Dove comincia l'Appennino

I riti calendariali


l'Epifania ; Sant'Antonio abate ; la Candelora ; la luna e i suoi animali mitici ; il Carnevale ; Quaresima e la sira di dizàster ; la Pasqua ; le Rogazioni ; San Giovanni e l'estate ; novembre ; Santa Lucia e Natale


Nella cultura tradizionale, il ciclo dell'anno è segnato da una precisa serie di ricorrenze e rituali sacri con forti connotazioni profane. Nel contesto modernizzato di oggi la loro comprensione ci è più difficile, e spesso non sospettiamo le loro antiche origini e i profondi significati che portano con sé. In questa pagina passiamo in rassegna le principali ricorrenze del calendario contadino con l'aiuto delle testimonianze di alcuni anziani, raccolte nel corso di una ricerca in alta val Tidone.


L'Epifania

L'Epifania è la conclusione del ciclo delle feste natalizie. In questa notte si attendevano i Re Magi oppure la Befana.

Prima che si affermasse l'usanza dei regali portati ai bambini a Natale, erano i Re Magi a portare i doni, in ricordo di quelli offerti a Gesù. Successivamente si è avuto uno sdoppiamento: Gesù Bambino (soppiantato poi da Santa Claus o Babbo Natale, figura di origine nordica) diventò il portatore di regali importanti mentre la Befana, una figura anomala e non inquadrabile nella tradizione cristiana, portava regali piccoli e umili.

La Befana è una vecchietta povera che dispensa semplici alimenti (frutta secca e fresca, torroncini, caramelle) a chi si è comportato bene, mentre punisce con il carbone i bambini poco ubbidienti. Questa vecchia misteriosa, che appare la dodicesima notte dopo Natale, alla fine del periodo di transizione tra l'anno vecchio e quello nuovo, non ha nulla a che fare con l'Epifania ossia con l'arrivo dei Re Magi che portarono i doni tradizionali a Gesù.

Epifania infatti significa "manifestazione" in quanto Dio si è rivelato agli uomini attraverso suo figlio. Il suo nome è stato un'elisione dal latino epiphania, passato a pifania, poi bifania, befania ed infine Befana: tentativo evidente di cristianizzare l'inquietante personaggio [A. Cattabiani, Calendario, Mondadori, Milano 2003].

La Befana è stata interpretata come l'immagine di Madre Natura che, giunta alla fine dell'anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una vecchietta e prima di morire offre piccoli doni, che simboleggiano i semi grazie ai quali riapparirà giovane e splendente in primavera. Secondo un'altra interpretazione, la Befana sarebbe la manifestazione degli antenati di ogni famiglia. Il suo arrivo segna simbolicamente il rapporto tra il mondo dei bambini e quello degli antenati, depositari della tradizione.

Tra i doni che la Befana porta vi era la frutta secca che aveva un valore sacro, infatti nel mondo romano era considerato un dono di buon auspicio. Il carbone invece, oltre ad essere il simbolo di un'energia latente, era considerato anche un amuleto che aiutava a scacciare malanni e disgrazie.

Gli informatori con cui abbiamo parlato aspettavano chi la Befana, chi i Re Magi. I regali erano umili, adeguati al tempo di povertà dell'epoca ma tanto apprezzati dai bambini di allora.

«Noi aspettavamo i Re Magi. Mettevamo appese le calze al camino. Allora nevicava tanto, a una certa ora arrivava mia nonna e ci chiamava: "Arrivano i Re Magi!". Noi li sentivamo davvero. Volevamo andarli a vedere, ma mia nonna ci diceva "Se li vedete poi loro spariscono". Così ci portavano un po' di pere secche, prugne e torroncini.»
«Mettevamo fuori le scarpe ben lustrate. I regali che ci lasciavano i Re Magi erano uva secca e mandarini. Che lusso i mandarini! Tanti dicevano che i Re Magi passavano con dei cavalloni e vedevano chi era bravo e cattivo.»
«Aspettavamo la Befana. Il mio güdass [padrino] mi portava un cioccolatino, altrimenti on franc. Mia madre mi metteva nella calza il carbone della stufa.»
«Mettevamo fuori gli stivaletti, così ci stavano dentro più cose. Li portavamo da mia nonna perché la Befana passava di lì. Il giorno dopo trovavamo dentro i mandarini e un cioccolato. A volte anche un dollaro, perché lei era stata in America»
«Noi aspettavamo la Befana. Mettevamo fuori una calza, il giorno dopo trovavamo un arancio e una caramella, mai il carbone!»


Sant'Antonio abate: 17 gennaio

La festa di Sant'Antonio è il giorno della benedizione degli animali, cade il 17 gennaio (giorno presunto della sua morte) ed è un primo esempio di festa cristiana "contaminata", ossia intrisa di forti elementi legati alle tradizioni pre-cristiane.

Sant'Antonio è realmente esistito: visse in Egitto tra il 250 e il 356 d.C. Eremita, uomo di preghiera e "direttore" di anime, lottò contro i demoni tentatori e tormentatori. Nell'immaginario popolare sarebbe il padrone del fuoco, compreso il fastidioso herpes zoster, custode dell'inferno e ingannatore di diavoli, ai quali riuscirebbe a sottrarre alcune anime non degne delle fiamme eterne. L'iconografia popolare lo vuole ritratto con ai piedi un maialino. Sant'Antonio fu identificato anche come il patrono dei fabbricanti di spazzole, i quali utilizzavano le setole di maiale per fabbricare i propri prodotti.

Tutti gli elementi citati mostrano come le leggende e le usanze connesse alla sua festa poco hanno a che fare con la sua figura storica: esse dipendono infatti sia dalla sua collocazione calendariale nel periodo che conduce all'equinozio primaverile, sia dal substrato precristiano in cui si è formata la sua figura.

Nella Roma Antica molte cerimonie agricole legate alla lustrazione dei campi e alla purificazione degli animali erano concentrate nel mese di gennaio. Inoltre il maialino era un attributo della Grande Madre Cerere (dea romana legata al culto della Dea Madre). La studiosa Margarethe Riemschneider ha tuttavia osservato come il maialino in origine fosse un cinghiale. Il cinghiale era l'attributo di un dio celtico rappresentato da un giovane che portava in braccio l'animale. Questo dio-cinghiale era il simbolo di Lug, dio della morte e della resurrezione, protettore degli inferi, colui che risorgeva ogni anno assicurando il ritorno della primavera. Era il garante della fecondità e di nuova vita, era il figlio della Grande Madre celtica cui erano consacrati i cinghiali e i maiali, proprio come a Cerere.

Si può concludere allora che, come è avvenuto spesso nel primo cristianesimo, i Celti convertiti trasferirono gli attributi di Lug in sant'Antonio, le cui reliquie giunsero proprio dalla Francia, la loro terra. Nel processo di cristianizzazione della sua funzione, a sant'Antonio furono così attribuite le caratteristiche di custode dell'inferno, colui che poteva strappare le anime dalla dannazione degli inferi, padrone del fuoco, patrono dei fabbricanti di spazzole, proprio per questo intreccio fra religiosità pagana e cristiana.

I riti legati al culto di sant'Antonio erano molto importanti e particolarmente sentiti poichè il santo era il principale protettore degli animali, componenti indispensabili dell'economia rurale. Il 17 gennaio ci si recava con gli animali (i buoi, le mucche, i cavalli, le galline, ecc) fuori dal sagrato della chiesa per esporli alla benedizione del sacerdote. A Zavattarello ci si recava davanti alla Chiesa di San Rocco, dove è collocata una statua del santo.

«Nel pomeriggio tutti gli animali venivano adunati e benedetti davanti a San Rocco. Chi non poteva portare tutte le bestie, perché allora ce ne erano tante, lasciavano aperte le porte delle stalle perché la benedizione "passa i sette muri". C'era inoltre l'usanza di portare alcuni doni a sant'Antonio, sotto alla sua statua. In particolare, le donne facevano dei maialini con il burro.»
«Mio padre era carrettiere. Il compito di noi bambini era di lustrare tutti i finimenti dei cavalli e i loro zoccoli. Li portavamo in piazza a Zavattarello, davanti a San Rocco, per farli benedire, con gli zoccoli tutti lucidi e puliti. Le donne preparavano i maialini di burro come offerta al santo e li mettevano sotto alla sua statua.»

Le donne preparavano i doni con cura per propiziarsi il santo affinché "le bestie stessero bene". Un piatto tipico di questo giorno di festa era la minestra con le castagne secche oppure riso e castagne. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il rito di portare gli animali davanti alla chiesa di san Rocco fu interrotto.

«Il parroco passava dopo Sant'Antonio a benedire le stalle. Nelle stalle c'era sempre un'immagine del santo. Prima invece portavano tutte le bestie fuori dalla chiesa di San Rocco.»
«Il prete veniva direttamente a benedire nella stalla. Io mi ricordo la messa a San Paolo, non a San Rocco.»


La Candelora

La Candelora cade il 2 febbraio. Il mese in questione era nella Roma antica un periodo di passaggio dall'anno vecchio a quello nuovo in cui venivano celebrati, dopo i Saturnali, riti di purificazione per propiziare il cammino verso il rinnovamento primaverile. Macrobio spiega l'etimologia di febbraio con februare che in latino significa appunto purificare, espiare.

Nella liturgia cristiana, originariamente questa ricorrenza coincideva con la presentazione di Gesù al tempio. Secondo la legge ebraica, la presentazione del primogenito al tempio e la purificazione rituale della madre dovevano avvenire quaranta giorni dopo il parto. Essendo stata fissata la nascita del messia il 25 dicembre, il 2 febbraio coincise con la presentazione del Signore al tempio. Successivamente, sempre nell'ottica di eliminare riti e simboli pre-cristiani, venne sostituita con la festa della Purificazione della Madonna, che ricorda la sottomissione di Maria alla legge ebraica.

Questo tipo di rito avveniva ancora nelle campagne; due nostre informatrici se lo ricordano così:

«Quando una donna partoriva non poteva entrare in chiesa finchè non le era stato tolto il parto [elvà el part]. Durante il battesimo la donna aspettava sull'uscio della chiesa, il prete arrivava, la benediva e la accompagnava in chiesa. Così gli si toglieva il parto e si poteva entrare in chiesa.»
«Dopo il parto, nella quarantena si usava togliere il parto. Si entrava in chiesa e il prete ci dava una candela (un cero grande), diceva le sue orazioni e dopo potevamo entrare in chiesa. Nella quarantena non si dovevano fare lavori pesanti e bisognava stare attente nel mangiare. Questa usanza si è persa dopo la guerra.»

Con la recente riforma liturgica la Chiesa ha reintrodotto il 2 febbraio nelle feste dedicate al Cristo, ritornando al suo significato originario. È detta Candelora poiché durante la funzione vengono benedette le candele. Nel nostro territorio queste non venivano subito consegnate ai fedeli, ma conservate e distribuite durante la benedizione delle case.

«Si benedivano le candele che poi venivano distribuite durante la benedizione delle case dopo Pasqua e venivano ricambiate con un uovo.»
«Alla Candelora c'era la benedizione delle candele. Queste candele le portava il prete quando veniva dopo Pasqua a benedire le case.»

La Candelora aveva però anche un'altra funzione fondamentale per i contadini: in questo giorno essi prevedevano il tempo primaverile.

Con la Candelora
dall'inverno siamo fuora,
piova o fa al sul
quaranta dì j'enan incù

ossia mancano ancora quaranta giorni all'equinozio di primavera. Ma esisteva anche un altro detto legato alla figura del tasso.


La luna e i suoi animali mitici

La luna nel mondo contadino era il vero e il più importante orologio naturale delle campagne. I contadini, osservando le lunazioni, sapevano quando era il momento esatto per seminare ed avere un buon raccolto, per tagliare le piante affinché non si tarlassero, per imbottigliare il vino, per innestare. Il calendario contadino dei lavori era organizzato in base alla luna, era un aiuto per capire meglio il presente e prevedere, per quanto possibile, il futuro [P. Grimaldi, Il calendario rituale contadino, Franco Angeli, Milano 1993].

«Il taglio dei legni per gli attrezzi veniva fatto ad agosto nella luna vecchia: la pianta tagliata ad agosto non si piega e non fa i carù [le tarme].»

La luna, a differenza del sole che è sempre uguale a sé stesso, è un astro che cresce, cala e sparisce. La sua vita è soggetta alla legge universale del divenire, della nascita e della morte, una similitudine con quella dell'uomo. Ma dopo la morte esiste la rinascita: la luna nuova. La scomparsa della luna non è mai definitiva, è ciclica, rinasce della propria sostanza in virtù del suo destino [Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1976].

Questa periodicità senza fine fa sì che la luna sia per eccellenza l'astro dei ritmi della vita, colei che influenza le acque, la pioggia, la vegetazione e la fertilità. Osservandola il contadino poteva avere un sostegno per organizzare l'anno agrario, prevedendo il tempo. Un complesso sistema magico-religioso fu elaborato come risposta all'incapacità di dominare gli eventi.

Nel mondo dell'immaginario contadino, a causa di questo rapporto complesso con la luna, alcuni animali ne diventarono i simboli o le presenze grazie alla loro forma o al loro modo di essere. Il tasso si rintana di giorno e ricompare di notte; l'orso si rende invisibile in inverno e riappare in primavera; la lumaca appare e scompare nella sua conchiglia; la rana si gonfia, affonda e riappare alla superficie delle acque; il serpente sparisce e riappare. Un nostro informatore ricorda:

«Se il 2 febbraio c'era il sole voleva dire che sarebbe piovuto o nevicato. Mio padre mi diceva che se c'era bel tempo il tasso faceva su il giaciglio (el pajass) e rientrava nella tana. Se c'era brutto tempo metteva fuori el pajass e faceva venire bel tempo.»

Dunque il tasso segnalava al contadino che l'inverno sarà ancora lungo oppure che la primavera sta per arrivare, un aiuto su come affrontare i lavori agricoli e che tempo aspettarsi. Nel nostro territorio solo pochi informatori ci hanno segnalato questo tipo di rituale. Ciò suggerisce probabilmente come fosse la generazione precedente alla loro ad attuarlo. Questa particolare tecnica meteorologica è stata riscontrata anche in una ricerca sul campo svolta nel Piemonte meridionale, segno di un sapere contadino comune e antico. Questo argomento meriterebbe una trattazione ben più approfondita, ma ciò ci svierebbe dal nostro tema principale. Con questa parentesi volevamo semplicemente sottolineare la complessità ed il simbolismo del rapporto tra mondo rurale e Terra Madre; un sentire in totale contrapposizione con quello percepito nella nostra civiltà evoluta e progredita.


Il Carnevale: la festa più attesa

La nascita del Carnevale risulta essere molto complessa e misteriosa, in quanto è la stratificazione di numerosi riti di diverse tradizioni. Il Carnevale per una parte trova le sue origini nelle cerimonie romane dei Saturnali, i quali anticamente erano festeggiati nella Roma imperiale tra il 17 e il 23 dicembre. Essendo feste di eccessi e di sfrenata allegria, la chiesa tentò di spostare questi rituali per non turbare l'atmosfera natalizia, ma non vi riuscì del tutto. Infatti "le libertà di dicembre" le possiamo ritrovare nella notte di festa forzata della notte di San Silvestro.

L'origine dei Saturnali è tuttora oscura. Durante questa settimana di allegro caos veniva nominato in ogni comunità un rex Saturnaliorum che regnava fra banchetti, giochi d'azzardo (proibiti nel resto dell'anno) e danze che spesso si trasformavano in orge collettive. I ruoli sociali in questi giorni si invertivano: gli schiavi potevano prendere in giro il padrone e farsi servire a tavola.

I Saturnali erano il ricordo di un tempo mitico di libertà e gioia, la cosiddetta età dell'oro, su cui aveva regnato Saturno. In quell'occasione infatti la statua di Saturno, che durante il resto dell'anno era legata con una fascia di lana nel suo tempio ai piedi del Campidoglio, veniva sciolta a simboleggiare il ritorno, seppur per breve tempo, di quel periodo.

Altri riti che si compivano nella Roma antica, tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo, erano quelli dedicati al dio Marte: corse di carri trainati da cavalli, le quali aprivano la stagione primaverile e chiudevano quella autunnale con il sacrificio del cavallo di ottobre, perché il dio della guerra proteggesse Roma dalle razzie nemiche e garantisse dunque le derrate alimentari alla città.

Durante l'Impero, le corse con i cavalli avevano assunto un altro significato. Gli spettatori vedevano nell'arena il simbolo della Terra, nelle dodici porte delle rimesse le costellazioni dello zodiaco e nei sette giri di pista previsti l'orbita dei sette pianeti. Queste corse dei cavalli-pianeti continuarono fino all'inizio dell'Ottocento, non più nei circhi ma nelle vie della città, da piazza del Popolo a piazza Venezia.

Anche in Grecia tra febbraio e marzo, nel periodo che caratterizzava il passaggio tra l'inverno e la primavera, si celebravano ad Atene le Antesterie, una festa di tre giorni in onore di Dionisio. Erano giorni di ebbrezza collettiva, dove grazie all'assaggio del vino novello si raggiungevano elevati stati di piacere e di euforia. Il secondo giorno, siccome si pensava che il dio fosse venuto dal mare, si allestiva una processione in cui Dioniso, su una barca trasportata da un carro, aveva un grappolo di uva in mano e due satiri nudi che lo accompagnavano con il suono del loro flauto.

Tutti elementi di un passato lontano ma che ritroviamo ancora oggi nelle sfilate carnevalesche dei carri, simili simbolicamente ai carri che rappresentavano il passaggio dei pianeti verso la primavera nella Roma imperiale e alla barca di Dioniso. Anche nelle grandi bevute fatte con il buon vino che donavano un clima di grande allegria, simpatia e spensieratezza ritroviamo tracce di riti comuni distanti.

Il Carnevale giunto sino ai giorni nostri è una festa completamente snaturata, una "contraffazione edulcorata" di quello autentico. Fino alla metà del Novecento, nel nostro territorio di indagine, alle celebrazioni del Carnevale veniva riservata una grande importanza, era la festa maggiormente sentita dalla popolazione.

Questo intenso legame tra il nostro territorio e il Carnevale è forse riconducibile alla presenza di un tempio dedicato a Saturno, situato dove ora sorge la chiesa di San Paolo: ciò risulterebbe da un documento trovato nell'Archivio di Stato di Milano da un nostro informatore durante una sua ricerca.

Del vero spirito del Carnevale nel nostro territorio si è conservato il senso di trasgressione e di euforia, tre giorni di eccessi al maschile. Infatti le donne vi partecipavano indirettamente, come padrone di casa pronte a cucinare prelibate pietanze oppure come compagne di danze. Questa mediata presenza non significava minor impegno o partecipazione, era semplicemente una differenziazione di ruoli all'interno della festa.

«Era la festa più grande dell'anno. Per gli uomini era uno spasso come per i bambini, le donne invece cucinavano e andavano a recuperare gli uomini ubriachi in giro la sera, però si mascheravano e ballavano. In quei giorni si sentiva cantare da casa a casa, tutti davano da bere e mangiare. Era un forte momento di socializzazione e di festa gioiosa nelle case. Le squadre a volte facevano anche delle piccole rappresentazioni teatrali.»

I ragazzi formavano delle squadre per cantare e ballare, giravano per le varie case, dove venivano accolti con ravioli e vino. Ogni squadra aveva il proprio giro per le frazioni. La sera invece si andava a ballare nelle case oppure nei locali dove si organizzavano i balli pubblici.

Nelle case c'era sempre la tavola imbandita per ospitare i cantori ed i suonatori, con vino, salame e ravioli. Era uno scambio, tra chi portava gioia e arte e chi invece donava ospitalità con tutto quello che ne consegue.

«La domenica mattina si aspettavano i suonatori in piazza a Zavattarello, venivano su in bicicletta da Lodi. Iniziavano a suonare in piazza con un viulon [contrabbasso], una fisarmonica e il flauto. Non si sa come e chi li avesse contattati, so solo che ogni anno arrivavano, ci si metteva d'accordo di anno in anno. Si accompagnavano a Crociglia a far mangiare a casa di una o dell'altra signorina. La domenica verso le 2 o le 3 di pomeriggio si iniziava a ballare fino alle 2 o 3 di notte. Suonavano ininterrottamente per tutto il giorno, ogni tanto entravano gli uomini e iniziavano a cantare. Il lunedì si andava nelle case a Moline e a Zavattarello. Il martedì si andava in giro per le case di Crociglia. I suonatori seguivano le squadre di giovani per le case, dove si ballava. Ogni tanto se ne perdeva qualcuno...»

Questi festeggiamenti con i suonatori itineranti per più giorni sono ricordati anche in valle Staffora, val Curone, e val Trebbia, e tuttora praticati con piffero e fisarmonica nelle zone di Rocchetta Ligure (val Borbera) e di Garbagna (val Grue).

«Si creava un ambiente bello ed allegro, si andava di casa in casa e c'era sempre da mangiare e da bere. C'erano le code per il paese. E guai se saltavi una casa: mi ricordo un anno che è iniziato a nevicare e non siamo riusciti a raggiungere una casa fuori Crociglia; il padrone si è offeso e non ci ha parlato per un anno.»
«Carnevale era una grande festa, la gente risparmiava per fare i ravioli, non li facevano a Pasqua ma a Carnevale sì.»
«Erano tre giorni di ravioli. Sotto al municipio di Zavattarello c'era il salone, si ballava lì sotto. A Valle Superiore arrivavano i ragazzi di Moline a cantare e si ballava in casa. Mia madre ci teneva molto a queste feste, cucinava sempre tante cose: risotto, ravioli, pollo, ecc. Mia madre in quei giorni non ci lasciava andare in campagna perché era festa e si doveva stare a festeggiare.»

Erano riti socializzanti in cui le persone si conoscevano, si scambiavano notizie e a volte si fidanzavano:

«Mio nonno e mia nonna si sono conosciuti durante un Carnevale, lui era andato a cantare a casa sua.»

Durante i giri che le squadre facevano casa per casa, si raccoglievano le uova. Ne abbiamo notizia dai nostri informatori di Crociglia.

«Si organizzavano delle vere e proprie mascherate: davanti i dottori con i libri che dicevano "Noi conosciamo la psicologia delle galline, vi diremo come le vostre galline faranno più uova!" e dietro chi portava la cesta per raccogliere le uova, tutti sempre truccati, uno da donna e l'altro da uomo. Dietro poi seguivano i suonatori e gli uomini e le donne. Tutte le case era un ballo, dove in mezzo al tavolo c'era il cesto delle uova con il vino e la torta..»

La questua delle uova, che a Romagnese veniva fatta in occasione della Galina grisa a Pasqua, a Zavattarello veniva organizzata a Carnevale. Le uova raccolte, la cui simbologia illustreremo più avanti, non venivano consumate subito ma erano conservate ed utilizzate per la preparazione delle frittelle di San Giuseppe, dolce tipico di quella ricorrenza.

«Si raccoglievano le uova per fare le frittelle a San Giuseppe.»

Così come nella Galina grisa, le uova venivano utilizzate per preparare un piatto collettivo; infatti le frittelle venivano preparate in una casa di Crociglia e distribuite presso la locanda del paese che si trovava a ridosso della strada. Capitava così che anche a semplici viandanti venivano offerte quelle prelibatezze.

Per quanto riguarda le maschere tipiche non ne abbiamo riscontrato l'uso; abbiamo solo raccolto il ricordo di un nostro informatore di un racconto fatto da sua nonna, risalente a fine Ottocento:

«Mi ricordo che mia nonna mi raccontava che non si usavano le maschere in faccia ma i vestiti: c'erano gli arlecchini e i bruton. Gli arlecchino erano donne con vestiti tutti agghindati di nastri colorati e un gran foulard sulle spalle; il foulard, invece di annodarlo, lo fermavano con degli anelli. I bruton erano uomini vestiti con sacchi legati in vita da una corda, e in mano tenevano una scopa per difendere gli arlecchini.»

Un'usanza altamente simbolica, ma non più praticata. Si può ipotizzare che l'arlecchino rappresentasse con i suoi nastri colorati la primavera, mentre il bruton, che vegliava su di lei, l'inverno che stava ormai scomparendo. Purtroppo

«martedì a mezzanotte tutto era finito; si ritornava tutti a casa perché entravamo in Quaresima.»


Il periodo di Quaresima e la sira di dizàster

Al tempo della trasgressione seguivano poi i quaranta giorni della Quaresima, giorni di penitenza, di rigore alimentare (si mangiava di magro, in particolare il venerdì) e di riflessione religiosa.

Il periodo di penitenza dato dalla Quaresima terminava con la sira di dizàster o sira di dispet, l'inizio della Settimana Santa. Nella notte tra il sabato e la Domenica delle palme gruppi di giovani organizzavano scherzi originali. Gli scherzi erano rivolti a persone "che se lo meritavano" oppure che avevano avuto un particolare comportamento che doveva essere "punito". Erano scherzi ingegnosi e divertenti; un nostro informatore si ricordava di un carro messo su un albero: "non so come abbiano fatto, un carro su un albero...»

«La mattina della domenica potevi trovare carri in mezzo alla strada oppure sugli alberi. A chi era antipatico si faceva i dispetti. Erano scherzi simpatici che tutti accettavano, l'unica cosa che il giorno dopo dovevano rimettere a posto.»
«Era la notte tra sabato e Domenica delle palme. Un anno hanno anche fatto rotolare giù la burella e dopo con i buoi sono riusciti a tirarla su.»


La Pasqua

La Pasqua cristiana è la celebrazione della morte e della resurrezione del Cristo. È una delle feste mobili del Cristianesimo, infatti cade la prima domenica dopo il plenilunio successivo all'equinozio di primavera. I riti del triduo pasquale vanno dal giovedì alla domenica e ogni giorno è caratterizzato da una cerimonia diversa.

Per quanto riguarda il nostro territorio di indagine, vorremmo soffermarci sul ciclo pasquale che si osservava e si osserva tuttora a Romagnese, una commistione di elementi sacri e profani particolarmente sentiti dalla popolazione.

I riti della Pasqua avevano inizio il Giovedì santo con la processione che partiva dalla chiesa parrocchiale di San Lorenzo per raggiunge l'oratorio di Casa Picchi, al seguito di un penitente "anonimo" vestito di rosso, incappucciato e scalzo. Il penitente portava sulle spalle un cruzon, una croce di legno alta tre metri, a simboleggiare l'ascesa di Cristo al Calvario.

«Il giovedì si andava a messa alla sera a Romagnese; a quello che portava il cruzon noi bambini gli andavamo dietro per capire chi era. Sappiamo che per molti anni il cruzon lo avevano portato gli appartenenti ad una famiglia.»

Il rito di portare la croce risaliva all'antica tradizione della penitenza pubblica, usanza accantonata dalla Chiesa ufficiale ma rimasta in quella popolare. Questa consuetudine permetteva a chi portava la croce di alleviare il proprio dolore, espiando le proprie colpe come fece Gesù. Essendo però l'anonimato a volte violato, il paese veniva a conoscenza dell'identità del penitente e lo "perdonava" dei peccati commessi, una sorta di reinserimento nella piccola comunità di paese.

Il Venerdì santo si svolgeva per le vie del paese la processione con la statua della Madonna addolorata e del Cristo morto, le quali venivano portate a spalla dagli uomini del paese. In quell'occasione tutto il piccolo borgo era addobbato a festa e "le donne tiravano fuori anche le mutande", agghindando i balconi e le finestre con le lenzuola ricamate del corredo.

Al passaggio della processione, nelle varie frazioni adiacenti venivano preparati e accesi i falò rituali che illuminavano la notte e la valle. Anche a Zavattarello venivano accesi i fuochi durante la processione del Venerdì santo. I falò, accendendosi in successione al passaggio della processione, ricordavano il rito romano della riaccensione primaverile del fuoco di Vesta. Infatti nella tradizione precristiana il fuoco era simbolo di conoscenza, purificazione e protezione da parte della divinità invisibile. Il fuoco con l'avvento del Cristianesimo simboleggiò anche la resurrezione del Cristo, segno di speranza, e i falò accesi dai fedeli in sequenza la loro comunione ed unità.

Il Sabato santo verso le dieci di mattino venivano slegate le campane. La gente sentendo i rintocchi andava a bagnarsi gli occhi: «me lo diceva mia madre di bagnarmi gli occhi perché così mi proteggevo gli occhi dalle malattie»; i bambini andavano ad abbracciare gli alberi perché producessero più frutti. L'acqua, fonte e origine dell'esistenza, simboleggiava la rigenerazione totale della vita ed è il principio di ogni guarigione. Il gesto dell'abbraccio stava a significare invece la protezione. Tutti questi simboli rappresentavano un articolato rituale elaborato dalla cultura contadina per festeggiare il risveglio della Natura.

Durante la sera e la notte del Sabato santo gruppi di giovani formavano

«diverse squadre: c'erano quelle con i suonatori e quelle senza, si andava di casa in casa a cantare la gallina grigia, si raccoglievano le uova in un cesto, dare le uova era un gesto di generosità reciproca, e si sapeva chi era generoso e chi no. Ogni squadra con le uova raccolte faceva una frittata o la sera stessa o la domenica dopo per mangiare tutti insieme.»

Nel tardo pomeriggio del sabato in ogni frazione le squadre si ritrovavano ed iniziavano il giro concordato. Alle squadre, oltre ai cantori, partecipavano talvolta ragazzi a cui era affidato il compito di portare il cesto per deporre le offerte, e a volte se disponibili suonatori di piffero o fisarmonica.

Arrivate in paese le squadre facevano visita ad un certo numero di famiglie proponendo casa per casa la propria prestazione canora, in cambio ricevevano offerte a carattere alimentare, in particolare le uova che venivano raccolte per la sera stessa e in qualche caso venivano anche rivendute. L'uovo era simbolo di nascita e resurrezione, come un sepolcro dove stia riposando un principio di vita che un giorno sboccerà alla luce. La raccolta delle uova necessarie per cucinare le frittate, il pasto collettivo, sanciva e suggellava un ciclo di eventi di alto valore comunitario.

In una situazione in cui esistevano ancora i rancori campanilistici tra le diverse frazioni e dove erano poco consueti i momenti per frequentare le persone delle frazioni più distanti, la questua itinerante costituiva un momento non solo di divertimento e di eccessi alimentari dopo le astinenze della Quaresima ma rappresentava anche il momento per rompere l'isolamento, ribadiva i rapporti sociali esistenti all'interno della comunità, attraverso lo scambio prestazione-offerta, contribuiva a rimuovere vecchi risentimenti e favoriva l'instaurarsi di rapporti cordiali, anche se tra le diverse squadre esisteva un'aspra competizione. Questi riti, profondamente carichi di simboli radicati fin dal mondo pre-cristiano, avevano un'importante valenza sociale poiché promuovevano penetranti sentimenti di appartenenza e di identità, quali elementi di unione di una comunità.


Le Rogazioni: un rito di protezione della campagna

Le Rogazioni o Litanie Maggiori si festeggiavano il 25 aprile ma non avevano alcun rapporto con San Marco. Erano nate per cristianizzare una festa pagana della Roma antica, i Robigalia, nata per scongiurare malattie ai cereali, in particolare la ruggine del grano. Era una processione durante la quale si cantavano antifone, orazioni stazionali e soprattutto litanie, suppliche contro le calamità.

Si conservarono invece le Litanie Minori, le quali si svolgevano nei tre giorni precedenti l'Ascensione. Questo rito invece risalirebbe agli Ambarvalia, celebrati nelle Gallie in onore del dio Marte affinché difendesse il territorio attraverso processioni intorno alle terre coltivabili con animali sacrificali per rendere le terre invalicabili sia ai nemici che alle malattie.

Le Rogazioni nel nostro territorio erano molto sentite e frequentate, trattandosi di un rito profondamente legato alla terra, alla sua protezione e fertilità.

«Le Rogazioni erano tre giorni prima dell'Ascensione [che un tempo era giovedì]: lunedì, martedì e mercoledì. Si partiva alle sei di mattina, il primo giorno andavamo a Crociglia: passavamo dalla strada vecchia, facevamo il giro del paese e andavamo a messa a San Domenico. Il secondo giorno si andava a Moline passando per la Ciapunà e si tornava dalla statale. L'ultimo giorno si andava a Chiapparola e si diceva la messa in San Rocco. Era la benedizione della campagna: durante il percorso il prete benediva i campi. Noi bambini scherzavamo sulle orazioni che diceva.»
«Il prete veniva a Crociglia con le donne di Zavattarello e portavano una croce. In fondo al paese si iniziava la benedizione, la processione continuava per tutto il perimetro del paese fino ad arrivare in chiesa. Mi ricordo che era presto al mattino, verso le sette. Gli altri giorni si andava a Moline e a Zavattarello»

Un nostro informatore di Romagnese si ricorda che:

«Ognuno portava delle croci fatte di legno e si mettevano sul sagrato della chiesa per far benedire, questo avveniva l'ultimo giorno. Le croci benedette si mettevano nei campi, le mettevamo nella vigna o dove ci capitava come segno di fertilità e di protezione. C'era una fede assoluta.»


San Giovanni e l'estate

San Giovanni Battista si celebra il 24 di giugno, tempo vicino al solstizio d'estate, quando il sole raggiunge l'apice della sua orbita celeste. In questo giorno il sole comincia a decrescere sull'orizzonte, inizia il semestre che culminerà con il solstizio d'inverno. Il Battista del 24 di giugno è detto anche nel folclore "Giovanni che piange". Se ci spostiamo invece vicino al solstizio d'inverno, il 27 dicembre si festeggia San Giovanni Evangelista, detto anche "Giovanni che ride" proprio perché si trova nel semestre che porta al solstizio estivo. I due santi collocati vicino ai due solstizi, posti all'incirca a distanza di sei mesi, ai due estremi dell'anno solare, potrebbero essere i residui di una tradizione solstiziale precristiana.

Nella Roma antica il 24 di giugno era festeggiata la dea Fors Fortuna, dea della casualità assoluta, non collegata ad alcun ceto, mestiere, professione o arte. Si banchettava e danzava fino a sera, cadeva il divieto del gioco d'azzardo e tutti potevano festeggiare, schiavi e padroni. Una parente lontana dei Saturnali di dicembre.

La notte di San Giovanni era considerata nella cultura contadina un momento magico. La rugiada che si formava durante la notte aveva delle proprietà benefiche. In Piemonte all'alba si andava a cogliere la camomilla, che bagnata della rugiada, aveva specifiche proprietà terapeutiche.

Nella Roma medioevale vi era l'usanza di mangiare, danzare, bere e cantare nei prati fra la basilica di San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme. Le giovani spose, che volevano avere molti figli, sollevavano le vesti sedendosi sull'erba umida di rugiada, un intimo lavacro propiziatorio. Anche gli uomini volevano godere delle virtù miracolose di quella notte, appartandosi con il gentil sesso durante la notte. Questa usanza fu interrotta nel 1872 quando le istituzioni della neonata repubblica la vietarono per non ledere la dignità della capitale.

Dai nostri informatori non abbiamo avuto notizie specifiche sulla notte di San Giovanni; solo una persona di Romagnese ci ha riportato questa usanza:

«Il giorno di San Giovanni dopo la messa noi giovani, ragazzi e ragazze, andavamo a mangiare nei boschi con le bestie al pascolo; un po' di formaggio, pane e ciliegie per festeggiare. Eravamo tutti uniti.»

Il periodo estivo continuava con le feste dei patroni dei vari borghi, in cui si ballava e si mangiava. Ogni paese e ogni frazione aveva il suo santo protettore da festeggiare. La prima domenica di agosto si celebrava la Madonna della Neve a Ossio, l'8 agosto era San Domenico, patrono di Crociglia, il 10 agosto era San Lorenzo festa a Romagnese, il 15 agosto si ballava a Gabbione e a Rossone, l'8 settembre era festa grande a Zavattarello con la Madonna di Settembre.

«Si facevano i giochi in piazza: l'albero della cuccagna e la corsa dei sacchi. Non li facevano i bambini ma gli adulti. Venivano le bancarelle, un anno addirittura erano arrivate anche le giostre. La sera si ballava con il ballo pubblico.»


Novembre: tempo di morti e di traslochi

I primi giorni di novembre per i Celti era un periodo di passaggio, festeggiavano il Capodanno: lo chiamavano Samain (Samonos in gallico). Erano giorni in cui i morti si rimescolavano ai vivi, entrando in contatto con loro.

Del capodanno celtico è sopravvissuta la notte di Halloween, tra il 31 ottobre e il primo novembre: gruppi di ragazzi si mascherano da scheletri o fantasmi, mimando il ritorno sulla terra dei defunti, si aggirano per le case chiedendo piccoli regali o minacciando, se non li ottengono, qualche scherzo.

Il Samain era celebrata ancora nel Medioevo; per cristianizzarla la chiesa ha introdotto la festa di tutti i Santi. Il 2 novembre invece si commemorano tutti i defunti. Nel nostro territorio, in questo giorno, i bambini partecipavano alla questua itinerante per le case dove li aspettavano castagne bollite (i balet) e se bussavano alla casa giusta potevano ricevere anche qualche soldino. I bambini ringraziavano con la frase "Dio ve lo meriti per i vostri poveri morti". Con questo rituale di scambio si voleva trasmettere ai bambini l'importanza di onorare e rispettare i morti, quale parte basilare delle nostre radici.

«Il giorno dei morti andavamo a cercare i balet casa per casa, famiglia per famiglia; c'era anche chi dava una caramella. Noi ringraziavamo dicendo "Dio ve lo merita per i vostri poveri morti".»
«I bambini andavano in giro per le case a cercare le castagne bollite e qualche soldo.»

Quel giorno, oltre alle castagne, si raccoglievano anche dei panini che venivano conservati per le bestie quando si ammalavano.

«Il giorno dei morti i bambini andavano in giro a raccogliere dei panini speciali dicendo "Dio ve la merita per i vostri poveri morti." Poi si tenevano per gli animali e anche per noi quando eravamo ammalati, se ne dava un pezzetto. Le donne quando facevano il pane facevano questi panini, noi di Zavattarello andavamo verso i Sabbioni.»
«Quando eravamo bambini andavamo in giro casa per casa con un cestino a raccogliere le castagne bollite o un panino. Quel panino non era benedetto, lo andavamo a prendere da Valle fino ad Ossenisio, poi alla Spolita e Costiolo. Facevamo dei sacchetti di pane, un po' lo mangiavamo un po' lo mettevamo via da usare quando le bestie non stavano bene. Quando le bestie non mangiavano gli davamo un po' di quel pane. Per dire grazie dicevano "Dio ve lo merita per i vostri poveri morti.»
«Si andava in giro per le case i bambini, ci davano il panino o le castagne cotte, andavamo in giro con le cavagne. Quando andavamo dal podestà allora ci davano il soldino. Facevamo il giro prima di andare a scuola.»

L'11 novembre, San Martino, era la fine dell'anno agrario; si pagavano gli affitti dei campi, si concludeva la mezzadria e si traslocava in cerca di miglior fortuna.


Le feste di fine anno: Santa Lucia e Natale

Santa Lucia si festeggia il 13 dicembre: è la santa protettrice della vista in quanto il suo nome, in latino Lùcia, significa "nata nelle prime ore del mattino" oppure "durante il giorno"; successivamente tradotto nel tardo greco in Lukia che sta a indicare segno e promessa di luce spirituale.

Il suo culto popolare così famoso deve però la sua origine al simbolismo solstiziale del mondo precristiano. A causa dello sfasamento tra anno solare e calendario giuliano, nella prima metà del XIV secolo, il 13 dicembre coincideva con il solstizio d'inverno. Nacquero così i proverbi oggi non più attuali come "Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia" e "Da Santa Lucia a Natale il dì allunga il passo al cane", che stavano a significare l'annuncio della fine delle tenebre invernali e l'affermarsi di giorni più chiari.

In alcuni paesi come l'Austria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e il Veneto la santa, avendo una funzione solstiziale, assunse il ruolo di portatrice di doni come Gesù Bambino. Nel nostro territorio invece abbiamo solo riscontro di un nostro informatore che ricorda come a Santa Lucia si scambiavano i doni tra le famiglie della frazione.

«Noi a Santa Lucia ci scambiavamo doni fra le varie famiglie, più che veri e propri regali erano cose da mangiare.»

Lo scambio di doni tra appartenenti ad una piccola comunità serviva per rinsaldare e magari ricucire rapporti, essendo necessario alla sopravvivenza della collettività stessa. Il dono, come il baratto, in una economia agraria e di sussistenza aveva anche questa funzione.

Il 25 dicembre è un'altra data simbolica che si ricollega al solstizio d'inverno e coincideva con una festa romana di epoca imperiale introdotta dall'imperatore Aureliano. In questo giorno si festeggiava il Sol invictus, ossia il Sole dell'Invitto, con cerimonie, giochi e trenta corse di carri che stavano a simboleggiare il carro su cui ogni giorno il sole porta luce al mondo. La Chiesa, preoccupata della straordinaria diffusione dei culti solari, decise allora di celebrare nello stesso giorno la nascita del Cristo, vero e unico sole dell'esistenza.

Nel nostro territorio in particolare i nostri informatori festeggiavano oltre a Natale anche la Vigilia.

«La Vigilia era di magro, durante il giorno si mangiava poco o niente. La sera invece mangiavano le lasagne con i funghi e il merluzzo. A Natale c'era la tradizione del cappone e del risotto.»
«La sera della Vigilia mangiavamo la pasta con i funghi, le cipolle ripiene e la crescenza.»

Un nostro informatore invece ci ha riferito di una cena speciale, molto ricca di alimenti, detta delle sette pietanze:

«Il pranzo della Vigilia era di digiuno, la sera invece facevamo la cena delle sette pietanze. Uova sode, fagiolane cotte con cipolla cruda, cipolle ripiene, lasagne con i funghi, merluzzo con cipolla fritta, rape rosse e molana.»

Abbiamo inoltre rilevato presso alcuni informatori di un'usanza rituale dedicata agli animali, importante sostegno per l'economia agricola dell'epoca. Gli animali erano indispensabili perché, oltre al latte, al formaggio e al burro, accompagnavano il contadino in tutti i lavori faticosi, dove necessitava la forza trainante. L'usanza di dare la prima fetta di un dolce particolare agli animali era un segno augurale nei loro confronti, per preservarli da eventuali malattie e per trasmettere il rispetto che si aveva nei loro confronti.

«Nei giorni prima di Natale si faceva una chisöla [focaccia] a forma di bambolina: con l'uva secca si facevano gli occhi e l'ombelico. Alla vigilia la prima fetta di questo dolce lo si dava alle bestie poi lo mangiavamo noi.»
«La sera della Vigilia facevamo la focaccia per gli animali, un dolce con l'uvetta. Prima di mangiare si tagliavano le fette per gli animali, andavamo nella stalla, gli davamo la focaccia poi dicevamo tre Ave Maria e andavamo a casa.»

A Natale vi era anche l'usanza di addobbare un ginepro. Questa pianta da sempre ha rivestito un ruolo particolare nella cultura popolare: era ottimo per scacciare i serpenti, il succo delle foglie e delle bacche guarirebbe dai morsi delle vipere e di altri serpi velenose. Il suo legno sarebbe intaccabile dai tarli, e bruciandolo come incenso rappresentava in epoca precristiana l'immagine delle preghiere che salivano al cielo.

«Come albero di Natale si usavano sempre i ginepri; li addobbavamo con caramelle, torroncini e a volte anche qualche mandarino.»
«Facevamo l'albero con un ginepro, addobbato con i mandarini, i torroncini e c'era sempre il dollaro della nonna.»

E poi si ricomincia...

 

Giorgia Monfasani, Michela Ballerini e Marcella Erini (ChiCercaCrea)

estratto e adattato da
I segni del sacro e le tracce del profano: l'immaginario fiabesco e
religioso nell'alta val Tidone: inizi di una ricerca sul territorio, la Burela, Crociglia 2007

 


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