Dove comincia l'Appennino

La produzione di carbone in Appennino


La produzione di carbone vegetale è stata per secoli una rilevante attività per l'economia del mondo contadino. Utilizzato come combustibile per il riscaldamento delle abitazioni, nonché per il funzionamento di botteghe artigianali e di strutture proto-industriali, il carbone era ricavato direttamente dalle foreste che circondavano i centri abitati e le aree rurali mediante una tecnica diffusa, con poche variazioni locali, su tutto l'arco alpino e appenninico.

La realizzazione della carbonaia e l'intero processo produttivo erano demandati spesso a veri e propri operai specializzati, che nell'Appennino Ligure provenivano per lo più dal Veneto e dalla Bergamasca. I carbonai si trasferivano con le famiglie dove veniva richiesta la loro attività e si fermavano per l'intera stagione lavorativa, che andava dalla primavera all'inizio dell'autunno, non raramente adattandosi a condizioni di vita decisamente spartane.

Il legname più utilizzato era il faggio; potevano essere sfruttate anche altre essenze, a seconda delle disponibilità locali, ma il faggio si dimostrò particolarmente performante. Dopo aver ricavato, all'interno o ai margini della foresta, un'area piana su un terreno non esposto ai venti, talvolta delimitata da muretti a secco, i carbonai provvedevano a erigere una catasta di legna di forma pressappoco conica, di circa 3-4 metri di diametro alla base. Il legname era impilato in modo da formare una cavità centrale per tutta l'altezza del cono che fungeva da canna fumaria; terminata la catasta, questa veniva rivestita da uno spesso strato di foglie e, infine, di terriccio ben compattato, nella cui sezione inferiore venivano praticati dei fori. La cavità centrale rimaneva aperta sulla cima.

A questo punto, si procedeva con l'accensione: dalla cavità sommitale venivano inseriti tizzoni ardenti finché, a partire dalla base, la legna prendeva fuoco. Il camino centrale e i fori alla base provvedevano all'areazione della catasta e allo sfogo del fumo in eccesso. Dopo circa 4/5 giorni, lo sfiatatoio sommitale veniva sigillato e iniziava il processo vero e proprio di conversione del legname in carbone, che avveniva a partire dalla sezione superiore. L'operazione comportava una considerevole riduzione di volume e di peso della struttura, pertanto i carbonai dovevano prestare attenzione a che non si aprissero falle o che si verificasse un collasso generale, entrambe eventualità disastrose poiché avrebbero provocato l'immediato incendio di tutta la legna non ancora trasformata.

Nell'arco di circa due settimane, il carbone era pronto e la copertura in terriccio veniva smantellata, avendo cura di smorzare con abbondanti secchi d'acqua il calore in eccesso, che avrebbe altrimenti innescato un rapido processo di autocombustione. La resa, su un quantitativo medio di 10/15 quintali di legna, era pari a circa il 20%.

Data la delicatezza dell'operazione, talvolta si faceva ricorso a simboli apotropaici per allontanare il pericolo di incidenti. Così, a Piuzzo, nell'alessandrina val Borbera, è documentato l'uso di collocare alla base della carbunea, "sotto alcuni centimetri di terra, affinché non bruciasse, una rudimentale croce come segno benaugurante e di fede per la buona riuscita del faticoso lavoro".

Anche in val Brevenna la carbunija veniva protetta dalla malasorte posizionandovi alla base due bastoni a foggia di croce, il tutto a cura del caposquadra. In questa valle, orientata verso la direttrice per Genova, la maggior parte della produzione era rivolta ai mercati del capoluogo ligure. Una particolarità locale era costituita dalla compresenza, a fianco del metodo tradizionale, di una variante relativa alla costruzione della carbonaia, che veniva talvolta eretta piantando un palo (u pasciun) nel terreno e disponendovi attorno le lippe, pezzi di legno non più lunghi di 40 cm, fino a formare la catasta nel suo insieme. Una volta rivestito il cono con zolle di terra umida (u quajè), si estraeva il palo e si procedeva all'accensione.

L'attività era molto diffusa, ai piedi dell'Antola. Fino agli anni della seconda guerra mondiale, il borgo di Pareto vedeva coinvolte tutte le quaranta famiglie residenti. La presenza in valle di lavoranti lombardi e veneti risale agli anni Dieci; sebbene fossero numerosi, non soppiantarono mai del tutto i carbonai autoctoni. Talvolta, avvenivano matrimoni tra i foresti e i locali e nascevano nuove famiglie.

In val Pentemina si ricorda un episodio curioso di fine Ottocento, emblematico dei rapporti non sempre facili con i carbonai venuti da lontano. Un oste venne a sapere che nella vallata era morta di malattia una mucca; non sapeva di cosa fosse morta, tuttavia si recò nottetempo dove l'allevatore l'aveva seppellita e ne tagliò via una coscia. Il giorno dopo, i lavoranti bergamaschi ebbero carne per pranzo! L'oste, tuttavia, prima di distribuire la medesima pietanza ai propri compaesani, volle accertarsi che la carne non fosse infetta, così si recò di soppiatto nel bosco diverse volte nel corso della giornata... Una volta verificato che nessun bergamasco era stato male, si decise a dissotterrare l'intera bestia.

In alto Oltrepò Pavese, nell'area di Massinigo, il cheibunain era l'addetto alla cheibunéra, che veniva appunto alimentata inserendo pezzi di legna chiamati lîpe nella cavità superiore. In molti emigravano dalla valle Staffora nelle città per lavorare alle caldaie dei palazzi; la caldaia di città era chiamata sustra e l'addetto alla manutenzione/alimentazione era il sustrè; la produzione del carbone in valle Staffora trovava infatti sbocchi commerciali a Voghera e a Milano.

Anche i carbonai della val Trebbia e della val d'Aveto erano soliti prestare le proprie competenze come fuochisti a Milano, in qualità di lavoranti stagionali. Non sempre l'emigrazione nelle città aveva esiti positivi; la canzone popolare "La povera Rosetta" racconta la vicenda, realmente avvenuta, di una ragazza originaria di Propata che morì appena diciottenne a Milano, nel 1913, in circostanze poco chiare, dopo essere entrata in un giro di prostituzione.

Il processo produttivo descritto è stato in uso fino agli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento; oggi le aree boschive dove aveva luogo il lavoro sono riconoscibili in quanto molto del materiale di scarto, di colore nero, è ancora affiorante dal terreno e ben visibile: si possono infatti rinvenire molti frammenti di legna carbonizzata in corrispondenza di spianamenti circolari, indizio sicuro della presenza di una carbonaia.

Attualmente la pratica viene eseguita per lo più in occasione di feste con rievocazione di antichi mestieri.

Giacomo Turco
con la collaborazione di Paolo Rolandi e Claudio Gnoli


Fonti

Marino Basso, "Piuzzo: una comunità dell'alta val Borbera: persone, parole, luoghi", pubbl. dall'autore, 2023

Massimo Brizzolara, "Le Foreste delle Lame e del Penna" e "L'antica segheria di Cerisola", capitoli da “La val d’Aveto: frammenti di storia dal Medioevo al XVIII secolo”, tipografia Emiliani, Rapallo 1998.

Paolo Giardelli, "La memoria ritrovata: andare e venire in una valle appenninica", Pentagora, 2022

Jean-Paul Métailié - Giuseppina Poggi, "Carbonai dell'Antola", DVD documentario, regia di Bruno Bastard, Parco dell'Antola, 2009

Alessandro Rapallini, "Un antico mestiere nei boschi: il carbonaio", La Trebbia, n. 24 del 06/07/2023

Giovanni Salvi, "Un'antica pratica di trasformare il legno in carbone", La Trebbia, n. 18 del 28/05/2020

 


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