aspetto e la forma dei tuberi -- tra i molti descrittori proposti dagli agronomi che ora collaborano con il Consorzio, usiamo e divulghiamo solo quelli che i coltivatori hanno riconosciuto e capito, e per questo a noi già sembrano sufficienti per distinguere la varietà.

Oggi nelle facoltà scientifiche e da parte degli istituti di ricerca è incoraggiata l'analisi genetica con i marcatori molecolari: richiede laboratori, attrezzature e specialisti, costa molto ma può essere eseguita, letta e capita da pochi; senz'altro serve a chi la fa finanziare e a chi la esegue, ma ai contadini per cosa serve?

Il migliore uso in cucina della Quarantina è stato riconosciuto dai ristoratori locali che, durante una serata, l'hanno assaggiata nei piatti ricordati e suggeriti dagli anziani, confrontandola "alla cieca" con altre 4 varietà commerciali: per raccontarne il sapore, non ci siamo curati del parere di chi, provenendo da altre regioni, non ha educato il proprio gusto alla consuetudine locale.


Descrizione semplice della Quarantina bianca

Patata semiprecoce: si semina dal Venerdì santo, nelle terrazze a mezza costa, fino ai primi di giugno, oltre i 1000 metri di quota, e si raccoglie dopo 120 o 130 giorni; tubero tondo/tondo-ovale, di forma leggermente irregolare con occhi medio-profondi e rosa nel tubero giovane; buccia liscia chiara; pasta bianca di grana fine; germoglio cilindrico con la base da rosa a viola. La pianta è eretta, con stelo medio-sottile, foglia aperta e fiore bianco; la sua resa ottimale è 1:10, ma si riduce nei terreni pesanti, a bassa quota e nelle aree umide.

Il suo sapore è delicato e gradevole, e ricorda la castagna. La pasta è mediamente consistente e regge abbastanza bene la cottura, senza disfarsi rapidamente; è adatta per tutti gli usi, ottima per fare gnocchi, con le trenette al pesto o in umido con lo stoccafisso. Mantenuta al fresco, si conserva a lungo.

"Quarantino" è un aggettivo generico riferito a molte specie di ortaggi e cereali, usato per sottolineare la brevità del ciclo delle colture da montagna. La Quarantina bianca è conosciuta nella zona di produzione anche attraverso numerosi sinonimi locali: quarantina (in lingua locale quaantiŋŋa o quarantiŋŋa), bianca di Torriglia, bianca dagli occhi rossi, oppure con l'aggettivo bianca associato a un toponimo locale (tra i più comuni: bianca dei Casoni, in val d'Aveto; delle Capanne, nelle valli Lemme e Stura; di Grondana, in alta val di Taro; di Montoggio, in valle Scrivia; di Reppia, in val Graveglia).

Nel Genovesato la Quarantina bianca è ricordata "da sempre" -- cioè, da un tempo che precede l'orizzonte della memoria locale -- ed è considerata la più antica e la più buona tra le varietà locali. Ne hanno parlato tutti i testimoni incontrati durante la ricerca. Le testimonianze orali rinviano agli anni 1880; fino agli anni 1960 era diffusa in quasi tutta la provincia di Genova e nelle immediate vicinanze, dalla valle Stura alla val d'Aveto, sopra i 300/400 metri di quota; intorno al 1990 ne restava una minima produzione, fatta solo per uso familiare in pochi villaggi che si trovano oltre 800 metri di quota.


Coinvolgimento

Tra il 1998 e il 1999, nelle località e nelle valli dove erano state svolte le ricerche, sono state organizzate decine di incontri per parlare della Quarantina e proporre la ripresa della sua coltivazione.

rustico con copertura tradizionale in paglia alle Serre di Pentema / PF L'obiezione più frequente posta dagli agricoltori riguardava la scarsa produttività della varietà, considerata ormai degenerata: così era necessario spiegare il rapporto tra la bassa resa e le virosi portate dai pidocchi; proporre, con cautela, l'adozione di pratiche colturali dimenticate (come la rotazione delle colture) che possono migliorare la produttività; segnalare l'esistenza di tecniche di risanamento dei tuberi; progettare un percorso di valorizzazione mostrandone i possibili vantaggi economici.

Fra perplessità e moderati entusiasmi è stata tessuta una rete di consenso e collaborazione tra giovani produttori; nel corso di tre assemblee è stato deciso un nome unico per comunicare commercialmente la varietà (Quarantina bianca genovese), superando i molti nomi locali; nel 1999 si è deciso di dare vita a un comitato promotore con l'obiettivo di coinvolgere anche associazioni culturali e di categoria, ristoratori, commercianti ed enti locali, per estendere il coinvolgimento intorno al progetto di recupero.

Costruire il consenso tra gli agricoltori prima di rivolgersi agli enti locali e alle istituzioni è stata una felice intuizione. Molte volte accade il contrario: si fanno progetti di recupero varietale e si vendono agli enti locali, dimenticando di coinvolgere chi di quelle varietà è titolare -- le comunità locali e i contadini -- e di mediare con loro obiettivi e strategie. Con il risultato che quel progetto rischierà di servire solo ai progettisti, ai consulenti, alle università, o ai politici che se ne faranno ornamento, ma non alla gente.

Coinvolgere la gente richiede concertazione, superamento delle diffidenze e l'adozione di strategie partecipative: fare questo non è facile, ma quando ci si riesce il progetto acquista la forza del consenso, e allora saranno le stesse istituzioni che chiederanno di essere coinvolte perché hanno bisogno della gente e del loro consenso (più di quanto la gente, che non lo sa, abbia bisogno di loro) che, in democrazia, è fonte di legittimità.


Organizzazione

stand del Consorzio Il 15 aprile 2000 è stato costituito il Consorzio di Tutela per volontà di 20 agricoltori, aperto a chi, nel Genovesato, coltiva o alleva varietà o razze tradizionali [dal 20067 convertito in associazione]. Ai consorziati è chiesto il rispetto delle regole comuni, dei criteri di qualità e dei prezzi stabiliti, di versare la quota annua di adesione e quella sul seminato, di dichiarare le semine e i raccolti, di accettare i controlli sulla coltivazione e sul prodotto.

Solo gli agricoltori possono prendere decisioni intorno al Consorzio: concordano lo statuto, il regolamento, i disciplinari di produzione, le norme di qualificazione commerciale dei prodotti e i loro prezzi annuali; al loro interno è eletto un consiglio direttivo e il presidente del Consorzio. Le attività sono coordinate da un direttore; inoltre esiste un "garante di conciliazione" esterno al Consorzio e gradito a tutti i produttori. Il garante, applicando le regole e il buon senso, scioglie le eventuali vertenze che riguardino i produttori e il Consorzio, le sue decisioni, per statuto, devono essere accettate da tutti. Non abbiamo soldi da sciupare in avvocati.

Una varietà agricola si recupera davvero solo se c'è chi la "mangia": allora per la buona riuscita dell'azione di recupero è stato importante coinvolgere negozianti e ristoratori in un patto di mutuo sostegno con i coltivatori che suona, più o meno, così: "voi vi impegnate ad acquistare le quarantine alle nostre condizioni, noi vi riconosciamo la precedenza sull'acquisto, leghiamo il vostro nome all'iniziativa e lo comunichiamo pubblicamente". I negozianti e i ristoratori che si affiliano al Consorzio acquistano il prodotto al prezzo e con le confezioni stabilite; pagano una quota annuale, devono esporre visibilmente la tabella del Consorzio e sono invitati a visitare almeno un'azienda per potere comunicare ai propri clienti, insieme con il prodotto, i valori ambientali e sociali che a esso sono legati, un luogo, un paesaggio, il viso e le parole di un agricoltore. I negozianti sono anche incoraggiati a scrivere sul cartellino dei prezzi esposto al pubblico il costo al quale il prodotto è stato pagato agli agricoltori.

Non diamo prodotto ai supermercati, ai mediatori e alla grande distribuzione, perché vogliamo che sia comunicato da qualcuno che ci conosce personalmente, ma anche perché riteniamo che la crescente diffusione dei supermercati contribuisca a causare la progressiva chiusura delle botteghe nei paesi, la cui persistenza -- così come la coltivazione delle varietà tradizionali -- aiuta a mantenere in vita la montagna: anche nella permanenza delle botteghe passa il confine tra la vivibilità e l'invivibilità di un paese. Inoltre, per noi sarebbe rischioso e poco saggio legarci alla grande distribuzione: chi è molto piccolo dovrebbe evitare di mettersi nelle mani di chi è molto grande, perché basta un cambio di strategia commerciale per finire "strozzati" o senza mercato; perciò preferiamo avere venti negozi che comprano poco piuttosto che un solo negozio che compri per venti.

Con la nascita del Consorzio, dieci esercizi commerciali tra negozi e ristoranti si sono affiliati pagando una quota annua e impegnandosi ad acquistare il prodotto dei coltivatori al prezzo stabilito dal Consorzio; oggi gli affiliati sono più di venti e altri chiedono di aderire, ma ogni anno ne accettiamo pochi, in numero proporzionale alla crescita della produzione.

Il Consorzio fa eseguire ogni anno due controlli: uno durante la coltivazione, a cura di un agronomo, e l'altro dopo la raccolta, a cura del direttore o di un altro agricoltore consorziato; garantisce assistenza tecnica e agronomica ai produttori; mete in contatto gli affiliati con gli agricoltori, i quali curano direttamente la commercializzazione del proprio prodotto senza farsi reciprocamente concorrenza.

I produttori del Consorzio sono assistiti da due agronomi ai quali possono ricorrere per telefono, posta elettronica o chiedendo la visita in azienda: le spese di trasferta degli agronomi sono coperte dal Consorzio.

Attraverso le visite tecniche e gli incontri locali di informazione, gli agricoltori sono incoraggiati ad adottare buone pratiche di coltivazione (rotazione del terreno, lavorazione profonda prima della semina, pregermogliazione dei tuberi, ampia rincalzatura, diserbo meccanico o manuale, irrigazione quando sia necessario). A chi fa produzione di tuberi da propagazione è richiesto di seminare solo tuberi interi obiettivamente sani, a oltre 800/1000 metri di altezza, di interrompere la crescita vegetativa al tempo della fioritura, di eliminare le piante (in campo) e i tuberi (prima della semina) che presentano evidenti segni di malattia, corruzione o degenerazione varietale.

Il disciplinare di produzione scelto dai coltivatori prevede la rinuncia ai trattamenti con prodotti tossici e nocivi, ai diserbanti, a trattamenti e prodotti antigermoglianti, e definisce le caratteristiche e la dimensione minima delle patate commerciabili. La separazione delle colture da propagazione da quelle per il consumo e l'adozione di semplici pratiche colturali -- ignorate o dimenticate dalla maggior parte degli agricoltori -- hanno permesso in 5 anni di migliorare sensibilmente la pezzatura e la qualità dei tuberi e di raddoppiare la produzione commerciabile, passando da una resa media di 1:4 a 1:8, con punte superiori a 1:10.

Alcuni coltivatori volontariamente hanno adottato il disciplinare di produzione biologica, facendosi certificare oppure auto-dichiarando i trattamenti eseguiti. Noi non incoraggiamo nessuno a farsi certificare, ritenendo che ognuno abbia il diritto di dire pubblicamente ciò che fa e di essere creduto fino a prova contraria e sotto rischio di denuncia in caso di dichiarazione falsa e ingannevole. Inoltre non chiediamo denominazioni di origine: sul mercato locale -- quello che ci interessa e sollecitiamo -- crediamo che non servano e che, anzi, possano avere effetti negativi sui piccoli produttori e sul prezzo del prodotto.

Le entrate, formate dalle quote, servono a coprire le spese fiscali e il lavoro del commercialista e degli agronomi. Attività e contatti sono seguiti di persona, per telefono o posta elettronica: non sono previste spese né per sedi operative né per impiegati. Il lavoro di coordinamento e segreteria è svolto in regime di volontariato, con rimborso delle spese sostenute.

Dal 2003, oltre alla Quarantina, il Consorzio tutela altre varietà locali di patata (Cannellina nera, Morella, Prugnona); negli ultimi due anni abbiamo provato a prenderci cura anche di due varietà di fagiolo di Spagna (Fagiolata bianca di Figino e Faxoella quarantina), della farina di castagne del Genovesato seccate a fuoco (con gran parte di questa farina una birreria artigianale locale ha prodotto una birra aromatizzata), e dei formaggi fatti con latte crudo di due razze bovine tradizionali (Bruna e Cabannina). Con il tempo e con l'impegno di tutti gli agricoltori, l'elenco dei prodotti potrà crescere.


Promozione

stand del Consorzio La strategia promozionale è stata mediata con i produttori e non è stata guidata da consulenti esterni né da altre organizzazioni.

Prima sono stati decisi un logo e un'immagine comune (stessa scritta, con gli stessi caratteri, sullo stesso sfondo, dello stesso colore) per tutte le forme con le quali il Consorzio si presenta: la carta intestata, le etichette, il sito su Internet <www.quarantina.it>, i sacchetti ecc. Come logo è stata scelta un'immagine della Quarantina, senza deformazioni, caricature, né vignette: una patata è una patata e basta.

Logo e nome del Consorzio sono protetti come marchio collettivo.

Ai negozianti affiliati, oppure ai consumatori in azienda e nei mercatini locali, le patate sono vendute in confezioni da 2 kg, nelle borse di carta fornite dal Consorzio: non sono previste confezioni diverse; ai soli ristoratori affiliati sono liberamente vendute in sacchi o in cassette.

La borsa di carta reca, sul fronte, il logo del Consorzio e, sul retro:

Le borse di carta, le etichette, i pieghevoli e ogni altro supporto promozionale, per scelta condivisa con i produttori, sono state studiate per dare indicazioni schiette ed evitare ammiccamenti alla nostalgia, riferimenti al passato, sentimentalismi, espressioni evocative o folkloriche. Forse è giunto il tempo di trattare i consumatori come adulti da informare, non come bambini da suggestionare.

Le borse sono chiuse da sigilli numerati progressivamente. Borse e sigilli sono forniti dal Consorzio dopo la visita di controllo successiva al raccolto, in base alla quantità di prodotto che l'agricoltore decide di destinare alla vendita diretta o ai negozi.

In numerosi articoli comparsi dal 1998 sulla stampa locale e nazionale, divulgativa o specialistica, e in un libro pubblicato dal Consorzio, è stato raccontato il valore della Quarantina -- e, più in generale, delle varietà locali e tradizionali -- intesa, al di là del suo buon sapore, come documento di storia locale, testimonianza di tradizione e deposito di saperi, e quali vantaggi per l'ambiente e il paesaggio abbia comportato la ripresa della sua coltivazione. Se sulla montagna la gente ci abita e ci lavora -- e le varietà locali sono una possibilità economica perché possa farlo in modo non assistito -- quella montagna è mantenuta viva e quando piove la terra non frana a valle e non scivola verso il mare. La Quarantina rende mediamente 100 quintali (10.000 Kg) a ettaro (10.000 metri quadrati): dunque, 1 Kg di prodotto significa il mantenimento di 1 mq di terra. Con la stessa argomentazione si può osservare che a 1 litro di birra fatta con la farina di castagne seccate a fuoco nelle nostre aziende corrisponde 1 mq di bosco (per produrre 5.000 litri di birra alla castagna occorrono 150 kg di farina che corrispondono a 5.000 mq di castagneto: dunque, a ogni litro di birra corrisponde un metro quadrato di bosco), che per ogni vacca lasciata libera sui nostri monti vive un ettaro di pascolo e uno di prato, e via di seguito.

Qualcuno potrebbe avere la tentazione di aggiungere che chi vive in città e consuma quei prodotti aiuta gli agricoltori a restare in montagna. In realtà, è vero il contrario: sono i coltivatori che, grazie a quei prodotti, aiutano chi vive in città, perché ogni metro quadrato di bosco curato, ogni metro quadrato di terra coltivata, corrispondono a un metro quadrato di territorio che, quando pioverà, non franerà e non scivolerà a valle, non contribuirà a generare alluvioni e quel disastro idrogeologico che da cinquant'anni erode l'Italia e porta distruzione e lutti.

Così la terra è mantenuta viva, grazie al lavoro produttivo della gente che la abita, più di quanto possano fare molti programmi di recupero del territorio o interventi di ingegneria ambientale. Non è la terra che fa vivere i prodotti, ma il contrario, perché dove gli agricoltori non lavorano più la terra c'è solo abbandono e degrado, oltreché perdita di diversità!

stand del Consorzio Da quattro anni, ai produttori, agli affiliati, ai nostri sostenitori e, più in generale, a chi è interessato alle attività che ruotano intorno alla nostra iniziativa, viene inviato "Notizie dal Consorzio", un bollettino bimestrale di informazione e aggiornamento che è, soprattutto, uno strumento per condividere fra produttori lontani il senso di un'iniziativa comune Il prezzo del prodotto è discusso dall'assemblea, ed è fissato secondo il criterio del "giusto prezzo", considerando i costi vivi, le ore di lavoro moltiplicate per un valore orario concordato e dividendo tutto per il prodotto medio raccolto. Questo calcolo è stato comunicato pubblicamente, perché si sappia che il prezzo imposto non nasce né da un capriccio né da un calcolo scaltro, ma da un ragionamento, e che, riconoscendo dignità al tempo di lavoro dei contadini, ha un fondamento etico. Una volta deciso, il prezzo resta fisso per l'intero anno e vincola tutti i produttori.

La comunicazione promozionale dei prodotti locali è cosa troppo delicata per lasciarla ad agenzie esterne e a professionisti del marketing. Ogni strategia deve coinvolgere i produttori e essere tra loro mediata, tenendo conto che ogni forma di pubblicità, diretta o indiretta, va calibrata sulla reale produzione in modo che la domanda stimolata non sia mai troppo superiore all'offerta effettiva. Per questo motivo rinunciamo a partecipare a trasmissioni televisive, evitiamo le campagne di immagine dirompenti e potenzialmente erosive, non aderiamo alle iniziative promozionali di Slow food: non sentiamo il bisogno di essere "presidiati", né ci piace che altri possano vantare il merito di avere "salvato" ciò che solo i contadini hanno saputo conservare, nel tempo e con discrezione. Comunque, non amiamo sciupare soldi in pubblicità, in consulenti dell'immagine né in agenzie di comunicazione, e preferiamo che neppure altri -- gli enti pubblici che ci hanno offerto sostegno -- li sciupino così per noi.

Organizzare un consorzio su una varietà che non semina più nessuno è una scommessa, e quando lo si fa con i contadini della montagna c'è da temere che la scommessa sia già persa in partenza.

Perché è gente difficile, gente diffidente, refrattari alle novità; furbi, ingenui e sinceri; inclini al mugugno, fatalisti, grandi solisti; litigano con i vicini anche per le pietre; non sanno lavorare in squadra, non conoscono la cooperazione; isolati per vocazione e per destino su una montagna che sempre più appare un grande e desolato ospizio, di paesi dove nelle sere di inverno da lontano non conti più che tre fili di fumo; vivono di pensioni e contributi, si credono condannati all'estinzione.

A gente così come gli parli di "fare insieme" e di "spirito imprenditoriale"? Come gli dici che sulla montagna si può fare economia sulla qualità, senza diventare presepio vivente, senza farsi il museo addosso, senza dare spettacoli estivi da riserva indiana per i cittadini afflitti dalla nostalgia per ciò che non hanno neppure conosciuto?


Conclusione

Ho provato a raccontare come intorno a una patata si è cercato di tradurre i pensieri in attività e i valori in economia, e come il parlare di varietà e prodotti non sia servito per far chiocciare i dotti e non sia stato solo materia per convegni e per altre forme di intrattenimento.

Non è facile per nessuno sporcare di terra le parole sull'agricoltura: questo è il tempo della comunicazione, è la civiltà dell'immagine, dove le parole bastano a sé stesse e qualche volta parla di più chi meno sa; così penso a chi predica il "ritorno" alla terra e a quei cittadini scolarizzati come me che, quando vanno a vivere in campagna, li riconosci facilmente perché sono quelli che fanno la lezione agli altri.

Un po' moralisti, un po' millenaristi, a volte teorizzano il "ritorno" alla terra anche se ci vanno a vivere per la prima volta. Parlano con sicurezza di agricoltura biologica, biodinamica, sinergica o del non-fare; parlano di permacoltura, di orti circolari o a spirale; cercano le "antiche" varietà, anche se ancora non hanno provato a zappare un orto; e appena lo fanno già si sentono contadini.

Va tutto bene. Ognuno fa ciò che può e ciò che sa. E va bene provare a coltivare, e se si riesce a raccogliere qualcosa è meglio. Ma, prima di tutto, bisognerebbe imparare a coltivare il silenzio e, sopratutto, il rispetto e l'ascolto per chi il contadino lo fa davvero, e di agricoltura deve vivere, anche se i suoi metodi non sono biologici, né sinergici, né olistici, né naturali.

Così, ragionando sulle parole disincarnate e a quelle che qualche volta vestono il nulla, penso alle risorse spese ogni giorno per progettisti, studiosi e consulenti che, in nome dell'agricoltura locale, della biodiversità e del recupero delle terre marginali, trasformano il denaro pubblico in progetti che spesso non sono altro che esercitazioni letterarie, carta.

Massimo Angelini
Da
Varietà tradizionali, prodotti locali ed esperienze = L'Ecologist italiano. 1: 2005. 3. p 230-275


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