Dove comincia l'Appennino

Canti sacri tradizionali nell'area ligure



cantori/clero ; latino/italiano ; specialistico/non specialistico ; confratelli/fedeli comuni ; monodico/polifonico ; uomini/donne ; scritto/orale ; conclusione con una domanda


La raccolta sistematica, lo studio, la valorizzazione della musica religiosa di tradizione orale in Italia è databile a tempi piuttosto recenti, specie se comparati a quelli degli interessi suscitati dal canto profano. Agli anni Cinquanta risalgono alcune pionieristiche registrazioni effettuate in varie regioni italiane; in quegli stessi anni Leo Levi inizia la prima raccolta sistematica di musiche liturgiche tradizionali degli ebrei italiani. Proprio riferendosi alla sua opera e ricevendone uno stimolo importantissimo, Roberto Leydi riunirà nel 1977 alcuni ricercatori in un primo momento di lavoro comune. Questo sarà il punto di partenza di ricerche sempre più diffuse sul territorio, di pubblicazioni relative al repertorio, di realizzazioni discografiche ed eventi spettacolari.

Una larga parte del repertorio che era parte integrante della vita delle comunità contadine (ma non solo) veniva ignorato producendo una visione alquanto strabica della realtà sociale intesa nella sua globalità. Tanto per fare un esempio, solo molto tempo dopo la morte si è venuti a conoscere che Giacomo Sala, il primo suonatore di piffero di cui siano documentate registrazioni, animatore di innumerevoli feste da ballo nei paesi dell'Appennino settentrionale, era stato anche un formidabile cantore delle Lezioni della Settimana Santa [Agostino Zanocco, 24 agosto 1985: il giorno della registrazione, in Giacomo Jacmon Sala, CD-book, Nota, Udine 2004].

Al di là del puro interesse musicale, la pratica del canto sacro ha svolto un importante ruolo di aggregazione all'interno di società sia urbane che contadine. Nello stesso tempo però ha prodotto anche elementi di divisione schematizzabili come: uomini/donne, cantori/clero, iscritti/non iscritti a gruppi confraternali. Anche il repertorio dei canti si è distribuito su versanti opposti: scritto/tramandato oralmente, specialistico/non specialistico, in latino/in lingua, monovocale/polivocale. Queste antinomie talvolta di difficile lettura rendono affascinante lo studio del repertorio sacro ed è su queste che desidero puntare qui.


Cantori / clero

In questi ultimi cinquant'anni si è sviluppato un conflitto piuttosto forte tra queste due entità: la riforma della liturgia ha in molti casi portato alla scomparsa nell'uso (ma non nel ricordo) del repertorio sacro. La debolezza di alcune confraternite di fronte all'autorità e/o la diminuzione e l'invecchiamento dei cantori hanno favorito l'abbandono delle pratiche tradizionali, in particolare di quelle cantate a più voci; in altri casi invece la forza dei sodalizi laici ha fatto da diga al potere ecclesiastico facendo leva sul desiderio di riaffermare un'identità in mancanza della quale la comunità perderebbe uno dei segni forti della propria coesione. L'autorità del parroco, specie se musicalmente (di solito accademicamente) preparato, ha spesso convinto all'abbandono delle polifonie tradizionali in favore dell'apprendimento di messe composte in uno stile semplice ma colto, che il popolo apprendeva con piacere sentendosi per così dire "elevato": in Italia il compositore più amato alle cantorie parrocchiali negli anni Quaranta-Sessanta è stato Lorenzo Perosi.

Una mediazione tra le posizioni della Chiesa e quelle delle comunità è però possibile ed è stata messa in pratica in alcune località. A questo proposito il parroco di un'area montana del Levante dichiarava recentemente: «Noi qui abbiamo avuto a che fare con l'indebolimento delle comunità per cui alcune cose si sono conservate e altre no; certo il clero può aver contribuito a cancellare molti canti. Quello che si è perso però è quello che non riusciva più a stare in piedi. Qualche cosa può ritornare: io mi sono accorto che in realtà negli adulti si risvegliano sentimenti di appartenenza. Quando coi bambini del catechismo si preparano le feste, una delle cose che facciamo è imparare a recitare i Vespri, imparare a cantare l'"Ave maris stella", imparare le Litanie: in alcune di queste celebrazioni ormai la base di quelli che cantano è sufficiente per dire che lì c'è una partecipazione corale» [conversazione con don Sandro Lagomarsini, Càssego (La Spezia), 1 luglio 2008].
 


Latino / italiano

L'impiego del latino nella liturgia è venuto meno con le disposizioni del Concilio Vaticano II, che pure non vietava l'uso dell'antico idioma. Tuttavia l'uso della liturgia in lingua si è venuto generalizzando emarginando per conseguenza il repertorio intonato sui testi tradizionali (per la Liguria il testo della liturgia delle Ore è stato codificato nel volume "Confraternite in preghiera" a cura di Luciano Venzano [Erga, Genova 2003]).

In particolare la diversa sistemazione della liturgia delle Ore ha creato un notevole sconcerto tra i cantori, specialmente quelli iscritti alle Confraternite. Infatti i tempi forti di questo repertorio sono quelli legati all'Ufficio dei Defunti, a quello della Beata Vergine Maria ("dei vivi") e alla Settimana Santa. I testi da intonarsi o da recitarsi in queste occasioni sono stati sostituiti da altri, la maggior parte dei quali in italiano, rendendo di fatto impossibile l'intonazione dei canti tradizionali.

Tuttavia alcune confraternite hanno mantenuto l'uso di cantare in date stabilite nel corso dell'anno sia l'Ufficio dei vivi (detto anche della Madonna) che quello dei morti con il testo latino prescritto per la liturgia del Mattutino e delle Lodi. Se le singole parole del testo non erano sicuramente comprese da molti cantori, lo era con altrettanta certezza il concetto centrale del canto: "Stabat Mater dolorosa" o "Miserere mei Deus" non necessitano di molte spiegazioni per essere intesi nel loro complesso.

Ha osservato acutamente il parroco di cui sopra: «In effetti la fatica più grande l'ha fatta la gente a passare non semplicemente dal latino all'italiano, ma da una lingua d'occasione, rituale, a una lingua di comunicazione, che per loro non era l'italiano: l'italiano è una lingua di impiegati, è una lingua di documenti, mentre il latino è una lingua che non si capisce ma viene da un passato rispettabile; l'italiano è una lingua imposta... ed è garantito che la gente ha sofferto di tutto questo.»

In qualche caso si possono creare conflittualità all'interno delle Confraternite di una stesso paese: è il caso di Badalucco (Imperia), dove una delle tre confraternite locali (quella del Nome di Maria) ha deciso di intonare gli Uffici in italiano secondo la nuova liturgia, staccandosi dalla pratica delle altre due. I responsabili della confraternita affermano che il numero dei partecipanti alle liturgie così trasformate è aumentato. Di segno opposto invece l'esperienza di Pietra Ligure (Savona) dove l'uso di cantare (o leggere) i testi in italiano aveva fatto diminuire drasticamente i partecipanti; da tre anni a questa parte quindi si è ripreso ad intonare i canti in latino cercando e trovando un accordo con il clero locale di più elastiche vedute. Non solo: in controtendenza si è nuovamente stampato il testo dell'Officium Defunctorum in latino [conversazione con Alessandro Marinelli (Confraternita di Santa Caterina d'Alessandria), Pietra Ligure, 8 agosto 2008].

In altri casi sembra essere la comunità stessa dei fedeli a decidere quando mantenere il latino e quando passare all'italiano: a Casale Stàffora la tradizione della novena di Natale è stata mantenuta e le funzioni relative si tengono oggi (anche in assenza del prete) cantando le melodie tradizionali sul testo originale tradotto in lingua; il resto del repertorio viene invece cantato ancora in latino a due o tre voci. Una delle differenze che i cantori avvertono nel passare da un testo in latino ad uno in lingua è l'aumento del numero delle sillabe: questo obbliga ad una ritmicizzazione più complessa. Il fatto è particolarmente evidente quando la melodia resta la stessa. Ascoltiamo due versioni dell'inno Ave Maris stella, una in latino (Casale Staffora) ed una in italiano (Badalucco).


Specialistico / non specialistico

Al problema del repertorio in latino o in lingua si lega anche il livello del repertorio eseguito. La convinzione che la preghiera comunitaria (e quindi anche il canto) abbia maggiore forza per la sua natura più marcatamente ecclesiale ha portato al livellamento in basso di un repertorio riconosciuto tanto più praticabile da tutti, quanto meno di segno musicalmente forte. Si tratta del repertorio solitamente in lingua, paraliturgico, composto da lodi e inni nati per lo più nell'Ottocento, oppure di repertorio formatosi dopo il Concilio Vaticano II. La sua pratica permette la partecipazione di tutti i fedeli, ma dal nostro punto di vista presenta un interesse piuttosto scarso ove si prescinda dal fatto puramente antropologico.


Confratelli / fedeli comuni

La distanza tra i confratelli e il resto dell'assemblea dei fedeli è effettivamente in Liguria piuttosto forte: è stato rilevato che nell'Italia settentrionale il repertorio ligure delle Confraternite laiche è il più specialistico ed esclusivo fra quelli ancora in uso. All'interno poi dei sodalizi si creano ulteriori divisioni tra i cantori (una minima parte) e i non cantori; i primi difendono la loro specificità, spesso legata a caratteristiche individuali.

Nel Genovesato di fronte ad una ancora larga rappresentanza di Portatori di Cristi (cristezanti) c'è una evidente scarsità di cantori. A Mele (Genova) nel corso della processione dell'Assunta (15 agosto) si canta ancora un "Canto dei pellegrini", termine riferito qui ai giovani iscritti alla confraternita locale: è sintomatico il fatto che a tentare di cantare siano oggi solo i bambini piccoli aiutati dai loro genitori, mentre i più grandi preferiscono imparare a portare il Cristo piccolo adatto alla loro età. La cosa dà evidentemente loro una maggior visibilità di fronte ad un "pubblico" sia locale che esterno. A Sassello (Savona) in occasione della Settimana Santa sono numerosi gli iscritti (anche bambini) che vestono le cappe delle relative confraternite, ma coloro che cantano si contano sulle dita di una mano. A Zuccarello (Savona) gli esponenti delle Confraternite locali si vestono in modo assai suggestivo nel corso del Venerdì Santo, ma i canti sono intonati da un gruppetto di semplici fedeli.


Monodico / polifonico

La maggior parte del repertorio dell'area ligure e appenninica, in particolare quello legato alle Confraternite è di natura monodica. Sono in particolare solistiche e cantate a secco le Lezioni della Settimana Santa, quelle dell'Ufficio della beata vergine Maria ("dei vivi") e dell'Ufficio dei Defunti, forse il momento più specifico ed emozionante della creatività "popolare" liturgica; solo eccezionalmente sono accompagnate dall'organo. In questo caso la divisione tra esecutori e ascoltatori è massima: la situazione di esibizione partecipata (il ricordo dei defunti o di un singolo defunto caro al cantore) confina il canto a singoli specialisti. Le diverse melodie associate allo stesso testo confermano la ricerca della singolarità, la forte tendenza all'individualismo. Salmi, Antifone e Responsori sono frequentemente cantati da più cantori, ma ancora all'unisono. Eccezionale il caso di Ceriana (Imperia) dove le Lezioni dei Defunti vengono accompagnate dall'organo che introduce quindi un elemento polifonico, ed una di esse, l'ultima, viene cantata in polifonia a bordone.

La polivocalità è però di solito riservata ad alcuni dei Salmi (in particolare il "Miserere"), agli Inni e a canti come il "Benedictus", il "Magnificat", lo "Stabat mater", le Litanie e altri canti legati a festività locali. In questi momenti la partecipazione diventa maggiore, ma, nel caso dei repertori confraternali, resta sempre limitata al coro dei confratelli.

La diminuzione talvolta drastica del numero dei cantori colpisce maggiormente com'è naturale la pratica del canto polivocale: particolarmente doloroso il caso di Taggia (Imperia) dove un ricco repertorio documentato ancora negli anni Sessanta risulta oggi impraticabile. Il canto a più voci veniva indicato col termine biscantare. Il coro era composto da venti cantori divisi in primi. secondo e bassi; in più una quarta voce solista detta localmente contralto (in realtà un tenore) eseguiva una parte solistica [Musiche tradizionali del Ponente ligure: le registrazioni di Giorgio Nataletti e Paul Collaer (1962, 1965, 1966), CD incluso, a cura Mauro Balma e Giuliano d'Angiolini, Accademia nazionale di Santa Cecilia-Squilibri, Roma 2007].


Uomini / donne

L'appartenenza ad uno piuttosto che all'altro sesso ha prodotto all'interno del canto liturgico il posizionamento dei due generi su versanti anche fisicamente distanti. Nei luoghi di culto la disposizione di uomini da un lato e donne dall'altro è stata e in gran parte continua ad essere una norma non eludibile. Per i cantori nel tempo è diventata consuetudine una ulteriore divisione dello spazio fisico della chiesa per cui gli uomini si dispongono in coro dietro l'altare e le donne lungo le navate. Si è originato così un tipo di canto a interventi alternati, prima gli uomini e poi le donne, venendo spesso ai primi riservata la parte del canto più impegnativa e alle seconde una più semplice funzione di risposta al canto maschile. In qualche altro caso i versetti dei canti (tipicamente nei salmi e negli inni) venivano intonati (prima gli uomini e poi le donne) sulla stessa melodia.

Quando uomini e donne intonano un canto a più voci (di solito due, con una o entrambe le parti raddoppiate all'ottava), non si vedono fra loro. Per questo motivo non sono frequenti i canti a voci miste; le canterine si sistemano, per ovviare il più possibile a questo problema, nelle panche della chiesa più vicine all'altare. A Còsola esse avevano il permesso di sedersi tutte insieme nelle panche di sinistra vicine all'altare, contravvenendo alla norma per cui le due frazioni principali del paese dovevano prendere posto l'una a destra e l'altra a sinistra, gli uomini in fondo. Le ragioni del canto superavano quelle delle norme di comportamento paesane. Da questa località, l'inno "Lucis Creator optime" nel quale si ascolta una straordinaria voce femminile che esegue la cosiddetta vuzada, una voce solista che si sovrappone a quella delle altre donne; da notare il finale eseguito eccezionalmente da voci miste [Mauro Balma, Sul filo del canto, tra devozione, bravura e piacere, in Mauro Balma - Paolo Ferrari - Zulema Negro, Noi cantiamo con il verso bello, CD incluso, Musa, Cosola 2008].

Nell'ambito delle confraternite, quelle maschili e quelle femminili (le seconde in minoranza rispetto alle prime) avevano repertori diversi: una confraternita comprendente uomini e donne che oggi cantano assieme si trova a Porto Maurizio (Imperia), ma è da considerare una eccezione. Si arriva anche a sovrapporre i due repertori (quello maschile e quello femminile) nel corso di un evento processionale particolarmente ricco e sviluppato come accade a Ortovero (Savona). Qui la sera del Venerdì Santo alle 21 si tiene la Processione del Cristo morto con ampia partecipazione: la processione si snoda con in testa i chierichetti, poi giovani ragazze con stendardi, poi donne con lumini. Queste cantano una lode ("Gesù mio, con dure funi") all'unisono. Dietro vengono tre gruppi di cantori della Confraternita che è rappresentata da un'ottantina di unità. Il canto è quello di un "Miserere" a due voci: i gruppi sono distanti fra loro circa venti metri ed è difficile ascoltarli insieme; il canto delle donne si sovrappone a quello degli uomini [Liguria: canti delle confraternite, CD-book, a cura di Mauro Balma, Luciano Venzano, Gianni De Moro, Nota, Udine 2004].

Una partecipazione sincrona uomini/donne si può osservare oggi in casi nei quali in passato cantavano solo gli uomini essendo le donne pure spettatrici, indispensabili comunque per dare un senso al canto. Questa compartecipazione non è da intendersi tanto come "politicamente corretta" quanto come una necessità determinata dal diminuito peso della componente maschile: per la sopravvivenza del canto diventa necessario l'aiuto delle donne  (nel paese di Bogli i canti profani mi sono stati cantati da soli uomini, mentre i canti religiosi sono stati intonati da un gruppo di donne con la partecipazione di un solo uomo!). Questo comporta una trasformazione del contesto vocale e, talvolta, una diminuzione dell'impatto sonoro, del contesto emozionale. Tra i casi più evidenti quello della già citata Nona lezione dell'Officium defunctorum di Ceriana e quello del "Miserere" di Sassello (Savona). In quest'ultimo caso l'intervento delle donne è legato alla presenza di una cantoria raccolta intorno ad un maestro locale.


Scritto / orale

In nessun altro repertorio della tradizione l'intreccio tra questi due versanti risulta così stretto. La tradizione religiosa del borgo ligure di Triora (noto per i processi alle streghe) contempla fra i canti del Venerdì Santo un "Or ch'esangue" che ha una parte centrale che si presenta come una trasposizione in ambito rurale dell'aria "Dal tuo stellato soglio" del Mosè di Rossini. Appaiono e scompaiono in molti canti relitti gregoriani affogati in nuovi contesti armonici, trasformati nelle loro componenti melodiche e, presumibilmente, ritmiche. Di particolare interesse il caso degli inni su testo latino e in rima che rimandano al repertorio creato proprio per il popolo da Sant'Ambrogio: ebbene, la ritmica fortemente accentuativa e la semplice incisività delle frasi musicali sembrano riportare proprio a quel contesto (come nel caso di "Lucis Creator optime" citato prima).

La relativa complessità di alcuni canti rende inevitabile il supporre una partecipazione "compositiva" di persone più o meno acculturate attive nel contesto delle comunità rurali: in pratica organisti di paese e parroci. Dello "Stabat Mater" detto "de fie" considerato proprio dell'oratorio femminile delle "Caterinette" di Porto Maurizio è stato ritrovato un manoscritto esplicitamente indicato come "da Cantarsi La Sera del Giovedì Santo in processione - del M.º Sciorati". Nell'archivio della Confraternita di Santa Caterina di Ceriana ci sono pagine manoscritte del Miserere una delle quali datata 1898, nella quale Veneziano Pietro Antonio dichiara di "aver posto in soave musica" il salmo 50; sono presenti tutte e tre le parti vocali. Dello "Stabat Mater"  ci sono due serie di documenti anonimi completi solo nelle parti del tenore primo e secondo (manca il basso).

Il caso più clamoroso nell'ambito ligure è quello della lauda polivocale natalizia "L'unico Figlio dell'Eterno Padre" intonata ancor oggi a Ceriana la notte di Natale; nella parte superiore riprende la melodia del "canto" quale si trova in una raccolta seicentesca (un testo ufficiale e quindi scritto) pubblicata a Roma, mentre sostituisce alla parte del "basso" il bordone tipico dello stile del canto profano cerianasco. La lauda in questione è stata segnalata da Renato Morelli a Palù nella valle dei Mòcheni e, in seguito a ricerche del tutto indipendenti da quella, anche da me a Ceriana; differentemente dalla versione oggi cantata a Palù, essa ricalca nella parte superiore la melodia del "canto" quale si trova nella raccolta "Il terzo libro delle laudi spirituali" [Baldo, Roma 1570]. Il testo si trova anche in una pubblicazione di poco posteriore, "Sommario della dotrina christiana per la città, et diocese di Genova" [Bartoli, Genova 1589]. Entrambi i documenti sono riprodotti da Morelli [Identità musicale della val dei Mòcheni, Museo degli usi e costumi della gente trentina, Istituto culturale mòcheno cimbro, Palù del Fersina 1996].


Conclusione con una domanda

Dal momento che molte delle musiche di tradizione sono oggi irrecuperabili o non più proponibili in funzione, la domanda è: dobbiamo confinarle agli archivi etnomusicali oppure, lasciando da parte il contesto antropologico nel quale sono cresciute, considerarle come facenti parte di un sistema musicale autonomo e riproporle decontestualizzate come musica da ascoltare?
 
Penso che la riproposta stilisticamente corretta da parte di un gruppo specializzato non sia poi troppo incongrua: la parte più interessante del corpus di cui ho parlato prevede infatti già in origine una divisione tra chi canta e chi ascolta.

Mauro Balma

adattato dal testo di lavoro destinato alla pubblicazione in inglese
negli atti di un convegno musicologico tenuto a Vienna nel 2008

 


Canti sacri tradizionali nell'area ligure = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <http://www.appennino4p.it/sacri.htm> : 2009.02 -