Dove comincia l'Appennino

La musica tradizionale in alta valle Scrivia

veduta di Pentema e della valle del torrente Pentemina, che insieme al Laccio forma lo Scrivia / RB Storicamente ci siamo abituati a ritenere il territorio dell'alta valle Scrívia privo di documentazioni significative, soprattutto in relazione alle tradizioni legate al ballo ed alla musica. Tuttavia chi è cresciuto in quei luoghi sa di racconti e storie di feste, di balli, di spostamenti per intere valli a piedi nella notte per raggiungere una festa in un certo paese.

Eppure di tutto questo sembra non ci sia più memoria. Sembra cancellato, rimosso dalla coscienza e dalla memoria delle persone ancora viventi. Cancellato come tutto il proprio passato fatto di fatiche, miseria, tribolazioni.

Anche se a prima vista sembra naturale immaginare (ed in parte è anche così) che tutto questo sia il frutto della spaventosa emigrazione del secondo dopoguerra verso le grandi città (in questo caso Genova) che ha radicalmente ucciso, spopolato interi paesi, intere valli, in realtà guardando un po' più indietro nel tempo ci rendiamo conto che purtroppo gli abitanti di questi luoghi hanno l'abitudine a disfarsi delle proprie culture e idee per abbracciare quanto di nuovo arrivasse. Forse a causa della troppa vicinanza alla grande Genova, con i suoi mercati e commerci, che di qui passavano, forse per la condivisione della sorte della famiglia Fieschi che qui ha avuto la sua rovina, forse per l'estrema povertà di questo territorio, da sempre amato e odiato da quanti lo hanno abitato.

Proprio in questo contesto si inserisce quanto sta emergendo in relazione alla tradizione musicale. La storia dell'evoluzione degli ultimi sessant'anni della tradizione in valle Scrivia è certo simile a quella avvenuta nelle altre zone delle cosiddette Quattro Province. La differenza è data dal fatto che qui per primi (insieme alla val Fontanabuona) abbiamo perso, rigettato quanto era di nostro.

ballo a Carsi in val Brevenna / archivio Molini

Purtroppo questa ricerca è iniziata molto in ritardo rispetto ad altri luoghi: solo dieci anni prima avremmo trovato ancora testimonianze viventi molto utili, anche in termini di contributo innovativo ed originale rispetto a quanto è conosciuto altrove. Tuttavia il quadro che sta emergendo è comunque di tutto interesse. Il ritrovamento in Chiappa di Montoggio di alcuni strumenti legati alla tradizione (due canne di piffero, una musa ed un flauto dolce) hanno aperto il cammino di una ricerca che fino a quel momento segnava il passo.

Quello che conta, in questi casi, non è la "Storia", quella che si legge sui libri o che è luogo comune dei più. Occorre ricercare la "Microstoria", i racconti di vita vissuta, nascosti nel profondo della memoria di persone che ritenevano fossero cose assolutamente non più utili a nessuno.

In questo modo compare un filo invisibile che attraverso queste storie lega tutti i personaggi e le vicende protagonisti di questa cultura fino a quando è scomparsa (o forse è meglio dire dimenticata). Così riappaiono nomi di musicisti e ballerini che a loro tempo avevano dato un grande contributo al mantenimento e alla vitalità di questa tradizione.

Il paese di Carsegli era fino alla seconda guerra un punto di ritrovo per il ballo. Le persone dei paesi delle valli limitrofe si muovevano a piedi per andare a ballare lì in occasioni di feste. Péntema e le sue frazioni invece avevano una tradizione di musicisti, come pure Laccio. Tuttavia ogni paese, anche il più piccolo, aveva le sue feste e i suoi suonatori.

Genio di Nei di Piancassina (chitarra), Giuan do Matte di Piancassina (clarinetto), Ninni dei Buoni (fisarmonica a piano), Nesto di Bulli di Chiappa (fisarmonica a bottoni), Angiolin della Pezza (clarinetto) e Ban-na di Pentema (fisarmonica a bottoni) : Chiappa (val Brevenna) : anni Venti circa / archivio Ettore MoliniPurtroppo già a fine Ottocento si sono perse le tracce dei balli più antichi: alcune persone più anziane si ricordano vagamente di aver visto o sentito parlare di balli in cerchio. Più recente è la scomparsa del perigordino, ballo assolutamente conosciuto e visto praticare da molti, ma perso nei ricordi fin da prima della guerra. Questa danza, di probabile origine del Genovesato, è stata in uso in questi luoghi per molti anni, ed era molto diffusa. Da qui poi probabilmente si è trasferita nelle altre zone, subendo, a nostro avviso, anche modifiche importanti sia nella melodia, che nella struttura. Prova ne è che non tutti i ricordi di perigordino sono legati alla musica del piffero, e una versione di questa danza in uso ai gruppi folcloristici genovesi presenta una struttura molto complessa (probabilmente rielaborata ad uso spettacolo) e una melodia molto diversa da quelle conosciute in relazione al suono del piffero.

Si ha notizia di alcune persone (vissute a ridosso della seconda guerra) che nelle varie frazioni erano particolarmente abili in questo ballo, ma le nuove generazioni avevano già smesso di ballarlo (era troppo difficile?). Nella memoria di tutte la persone intervistate il termine perigordino (peligurdin o ballu gurdin) emerge sempre spontaneamente, ma i ricordi della struttura della danza sono molto vaghi e contrastanti. Su questo termine sono nati anche modi di dire riguardanti particolari situazioni: ad esempio se uno passava una notte insonne la mattina diceva: "ho fêtu tütta a notte u peligurdin" nel senso che si era rigirato tra le coperte. Oppure se due giovani mostravano simpatie reciproche si usava dire che se "han fêtu dui peligurdin insêmme, alua ghe sêmmu...". Al momento non sono emersi ancora elementi utili ad una ipotetica ricostruzione del ballo. Tuttavia non possiamo escludere che qualche anziano abbia in gioventù imparato questa danza e che sia in grado di tramandarla.

Diverse persone ci hanno nominato un ballo chiamato ciga. Al momento non ci sentiamo di dare una definizione a questo ballo, in quanto le informazioni che abbiamo avuto non ci consentono di catalogarlo in nessuna delle danze conosciute. Discorso a parte meritano invece valzer, polche e mazurche. Come è noto questi balli di coppia non facevano parte del repertorio più antico ma sono arrivati assieme ad altre tradizioni più moderne, o comunque diverse (liscio).

In questo contesto si inserisce un elemento a nostro avviso molto interessante che caratterizza l'evoluzione avvenuta in questi luoghi. Assieme all'evolversi dei balli, delle melodie, qui si sono evoluti anche gli strumenti musicali. Questa particolare evoluzione, in realtà è stata la cosa che ha all'inizio rallentato il nostro percorso di ricerca e che ha richiesto molto lavoro per poter essere interpretata. Con l'arrivo della fisarmonica, in un lasso di tempo piuttosto breve, riteniamo si sia modificato quasi radicalmente tutto quanto riguardava il mondo della danza e della musica. Modificato, ma non scomparso.

L'anziano fisarmonicista Maurizio Oberti discute di musica con [da sinistra] Fabio Paveto, Ettore Molini, Ilaria Demori e Claudio Cacco : Alpe di Vobbia. Albergo Alpino : maggio 2005 / CG

Le numerose testimonianze raccolte delineano chiaramente alcuni fatti precisi: anzitutto si è perso l'interesse verso lo strumento che tutti noi amiamo, il piffero (pínfou). I cinque figli di Angelo Vagge ("Langin" o "l'Angin") proprietario dei pifferi di Chiappa, suonatore di piffero e musa, non hanno avuto alcun interesse verso questo strumento, tanto che Langin alla sua morte ha chiesto di far seppellire con lui questi strumenti. Se è vero che era usanza dei musicisti farsi seppellire con i loro strumenti (ci sono altri casi) è anche vero che Langin durante la sua vita non ha avuto occasione né di insegnare il piffero a qualunque dei suoi figli, e nemmeno di provare a sperimentare lui stesso le melodie che conosceva accompagnate dalla fisa, che pure era arrivata in casa sua. Dei cinque figli di Langin infatti, tre hanno imparato a suonare la fisa, uno era un bravissimo ballerino (anche di perigordino), e andavano in giro a suonare. Dei loro figli alcuni hanno a loro volta imparato a suonare la fisa, altri sono stati grandi ballerini (uno è ancora vivo).

Cosa è rimasto quindi della parte più antica? Apparentemente niente. Invece non è così. Per molti anni infatti, hanno convissuto un repertorio più antico assieme a quello più moderno, per perdersi poi entrambi nel secondo dopoguerra. La cosa straordinaria tuttavia, è che per molti anni il clarinetto ha sostituito il piffero nella tradizione di ballo delle nostre valli. Di questo abbiamo ampia documentazione. Si ha anche notizia di un pifferaio della val Brevenna che si è convertito al clarinetto (era più facile da suonare? era più divertente? era più facile procurarselo?). Sta di fatto che ancora oggi vi sono persone che ballano ed hanno vissuto questa transizione.

Ci hanno raccontato che fino in tempo di guerra tutti ballavano diciamo "all'antica" coma usa dire da queste parti. Suonavano spesso il famoso "Bann-a" di Pentema alla fisarmonica e l'Angiulin di Pezza, frazione di Pentema, al clarinetto. Negli anni successivi, con l'emigrazione, la morte dei vecchi musicisti ecc., le generazioni successive hanno abbracciato l'uso del liscio. Delle musiche in uso allora per fortuna non si è persa completamente la traccia e forse un giorno potranno ritornare un patrimonio collettivo.

Valentina Genta consegna a Claudio Cacco e Ilaria Demori una targa di Musa per le loro ricerche in valle Scrivia, durante la  Curma` di pinfri : Capanne di Cosola : ottobre 2005 / MS Il ballo della polca ha avuto qui qualche variante che non ci risulta conosciuta altrove. Intanto la definizione comune con la quale viene definita è polca all'antica o busallina. In realtà è possibile che non fossero proprio la stessa cosa. La polca all'antica è la polca con passo saltato che è oggi in uso. La busallina è invece una versione molto coreografica della polca antica, che di solito veniva ballata tra uomini. Le informazioni che ad oggi abbiamo raccolto lasciano sotto questo aspetto qualche margine di dubbio e sono a tutt'oggi oggetto di ricerca. Infatti tra le persone più anziane che frequentano il mondo del liscio genovese non è infrequente trovare coppie di ballerini che conoscono questo ballo e che talvolta, su melodie particolari di liscio, si esibiscono.

Comunque l'usanza di ballare tra uomini era molto diffusa. Generalmente si ballava la polca, ma non solo. Quando si ballava tra uomini ci si teneva in modo diverso. La presa era molto distaccata e a seconda dei momenti, le braccia di un ballerino erano sotto le ascelle dell'altro. Questa presa permetteva di compiere alcune figure come "le tressette" dove un ballerino alzava l'altro che compieva degli incroci con le gambe prima di ricadere. In genere comunque erano balli di esibizione e molto saltati.

Vi era poi l'usanza del ballo a solo. Si trattava di un brano musicale suonato appositamente per una sola coppia che danzava nella pista. Spesso era l'uomo che chiedeva ai musicisti il ballo a solo, generalmente per corteggiare una donna. Entrando più nel dettaglio, occorre dire che il ballo a solo era a pagamento. Il prezzo veniva concordato tra il "committente" ed i musicisti. Ci è stato riferito che spesso una parte del compenso dei musicisti durante una festa veniva proprio dai balli a solo. Poteva anche accadere che la quota venisse pagata da più coppie che avevano quindi tutta per loro l'intera pista da ballo. Stava al buon senso dei musicisti non accettare troppi balli a solo durante una festa per non far nascere malumori da parte di quanti non potevano permetterseli e che altrimenti si sarebbero visti rovinare la serata.

Claudio Cacco e Ilaria Demori


La musica tradizionale in alta valle Scrivia (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/scrivia.htm> : 2005.02 - 2006.06 -