Dove comincia l'Appennino

Dall'antico oceano alle rocce odierne


un vistoso affioramento di strati fortemente piegati lungo il corso del torrente Museglia, a monte di San Sebastiano Curone / CG Osservando le rocce e la loro giacitura, il geologo riesce a "leggere" negli strati storie lontane che gli permettono di capire come un monte o un bacino si sono formati; il paleontologo, invece, "rivive" quelle storie, attraverso i fossili presenti in quelle stesse rocce. I monti Vallassa e Pénola, a cavallo tra la media val Curone e la media valle Staffora, sono un interessante punto di partenza per esplorare rocce e fossili delle Quattro Province.

Facciamo quindi un salto indietro nel tempo di circa 10 milioni di anni, immaginiamo di passeggiare sulla spiaggia di un mare dalle acque calde e ricche di vita, popolate da svariate specie di molluschi (molti dei quali ora estinte) ma anche da temibili squali, voraci predatori lunghi più di venti metri. Leggere le rocce è quello che è stato fatto e che ancora occorre fare per capire come i monti Vallassa e Penola si sono originati, che ambiente e clima fossero presenti, quale animali e piante popolarono questi colli nel corso dei milioni di anni.

Analizzando le rocce che formano questi due monti, l'aspetto più evidente è che si tratta di rocce sedimentarie che a tratti, lungo le pareti, si presentano stratificate e di colore grigio-giallastro, invece, in altre zone si presentano come calanchi grigiastri, mentre in altri punti ancora prevale il bosco e i sedimenti non sono visibili. In particolare osservando il complesso dalla val Curone, per esempio da Brignano Frascata o da Musigliano (figura 1), sono ben evidenti tutti i tipi di roccia che "formano" questi due monti, sedimenti di vario tipo, origine ed età.

Il monte Penola visto da Musigliano (val Curone) Comunque, per comprendere in modo corretto come queste rocce si siano formate e perché si trovino proprio lì, occorre fare un salto indietro nel tempo di parecchi milioni di anni. Anche se questi sedimenti sono antichi non più di 35 milioni di anni, per capire come si generarono occorre tornare indietro a 200 milioni di anni fa, quando in quest'area avvennero eventi straordinari. In quel periodo iniziava il Giurassico (conosciuto da tutti per il famoso film, questo periodo è importante, per esempio, per la presenza dei dinosauri sulla terraferma) e la placca africana era in deriva verso est, rispetto a quella europea che invece era stabile. (Secondo la teoria della tettonica a placche, i continenti sarebbero grandi placche in movimento che, partendo da un unico super-continente, la Pangea, si sarebbero separate e, nel corso dei milioni di anni, avrebbero assunto l'attuale posizione.) Grazie a questi "spostamenti" iniziò a formarsi l'Oceano Ligure-Piemontese, che a est lambiva i confini di quelle due placche, mentre a ovest era in contatto con l'oceano Atlantico, anch'esso in fase di formazione.

Come tutti gli oceani, anche quello Ligure-Piemontese aveva una dorsale medio-oceanica, attraversata però da parecchie faglie. Durante la formazione di questo bacino la crosta terrestre, che rappresentava il fondo di quell'oceano, si assottigliò molto (immaginate di "tirare" un foglio di plastilina, per esempio) e in alcuni punti si lacerò, permettendo alle lave vulcaniche, provenienti dal mantello terrestre, di fuoriuscire. È noto che quando si formano vulcani sottomarini, le lave che ne fuoriescono sono tendenzialmente basiche e, solidificando, assumono aspetti particolari. È in questo momento, quindi, che si formarono le rocce ofiolitiche e basaltiche che ancor oggi possiamo osservare prevalentemente in alta valle Staffora o nelle valli Aveto e Nure.

Tra la fine del periodo chiamato Giurassico e l'inizio di quello detto Cretacico (circa 140 milioni di anni fa) l'Oceano Ligure-Piemontese divenne sempre più grande, grazie proprio all'allontanamento della placca africana da quella europea. Nel fondo di quell'oceano, sopra ai depositi lavici, iniziarono a depositarsi altri sedimenti, depositi di mare estremamente profondo. Questi depositi hanno dato origine ai sedimenti che oggi i geologi chiamano "calcari a calpionelle" (Cretacico basale) e "argille a palombini" (Cretacico superiore). Oggi possiamo apprezzare questi depositi nella zona di Zavattarello o di Romagnese.

A partire dal Cretacico superiore (circa 75 milioni di anni fa), in concomitanza con l'apertura della parte settentrionale dell'Oceano Atlantico, la placca africana incominciò a convergere verso quella europea. L'Oceano Ligure-Piemontese iniziò a ridursi, per arrivare a chiudersi totalmente nell'Eocene medio (circa 45 milioni di anni fa). In particolare è interessante osservare che per parte di quest'arco di tempo il bacino restò diviso in due sottobacini, il Ligure esterno e il Ligure interno, separati dalla dorsale medio-oceanica sopraccitata, attualmente chiamata Ruga del Bracco che, fuoriuscendo parzialmente dall'acqua, fungeva da barriera.

Ovviamente ognuno di questi due sotto-bacini fu interessato da fenomeni di sedimentazione diversi (per esempio, nel Ligure interno si depositarono grandi sequenze torbiditiche, nel Ligure esterno invece prevalgono i flysch ad elmintoidi). Già durante queste prime fasi di "convergenza" iniziarono a formarsi pieghe e a innalzarsi corrugamenti del terreno, ma fu nel momento in cui l'Oceano Ligure-Piemontese si chiuse, ovvero quando i margini delle due placche entrarono in contatto, che avvennero gli eventi tettonici più importanti. In questa fase, detta Ligure, gli Appennini e le Alpi iniziarono realmente ad innalzarsi (Eocene medio-superiore, 40 milioni di anni fa); questo grazie alla forza innescata dalle due placche in movimento l'una verso l'altra che crearono un corrugamento della crosta terrestre (pensate sempre a un foglio di plastilina e di spingerlo ai due lati opposti).

Quindi, il paesaggio marino esistente in questa zona nell'Eocene cambiò molto: terremoti e grandi frane modellarono i profili dei colli che si stavano formando, intere placche di crosta terrestre "scivolarono" le une sulle altre, piegandosi ribaltandosi, fratturandosi; a causa di della riduzione dell'Oceano si formarono anche piccoli bacini marini detti satellite; proprio dove oggi vediamo prati verdeggianti e boschi rigogliosi, alcune decine di milioni di anni fa stavano avvenendo questi sconvolgimenti, ed immaginare l'entità delle forze che causarono quei fenomeni!

Tali "eventi catastrofici", così come amavano descriverli gli antichi studiosi, proseguirono per tutto l'Eocene, terminando solo all'inizio del periodo oligocenico (circa 35 milioni di anni fa); quando, all'interno dei bacini satellite sopra menzionati, iniziarono a formarsi nuovi sedimenti marini. In particolare a livello dell'antico bacino Ligure interno si depositarono i sedimenti del Bacino Terziario Piemontese e nel bacino Ligure esterno quelli della Successione epiligure. È da questo momento, infatti, che iniziarono ad accumularsi sedimenti alloctoni, derivanti da frane sottomarine; depositandosi, in linea di massima, lì dove oggi li vediamo. Tra i primi ad essersi formati occorre ricordare le Marne di Antognola (uno dei litotipi affioranti nell'area in studio). A causa però delle spinte subite dal neo-Appennino, si formarono anche grandi torbiditi e frane sottomarine che depositarono grandi quantità di materiale nel fondo del mare che ancora lambiva i piedi dei monti in fase di innalzamento.

Contemporaneamente la tendenza dell'Appennino, a causa sempre della spinta esercitata dalla placca africana contro quella europea, era quella di migrare verso nord-est. È per questo motivo che anche durante il Miocene, iniziato 24 milioni di anni fa, continuarono a depositarsi torbiditi e frane sottomarine; ancora grandi quantità di sedimento che si staccarono dagli strati originari e che, a causa dei grandi terremoti innescati dalle placche in movimento, precipitarono nel fondo del mare. In questo contesto iniziarono a depositarsi le Arenarie di Bismantova, sedimenti di piattaforma la cui porzione nell'Appennino vogherese è nota come Arenarie di Monte Vallassa (e quindi affioranti anche nella zona presa in considerazione). Questi sedimenti si formarono durante il Miocene medio-superiore e, grazie alle forze orogenetiche ancora attive, scivolarono sul sedimento più antico, quello oligocenico, già consolidato.

Quindi il mare continuò a lambire questi colli, per tutto il Miocene, fino al termine del Tortoniano (circa 8 milioni di anni fa), quando, con l'inizio del Messiniano, lo Stretto di Gibilterra si chiuse e le acque marine si ritirarono, evaporando. Per questo motivo si formarono grandi depositi salini, caratterizzati dalla presenza di sale, gesso e zolfo. Sono questi depositi che, persistendo affioranti o meno in gran parte della nostra zona pedeappenninica (ma che sono presenti in tutta la dorsale appenninica), dilavati dalle acque le arricchiscono, rendendole pregiate; si tratta ad esempio delle acque ricche in zolfo, come l'acqua solforosa che sgorga da tante fontanelle dislocate nei punti più improbabili. Ecco spiegato anche il perché dell'esistenza di tante fonti termali, da Salice a Miradolo, da Rivanazzano a Salsomaggiore, ecc.

Al termine del Messiniano (circa 5 milioni di anni fa), all'inizio del Pliocene, lo Stretto di Gibilterra si riaprì e le acque marine tornarono a lambire questi colli; si depositarono nuovi sedimenti che però ora affiorano solo nella zona più prossima alla pianura, peraltro continuando sotto gli spessi depositi alluvionali padani. Perché però sono presenti solo in quest'areale? Semplice: perché le forze che causarono l'innalzamento dell'Appennino hanno continuato ad agire, provocando lo scivolamento dei depositi pliocenici verso la pianura. Ancor oggi queste forze sono attive, ancor oggi l'Africa spinge verso l'Europa, ancor oggi i monti Vallassa e Penola stanno innalzandosi; ovviamente occorre precisare che questo è un fenomeno talmente lento che non è percepibile dall'uomo. Noi possiamo solo osservarne le conseguenze: per esempio frane e terremoti; fenomeni che ci appaiono incomprensibili, ma che hanno le loro radici in questa storia iniziata più di 200 milioni di anni fa.

La zona prossima ai monti Vallassa e Penola infatti è interessata dalla faglia Villalvernia-Varzi, la quale separa il Bacino Terziario Piemontese dai depositi della Successione epiligure; ancora molto attiva, essa è la causa dei terremoti che hanno interessato in epoca storica l'abitato di Varzi e di recente quelli di Sant'Agata Fossili e Castellania. È molto profonda, infatti si origina nel mantello terrestre ed è attiva dall'Oligocene, anche se solo dal Pliocene si è manifestata con intensità.

Tutto ciò ci permette di capire cosa ha causato l'innalzamento dei monti Vallassa e Penola e ne ha modellato, o meglio, ne modella il paesaggio, insieme logicamente ai venti, al ghiaccio o alle piogge.

Ma oggi cosa rimane di tutta questa storia? Cosa si vede su questi monti? Cosa "leggono" i geologi e i paleontologi da queste rocce e dal loro contenuto? Ben poco; infatti, osservando la Carta geologica d'Italia al 50.000, si nota subito che i monti Vallassa e Penola sono formati da una varietà molto limitata di sedimenti. Il loro "basamento" è rappresentato dalle Marne di Antognola, marne argillose grigio-verdoline di mare profondo, prevalentemente di ambiente di scarpata. La parte superiore di questi depositi è ricca di silice, a testimonianza dell'alta attività vulcanica presente all'epoca della deposizione. Sono datate come Oligocene superiore-Miocene inferiore e da parecchi studiosi sono ritenute i primi sedimenti corrispondenti alla "storia appenninica in senso stretto", ovvero formatisi dopo la collisione delle placche, e quindi, durante l'innalzamento di questi monti.

Questi depositi, sia perché originatisi in mare molto profondo sia perché prevalentemente formati da depositi torbiditici, sono poveri di fossili. Non mancano comunque rari resti di corallo o di molluschi, quali piccoli gasteropodi o frammenti di bivalvi; ma estremamente importanti sono dei piccoli fossili, talvolta microscopici, poco spettacolari, che molto spesso passano inosservati. Si tratta di resti di otoliti, piccoli "sassolini" presenti, tre per parte, nell'orecchio (organo stato-acustico) dei pesci. In realtà il ritrovamento di questi resti non rappresenta un evento eccezionale, infatti gli otoliti sono comuni in molti tipi di sedimento.

Grazie allo studio di questi otoliti, si è potuto risalire alle specie di pesci che popolavano le acque nel momento in cui i depositi si sono formati, notando che si tratta di forme tropicali che prediligevano vivere a profondità elevate. L'aspetto unico della scoperta è quindi che queste otoliti sono quelle di mare più profondo mai trovate al mondo. Osservando il monte Penola da Brignano Frascata o da Musigliano questi depositi sono ben visibili, ma si confondono facilmente con altri che li affiancano: si tratta dei sedimenti appartenenti al Complesso caotico che, come dice la parola, è rappresentato da sedimentazione di origine tettonica; infatti al suo interno si riconoscono diversi litotipi, più o meno recenti, tra cui anche le Marne di Antognola. Tutto ciò che si trova all'interno di questi depositi è rimaneggiato e anche i rari fossili in essi inglobati non possiedono un valore diagnostico, in quanto sono un "miscuglio" di ambienti e epoche diverse.

Stratigraficamente sovrapposte alle Marne di Antognola, ma affioranti solo in poche zone dell'aerale in questione, si possono osservare le Marne di Monte Piano. Questa formazione è composta per lo più da marne calcaree grigio-biancastre, riportanti patine nere o giallastre sulla superficie; talvolta sono intercalate da marne grigio-biancastre, ricche di residui carboniosi. Al passaggio con la formazione precedentemente descritta, si possono osservare potenti banchi cineritici. Le Marne di Monte Piano si formarono in un momento in cui si passò da una deposizione di mare profondo (bacino-scarpata) a una di mare più basso (piattaforma); per questo si spiega la presenza in questi depositi di residui di vegetali, probabilmente arrivati dalla vicina terraferma.

valva di _Chlamis latissima_ Sono però le Arenarie di Monte Vallassa a rappresentare la parte più imponente dei sedimenti presenti in quest'area. Ben visibili sia dal versante pavese, sia da quello alessandrino, si trovano in netta discordanza con le formazioni sopra descritte; discordanza che è riconducibile agli eventi tettonici citati precedentemente. Durante queste fasi, a causa dell'innalzamento dei monti, la profondità del mare si ridusse notevolmente; infatti in generale i depositi risalenti a questo periodo, e quindi anche le Arenarie di Monte Vallassa, sono principalmente di piattaforma, ovvero di mare basso. All'interno di questa Formazione sono riconoscibili arenarie e sabbie grossolane, medie e fini, cementate in modo differenziato, con colorazione variabile dal grigio al giallastro, spesso ossidate in superficie. All'interno di questi depositi si possono riconoscere diverse facies che dipendono dalla variabilità litologica e dall'ambiente deposizionale.

Si possono infatti osservare arenarie bioturbate, ricche di bioclasti; all'interno di questi depositi sono frequenti resti fossili di organismi marini, quali molluschi gasteropodi o bivalvi, coralli, briozoi, brachiopodi, echinodermi, fino ad arrivare a denti di squalo o placche di pesci ossei. Data la loro natura questi sedimenti rappresenterebbero depositi di ambiente costiero o comunque prossimo alla linea di spiaggia.

Un'altra facies rappresentata è data dalle arenarie medio-fini, caratterizzate da un'alternanza di banchi massicci e strati più cementati. Tali sedimenti si presentano estremamente bioturbati, con ossidazione superficiale. Questi livelli rappresenterebbero la zona di piattaforma, interessata intensamente da depositi di tempesta. Anche questi sedimenti sono ricchi di fossili, resti organici che sono stati accumulati dalle correnti durante le tempeste.

Un'altra facies ancora è data da arenarie fini-finissime di colore grigio-giallastro che si presentano in banchi massicci, senza una stratificazione definita. Questi depositi si formarono comunque in una zona di passaggio con gli ambienti più profondi, ad esempio di piattaforma esterna; infatti è probabile che la sedimentazione avvenisse al di sotto del livello ondoso.

È quindi evidente che tutti questi depositi si sono formati, nel corso del Serravalliano, alternando intense correnti periodiche a lunghi periodi di bassa energia; aspetti che contraddistinguono una piattaforma dominata da meccanismi di tempesta. Tali ambienti sono infatti caratterizzati da lunghi periodi di mare calmo (durante i quali si depositano materiali fini, trasportati da correnti molto deboli), dove violenti episodi di tempesta introdussero nella piattaforma e nelle zone costiere materiali grossolani che vennero trasportati sul fondo dalle correnti.

Denti di _Carcharodon megalodon_ In questo bacino, dove il clima era tropicale, vivevano parecchie specie animali e vegetali. I fondali sabbiosi e rocciosi prossimi alla costa, dove l'acqua del mare non era molto profonda, erano popolati da bivalvi (di cui abbondantemente si trovano resti di pettinidi: figura 2), gasteropodi e brachiopodi. Curioso è per esempio il ritrovamento, nella frazione più fine del sedimento, di una piccola perla; scoperta spettacolare e anche molto rara. Non mancavano anche alghe, coralli, briozoi, e altri invertebrati che, pur non essendo dotati di guscio, hanno lasciato traccia della loro esistenza bioturbando i sedimenti, all'epoca non ancora solidificati. Queste calde acque erano popolate anche da pesci ossei e cartilaginei, tra cui diverse specie di squalo. Essendo quest'ultimo dotato di scheletro cartilagineo, gli unici resti che sono arrivati fino a noi sono i suoi denti: alcuni di dimensioni microscopiche, altri, come quelli del temibile Charcarodon megalodon (figura 3), erano alti più di dieci centimetri e ancor oggi i loro margini sono affilati e taglienti come la lama di un bisturi. Significativi sono poi i resti ossei di un cetaceo, probabilmente un capodoglio, che, forse spiaggiati durante una tempesta, si sono conservati intatti fino ai giorni nostri. Questi resti sono rappresentati da frammenti delle coste (comunemente dette costole), da vertebre e da altre parti ossee irriconoscibili e ora sono conservati presso il Civico museo di scienze naturali di Voghera.

Questo ipotetico balzo indietro nel tempo è facilitato dagli innumerevoli ritrovamenti di fossili, disseminati ovunque lungo le pendici di questi monti, dai boschi ai prati, dai torrenti ai bordi dei sentieri. Ricordate però: questi reperti raccontano una lunga storia e si sono conservati integri per milioni di anni. Contribuiamo quindi alla loro conservazione, limitiamoci ad osservarli e fotografarli senza appropriarcene (peraltro la legge italiana vieta la raccolta dei fossili su tutto il territorio nazionale). Segnalate agli esperti gli eventuali vostri ritrovamenti, in quanto anche il più piccolo resto rappresenta uno degli infiniti quanto importanti tasselli della nostra storia.

Simona Guioli (Museo civico di scienze naturali di Voghera)
pubblicato anche in:
Alla scoperta dei monti Vallassa e Penola -- Voghera : 2004


Bibliografia consigliata


Dall'antico oceano alle rocce odierne (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/rocce.htm> : 2004.10 -