Dove comincia l'Appennino

Viaggio in val Boreca

Cara Zerba e luoghi intorno,

sono venuto più di una volta dalle vostre parti e quindi vi ho già potuto apprezzare, capendo anche però come siete un po' difficili. Siete in buona compagnia al riguardo, perché tutti così avvitati verso l'alto, letteralmente imboscati in un mare di giovane verde selvaggio, né facili e né veloci da raggiungere, senza scappatoie. È il vostro bello, ma per gli esseri umani, assediati dalla solitudine e dal costo crescente della benzina, venire da voi richiede una grande dose di energia, soprattutto al ritorno.

Io sono uno che pianta alberi della memoria e quando viaggia per la sconosciuta provincia italiana cerca il genius loci di un territorio, l'anima del luogo, il com'era e il com'è. Compio esplorazioni salgariane, ascoltando e guardando, nello spirito simile a quello espresso negli anni Sessanta da Mario Soldati. Anche lui girovagava per la provincia italiana, da Nord a Sud, per scoprirla, per conoscerla e per farla conoscere, attraverso indimenticabili documentari di viaggio. Era un'altro mondo, non solo quello rappresentato, ma anche quello che stava dietro la macchina da presa. Parecchi viaggetti compiuti da lui oggi avrebbero un altro senso, perché quella provincia italiana è scomparsa, si è urbanizzata, è stata ingoiata da un cratere cantieristico quasi permanente. Quindi per trovare quella dimensione bisogna fare uno sforzo ancora maggiore: Zerba e dintorni possono donare l'idea di dove andrebbe oggi Mario Soldati se fosse vivo.

Rappresentate l'idea stessa di visione, di cui l'uomo, anche se non lo sa, ha bisogno, per combattere la stessa parola che, unita -- divisione --, serpeggia per il mondo infettandolo. Siete un'iperbole che sconfina nell'utopia e per questo sareste forse piaciuti a Borges. Quei tornanti che si staccano dalla statale del Trebbia sembrano le pale di un elicottero per portare verso l'alto chi si avventura a percorrerle.

Arrivati in quota, si fa per dire, appare un'altro mondo: un mare di boschi che ondeggia aggrappato ai fianchi delle ripide montagne. A fatica si vedono le case dei pochi, sparsi villaggi e ancor meno le strade. Mi fa venire le vertigini solo al pensarci e questo credo che basti da solo a ritenerlo un luogo fantastico, non solo nel senso del bello, ma che va oltre il reale.

In mezzo a tanto verde c'è una frattura profonda, un vero vuoto totale rappresentato dalla valle del Boreca, un affluente del Trebbia che non è facile vedere sullo sfondo. Ecco, l'anima del vostro territorio sta qui: nel fatto che ci sono dei vuoti e dei pieni, degli alti e dei bassi, del vicino e del lontano e si possono percepire tutt'insieme, in un luogo molto circoscritto.

Il sottoscritto che ti scrive non è in assoluto un appassionato della montagna, anzi, tutt'altro, perché soffre la montagna chiusa, senza orizzonti e senza dinamismo. Propende quindi più per la Collina e per la Bassa, ma da voi trova realizzato il suo ideale della duplicità delle cose: fascino ed inquietudine allo stesso tempo. Tali sensazioni sono state quelle avvertite in occasione della mia prima visita, nel 2004. Non capivo quando mai sarei riuscito ad arrivare alla festa di Pizzonero, perché la strada mi sembrava infinita, guardavo la parete a strapiombo sulla strada che ti collega a Pej e mi sembrava di essere su delle Alpi, più piccole.

Riguardo la prima località, per effetto della festa edizione 2006, vale la pena aprire una delle particolari "finestre" che si aprono quando si percorrono questi luoghi. Quando il camminare era l'unità di misura del vivere quotidiano, Pizzonero si presentava con più facce: una guardava verso il Genovese, da dove arriva tuttora la strada sterrata, un'altra verso Belnome in val Boreca e un'altra ancora verso Ottone, raggiungibile in 4 ore. Dopo l'abbandono negli anni Sessanta e la sua ripresa negli Ottanta da parte di alcuni capitani coraggiosi al toldo di una nave tutta da sistemare, Pizzonero si presenta oggi in modo più uniforme, con la faccia rivolta più che altro verso il Genovese, cioè dai territori da dove provengono i suoi residenti estivi.

Tutto ciò la dice lunga su come cambia un luogo e la percezione di esso nel corso del tempo. Oltre che per come ci appare ora, il fascino delle Quattro Province e di questi luoghi in particolare risiede quindi nel fatto di donarci anche uno stimolo di natura mentale.

Comunque quella che conducono le buone persone di Pizzonero è veramente un'encomiabile, aspra e continua battaglia per tenerlo in vita, che si rinnova ogni anno, e la mitica festa di San Bernardo ne è praticamente il magico suggello. Ed è bello e oltremodo significativo che la natura venga celebrata in tale contesto di spazio e di tempo: san Bernardo fu colui che disse che c'è più da imparare dal linguaggio della foresta che da quello degli uomini!

Nel giorno della sua festa tanti arrivano a piedi da Belnome, come se si trattasse di andare in processione ad una specie di rito salvifico, anche di sé stessi, e ogni anno c'è sempre qualcuno di nuovo che si aggiunge. Quest'anno il richiamo è stato particolarmente forte per me e poi ho trasmesso il germe del Pizzonero anche ad altri: insieme ad una ragazza di Roma, una di Verona, una di Milano e uno di Novara, siamo partiti dal Cuneese alle 11 di domenica 20 agosto, dopo una settimana di danze occitane. Siamo arrivati stremati ma felici alle 20 a Belnome, dopo una lunga odissea automobilistica e poi dopo le 21 abbiamo conquistato la meta! Lungo il sentiero, alcuni secolari castagni dalle forme contorte, nella penombra, hanno reso ancor più solenne e intrigante il cammino.

Che viaggio, che paesaggio, che gente, che atmosfera: sono state le parole di tutti per una giornata indimenticabile! Ben accolti e rifocillati, ci siamo buttati nelle danze, come abbiamo potuto, consapevoli che essere attivi testimoni della serata era già un successo. Dopo le 2 ci siamo messi a dormire in cinque, per quanto possibile, nella stanza che funge da bar. Alle 7.30 ci siamo svegliati e un imprevisto caffè, gentilmente offerto da un giovane del posto, ci ha spronato a dare le migliori energie per far un buon ritorno a casa.

Così è stato: dopo però aver fatto, più del solito, quattro passi fra le nuvole delle Quattro Province, io mi chiedo una volta di più qual è il senso del mondo vissuto normalmente. Preferisco non saperlo e pensare invece che ho, nel giardino d'affezione del mio cuore, un luogo particolarissimo: una nicchia preziosa come fosse l'incavo della mano di una gentil donzella! Da essa mi faccio cullare tutte le volte che posso andare a trovarla, per inneggiare ai canti della bellezza che si dispiega lenta e senza inutili bagliori.

La magica sintonia che si è creata tra noi e il luogo è stata incoronata da uno nostro semplice scritto, vergato con le nostre firme su una vecchia carta da alimenti, dato all'uomo del caffè, e dice: "Io Gianluca, a nome della compagnia, esprime ammirazione per l'anima del luogo e delle sue persone. Esprime altresì ringraziamento rusticano per l'ospitalità ricevuta. Ci è sembrato di essere veri pellegrini. Vi auguriamo ogni bene."

Un'altra visione straordinaria che mi è capitato di vivere, in zona Pej nell'estate del 2005, è stata l'apparizione della luna piena, tra le più belle mai viste nella mia vita. Cavalcava i crinali dei monti in un silenzio tale, così poco avvertito in passato, che mi sembrava di sentire il respiro della Terra.

Quello che appare agli occhi è un grande anfiteatro naturale dove l'uomo ormai è ridotto a semplice comparsa: è difficile immaginare quanto i vostri luoghi fossero una volta vissuti e frequentati in virtù delle terre lavorate. Però ci siete voi villaggi che resistete all'usura del tempo, con i vostri nomi, così duri alcuni, così evocativi altri, da confermare quanto già scritto. I suoni e i canti che si spandono per la valle, esalanti i profumi dei riti della terra e dell'uomo, fin dalla notte dei tempi, sembrano una tela di Penelope per avvolgere l'anima in ascolto di ogni buon avventuriero e alzarla al cielo.

Finora ho potuto parlare con pochissime persone del posto, quindi non so come si riflette nel loro animo l'ambiente che li circonda. Se fossero alteri ci sarebbe non solo da capirli, ma anzi, da appoggiarli, perché sono detentori di una scelta, quella di viverci, che costa fatica, sacrifici, energie, coraggio, tenacia, pazienza e chissà cos'altro. Tutto un'insieme di valori che contraddicono l'idea della modernità. Chissà poi come si deve vedere da lassù la vita di città... I mondi paralleli sono in mezzo a noi!

Un caro saluto a tutti,

Gianluca Bonazzi

 


Viaggio in val Boreca = (Dove comincia l'Appennino) – <http://www.appennino4p.it/zerba.htm> : 2006.08 - 2006.09 -