Dove comincia l'Appennino

Quelli che non se ne sono andati

Una conversazione sugli usi comunitari con Albano Burrone e Nilde Negro


Loro sono di quelli che sono rimasti. Albano Burrone e Nilde Negro, ben saldi nel loro paese d'origine, non danno l'idea di aver perso molto non cedendo ai richiami o alle costrizioni della modernità e dell'altrove. Non certo confinati in una marginalità sottoculturale, invece depositari di memorie e saperi antichi, testimoni del lento e inesorabile mutare del loro mondo, del diradarsi e sgualcirsi del tessuto delle trame comunitarie, impegnati pur tuttavia, in vari modi e senza rassegnazione, a mantenerne vive le ragioni profonde, come semi di un futuro possibile rinnovamento.

In questa conversazione ho cercato di approfondire, attraverso le loro testimonianze e la loro esperienza, le tematiche della gestione comunitaria di beni e attività, le dinamiche informali di una politica locale e consuetudinaria spesso estranea (se non avversa) alle procedure burocratiche dei centri di potere istituzionale. Da questo tema centrale, come sempre avviene in conversazioni aperte e semi-strutturate, molti altri spunti si sono generati, germogli di un discorso plurimo, difficilmente o per nulla confinabile negli schemi aridi di qualsivoglia questionario.


Paolo: «Mi piacerebbe approfondire un po' insieme a te, che hai sempre preso parte attiva alla vita amministrativa della comunità cosolana, il funzionamento e le problematiche legate alla gestione dei beni comuni, a quelle che in termini storici vengono anche definite servitù orizzontali...»

Albano: «Si facevano le assemblee pubbliche, però i membri delle commissioni cambiavano; c'era tanta gente, quindi una commissione formata da cinque o sette membri c'era la possibilità di cambiarla tutti gli anni senza eleggere un membro che c'era già stato prima. Magari quel membro là subentrava dopo due o tre anni. Quindi di anno in anno dovevano necessariamente cambiare. Prima che ci fosse l'acquedotto la commissione era frazionale unica e si interessava tanto al pascolo quanto alla legna frazionale ed altro.»

Paolo: «Chi partecipava alle assemblee?»

Albano: «I capifamiglia, che venivano nominati per alzata di mano. Non ho mai visto votazioni segrete; anche per nominare il presidente cercavano un individuo di una certa età con un po' di esperienza.»

Paolo: «Le commissioni da quante persone erano composte?»

Albano: «Cinque o sette, sempre dispari rigorosamente, perché per votazioni interne non ci fossero situazioni di parità; sì che il membro più anziano poteva far valere la sua anzianità, ma a quel punto lì non mi sembra che si sia mai arrivati... E c'era un presidente, uno che teneva i conti, ma gli altri erano a pari grado. C'era uno che teneva i conti, verbali di assemblea non ne ho mai visti, il primo verbale l'ho redatto io quando ho cominciato a interessarmi di cose pubbliche, se non vado errato era negli anni Settanta, prima era una cosa a parole e di solito si andava su da Luciano, quelli di Aie, di qui [cioè di Montaldo: la frazione o villa di Còsola dove Albano, originario di Aie, si è trasferito a vivere dopo il matrimonio] non so: a Pianà saranno andati da Cornelio, quelli di Giù per la Villa non lo so... Il criterio di scelta dei membri era un po' l'anzianità, uno che sapesse...»

Paolo: «E c'era una commissione sola per ogni villa

Albano: «Ogni villa aveva una sola commissione, però le strade c'era il console che poteva o anzi forse doveva essere nominato al di fuori di quella commissione; uno solo, per quell'anno lì comandava lui, ma solo per la questione della manutenzione delle strade interpoderali. All'inizio della primavera si andava ad aggiustare quelle che andavano al pascolo e le ultime settimane di giugno si aggiustavano quelle per andare ai monti perché lì c'erano delle scadenze più o meno precise, perché ai monti si cominciava ai primi di luglio [quando iniziava l'attività di sfalcio del fieno da conservare per l'inverno, che durava circa 15 giorni e precedeva il libero pascolo delle vacche], prima invece si andava nelle fasce basse di pascolo. Ai lavori di manutenzione delle strade si andava uno per famiglia, generalmente il capofamiglia. Chi non poteva andare, entro l'anno doveva pagare: se faceva una giornata, se aveva piovuto poco le strade non erano tanto sconnesse e in una giornata si riusciva a sistemare, quindi quello che non poteva andare pagava una giornata, in moneta, mi ricordo che mio padre un anno ha pagato duemila lire; la giornata in quel periodo veniva calcolata mille lire, quell'anno là magari ci hanno messo due giornate per aggiustare 'ste benedette strade, ha pagato duemila lire, perché quell'anno non ha potuto partecipare ai lavori.»

Paolo: «E chi andava invece non percepiva compenso?»

Albano: «No, si lavorava per la collettività, ma anche per proprio conto perché ci passano anche le tue bestie di là, passavano quelle di tutto il paese, ma comprese le mie quindi era anche interesse mio.»

Paolo: «Il livello di partecipazione e consenso alle decisioni e ai lavori collettivi era elevato o c'erano a volte contestazioni?»

Albano: «No, no, contestazioni no... Io penso che fino agli anni '65-'70 sia stato all'unanimità, poi certo, se uno vende le mucche per raggiunti limiti di età quello non partecipa più, è cambiato un po' il modo di gestire... Anche quel fatto lì di fare pagare chi non partecipava sembra un po' esagerato, però se non ci mettevi qualcosa, un po' di disciplina, chiunque poteva dire "ma io domani non posso..."»

Paolo: «Anche nei confronti di chi quella volta non poteva era un modo per non farlo sentire in debito nei confronti della comunità.»

Albano: «C'era anche un fattore di... magari una famiglia che per disgrazia il capofamiglia maschio fosse deceduto, subentrava la moglie o qualcun altro che si incaricava di reperire la manodopera, pagava, perché, per esempio, io e te siamo fratelli, io faccio il capofamiglia e contribuisco già alla manutenzione delle strade, te subentravi al posto di quella signora là però non avresti dovuto, allora quella signora là pagava te che rappresentavi il suo intervento nelle strade... perché le donne non partecipavano normalmente a questi lavori, picco e badile tutto il giorno...»

Paolo: «Invece c'erano altre forme di servitù collettive che coinvolgevano le donne?»

Albano: «Può essere anche il taglio dell'erba, una famiglia che provvisoriamente non poteva far fronte per malattia o altro, allora lì ci andava quasi tutto il paese e le donne, tagliare gli argini con il falcetto, insomma, qualcosa facevano.»

Paolo: «Quindi la commissione si riuniva e decideva...»

Albano: «Anche il taglio dei boschi veniva deciso dalla commissione: "Tagliamo quell'appezzamento là..." "Mah, mi sembra meglio quello perché più comodo, perché qui, perché là". Le scabbie lo sa meglio Ivo [Ivo Burrone, 85 anni, lucido e intelligente informatore che ha più volte collaborato con le nostre ricerche] com'è, perché prima vendevano la legna in piedi ai negozianti di Cabella o chicchessia, la vendevano per poco o per niente la legna, la stimavano mille quintali, cinquecento, seicento, ottocento, la compravano loro in piedi e poi prendevano gli operai di Cosola a andarci a lavorare, che era un controsenso perché la legna era di Cosola; poi hanno cominciato Ivo, Italo, Arturo, Giuseppe: quelle classi lì del '29-'30, erano i giovani di allora, che ci davano contro perché i vecchi cominciavano a dire: "ma abbiamo sempre fatto così e poi se ci perdete come facciamo?"; però hanno tenuto duro e si sono interessati loro a tagliare quella scabbia là, e non solo si sono pagati per quei tempi di allora profumatamente, possiamo dire (anche se forse è un termine un po' esagerato), ma hanno avanzato i soldi e si sono comperati la teleferica, la famosa teleferica di duemila-duemilacinquecento metri.»

Paolo: «Quindi loro non vendevano più ai negozianti di Cabella, ma...»

Albano: «...si interessavano loro, la tagliavano, la lavoravano, la facevano trovare vicino a una strada per poterla portare via e gli dicevano: "Lì ci sono 500-600 quintali, a seconda di quanto era, quanto ci date?", e loro dovevano andare su anche i negozianti perché la legna era già pronta, lì è stato uno stravolgimento...»

Paolo: «Che ha creato un po' di conflitto generazionale, per così dire...»

Albano: «Sì perché i più anziani cominciavano a dire: "Ma abbiamo sempre fatto così, adesso voi andate incontro...", però loro sono stati duri e... Ma alla fine da quel momento lì è sempre stato così, andavamo per noi, poi vendevamo la legna; sì che si fissava in linea di massima una paga oraria per avere un'infarinatura di quella che può esser la giornata, però di solito si prendeva di più di quello che avevamo ipotizzato.»

Paolo: «Sembra un modo logico di procedere, come mai prima si vendeva la legna propria in piedi per poi prestare la mano d'opera per tagliarla?»

Albano: «Era un po' un controsenso, ma si era sempre fatto così, nel senso che non avevano responsabilità loro, loro andavano un tanto all'ora o al giorno, senza responsabilità, la legna era venduta... Invece poi hanno visto che guadagnavano di più e sono anche riusciti a comprarsi la teleferica, mi sembra che era di 2000 metri, quella di Aie, il centro di raccolta mi sembra che era lì dalla vasca dell'acquedotto, appena lì sopra, Camparbulin, come diciamo noi, lì veniva giù a sbalzo, i fasci, che lì era anche abbastanza comoda la strada, allora trattori non ce n'era per cui bisognava cercare di convogliarla vicino alle strade.»

Paolo: «Che tu sappia esistevano statuti scritti su questi usi civici, regole...?»

Albano: «Neanche uno: c'è lo statuto di Valbiosa degli ultimi anni dell'Ottocento che è un po' isolato dal resto [Lo statuto di Valbiosa, del 1897, sanciva la condivisione dell'usufrutto di boschi comuni — scabbie — tra le frazioni di Aie, Pianà e Giù per la Villa].»

Paolo: «Le commissioni si interessavano quindi della gestione di scabbie e pascoli: in questo caso qual era la loro funzione? Decidere quando iniziare lo sfalcio?»

Albano: «Lì c'era una certa libertà di scelta, quello di non lasciare andare le mucche a mangiare l'erba sui monti, però non c'era una commissione da dire, c'erano i singoli proprietari che magari si lamentavano: "guarda che le tue mucche mi hanno mangiato un po' di fieno...": al giorno d'oggi ci facciamo anche una risata sopra, ma allora era di importanza vitale.»

Nilde: «Ti sgridavano se lasciavi andare le mucche nei prati, lì in Pian di Lavazé, e quando pioveva fino a mezzogiorno e al mattino non si andava, poi purtroppo nel mezzogiorno veniva bello e allora bisognava andare al pascolo e si andava lì appena sopra al Pian di Lavazé e lì era una corsa unica, perché le mucche vedevano il prato verde ed era una disperazione rincorrere le mucche, perché facevano anche un secondo taglio, e alle mucche piaceva il secondo taglio, perché se nel primo taglio prendevi quattro slitte, nel ributto ne prendevi una, ma una la prendevi, e poi non contenti, dopo i Santi ce le lasciavamo andare le mucche appena prima di metterle nelle stalla che poi nevicava, ma anche lì dovevano stare nel tuo perché in quello dell'altro c'erano le sue, ma qui sopra la chiesa se ce ne avevi due o tre di mucche era un conto, ma se erano quattro o cinque era un correre unico... perché se oggi vengo io nel tuo domani vieni tu e se le lasci mangiare le mie poi le tue non trovano più niente.»

Paolo: «Invece come funzionava per i diritti di legnatico e fogliatico?»

Albano: «Ci si fidava un po' dell'onestà della famiglia perché se io taglio 200 quintali da bruciare nell'inverno, se tutti tagliano... chiaramente consumavano meno di adesso perché se avessero consumato tutti tanta legna come adesso...»

Nilde: «Non erano mai in casa, alla sera andavano nella stalla a scaldarsi oppure negli ultimi tempi andavano a vegliare perché andando a vegliare si faceva a turno; erano organizzati, perché ai nostri tempi non andavano più nella stalla, ma facevano così.»

Albano: «Di giorno gli uomini si riunivano dove c'era un falegname o un calzolaio che per ragioni di lavoro erano costretti a stare lì nella bottega, e allora lì si riunivano, se no appena era possibile andavano a vangare o a tagliare la legna, poi anche lì, c'era da andare a portare via il letame, quello lì c'era sempre e gli uomini la legna alle scabbie la tagliavano quasi tutta d'inverno.»

Nilde: «Io mi ricordo che generalmente a carnevale o al massimo a San Giuseppe andavate sempre, che poi portavate a casa le bugie, perché non si poteva ancora fare niente nei campi.»

Albano: «Le stagioni erano un po' più giuste di adesso. L'inverno era inverno la primavera primavera.»

Nilde: «Mio papà mi diceva sempre che le terre per patate e granoturco venivano vangate: aravano solo quelle del grano, poi le altre venivano vangate, ma ogni famiglia ne vangava sei o sette.»

Albano: «Anche per alternare, la rotazione...»

Nilde: «Perché poi il grano dopo il granoturco veniva bello, poi aravano dopo che c'era stata la meliga, però generalmente era sempre bello sodo, era molle quello della meliga... se non si poteva vangare a febbraio, magari a gennaio vangavano tutto il mese, si portavano avanti, se faceva brutto a gennaio vangavano a febbraio, ma due mesi da non poter andare nei campi generalmente non venivano.»

Albano: «Eh sì, a primavera doveva essere tutto pronto, perché lì oltre un certo periodo non potevi più seminare granoturco perché non si maturava più.»

Nilde: «Quando però veniva qualche anno che si trovavano in difficoltà allora lo aravano, così in un giorno era pronto però non veniva bello come averlo vangato... Perché vangandolo lo aggiusti meglio, e anche perché il vangare da noi serve perché abbiamo i terreni in pendenza e la terra va sempre giù, ti trovi che in cima all'argine hai solo pietre, invece vangando tu la butti su, perché già, dopo che hai vangato, per piantare le patate la tiri giù perché il campo è in discesa, un po' l'acqua, un po' lavorando... Anche arando butti sempre giù perché adesso hanno gli aratri con il vomere girato in su, noi non ce l'avevamo, che poi non va bene perché la zolla ritorna come era, nel ripido specialmente, ma i nostri aratri la giravano sempre in giù, per forza ogni massimo due anni poi dovevano vangarla perché si trovavano la terra sull'argine in basso e un metro in cima non ci veniva più niente perché non c'era più di terra. E ce le avevano tutte le strategie una volta, la sopravvivenza li aveva ingegnati.»

Albano: «Poi c'erano le posizioni: di lì da Raviné, da Nuncarbårdi, rivolto a nord, lì era meglio seminare patate, roba che tiene l'umido, invece il granoturco su da Crigà, su "dai Partigiani" come si dice [le terre intorno alla Beitana, detta anche Casa del Partigiano perché durante la guerra alcuni partigiani vi avevano trovato rifugio e due di essi, feriti, erano stati sorpresi dai tedeschi e uccisi nel tentativo di fuga; il fatto è ricordato da una lapide collocata nelle vicinanze], veniva bello perché era soleggiato, ma anche il grano...»

Nilde: «Perché il grano c'erano dei campi lì sotto la chiesa vecchia, io me li ricordo ma non tanto bene, che ci mettevano il grano, ma non veniva tanto bello perché ci veniva la rugiada e se il grano ci viene la rugiada prende il ruggine; è basso, erano un po' vicini al fiume perché la rugiada ce la portava il fiume, c'erano dei campi meravigliosi, ma il grano non veniva tanto bello, magari giù dove ti dico veniva alto così con tanta paglia e con poca spiga, leggero, invece su da Crigà, Beitana, veniva più basso, ma con tanta spiga e loro capivano, anche quando trebbiavano, da dove veniva.»

Albano: «Qui ultimamente negli anni Settanta si sono messi a vendere il latte, tu dovevi vedere chi versava dal suo secchio nella misura la diversità dal latte di Aie a quello di Giù per la Villa: quello di Giù per la Villa sembrava quasi acqua, quell'erba lì aveva meno sostanza.»

Nilde: «Le mucche di lì erano abituate a mangiarla, le nostre no, ci scappavano se andavamo di lì.»

Albano: «Emblematica la situazione che uno, Batisten del Marchen, il papà del Luigi, ha comprato un vitello dagli Stampin [Stampin, di cognome Burrone, è il nome consuetudinario — rasa — di un ceppo parentale di Burrone che li contraddistingue rispetto ad altri aventi lo stesso cognome] perché lui ne aveva già uno e pensava di fare una coppia di buoi... A momenti ci moriva di fame perché non era abituato a mangiare quell'erba di lì, non riuscivano a farlo mangiare.»

Nilde: «Vedi: lì [sul versante nord della valle] ormai è tutto un bosco, l'Ebro non verrà mai un bosco.»

Albano: «...poi qui è più soggetto ai fuochi, essendo il terreno asciutto: una cicca di una sigaretta, un fulmine come è successo, invece di là non succederà mai, perché c'è sempre umido, invece di qui nel giro di 20-25 anni ci passa il fuoco, alberi di alto fusto di qui non vengono perché il fuoco distrugge tutto, il buono e il cattivo, ma per rifarsi un bosco ce ne vuole... ci vuole trent'anni.»

Nilde: «E allora erano arrabbiati quando erano al pascolo perché per ripararsi dovevano aprire l'ombrello, un bastone e un filo di spago e l'ombrello, e se usciva una nuvola — perché noi ci facevamo la caccia alle nuvole — andava subito sul Cavalmurone, e noi arrabbiati perché hanno già l'ombra dei faggi e tutto e anche la nuvola va di là... E poi eravamo ragazzi, ci prendevano sempre delle fiacchite, rompevo sempre il rastrello: "dai, rastrella quell'erba", e io la rastrellavo un po' arrabbiata, il rastrello attaccava e io arrabbiata tiravo e si rompeva... Arrivare sotto a un biancospino e trovarsi con la pastasciutta da mangiare che l'avevamo portata da casa senza forchetta e mio padre è andato sotto lo spinone e ha fatto le forchette con i rami, era l'arte di sopravvivere perché ti tagliavi e ci facevi la pipì sopra e campavi. Anche come vipere, io non ho mai sentito che qualcuno sia stato morso... e sempre in mezzo a vipere e... Avevamo il nostro coltello da mangiare il pane, ma se litigavamo non ci veniva in mente di tirar fuori il coltello, al massimo qualche spintone, ma neanche, perché anche lì sapevamo che eravamo allo sbaraglio e quindi non dovevamo bisticciare, ci dovevamo aiutare, perché se uno perdeva la mucca andavamo a aiutarci, sapevamo di essere allo sbaraglio, quindi era inutile che bisticciavamo perché nessuno ci avrebbe difeso e facevamo brutta vita e nient'altro, perché poi c'era anche chi mangiava di più e chi meno e dovevamo farcela bastare per mangiare per mezzogiorno e per merenda, e c'era chi per merenda non ne aveva più e allora gliene davamo un po', eravamo solidali... Piangere era all'ordine del giorno: una volta piangevo tanto forte che ero sopra Casa Miccio e mio papà era nei campi di là e mi urlava di non piangere.»

Paolo: «Certo, specialmente per i bambini era una vita esposta a gravi privazioni... Tornando alla questione delle servitù e dei diritti comuni, per chi veniva da fuori come funzionava?»

Albano: «Sei mesi, dopo sei mesi perdeva diritti e doveri, lì c'è una sentenza che dopo sei mesi uno acquistava i diritti e dopo sei mesi li perdeva, se aveva una proprietà, ma a quei tempi era quasi matematico: una casa e un terreno... Nei boschi frazionali come divisione ha sbagliato uno di Aie perché prima la frazione Aie arrivava fino giù al torrente, poi non so raccontarla, sta di fatto che ha voluto dire che uno di Montaldo è andato a tagliare legna in quel di Aie senza averne il diritto; è venuto su il giudice, era uno dei Gamba che abitavano là da Felice, era lui il caporione in quel periodo là, ha buttato per aria tutte le carte di allora però Aie ha perso, me l'hanno sempre raccontata, che è venuto su il giudice, poi è andata bene che c'è stato un compromesso e si sono fermati alla strada di Piuzzo, che vedi che la strada di Piuzzo sopra è di Aie fino allo spartiacque, sotto è un po' di Pianà e un po' della villa di sotto, ma prima Aie arrivava fino al torrente di sotto che praticamente se l'è mangiata, che se lasciava correre... Ma lì è così, quella slitta di legna che quello di Montaldo l'ha fatto magari un po' come sfida: "vado in quello di Aie a tagliare una slitta di legna, voglio vedere un po' come va a finire"... Ma come rapporti era peggio anche perché il terreno era più sfruttato, se uno si lamentava di un torto subito in un campo era proprio perché quel campo là lui l'aveva bisogno, l'altro aveva sconfinato e non doveva, quella bracciata o meno di erba contava qualcosa a quei tempi là.»

Paolo: «Anche per come vediamo la struttura dell'abitato sembrano proprio tre paesi diversi.»

Albano: «Anche dai cognomi: i Burroni esistono solo alle Aie, i Callegari solo a Montaldo, il dialetto stesso, per esempio gli articoli: ei pan qui a Montaldo, er pan a Aie, non è niente però sono diversi; poi tanti termini che sono diversi.»

Paolo: «Le commissioni riflettono un po' anche la ripartizione sociale del territorio.»

Albano: «Amministrativamente sono sempre state divise, queste commissioni non avevano nessun rapporto con il comune, io mi ricordo bene quando arrivavano gli avvisi delle tasse delle cosiddette scabbie, c'era il comune: "Comune di Cabella Ligure, fraz. Aie"... qui ci bruciava un po', ma il comune era un ente riconosciuto, quelle commissioni lì non avevano niente da..., chi rappresentava la frazione davanti alla legge? Un'infrazione, una denuncia, chi ci andava? Che è lì che vorrei arrivare, nel senso che se si va oltre un certo..., se si fosse andati a un processo, quelli di Aie avrebbero appoggiato Tizio, Caio o Sempronio che facevano parte della loro commissione? Andare a un processo a Torino, Genova... la commissione non era un soggetto giuridico, qui ci bruciava: "perché c'è st'affare: possesso contestato", c'era il Comune, Comune di Cabella Ligure, "frazione di Aie", "Pianà" o "Giù per la Villa", mai "frazione di Cosola", e quegli avvisi lì li ho pagati ancora io, era del '74.»

Paolo: «Quindi il comune riconosceva come distinte frazioni Aie, Pianà e Giù per la Villa, in questo si adeguava all'uso locale, però non riconosceva in alcun modo come interlocutori le commissioni...»

Albano: «Ultimamente un avviso mi sembra che quelli di Aie lo abbiano fatto cambiare, era intestato ai condomini. Aie figurava come un condominio, tante famiglie, 25, 30 quelle che erano, "della frazione Aie, rappresentate...", il Comune in quel caso lì si era staccato, forse andava bene così, perché il sindaco e chi per lui sarà stato in grado di giudicare se la dicitura andava bene o no legalmente, poi è andato tutto a ramengo perché quelle tasse lì sono state tolte. "Ai condomini della frazione Aie..." mi sembra fosse la dicitura... Probabilmente non trovavano nessun'altra dicitura... O che si riunivano in consorzio con uno statuto proprio, penso che avrebbero potuto farlo, consorzio, ma lo hanno fatto del '56 che è ancora quello che funziona adesso che è quello dei pascoli, poi lo abbiamo rispolverato noi perché era caduto nell'oblio.»

Paolo: «Ma che rapporto c'era tra il consorzio e le commissioni?»

Albano: «Il consorzio ti posso dire che non ha mai funzionato perché c'era un accavallamento, era sempre più potente la commissione interna che il consorzio. Già il consorzio riuniva membri di Aie, Pianà e Giù per la Villa, però ognuno avanzava dei diritti delle frazioni che poi non combaciavano con gli altri, è successo un po' un casino perché quello di Giù per la Villa diceva "noi abbiamo da aggiustare una strada là..." e gli altri: "E noi allora abbiamo quella là...", e addio...»

Paolo: «Quindi alla fine era meglio che ogni frazione si gestisse da sé il proprio territorio... C'è un po' questa contraddizione, di una comunità che dal punto di vista della parrocchia era unita, mentre per tutto il resto era divisa in tre frazioni...»

Albano: «Sotto Carrega era dalla strada in giù, da Giù per la Villa in giù. Muntadu indicava tutte e due le frazioni: Pianà e Giù per la Villa, "vagu a Muntadu", ci si cambiavano i pantaloni perché si voleva essere un po' a posto, rapporti difficilissimi, sassaiole lì alla chiesa, ai nostri tempi non più però. Quando si rispolveravano le raganelle per la settimana santa erano botte tra Aie e Montaldo: "questa è mia", "no questa è mia", ai nostri tempi no, ma prima sì.»

Paolo: «Anche la chiesa diventava un elemento di conflitto... Il prete in tutto questo cercava di conciliare gli animi? Era consapevole di queste conflittualità e cercava di svolgere un ruolo pacificatore?»

Albano: «Penso che si fosse tenuto un po' in disparte, forse anche lui non vedeva la possibilità di conciliare [ride]. Il prete anticamente aveva una funzione in base alla cultura, dato che l'analfabetismo era molto diffuso e non era raro il caso di andare a farsi leggere certe cose dal parroco quando si scrivevano le lettere, poi se io non so leggere e te mi leggi una lettera chissà se sarà scritto proprio così o invece... Io sono stato tanti anni nell'ufficio postale, ma ormai i tempi erano cambiati, ma ne ho conosciuto uno solo analfabeta: Tugnin era analfabeta, quando veniva a prendere la pensione faceva una croce con due testimoni, l'unico, poi c'era chi scriveva correttamente ma chi faceva fatica, però la firma la facevano tutti.»

Paolo: «Secondo l'idea che ti sei fatto, come sono nate storicamente le attuali piccole proprietà? Mi sono fatto l'idea che si siano formate dopo la fine del feudalesimo, quindi con l'età napoleonica, ma in base a quali criteri e a quali processi ciò sia avvenuto, questo mi rimane oscuro.»

Albano: «Secondo me all'inizio, proprio quando hanno scavato per fare le fasce... il nostro parente è andato a Lavagiu, ha scavato e ha fatto Lavagiu, lì sarà stato terreno allo stato brado, poi c'è il fatto delle legittime, che quando una si sposava le davano due lenzuola se ce le avevano e un pezzetto di terra, il possesso all'inizio io penso sia avvenuto proprio come lavorazione stessa del terreno da parte di chi poteva.»

Paolo: «Cioè, chi arrivava prendeva quello che poteva e poi in base all'uso nasceva il diritto di possesso.»

Albano: «Certamente, non c'è altra spiegazione. Perché qui a Cosola famiglie potenti al punto da raggruppare grandi estensioni, che possedessero grandi estensioni di terreni non ce n'erano, se vuoi Lavagiu è un'eccezione. A quei tempi dicevano che una famiglia non troppo numerosa a Lavagiu si poteva sfamare, l'unico posto, poi dalle altre parti... Altrimenti non c'è senso avere una fascia di là da Santagà e una su dalla Beitana, era una dispersione notevole di lavoro e di fatica. Io per andare a prender 20 chili di erba dovevo andare fino a Santagà e per prenderne altri 20 su dalla Beitana, invece se li avevo tutti in un posto in una volta sola potevo prenderne 40 di chili e invece così non era...»

Paolo: «Potrebbe essere che, dopo la fine del feudalesimo, le grandi proprietà feudali siano cadute in una sorta di vuoto giuridico, che ha favorito la presa di possesso di terre da parte di singole famiglie, magari anche con episodi violenti, anche se non mi risulta ve ne siano di documentati o rimasti nella memoria.»

Albano: «Le piccole proprietà sono anche legate a una mancanza di cultura e di senso di fiducia perché noi vicino ai prati, sul pascolo, avevamo una serie di capanni e nel periodo caldo della giornata mettevamo le mucche là e ci sono stati dei contatti con gente di giù per fare una capanna unica anche in muratura, ma la gente non ha voluto perché poi le mucche andavano tutte insieme e così via... proprio un fatto di cultura, di mentalità.»

Paolo: «L'apertura della strada da Cabella deve essere stata una grande svolta nella vita della comunità...»

Albano: «Gambarotta era andato prima a Carrega, se quelli di Carrega si fossero messi d'accordo sarebbe andato a Carrega, ma là non si sono messi d'accordo e allora sono venuti qua. Negli anni del Dopoguerra quando hanno tagliato su da i Cravì hanno lasciato indietro un pezzo di rovere per i tetti a Aie, tutti d'accordo perché il faggio per il tetto non va bene, il castagno sì, ma la rovere è ancora migliore e hanno lasciato indietro un bel quadro che se uno avesse avuto un tetto da fare, dato che l'altro bosco era in gran parte tagliato andava là, che poi non c'è più andato nessuno, si comprava giù altro legno più facile da lavorare che lavorare la quercia... Il montanaro per se stesso è un po' reticente nella vita pubblica, ha paura non si fida troppo, preferisce agire da solo, per esempio gli acquedotti che con il famoso Piano Verde della fine della guerra, anni Cinquanta, potevano forse essere inseriti, ma nessuno ha fatto domanda. Bisogna riconoscere la difficoltà che sta nella lontananza perché io se presento una domanda minimo va in Alessandria, adesso ci sono le regioni, allora non c'erano [dettato costituzionale 1947-48 eluso dalla DC per timore di cedere vaste aree del paese ad amministrazioni di sinistra, poi nel '68 posto in vigore], poi va seguita, bisogna andare a toccare gli ingranaggi giusti, poi in appoggio alla domanda ci voleva un progetto che già comporta una spesa per redigere il progetto, chi la sosteneva? Sì che hanno tagliato la legna frazionale, hanno avanzato i soldi e hanno fatto l'acquedotto, benissimo, ma poteva farlo anche lo stato, l'acqua nelle case è un servizio primario, sì, ma la lontananza, la mancanza quasi assoluta di punti chiave... O si fosse interessato il parroco, allora sì, ma don Romolo sfruttava al meglio la faccenda ma stava nel suo brodo, don Ferretti era più politico, ma poi qui a Cosola se fosse partito un progetto di acquedotto ne partivano tre e già lì chi li riceve può avere qualche perplessità...»

Paolo: «Ognuno rigorosamente per conto proprio.»

Albano: «Rigorosamente. Il primo il parroco se l'è fatto per conto proprio, anche a farsi un bagno se vogliamo dire, fino agli anni Cinquanta, gli alberghi alla bene e meglio lo avranno avuto anche senza acqua corrente, il vostro servizio di là è stato fatto del '52, ma come privato se non era il primo era il secondo, a Cosola non esistevano... Allora c'era la stalla che era uno sfogo, e non parliamo di igiene, quella parola non esisteva, bere in mezzo alla strada nelle impronte delle mucche, quante volte ci ho bevuto, si riempivano di acqua la lasciavo venire un po' pulita... Il potere centrale veniva guardato con diffidenza, uno non è sicuro che segue il progetto: "e se poi ci vengono a prendere la legna?", "poi si appropriano di una cosa nostra"... c'era sempre quel senso...»

Paolo: «Però, d'altra parte, in questo modo si dava anche prova di capacità di autogestione, nelle pianure dove invece si era più abituati ad avere lo stato che gestiva tutto c'erano anche meno spazi di autonomia decisionale.»

Albano: «Lo stato se dà va a finire che qualcosa vuole avere indietro.»

Paolo: «Quello che non si è riusciti a fare è resistere alle trasformazioni globali che hanno spopolato il territorio montano.»

Albano: «Pensione e mutue sono stati i due cardini, anche con effetti negativi, le abbiamo usate come le abbiamo usate però come principio, a quei tempi o bene o male sono riusciti a dare la pensione a tutti, anche chi non aveva pagato neanche una lira perché non poteva o perché non sapeva; emblematica la storia di un cosolano che è andato alla visita delle pensioni di invalidità e tutti raccontavano "io ho fatto la tale malattia" ... e lui ha detto: "un po' di raffreddore da bambino, ma non ho avuto niente grazie a Dio...", gli hanno dato la pensione ugualmente, 5000 lire ma di allora, era una goccia che faceva la differenza. Le famiglie "fortunate" di allora erano quelle delle vedove che purtroppo avevano perso il marito o il figlio in guerra, che ci arrivava il famoso assegno, veniva pagato al 5 o al 12 a seconda delle categorie e loro avevano qualcosa in più degli altri, per disgrazia...»

Paolo: «Intanto cominciava ad esserci un po' di liquidità e a circolare un po' di merci, si usciva dall'economia semi-autarchica del passato...»

Albano: «Largo spazio hanno lasciato quelli che sono emigrati e qualche campo in più, qualche bosco in più, qualche sacco di castagne in più, e tutto faceva, perché del 1874, quando erano 926 persone, tirarci fuori da mangiare a Cosola non era semplice; poi sono cominciate le grandi emigrazioni, hanno dovuto emigrare, ci sarà anche stato chi lo ha fatto per curiosità, ma la maggior parte... Mi raccontava mio zio Giuanin d Lanfrancu, che era del '99, lui aveva una buonissima memoria, erano tre fratelli, andavano a vangare un appezzamento, a mezzogiorno avevano finito e poi cosa facevano? Cioè, proprio mancanza di un riferimento, un minimo di lavoro che garantisse qualcosa perché come c'erano loro c'erano anche gli altri, qualche carbonera come diciamo noi, e basta. Lui è emigrato non so quanti anni, mio nonno anche si era ferito e gli hanno detto: "con questo veleno o si impazzisce o si muore", è tornato a casa a morire, è morto del '18 che mio padre aveva sette anni.»


Il nostro discorrere non poteva che approdare al grande tema dell'emigrazione: quell'andare per terre vicine o lontane che fa da contraltare alle scelte e alle problematiche dello stare, del profondo radicamento di popolazioni per le quali il Medioevo contadino, che Jacques Le Goff faceva terminare non prima della metà dell'Ottocento, è durato per molti aspetti per quasi altri cent'anni. Nonostante le recenti pubblicazioni dedicate all'emigrazione dalle terre appenniniche delle Quattro Province, molto ancora c'è da dire, molto ancora da scoprire, sia dal punto di vista dei fatti sia da quello della loro interpretazione. E molto ancora da affidare al sapore inquieto e misto della narrazione orale.

a cura di Paolo Ferrari Magà

 


Quelli che non se ne sono andati : una conversazione con Albano Burrone e Nilde Negro = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <https://www.appennino4p.it/albano.htm> : 2015.08 - 2015.09 -