Dove comincia l'Appennino

La via del sale


la via dei Malaspina ; la via della Salata


Con la denominazione di via del sale si è soliti riferirsi agli antichi percorsi di commercio che mettevano in comunicazione la pianura Padana con il mar Ligure: il sale infatti, utilizzato per la conservazione dei cibi, era la più preziosa delle merci trasportate dai muli o dai carri, insieme all'olio ligure, a lana, pelli, cuoio, lino e canapa provenienti da oltremare, in cambio del vino e di altri prodotti dei versanti padani.

Esistono in realtà moltissime vie del sale: l'espressione è usata almeno dalla Toscana fino all'estremo Ponente ligure. Alle vie del sale di quest'ultima zona Nico Orengo ha dedicato un libro intitolato "Il salto dell'acciuga"; le acciughe erano infatti un'altra delle merci che transitavano dal mare verso la pianura, il che spiega perché una specialità gastronomica piemontese, la bagna cauda, sia a base di acciughe. Giustamente quindi è intitolato "Le vie del sale", al plurale, un altro libro di Fabrizio Capecchi, che illustra nove itinerari fra pianura e mare, che varcano l'Appennino ligure in altrettanti passi.

Dove passava la via del sale nella fascia di territorio delle Quattro Province? Un riferimento ovvio per l'enorme volume delle merci che vi transitavano, in arrivo o in partenza con le navi, era il porto di Genova. La direttrice sud-nord corrispondente a Genova passa per la valle del Polcévera o per quella del Bisagno, e di lì sul versante padano viene a trovarsi proprio nei nostri bacini dello Scrivia, del Curone e del Trebbia. Il percorso effettivo dipendeva però dallo stato delle strade, dalla natura delle merci e dei mezzi di trasporto, e dalla maggiore o minore convenienza dei dazi doganali fra i diversi stati in cui era suddiviso il territorio: nei secoli i loro confini sono variati, dai Feudi imperiali all'epoca ottocentesca del Regno di Sardegna (che si spingeva ad est fino a Bobbio) e del Ducato di Parma e Piacenza.

Attualmente le ferrovie e le autostrade sfruttano i fondovalle, per cui la rotta principale è quella fra Genova Pontedécimo e Tortona attraverso uno dei valichi più bassi dell'intero Appennino, il passo dei Giovi. In passato era invece sulle alture che si trovavano vie più dirette e stabili, più sicure dagli agguati dei briganti e che evitavano i bordi acquitrinosi dei torrenti, il cui guado avrebbe richiesto l'uso dei trampoli (gampi o garampi), essendo i ponti disponibili ancora pochi.

"Salivamo e scendevamo di volta in volta delle coste montuose assai erte e ripide. Attraversavamo le asperità della catena appenninica che si presentava alcune volte brulla, altre fittamente boscosa; seguivamo sentieri angusti bagnati da acque scroscianti, seminati di sassi e pietre. [...] Dovevamo attraversare frequentemente un torrente [il basso corso del Curone] che, per le sue sinuosità, sembrava moltiplicarsi sotto i nostri passi. La guida, allora, staccava i suoi trampoli, se li aggiustava ai piedi e sotto le braccia e quindi, con grandi falcate, oltrepassava il torrente. Talvolta con le estremità dei trampoli pungolava l'asino che voleva fermarsi a bere o si voleva sdraiare in mezzo all'acqua con il carico del baule e del porta abiti." [Étienne de Jouy, L'Hermite en Italie, 1824, ed. it. Gian Luigi Olmi, Bobbio 1994]


La via dei Malaspina

La catena di principale di monti che forma l'ossatura delle Quattro Province offre una "highway" da sud a nord, che dai monti Lavagnola e Àntola attraverso le Capanne di Carrega, il Carmo, il Cavalmurone, le Capanne di Còsola, il Chiappo e il Boglelio, arriva nella zona di Varzi. Questo percorso permetteva di mantenersi per un lungo tratto nei feudi controllati dai Malaspina: "tale famiglia è assai antica; tutte le zone delle montagne di Bobbio, le valli della Trebbia e quelle della Staffora si chiamavano anticamente Lingua Malaspina" [Jouy, cit.]. Essendo i Malaspina alleati di Pavia contro Milano, in base a una legge del 1284 tutti i mercanti pavesi erano obbligati a seguire questo percorso "per ipsam stratam vallis Stafole et vallis Trebie", pagando ai marchesi dei pedaggi in cambio dei quali era garantita una certa sicurezza. Lungo l'itinerario sorsero perciò locande e ospizi, fra cui quello di San Giacomo patrono dei pellegrini, del quale alcune rovine erano ancora visibili negli anni Trenta, presso Casale Stàffora [Alberto Arecchi, Crociati, templari, pellegrini, Oi petres, Belgioioso 1995]. I sentieri di crinale, inoltre, offrono collegamenti diretti e sui quali è facile individuare la direzione giusta per chi ne abbia un minimo di conoscenza. Per questo erano utilizzati ancora in tempi recenti dagli abitanti dei paesi delle Quattro Province, che in un paio di giorni di buon cammino erano capaci di raggiungere Varzi da Genova o viceversa.

Proprio i collegamenti viari ed economici possono spiegare le caratteristiche culturali delle Quattro Province, come evidenziano gli studi storici di Mauro Casale. Insieme alle merci e ai muli passavano infatti le persone, con le loro conoscenze, le notizie, i dialetti, gli usi. Gli archivi parrocchiali della media val Trebbia rivelano spesso, insieme ai cognomi di origine locale, quelli di sposi, testimoni o padrini di battesimo provenienti da località della val Bisagno o dell'alta val d'Aveto, lontane ma fittamente collegate. Anche le danze tradizionali con muse e pifferi erano un tempo diffuse verso la Riviera, ed è probabile che siano state trasmesse proprio lungo la via del sale, per rimanere più tardi attestate soltanto nelle valli alte, mentre l'entroterra genovese veniva trasformato più rapidamente dall'avvento delle usanze moderne. Gli scambi tra le due aree si mantennero comunque fino al Novecento, quando i grandi suonatori di Bruggi, Cegni e Negruzzo si recavano regolarmente in Fontanabuona (Neirone, Uscio, Testana...) a suonare e ad acquistare i pifferi che avevano commissionato al Grixu di Cicagna — nel caso di Jacmon combinando l'attività artistica con quella di commerciante di bestiame. Il loro arrivo era atteso da tutti come un avvenimento, come ci racconta una signora ultranovantenne di Bertone, che ricorda con emozione lo scintillio della fisarmonica facente capolino insieme al piffero dalla sella che separa il paese dalla val Boreca.

Questa via del sale più alta è quella che oggi viene riportata sulle guide escursionistiche ed è spesso percorsa da gruppi guidati o autonomi, per la sua indubbia valenza paesaggistica e ambientale: si cammina per decine di chilometri attorno ai 1500 metri in mezzo a pascoli, faggi (fo) e maggiociondoli (azburni), e nelle giornate limpide si può ammirare un panorama che spazia fino alle Alpi Apuane, al mare, al Monviso e alla chiostra delle Alpi. Il segnavia mantenuto su tutto il percorso dalla Federazione italiana escursionismo è un quadrato blu pieno, corrispondente all'itinerario da Tortona a Portofino detto "Via del mare", e coincidente la via del sale malaspiniana.

Strade asfaltate raggiungono i valichi alti di Capanne di Cosola e Capanne di Carrega, ma volendo intraprendere un percorso più completo e partire dal basso, come facevano i mulattieri, la località di avvio più significativa del versante padano è Varzi (o, nella parallela val Curone, Fabbrica). Il centro medievale di questa cittadina è molto interessante, con i suoi portici bassissimi e robusti sorretti da travi di legno, le torri di pietra dei Malaspina e delle altre famiglie importanti, gli oratori delle congregazioni e la chiesa romanica dei Cappuccini. Varzi è anche molto nota alla gastronomia grazie al suo straordinario salame, prodotto anche in tutta la zona circostante, la cui tradizione sarebbe da associare proprio alla disponibilità di sale (salame = "carne salata").

Passato il ponte sullo Staffora, il segnavia svolta a sinistra dapprima costeggiando il torrente e poi salendo decisamente in direzione di Castellaro (dove incrocia più volte una strada asfaltata) e quindi del crinale. Arrivare a Capanne di Cosola per la sera richiede però molte ore di cammino di buon passo, e chi preferisca prenderla più comoda può invece mantenersi più a destra, inizialmente sulla strada per Fabbrica, ammirando la conca di Nivione con i suoi suggestivi calanchi, fra i quali si trova la casetta dove si rifugiavano i partigiani capeggiati da "Primula Rossa". Da San Michele di Nivione una sterrata non segnata porta attraverso i boschi a Cella, dove si trova un ristorante-albergo. Oggi ricadente nel comune di Varzi, questa località si chiamava in origine Cella di Bobbio, evidentemente perché sede di monaci dell'abbazia di San Colombano; vi si possono osservare le rovine di un piccolo castello e la stranissima chiesa-museo detta Tempio della Fraternità. Dal Tempio un facile sentiero porta rapidamente a Selvapiana, grazioso paese intonacato di bianco sul versante della val Curone: si può ristorarsi e pernottare alla "Genzianella", uno degli ultimi locali in cui suonò l'anziano Jacmon, oggi dedito al recupero di sapori locali come il formaggio montébore e le erbe officinali coltivate di fronte all'albergo.

Tra Selvapiana e Forotondo parte una strada forestale attraverso i rimboschimenti di pino nero effettuati negli scorsi decenni: in salita decisa ma regolare ci si porta così al Pian della Mora, dove si trova un capanno aperto con tavoli e da cui inizia il crinale principale. A percorrerlo è in questo tratto una strada sterrata, che oltrepassata la groppa del monte Boglelio scorre piacevolmente fra tratti boscosi e altri aperti, a cavallo fra i terreni di Forotondo in val Curone e quelli di Cegni in valle Staffora. Anche il monte Bagnolo non è che il culmine di uno dei dolci saliscendi del profilo della catena. Scendendone si incontra un altro capanno con panche, nel punto dove in passato sorgeva un vero e proprio albergo, frequentato da folle di persone nelle giornate estive. Poco più avanti, nel punto in cui la strada si trasforma in un sentiero nel bosco, siamo al colle della Seppa, valico fra i paesi di Bruggi e Negruzzo. Si prosegue ancora a saliscendi oltrepassando le alture del Garavè e del monte Rotondo, finché al passo della Mula ci si prospetta davanti una decisa salita, che porta ai 1700 metri del monte Chiappo. Sulla sua cima, presidiata da una statua di San Giuseppe, si incontrano la Lombardia, il Piemonte e l'Emilia-Romagna. A pochi passi c'è un rifugio, aperto soltanto per pranzo nella stagione estiva e nelle domeniche invernali in cui si scia sulla pista che scende al Pian dell'Armà. Al Chiappo confluisce un altro importante crinale formato dai monti Giarolo, Gropà, Panà e Ebro, fra le alte valli Curone e Borbera; il Chiappo e l'Ebro, di quota praticamente uguale, sono separati solo dall'avvallamento della Bocca di Crenna, raggiunto recentemente da una strada asfaltata. In questo tratto tira spesso un forte vento, probabilmente perché si tratta dei rilevi più alti interposti fra la pianura e il mare.

Dal monte Chiappo si scende rapidamente all'importante valico delle Capanne di Cosola, vero cuore delle Quattro Province, dove si incontrano le strade che salgono dalla val Borbera e dalla valle Staffora (con il passo del Giovà) e quella strettissima e a strapiombo della val Boreca, che fra ripidi versanti boscosi scende verso il Trebbia; dalle Capanne si arriva in auto (con un po' di attenzione!) anche a due dei paesi più interessanti dell'alta val Boreca, Artana e Bogli. Proprio sul valico si trova l'omonimo albergo, da varie generazioni gestito dalla cosolana famiglia Callegari: le fotografie all'interno mostrano come all'inizio del Novecento qui non vi fossero che un paio di costruzioni, dove potevano alloggiare i muli e i viandanti, il che non toglie che per la festa di Sant'Anna vi si riversassero enormi quantità di gente e di bancarelle. L'albergo è un posto particolare, già antico confine fra Regno di Sardegna e Ducato di Parma e Piacenza, dove ci si trova sospesi in mezzo ai monti in ogni direzione: l'arrivo della cultura emiliana si può sentire tra l'altro mangiandovi una tipica specialità piacentina, i pissarein e fazö́. È sempre qui che, appropriatamente, si svolge alla fine di ottobre il raduno dei suonatori di piffero e fisarmonica delle Quattro Province.

Dalle Capanne si può riprendere il viaggio in direzione sud lungo il crinale che separa la alessandrina val Borbera, con i paesi di Còsola, Daglio, Cartasegna, Carrega, Magioncalda, dalle piacentine valli Boreca e Terenzone che scendono verso il Trebbia, con Bogli, Bertone, Alpe e Varni. Il crinale sale al monte Cavalmurone e poco dopo al monte Legnà o Legnaro (per i cosolani a Lama), ai piedi del quale si trovava un importante valico fra Borbera e Boreca, il passo del Legnà. Si prosegue in un bel tratto panoramico e poi rientra nella faggeta, avanzando verso il monte Carmo, altro punto di congiunzione di tre regioni, dove tocchiamo ora anche la Liguria. Con un tratto in discesa, da cui si stacca sulla sinistra il crinale che porta al monte Alfeo, si giunge alle Capanne di Carrega, un semplice gruppo di vecchie case e stalle allineate. La sua antica storia di locanda con stallaggio per i muli è fortunatamente ripresa da qualche anno, con la ristrutturazione in un agriturismo che produce interessanti formaggi, gestito da una famiglia locale; poco lontano, lungo la strada asfaltata che conduce a Fascia e a Propata, c'è anche la Casa del Romano, rifugio-ristorante più comodo e molto frequentato la domenica.

Ma la via del sale procede piegando leggermente verso sud-ovest, tra bei prati fioriti e altre faggete, in direzione dell'Antola. In una piccola radura nel bosco, facendo attenzione a sinistra fra le piante, si possono notare tre vecchie croci di legno, ricordo di tre paesani di ritorno dalla stagione di lavoro in risaia che, dopo un lungo viaggio a piedi per la val Borbera, erano ormai quasi arrivati a casa quando furono lì sorpresi da una bufera e morirono assiderati. Anche un monte non molto distante ha preso il nome di Tre Croci. Infine, usciti dal bosco, si prospettano davanti i prati del monte Antola, classicissima meta di escursioni e di pellegrinaggi, soprattutto per la festa di San Pietro alla fine di giugno. La festa si svolgeva al suono di clarinetto e fisarmonica davanti al rifugio gestito per molti anni dalla famiglia Musante, e oggi purtroppo ridotto in rovina. Il luogo rimane comunque speciale, sia per la ricchezza delle fioriture sui suoi prati, sia per la sua posizione nodale nella porzione sud delle Quattro Province: dall'Antola infatti si dipartono i crinali che separano le valli dei Campassi (affluente del Borbera), del Vobbia (valico di San Fermo e monte Buio), del Brevenna (monte Liprando) e del Pentemina, mentre le sue pendici meridionali, che proseguono con le alture del Cremado e del Prelà, comprendono sia le sorgenti dello Scrivia che quelle del Trebbia. Un nuovo rifugio è stato realizzato dal Parco dell'Antola a poca distanza.

Dai 1597 metri dell'Antola il percorso comincia a scendere rapidamente in direzione del mare, ancora lontano. Superato il passo del Colletto si percorre una serpeggiante mulattiera di grossi sassi, e a quota 1000 si tocca il paese di Donetta, dove è possibile pernottare in un bed and breakfast. Altrimenti, la tappa classica è Torriglia, il grosso paese che si trova ancora sotto, centro animato da negozi (non trascurate focacce e canestrelli), punto di partenza di corriere e luogo di villeggiatura per i genovesi. Torriglia è collegato con Genova attraverso il passo della Scoffera, il paese di Bargagli e la val Bisagno. L'itinerario escursionistico tuttavia rimane più a est, proseguendo sul monte Lavagnola, alla testata della Fontanabuona, arrivando a Uscio, significativamente sviluppato in lunghezza sui due margini dell'antica strada, e di lì a Sori oppure a Recco (anch'essi porti di carico del sale) e sul monte di Portofino, dove il percorso si può concludere con i sentieri in mezzo alla macchia mediterranea e con un rinfrescante bagno.


La via della Salata

Se la via del sale alta si presta a belle esperienze escursionistiche, un altro percorso di quota minore è ricco di riferimenti storici e ricordato anche localmente come itinerario di commercio. Questo percorso, percorribile in buona parte anche in auto, segue valli e valichi disposti anch'essi in direzione nord-sud, che permettono di restare più in basso (scelta necessaria nei mesi invernali) limitando comunque i dislivelli da superare fra una valle e l'altra. Il crinale principale est-ovest dell'Appennino ligure viene infatti superato nel suo punto in assoluto più basso (468 m), la Crocetta d'Orero, e anche la parte settentrionale del tragitto non comporta dislivelli eccessivi, passando dalla val Borbera al Genovesato in un luogo chiamato significativamente Salata. A capire l'importanza relativa delle diverse località, assai diversa da quella attuale, ci aiutano le carte geografiche del Sette- e Ottocento, collezionate da Giuseppe Bessone e raccolte in un bel volume [La Liguria nelle carte e nelle vedute antiche, De Agostini, Novara 1992], che indicano località corrispondenti talvolta ai paesi di riferimento attuali, talvolta a frazioni oggi quasi abbandonate, e in qualche caso a località di identificazione misteriosa.

Nella zona in cui sboccano gli itinerari montani, gran parte delle carte riporta il paese di Volpedo, nella bassa val Curone, facilmente raggiungibile da Tortona e Voghera e quindi dalle altre città della pianura. Volpedo, che vanta una notevole pieve millenaria, è stato reso celebre dal pittore Giuseppe Pellizza, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, la cui opera a sfondo sociale "Il quarto stato" è conosciuta in tutto il mondo; i sabati e le domeniche pomeriggio è possibile visitare lo studio-museo del pittore, con la competente guida di volontari del paese. L'interesse di Pellizza sta anche nel suo profondo legame con il paese e con tutto il territorio, che ha ritratto in opere come "Sassi neri del Penice".

Da Volpedo si può risalire attraverso il dolce paesaggio della media val Curone, passando per Brignano (sede di un castello e citato su molte carte) e oltrepassando l'antico confine fra i feudi tortonesi e quelli della Repubblica di Genova: questo passaggio è tuttora riflesso nel dialetto, fin lì di tipo lombardo, che diventa nettamente ligure a partire da San Sebastiano; gli abitanti della vicina Frascata parlano infatti un curioso e insolito idioma ibrido. San Sebastiano Curone è chiaramente ligure anche nell'architettura: le case del centro storico, disposto sulla confluenza nel Curone del suo affluente Museglia, sono già strette e alte, intonacate di vivaci colori gialli e rossi.

Lasciando a sinistra l'alta val Curone, si imbocca invece quella del Museglia, e dopo un primo tratto pianeggiante ci si avvia sulla destra a risalire le alture di Dernice. All'inizio di questa strada, nei pressi di Poldini si può vedere una vistosa piega geologica in cui gli strati sedimentari si rovesciano quasi completamente. Questo percorso mette in comunicazione la val Curone con l'alta val Borbera, che è rimasta a lungo isolata rispetto a quella bassa dalle selvagge strette di Pertuso, non superate fino a tempi abbastanza recenti da alcuna strada carrabile. Sul tratto di valico sorgono i paesi di Dernice e poco lontano di Montébore, che controllavano la zona a cavallo fra il Curone, il Grue e il Borbera con strategici castelli: sulle carte si trovano infatti le indicazioni "Cast. Derniz" e talvolta anche "Montebore", e nel 1715 "Sasso". Da anziani di questi paraggi è stata recuperata la ricetta quasi scomparsa di un gustoso formaggio detto appunto montebore, diventato negli ultimi anni una vera ricercatezza, al pari del vino timorasso. Poco dopo si arriva a Vigoponzo ("Vico Ponzo"), anch'esso molto antico e un tempo sede di un monastero, e a Zebedassi.

Da qui la strada mostra un'ampia panoramica dei verdi terreni digradanti verso il Borbera, aldilà del quale si trovano invece severe e ripide rocce. Sono i Conglomerati di Savignone, una formazione costituita da sassi cementati in una matrice sedimentaria, che attraversa le valli Scrivia, Vobbia e Borbera caratterizzandole fortemente sia per il paesaggio che per la difficoltà dei collegamenti: questa roccia è infatti meno erodibile dei Calcari dell'Antola, che dominano invece nei tratti superiori delle valli e sul crinale principale. Per questo, curiosamente, le alte valli Borbera e Vobbia offrono panorami più ampi, dolci e antropizzati che i loro tratti inferiori. A sinistra, sulle ampie falde del monte Giarolo, si vede un grosso palazzo fortificato, il castello di Borgo Adorno, legato alla nobile famiglia degli Adorno.

La via del Sale raggiunge il letto del Borbera a Cantalupo, nodo viario visibile su quasi tutte le carte. Come gli altri centri principali dell'alto Borbera (Albéra, Cabella, Carrega, Roccaforte, Rocchetta), il nome di Cantalupo è seguito dal suffisso Ligure, a sottolineare che i legami storici, culturali e linguistici di questa zona sono più forti con il Genovesato che con le basse valli. Siamo fra "i Piemontesi con la lingua dei Genovesi" citati nella canzone della bella Angiolina, ben conosciuta in alta val Borbera. Il centro storico di Cantalupo, oggi aggirato dalla strada provinciale, rivela invece una via centrale nettamente rettilinea, con il nome di un vecchio albergo che sbiadisce sui muri di una casa: era chiaramente questo il percorso della via del sale, nell'epoca in cui le strade passavano dal centro dei paesi anziché evitarli come avviene oggi. Pare che nell'Ottocento fosse attivo a Cantalupo un costruttore di pifferi, certamente il fornitore dei grandi suonatori delle valli Curone e Borbera.

A poca distanza da Cantalupo, in località San Nazzaro, si trova un importante bivio, in corrispondenza del quale è oggi il noto ristorante "da Bruno". Lasciando a sinistra la strada principale della val Borbera, imbocchiamo invece la valle del suo affluente Sìsola, il cui andamento rettilineo da nord a sud costituisce una scorciatoia naturale che ne fece un collegamento strategico. Appena oltre il ponte sul Borbera troviamo infatti un centro importante, Rocchetta Ligure; lungo la via centrale si trova il notevole palazzo dei nobili Malaspina, recentemente ristrutturato e sede del Comune. La via rettilinea sbocca attraverso un arco, che apre la nostra vista alla valletta del Sisola che ci apprestiamo a risalire.

Raggiungiamo un piccolo borgo che porta lo stesso nome della valle, e sulle carte sembra corrispondere a vari nomi: "Suzella" (1840, 1836), "Suzelle" (1791), "Sirsura" (1770), e in precedenza "Isola" (1797, 1784, 1783, 1754, 1749, 1747). Il nome Isola si ritrova in altri luoghi delle Quattro Province: Isola del Cantone in valle Scrivia, Isola di Rovegno in val Trebbia, Esola in val d'Aveto: in genere non si riferisce a un'isola nel senso moderno, ma a un luogo separato dagli altri da corsi d'acqua (a Isola del Cantone lo Scrivia e il Vobbia), oppure a un possedimento amministrativamente separato come nel caso di Isola del Vescovo, vecchio nome di Molassana in val Bisagno. La carta del 1836 mostra anche i successivi paesi di Pagliaro e Vergagni, quest'ultimo già sede di un'abbazia.

Risalendo il Sisola giungiamo a Mongiardino, comune sparso che sulle carte è citato alternativamente come "Mongiardino" o come "Lago", nome di due delle sue frazioni: la strada passava da queste — Lago Patrono e Lago Cerreto — e dalle case Camincasca, dalle quali infatti una bella mulattiera sale al valico, lasciando sulla sinistra la località Maggiolo dove si trova oggi la chiesa parrocchiale. Da qui la strada si inerpica verso il crinale con la val Vobbia, che raggiunge però assai rapidamente. Siamo al valico di Costa Salata, il cui nome è evidentemente riferibile alla sua funzione di transito commerciale. Oggi è invece un luogo decisamente appartato, e non vi si trovano che un ristorante e un gruppo di vecchie case. Molte carte riportano nelle vicinanze (a dire il vero un poco più a est, ma la precisione delle carte antiche è notoriamente approssimativa) anche il toponimo di "Monte Salato" o "Monte Salatto". In quella direzione si trova anche l'altro importante valico di San Clemente, dove fino a pochi anni fa era attiva un'osteria, guardato dalla nota cappella di San Fermo. Entrambi i valichi immettono dal bacino del Borbera in quello del Vobbia, dove si trovano le località di Vallenzona, Arezzo e Sarmoria (citate nel 1836), Salata di Mongiardino e Salata di Vobbia. Si scende per alcuni tornanti, toccando il Mulino di Salata o Mulino del Cascè, costruzione isolata dove si trova un ristorante, e proseguendo in direzione del capoluogo della valle.

Vòbbia ("Vobbia", "Vobia", "Ubia"; cfr. anche "Obbietta", attuale Vobbietta) è posta alla confluenza dei torrenti Vallenzona e Fabio, la cui congiunzione forma il Vobbia. Poco più a valle il torrente attraversa i Conglomerati di Savignone fra versanti ripidi e selvaggi, nei quali si erge l'impressionante Castello della Pietra ("la Preda"?), incastrato fra due torrioni rocciosi. Anche a Vobbia si può identificare facilmente una strada centrale che passa sotto un arco e accanto all'oratorio seicentesco della Trinità. Oltre al nucleo centrale con la chiesa, il paese è costituito da un secondo nucleo oltre il Vallenzona (Torre) e un altro oltre il Fabio (Case Fabio). da quest'ultimo che si sale, attraverso un tratto di castagneti, al valico che immette in valle Scrivia. In questo tratto la provincia di Genova ha posto alcuni pannelli illustrativi degli antichi percorsi della via del sale.

Dal nucleo periferico di Vallemara ("Valle Amara") si entra a Crocefieschi ("Croce de Fie[s]chi", "Croce"), importante centro di passaggio e commercio edificato proprio sul valico. Nel suo nome attuale è ricordata la famiglia dei Fieschi, che per alcuni secoli dominò ampie zone delle Quattro Province, arrivando ad insidiare il potere genovese dei Doria con la fallita Congiura dei Fieschi del 1547.

I Fieschi tenevano l'importante castello e il palazzo di Savignone, altro grosso centro nelle vicinanze. Da lì si scendeva al greto dello Scrivia, che si varcava in località Ponte (indicata nel 1836), da cui attraverso San Bartolomeo di Vallecalda si poteva portarsi nel bacino del torrente Secca, nell'attuale comune di Serra Riccò, per dirigersi a Genova dalla parte di ponente.

Un altro percorso scendeva da Crocefieschi passando per una chiesa di "San Giorgio", via Sorrivi e Montemaggio, a Casella, che sorge sullo Scrivia poco più a monte. Nella piazza centrale di Casella si trova infatti un palazzo i cui locali fungevano da deposito del sale e delle altre merci. Come nota Capecchi, la disposizione della piazza e delle vie vicine, perpendicolare all'attuale strada principale, tradisce la vecchia logistica, che era orientata in direzione del valico della Crocetta d'Orero, poco oltre lo Scrivia; il valico è ancora oggi sfruttato dalla ferrovia a scartamento ridotto Casella-Genova, oltre che da una strada carrozzabile.

Dal Molinetto, poche case presso il paesino di Orero (da non confondere con quello omonimo in val Fontanabuona), si arrivava nel territorio di Sant'Olcese ("S. Orsis"), a Trensasco, e da qui in corrispondenza della recente galleria stradale in val Bisagno, ormai alle porte di Genova: per la precisione si sboccava nelle località, indicate anche dalle carte antiche, di Pino Soprano, Pino Sottano e Olmo, dove "c'era un tempo la stazione di posta e l'antica osteria dell'Olmo, nota in tutta la valle del Bisagno" [Giorgio Casanova, Le valli di Genova. Il Levante, SAGEP, Genova 1993].

In questa zona però le alternative erano numerose, anche a seconda del punto della Riviera verso cui si era diretti. A monte di Casella, un altro importante centro era Montoggio, da cui per la Colletta si arrivava alle Tre Fontane, sede di un santuario di antiche origini, di una fiera tuttora organizzata l'8 settembre, e della storia osteria della Rosin; quindi o al valico di Creto e di qui a Aggio e San Siro di Struppa, oppure alla zona dell'attuale lago artificiale Val di Noci e alla gola di Sisa, suggestivo valico prativo, da cui per mulattiere tuttora ben visibili si scendeva su San Martino e San Cosimo di Struppa.

Ancora, trovandosi nella zona di Fallarosa (citata nel 1836) e Laccio, si poteva passare l'Appennino alla Scoffera, scendendo nell'alta val Bisagno per Meco presso Morànego e Davagna, oppure sul versante orografico opposto per Bargagli e Traso, dove convergevano anche gli itinerari provenienti da Sant'Oberto, punto di snodo con la Fontanabuona e l'alta val Trebbia.

Si arrivava in ogni caso ai mulini di Cavassolo, all'inizio dello storico acquedotto di Genova, quindi a Molassana (dove confluiva anche il percorso dell'Olmo), e infine alla Foce, nella zona della stazione di Genova Brìgnole. Il tratto del Bisagno dove il torrente compie un'ampia curva a sinistra è detto ancora Giro del Fullo, perché vi si trovava uno stabilimento per la follatura della lana. L'ultima parte del Bisagno, oggi in parte coperta, era un tempo popolata di orti e di fruttivendoli: questi ultimi in città sono tuttora chiamati i bezagnini. Era perciò possibile comportarsi come il pescatore raccontato da De André in "Le acciughe fanno il pallone":

"Se sbarcherò alla Foce
e alla Foce non c'è nessuno
la faccia mi laverò
nell'acqua del torrente..."

Claudio Gnoli

 


La via del sale = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/sale.htm> : 2008.04 - 2010.01 -