Dove comincia l'Appennino

La diffusione storica dei pifferai

Libertà l'ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze a un ballo, per un compagno ubriaco...
E poi se la gente sa — e la gente lo sa che sai suonare —
suonare ti tocca per tutta la vita, e ti piace lasciarti ascoltare

(Il suonatore Jones / Fabrizio De André, Giuseppe Bentivoglio)


Il piffero e la musa, con i quali è stato tramandato il repertorio tradizionale delle Quattro Province, sono entrambi strumenti di origine antichissima. Il piffero è un oboe popolare, derivato dal semplice principio di applicare un'ancia vibrante, formata da uno stelo appiattito, a un tubo conico traforato di legno duro (perlopiù bosso); di oboi popolari si trovano esempi in molte parti dell'Eurasia e delle coste mediterranee: la ciaramella in Italia centro-meridionale, la gralla in Catalogna, il clari nei Pirenei, il graile in Francia meridionale, la bombarda in Bretagna, la zurna in Turchia... [Les hautbois populaires, Modal, Saint Jouin de Milly (F) 2002]. Anche la musa appartiene a una famiglia molto ampia, quella delle zampogne, che a un insieme di canne munite di ancia aggiunge una sacca di pelle di capretto che funge da serbatoio dell'aria.

Piffero e musa hanno quindi sicuramente diversi secoli e dovettero derivare da precedenti strumenti analoghi. Documenti ed illustrazioni attorno alla metà del millennio, tra i quali uno relativo a Varzi, accennano all'uso di strumenti popolari a fiato che potrebbero corrispondere a piffero e musa, ma è difficile valutare precisamente sia la terminologia che l'esattezza delle illustrazioni. Sono interessanti in particolare alcuni dipinti di Bernardino Strozzi "il Cappuccino", pittore genovese del Seicento: un paio di essi ritraggono suonatori di cornamusa, bombarda e altri fiati, mentre "Il pifferaio" raffigura un suonatore di bombarda. È comunque probabile che queste zone dell'Appennino settentrionale, essendo relativamente isolate e poco modernizzate, abbiano conservato usi musicali che un tempo avevano diffusione più ampia, perlomeno in direzione dell'Appennino tosco-emiliano.

È possibile che anticamente la musa suonasse anche da sola, oltre che come accompagnamento del piffero. I primi documenti noti di quest'area che la citano esplicitamente, riportati da Getto Viarengo, risalgono alla seconda metà del Cinquecento e riguardano Sestri Levante e un'osteria a Orero in val Fontanabuona (1578-1581); in quest'ultimo è citato anche un "fifaro". Le Filze criminali del castello di Torriglia, trascritte da Mauro Casale, riportano i nomi dei due più antichi suonatori noti, che sembrano essere entrambi solisti di musa: al 22 luglio 1661 risulta che "Augustino Cardinalis [...] essendo giorno di domenica che fu alli 3 del corrente mese nella villa di Marzano di compagnia di Michelangelo Fossa dove erano similmente Bortolo e Vincenzo fratelli Guani e Giacomo Chigorno d. Scarcella, il Bortolo Guano disse al Chigorno se le voleva fare due stanze con la musa et esso rispose che gliene havrebbe anche fatto quattro di stanze e così comincio a pinfare la musa per suonare, ma Bortolo disse al Giacomo fermatevi di suonare perché ho da fare conto con alcuni che hanno mangiato e che se pur suonate usciranno fuori e non farò bene i fatti miei, per il che il detto Giacomo cessò di suonare et anco esso andò nell'osteria a mangiare..."; il cognome del suonatore, Chigorno, era a quel tempo strettamente associato al vicino paese di Fallarosa. Nel 1750, "alla Scoffera Giovannettino Biggio andava ballando al suono della musa che suonava Agostino figlio di Maffone con Angela Tassorello". Inoltre nel 1776 a Canale, in alta val Trebbia, per la festa della Madonna delle Grazie "c'era grida di proibizione di portare armi di qualunque sorta nel giorno suddetto e di qualunque sorta di balli. Ciò nonostante cominciarono i balli col suono del Ciuffolo [piffero?] e altri giocavano..." [Mauro Casale, La Magnifica comunità di Torriglia & C, Stringa, 1985]. Secondo l'etnomusicologo genovese Edward Neill, "la zampogna era data per scontata nell'Ottocento quando veniva associata alle maschere di Geppin e Nena, argute figure di contadini dell'entroterra ligure, e la sua persistenza nei primi anni del Novecento risulta provata da alcune fotografie scattate in occasione di festività popolari" [Gli strumenti popolari in Liguria, L'indice, 1: 1976, p. 18-19].

Tutto questo, insieme al nome degli antichi balli bisagna e sestrina (da Sestri Levante, Sestri Ponente o Sestri in alta Fontanabuona?), alla notizia che i paesi di Scoffera e Laccio avessero una forte tradizione di ballerini, alla citazione di Montebruno e Sant'Oberto (quasi certamente Sant'Alberto presso Scoffera) nella filastrocca del perigordino, al ritrovamento di vecchi pifferi a Calvari e a Chiappa di Montoggio, ai contatti del Draghin con la zona di Cicagna e di molti pifferai successivi col paese di Uscio, all'opinione di Ernesto Sala che i balli più antichi venissero dalla Liguria, all'esistenza attorno all'inizio del Novecento di almeno un musista a Testana e di un pifferaio in Fontanabuona, suggerisce che l'area tra Torriglia, Genova e Chiavari sia stata nei secoli scorsi assai più importante di oggi per la tradizione di piffero e musa. Il loro suono si doveva sentire spesso anche nel centro di Genova, dove è rimasto fino a tempi recenti il detto "andare d'accordo come musa e piffero".

Le indicazioni più precise si limitano però alle memorie orali riguardanti specifici suonatori. Fortunatamente in alcuni paesi i pochi anziani rimasti tramandano anche racconti molto antichi, con i quali si può risalire fino all'inizio dell'Ottocento. Per la gente dei paesi infatti i suonatori erano personaggi importanti, che venivano a caratterizzare giornate di festa (del patrono, dei coscritti, di matrimonio) a lungo attese e a lungo ricordate. La maggior parte dei suonatori, non essendo professionista, rimaneva attiva in un ristretto gruppo di paesi; del resto, nell'ambito di una decina di paesi sembra fosse raro che non ci fosse almeno uno che si dilettasse con la musica. Qualcuno particolarmente dotato e intraprendente, poi, faceva anche molta strada per recarsi a suonare da un estremo all'altro delle Quattro Province, e la sua fama si estendeva attraverso i crinali, dalla valle Staffora fino alla val Fontanabuona. Spesso si trattava di personaggi estrosi, più interessati all'avventura e all'improvvisazione che alla morale comune e alla paziente attività contadina di quasi tutti i loro compaesani, e finivano perciò per essere oggetto di pettegolezzi o di storie di sapore leggendario. All'alterità del suonatore doveva contribuire l'ostilità di molti preti verso qualsiasi forma di festa popolare non religiosa, compresi i balli tradizionali.

La carta della distribuzione delle centinaia di suonatori grandi e piccoli finora noti mostra chiaramente che essi sono stati presenti in tutti i versanti delle Quattro Province, attorno all'ossatura della catena fra il monte Antola e il monte Chiappo. In ciascuna valle, tuttavia, le cose sono un po' cambiate a seconda dei periodi, come si può osservare [attivando la funzione "livelli" del file PDF e nascondendo i pallini dei periodi più recenti]: le convalli dell'alto Trebbia (Brugneto, Cassingheno, Terenzone e Boreca) sembrano essere state in passato assai più importanti di oggi; la val Curone visse un periodo d'oro a cavallo fra Ottocento e Novecento (nel Genovesato le coppie di suonatori sono ancora chiamate i brigiotti, cioè "quelli di Bruggi", mentre altrove erano i müzetta e oggi sono i pifferi), oggi invece è quasi del tutto silenziosa e il centro dell'attività si è trasferito nell'adiacente valle Staffora...

I pochi costruttori di pifferi hanno operato in località un po' decentrate rispetto a questa distribuzione, spesso centri di fondovalle (Cantalupo, Cicagna), ma che dovevano comunque essere collegati con i paesi dei suonatori in tempi ragionevoli. Nel commissionare e distribuire gli strumenti un ruolo centrale viene svolto da alcuni suonatori importanti, che conoscono sia gli altri suonatori che i costruttori e li visitano regolarmente: così succede nel Novecento con Jacmon e Ernesto Sala per il Grixu di Cicagna, con Bani in quanto egli stesso suonatore, oggi con Stefano Valla per Romero di Tolosa.

Un riferimento importante, dal quale partire nella ricostruzione della storia dei pifferai moderni, è la dinastia dei maestri suonatori portatori della "chiave", il segreto dell'arte che si dice venga trasmesso di maestro in allievo. Questa, come la conoscono i suonatori attuali, si origina dal Draghin, passa secondo alcuni dal misterioso Pitapuexi, prosegue con il Piansereju e il Brigiotto, e arriva quindi a Jacmon, le cui connessioni coi suonatori contemporanei sono ben note (tocca ai posteri dire dove sia andata la chiave in seguito, anche se non è difficile immaginare qualche candidato).

La figura del Draghin è nota soprattutto per le leggende fiorite attorno a lui e per l'odissea narrata nella sua ballata, ma la sua esistenza storica è praticamente certa, in quanto apparteneva a una ben precisa famiglia di Suzzi, in val Boreca. Già lui doveva viaggiare molto, poiché fu catturato a Cicagna e suonò diverse volte a Milano, dove secondo la tradizione sarebbe morto. Il Draghin avrebbe trasmesso la chiave al Piansereju nelle risaie del Vercellese. Questa ubicazione non è troppo strana, poiché moltissimi abitanti delle valli delle Quattro Province si recavano a lavorare stagionalmente nella pianura pavese e piemontese, per la monda e per la pilatura del riso: da queste zone anzi portarono sull'Appennino molti canti.

In realtà la "dinastia" dev'essere una sintesi molto schematica di una realtà assai più complessa: ogni suonatore, pur potendo avere un maestro ideale o effettivo, doveva avere contatti con numerosi altri, e anzi molti impararono soprattutto da soli, perché i maestri erano distanti oppure, come avviene spesso nella musica popolare, reticenti a condividere la loro arte. Un ruolo importante nella trasmissione del repertorio ebbero certamente alcuni compagni musisti o fisarmonicisti, specialmente quelli anziani che avevano in precedenza accompagnato altri pifferai.

Rimane poi da chiarire il ruolo, oggi dimenticato, della val Brugneto, dove ci sono diverse tracce di suonatori significativi nel corso dell'Ottocento: il Frintin, che potrebbe coincidere con Pitapuexi e forse con il rivale che si raccontava il Draghin avesse addittura ucciso, e il probabilmente successivo Pinolu. Inoltre il Piansereju avrebbe sposato una donna di Bavastri in val Brugneto: le parentele erano certamente uno dei fattori (e insieme uno degli effetti) di contatti fra paesi relativamente distanti.

Il soprannome del Piansereju è quello del suo piccolo paese, Piancereto, in un'appartata convalle del medio Borbera che all'epoca doveva essere piuttosto attiva: gli abitanti di Piancereto sono ricordati come particolarmente festaioli e rissosi rispetto ai tranquilli contadini dei dintorni. Ma anche nelle vicinanze, a Dova e a Casalbusone, ci furono suonatori di musa: del primo si racconta una versione della classica storia dell'incontro coi lupi. Anche se il lupo era effettivamente presente su questi monti, la vicenda ha qualcosa di leggendario e simbolico, dal momento che è tramandata quasi uguale, ma in modo apparentemente indipendente nei rispettivi paesi, a proposito di diversi suonatori: il Draghin, il musista di Dova, il Pinolu, Jacmon...

Gli abitanti di Piancereto frequentavano particolarmente il versante opposto della val Borbera, nei cui cascinali si incontravano per i lavori stagionali con gente delle alte valli Curone e Staffora: a questo contesto possono appartenere i contatti fra il Piansereju e il suo "successore" Brigiotto. Sembra d'altronde che Jacmon abbia conosciuto direttamente anche il Piansereju, al cui capezzale sarebbe andato a suonare in punto di morte. Il periodo d'oro della val Curone, con i musisti Creidöra e Pregaja, i pifferai Carlun, Brigiotto e Lentu e il fisarmonicista Siveron, si interrompe anche per fatalità: sia il Lentu che il Brigiotto muoiono assai giovani, e toccherà a Jacmon (che ha sposato una donna di Bruggi) continuare la grande tradizione appena aldilà del crinale.

Il Novecento è così segnato da suonatori di Cegni, Negruzzo e dintorni. Innanzitutto Jacmon, che viaggia moltissimo sia per suonare che per commerciare in bestiame, spingendosi fino a Tortona, all'Ovadese, a Busalla, all'alta val d'Aveto (Cabanne) e ai margini della Lunigiana; nel Genovesato è ricordato da molti come "Segno" o "Giacumun". Poi in modo simile "u növu" Ernesto; inoltre i fisarmonicisti Baciunein, assai conosciuto, e Taramla, importante come maestro di Stefano Valla. Poi ancora quest'ultimo e i suoi allievi a partire da Marco, Stefanino, Daniele (di origini milanesi ma frequentatore di Cegni fin da piccolo), Buscajen, Matteo...

Questa schematica "linea principale", beninteso, non significa che contemporaneamente non ci siano suonatori importanti altrove: lo stesso Valla avverte che non esistono scuole distinte, e la tradizione di cui andiamo parlando è sostanzialmente unica, determinata nelle sue sfumature più dai singoli suonatori che da una valle o dall'altra (aldilà di una riconosciuta maggiore influenza dei ritmi da liscio nel Piacentino, dove monferrine e piane si suonano meno spesso).

Ad ogni modo, nel Novecento per le valli Trebbia e affluenti possiamo ricordare almeno i pifferai Giuvanen (col fratello Rosso) e Giulitti, la famosa coppia di Bani e Tilion e il noto fisarmonicista Franco, e rimarcare che in queste zone si avvicendano ben tre costruttori (il Sartù, Ciomb e Bani). Rilevanti inoltre, di nuovo in valle Staffora, suonatori come il Barbetta, Roberto Ferrari e il suo allievo Fabrizio, che portano avanti per scelta uno stile ispirato a quello di Ernesto e in qualche modo alternativo a quello oggi diffuso da Stefano e dai suoi allievi. La val Borbera continua a produrre un discreto numero di suonatori, con l'importante Damian di Cosola e oggi l'attivo Fabio di Daglio; le feste del Connio sono state animate nell'arco di duecento anni da una vertiginosa sequenza di grandi pifferai: nell'ordine Draghin, Carlun, Brigiotto, Jacmon, Ernesto, Barbetta, Stefano, Fabrizio.

Per quanto riguarda l'alta val Trebbia, il paese di Alpe di Gorreto (che è alle spalle di Suzzi) sembra oggi un baluardo di confine: mantiene vive bellissime feste da piffero e ha prodotto un pifferaio, ma anche fisarmonicisti da liscio, e a monte di Alpe i ritmi più moderni e massificati sono ormai prevalenti. Peraltro Bani e il Barbetta hanno suonato ripetutamente a Caprile e a Propata in tempi recenti. Nelle adiacenti valli Aveto e Nure hanno suonato variamente Giuvanen e poi Bani, ma non sembrano essere sorti pifferai nell'ultimo secolo. Da giovane Tilion, prima di accompagnarsi a Bani, arrivava a suonare fino a paesi della bassa val d'Aveto come Cattaragna e Castagnola; oggi si organizzano con regolarità feste fino a Cerignale e Fontanigorda, tra Aveto e Trebbia. Una situazione simile c'è in val Fontanabuona, dove oltre a Cicagna e forse Càlvari per i costruttori, si distingue il paese di Uscio, che è stato frequentato dai grandi pifferai fin dall'epoca del Brigiotto. Attorno al 1990 "i Müsetta" suonando a Gattorna, Carasco e Rezzoaglio trovarono gente che ricordava di aver sentito i pifferi in gioventù e piangeva per la commozione nel risentirli. Un secolo fa qualche suonatore locale era probabilmente presente anche in Fontanabuona.

Con questo non abbiamo ancora esaurito i versanti delle Quattro Province: rimangono quelli alle pendici occidentali del monte Antola, da Torriglia a Busalla. Qui la tradizione si è interrotta da più tempo, e uno dei suoi ultimi rappresentanti fu a inizio Novecento il Langin, abitante di Chiappa di Montoggio sulle rive dello Scrivia che, malinconicamente consapevole di essere un superstite, chiese che il suo piffero venisse seppellito insieme a lui. A Carsi in val Brevenna erano ricordate feste con "muza e pinfio" fin verso il 1910. In val Vobbia il piffero non suonò affatto durante il Novecento (c'erano invece brillanti suonatori da orchestrina a Vallenzona e ad Alpe), ma è ricordato verso la fine dell'Ottocento. Anche nelle confluenti valli Pentemina e Brevenna il piffero doveva aver suonato, poiché il Bertulla di Carsi da giovane "u sunava quelu de legnu", ma venne rapidamente sostituito dal clarinetto. Tuttavia per un periodo, dominato dal grande fisarmonicista Baŋŋa di Pentema e dal suo compagno clarinettista Angiulin della Pezza, il clarinetto suonò anche ritmi ereditati dai balli da piffero, in una interessante forma di transizione (nel frattempo a Cosola in val Borbera piffero e clarinetto coesistevano, e Damian e Menghen dar Piu talvolta se li scambiavano, mentre a Calvari in Fontanabuona si suonava ormai solo il clarinetto e un vecchio piffero era relegato a giocattolo). Dei contatti con i pifferai resta traccia in una polca localmente chiamata "quella ch'a passa i munti", probabilmente perché proveniente dalle zone attorno al Chiappo. Il miracoloso anno 2005 fa ben sperare per la rinascita di feste e di suonatori in queste zone.

Claudio Gnoli

informazioni raccolte in parte personalmente e in parte da Claudio Cacco, Mauro Casale, Roberto Ferrari, Ettore Molini, Riccardo Pagliettini, Fabio Paveto, Fabrizio Pilu, Stefano Valla, Giorgio Viarengo "Getto"


La diffusione storica dei pifferai = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <http://www.appennino4p.it/suonatori.htm> : 2005.10 - 2012.07 -
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