Dove comincia l'Appennino

La valle Staffora nel Medioevo e nella prima Età moderna

Varzi. Chiesa dei Cappuccini / FB
Nei giorni 20 e 21 maggio 2005, presso la sala conferenze del Centro residenziale Cappuccini di Varzi, si è tenuto il convegno "La valle Stàffora nel Medioevo e nella prima Età moderna". L'iniziativa si è proposta come obiettivo un bilancio della ricerca storica in valle Staffora, nonché la presentazione di una serie di indagini relative a momenti importanti della vicenda storica medievale e moderna dell'area in questione, a vantaggio di una più approfondita conoscenza di alcuni aspetti significativi della storia e delle tradizioni locali, offrendo un'esaustiva bibliografia e creando le basi per ulteriori sviluppi.

Varzi. Piazza Malaspina e torre Malaspina / FB Venerdì 20 maggio, dopo il saluto delle autorità e l'introduzione di Ettore Cau, hanno preso avvio i lavori della sessione mattutina, presieduta da Ezio Barbieri. Romeo PAVONI ha presentato la relazione "I Malaspina signori dell'Appennino". Il dominio dei Malaspina derivava dalla partecipazione all'ufficio marchionale esercitato dai loro avi Obertenghi e in origine si estendeva su una vasta area incentrata sulle città di Genova, Tortona, Milano, Piacenza e Luni, ma in seguito alla pressione di signorie rivali immunitario-feudali come il vescovo di Luni o il consorzio signorile di Pontremoli, e soprattutto a causa dell'espansione del movimento comunale di Genova e di Piacenza, fu ridotto territorialmente alla zona appenninica delle valli Borbera, Curone, Staffora, Trebbia e Magra-Vara. In questo senso i Malaspina furono costretti a retrocedere e non effettuarono tale scelta di propria iniziativa; successivamente, però, già con Obizzo Malaspina, protagonista delle vicende connesse con la guerra fra l'imperatore Federico I e la Lega Lombarda, e i suoi discendenti si realizzò coscientemente una strategia di controllo dell'Appennino, che da un lato assicurò loro il possesso dei passi montani che collegavano la Langobardia con l'Italia centrale, con i relativi introiti di pedaggio, dall'altro obbligò i Comuni, strutturalmente incapaci di mantenere un'occupazione diretta e stabile su questo settore strategicamente fondamentale ma territorialmente periferico, a riconoscere in quest'ambito la signoria malaspiniana con accordi ci compromesso, in genere vantaggiosi per tutte le parti.

Giorgio FIORI ha quindi proseguito sul tema "I Malaspina della valle Staffora". Sono state ripercorse le alterne vicende della famiglia feudale dei Malaspina della valle Staffora dalle sue origini al suo pressoché completo esaurimento in Età moderna e contemporanea, contando ora essa solo di pochissimi rappresentanti.

la Pieve di San Zaccaria, presso Godiasco / FB Ha concluso i lavori della mattinata Luciano MAFFI con "La bassa valle Staffora nei documenti dell'Archivio Malaspina di Godiasco". L'Archivio Malaspina di Godiasco, attualmente depositato presso l'Archivio di Stato di Pavia, è un vero e proprio tesoro per la ricerca sulla valle Staffora. In esso sono raccolti circa 380 faldoni contenenti migliaia di documenti, su pergamena e su carta, relativi a Godiasco, a Oramala e Pregola (tra quelli più antichi), alla val di Nizza, a Pozzol Groppo e molti altri luoghi, per tutto l'arco coronologico dal basso medioevo fino al XX secolo. Fortunatamente, l'archivio è stato conservato per intero, elemento importante in quanto l'organicità del fondo apre la prospettiva di un lavoro di ricerca omogeneo. Nel secolo XII i Malaspina godono, di fatto, di una serie di diritti e privilegi su una vasta area territoriale che giunge a comprendere gran parte dell'attuale Oltrepò pavese occidentale e l'intera valle Staffora. Nel 1164 l'imperatore Federico Barbarossa concede due diplomi che interessano direttamente il territorio della bassa valle Staffora: il primo (8 agosto) al Comune di Pavia, suo potente alleato; il secondo a Opizzone Malaspina (il 29 settembre), che riceve l'investitura di molti luoghi e terre posti nell'Oltrepò pavese "cum omni honore et districtu" (ossia con la possibilità di godere di diversi diritti pubblici teoricamente spettanti al sovrano). In tale divisione di diritti i Malaspina risultano essere investiti di gran parte della valle Staffora (soprattutto la media e alta valle occidentale, il suo confine doveva essere lungo la valle Ardivestra, godendo altresì di prerogative che già detenevano e legandosi formalmente al sovrano. Altri documenti dell'Archivio Malaspina gettano luce sulla consistenza di questa famiglia feudale, che, nel basso medioevo domina con diritti di "honor et districtus" un vastissimo territorio che, partendo a nord proprio dall'imboccatura della valle Staffora (quindi da Godiasco), giungeva fino alla Lunigiana, estendendosi pertanto in valle Trebbia, in val d'Aveto e valli limitrofe.

I lavori pomeridiani, presieduti da Ettore Cau, si sono aperti con "Gli statuti di Varzi: nuove prospettive e suggestioni" di Ettore DEZZA. Benché editi e studiati, gli statuti di Varzi del 1320 lasciano aperti problemi e perplessità. Il manoscritto originale del XIV secolo, ora perduto, fu commissionato da alcuni consorti Malaspina, probabilmente come atto di volontà del potere al vertice, che rivendicava un'ampia gamma di diritti giurisdizionali, civili e penali. Il testo, redatto probabilmente dal giurisperito cremonese Alberto De Pluteo, ricalca gli esempi delle grandi città padane, come Pavia, Cremona, Voghera e Tortona, mentre si distacca dalla prassi statutaria dei Malaspina di val Trebbia e Lunigiana. Gli statuti rimasero in vigore fino al 1743, quando vennero soppiantati dalla Costituzione piemontese. Dallo scomparso codice originale ne derivarono direttamente o indirettamente altri tre. Il primo è un fascicolo cartaceo seicentesco di quarantadue cartelle contrassegnate da una numerazione recente. Il terminus post quem per la sua realizzazione sarebbe il 1603, quando gli Sforza di Santa Fiora erano signori di Varzi. Nell'800, su richiesta di Fabrizio Malaspina, l'abate Coppi ne ricavò una copia, dalla quale ne fu tratta una successiva, edita nel 1932 da Renato Soriga, il quale controllò il codice del Coppi lamentandone le lacune. In effetti, le glosse del primo manoscritto si sono riversate nel testo del secondo creando confusione. Rimane così aperto il problema di un'edizione filologicamente corretta.

Pieve di San Zaccaria / FB Gian Felice PERON ha proseguito con "Trovatori e corti d'amore a Oramala". La presenza della famiglia Malaspina nella poesia trobadorica è attestata per circa un secolo, in un'epoca in cui, caduta in disuso nella nativa Francia, trovava alimento nelle corti italiane. L'elogio a Corrado Malaspina contenuto nell'VIII canto del "Purgatorio" dantesco si pone quasi come al termine di una parabola che ha come tema dominante le lodi del casato nella letteratura trpbadorica. Fra XII e XIII secolo le corti di Monferrato, dei Malaspina, degli Este e dei Da Romano avevano infatti offerto ospitalità ai trovatori, i quali, novelli clerici vagantes, vi avevano trovato protezione e riparo, divenendo nel contempo strumenti di affermazione politica e raffinamento dei costumi. I nomi di Selvaggia, Beatrice e Maria Malaspina ritornano più volte sulla bocca dei poeti provenzali, e, addirittura, Beatrice e Selvaggia sarebbero al centro di un episodio legato alla consuetudine dei giochi cortesi d'amore ispirati al trattato "De amore" di Andrea Cappellano. Il più ricordato rimane Guglielmo Malaspina, per il quale il poeta Aimeric de Peguilhan compose un compianto, e che rimane quale esempio umanizzato della sicurezza offerta ai trovatori presso le corti italiane.

Aldo Angelo SETTIA è intervenuto su "Riflessi carolingi in valle Staffora: le pievi di San Ponzo e Cécima". Nella tradizione tortonese sul cristianesimo delle origini compaiono menzioni a luoghi di rifugio utilizzati da cristiani perseguitati e da eremiti, come Rufino, Venanzio e s. Alberto. Per i primi due ci si può basare su testimonianze epigrafiche, mentre su s. Alberto esistono fonti scritte. Su san Ponzo non esistono studi, a parte un testo di Vincenzo Legè del 1906, recensito dal bollandista Hippolyte Delehaye. Da un documento del 29 settembre 1229 si evince l'esistenza di una pieve di San Ponzo di origini anteriori, forse calco di una costruzione carolingia, alla quale faceva capo un'ampia circoscrizione. Secondo il Legè, il santo, il cui capo sarebbe conservato a Fortunago, avrebbe avuto questo nome fin dalle origini. Si sarebbe trattato forse di un martire da identificarsi con l'omonimo venerato a Cimiez (Nizza), e il culto locale rappresenterebbe la catalizzazione di più avvenimenti intorno a un'unica persona. La "Passio" del santo venerato in Francia non si presta alla sostituzione di toponimi. Un vicus Pontii è attestato nel IX secolo fra i possedimenti del monastero di Bobbio, ma non si allude al santo. Poco a valle della pieve di San Ponzo il torrente Staffora riceve gli affluenti Nizza e rio Semola, ma tali toponimi non deriverebbero da influssi provenzali d'epoca medievale, bensì dal precedente sostrato preromano e ligure, e il loro successivo risuonare in epoca carolingia e postcarolingia poté evocare nei provenzali presenti in Oltrepò il ricordo di luoghi omonimi della loro terra, suscitando così la volontà di trasferirvi il culto del martire francese. La presenza di provenzali presso la corte del Regno d'Italia a Pavia è un fatto attestato. Fra i collaboratori di re Ugo compaiono il chierico Giseprando e il conte Elisiardo, d'incerta origine, che avevano probabilmente collegamenti in valle Staffora, e ai loro dipendenti i toponimi locali dovevano richiamare sicuramente la terra di Francia. Presso la pieve sul rio Semola doveva essere venerato un eremita locale di nome Ponzo, perciò si dovette provvedere, forse sotto la direttiva di Elisiardo, a riedificarla attraverso la traslazione di reliquie dell'omonimo santo di Cimiez, particolare comprovato dalla menzione di reliquie minori conservate dietro l'altare. A tali operazioni non fu estranea Cecima, la cui antica appartenenza a Pavia fu riconfermata in epoca carolingia e postcarolingia.

Varzi. Chiesa dei Cappuccini / FB I lavori sono proseguiti con l'intervento di Marco SANNAZARO "L'iscrizione altomedievale di Bosmenso". Nel 1890 lo storico Antonio Cavagna Sangiuliani segnala l'epigrafe altomedievale della chiesa di Bosmenso, costruzione realizzata sulla riva del torrente Staffora fra IX e X secolo. Il testo, mutilo nella parte inferiore, è dedicato alla vergine Rothilda, di sangue reale, che l'anonima madre affida a s. Giorgio. La lastra in marmo grigio proviene sicuramente da cave locali. Lo spazio di scrittura è definito: cinque righe di testo con binari abbastanza inclinati e una porzione inserita nei bracci di una croce, secondo un uso attestato anche nell'epigrafia paleocristiana; è inoltre evidente lo sforzo di fare coincidere un verso a ogni riga. I caratteri sono capitali, tranne la E, che è onciale. Si ricava una comprensibilità visuale evidente anche in epigrafi coeve e di epoca successiva, ma che non trova affinità con la coeva produzione pavese. I primi due versi presentano la situazione della sepoltura ad sanctos con la richiesta dell'intercessione di s. Giorgio. Evidenti sono i prestiti letterari da Valafrido Strabone, Beda, Alcuino e Pietro da Pisa, uno dei massimi intellettuali della fine del secolo IX: il nostro epitaffio ricalca il suo epigramma premesso all'"Ars gramatica" dedicata a Carlo Magno. L'antroponimo Rothilda, di origine germanica, non risulta in uso fra i Longobardi, ma ne troviamo attestazioni di ambito regale per l'epoca carolingia e postcarolingia. Con il diploma del 29 marzo 945 i sovrani Ugo e Lotario donano alcuni possedimenti siti nell'area di Tortona al conte Elisiardo, a Rothlinda e a Rothruda, una delle tre concubine preferire di re Ugo. La vergine di sangue reale dell'epigrafe di Bosmenso potrebbe essere nata da un'unione illegittima del sovrano con Rothruda o Rothlinda, le due donne citate nel documento del 945, e sarebbe perciò o sua figlia o sua nipote.

Giovanna FORZATTI ha trattato "Il monastero di S. Alberto di Butrio: aspetti istituzionali e religiosi". Nello studio ottocentesco di Antonio Cavagna Sangiuliani, sul finire del X secolo Alberto di Butrio abbraccia una forma eremitica tipica del monachesimo greco-latino praticato in Italia meridionale quasi per una sorta di aspirazione a un ritorno alla purezza evangelica che avrebbe ispirato anche le successive riforme monastiche più organizzate. L'esperienza di Alberto, che non dà luogo a nuove istituzioni, appare isolata, e la ricerca del deserto nello spirito e nel corpo assume connotazioni istituzionali come eremitismo di matrice benedettina. La biografia manca di elementi organizzati: l'eremita viene menzionato nel "Catalogus sanctorum" del tortonese Filippo Ferrari (sec. XVII) e negli "Acta sanctorum" dei bollandisti (5 settembre). Il racconto agiografico trova riscontri oggettivi in alcuni documenti. Una lettera di papa Gregorio VII del 1073, indirizzata ai monaci di Butrio, consente di datare la fondazione dell'eremo qualche decennio prima. Il 6 febbraio 1077 lo stesso pontefice concede all'abbazia un importante privilegio. Secondo la tradizione, Alberto riceve delle terre come ricompensa della guarigione del figlio del marchese Gusberto Malaspina di Casalasco, località effettivamente appartenuta alla famiglia. Fino al XII secolo, nei documenti papali l'eremo è qualificato con l'intitolazione a Santa Maria, in quelli locali compare la doppia dedicazione. Sicuramente il territorio era appartenuto alla famiglia Obertenghi, antenati dei Malaspina, e le successive donazioni di questi ultimi al monastero, attestate in un documento del 1133, testimoniano un legame di lunga durata che si spinge fino al XVI secolo, quando ormai l'eremo era passato agli Olivetani di Pavia. Risulta dunque plausibile l'ipotesi di una fondazione del monastero da parte degli Obertenghi, secondo una consuetudini tipica dell'XI secolo per cui il legame fra potere signorile e istituzioni monastiche assicurava il prestigio familiare.

Pieve di San Zaccaria / FB Ha concluso i lavori la relazione di Renata CROTTI "Il Monastero di S. Alberto di Butrio: i possessi fondiari". Sui possedimenti di S. Alberto di Butrio nei secoli XI-XV le testimonianze documentarie sono scarse: il breve di una bolla di Gregorio VII (sec. XI), due bolle papali (sec. XII), diciannove documenti privati, tre chartae offertionis in cui i benefattori dedicavano sé stessi e propri beni pro mercede animae, e altre chartae di varia natura. La bolla papale del 1077 cita beni da usarsi solo per la sostentazione del cenobio, ma non se ne specifica la consistenza. Per il XII secolo sono attestate le donazioni di laici pii, secondo una consuetudine allora consolidata: Gusberto Malaspina di Casalasco dona all'eremo casamenti e sedimi, pascoli, castagneti, coltivi e terre incolte. Inoltre, in un atto del 4 ottobre 1158, Obizzo Malaspina conferma la vendita al monastero di Pizzocorno, con vigneti, acque e paludi. Una bolla di papa Eugenio III del 31 dicembre 1245 riconosce a S. Alberto il possedimento di alcune chiese situate nelle diocesi di Novara e Tortona. Nel secolo XIII l'eremo, entrato in una fase critica, si vede costretto ad alienare parte dei propri beni.

Biagasco, presso Godiasco / FBLa sessione di sabato 21 maggio, presieduta da Rinaldo Comba, si è aperta con il saluto di Cesare Repossi, presidente della Società pavese di Storia patria, fondata nel 1901. È quindi seguita la relazione "Vie e commercio in valle Staffora" di Fiorenzo DEBATTISTI. In epoca altomedievale le vie di comunicazione coincidono sostanzialmente con quelle tracciate dai Liguri per il commercio marittimo. A partire dal VII secolo la presenza del monastero di San Colombano di Bobbio rompe la plurisecolare monotonia, a favore di una più agevole circolazione di uomini e mezzi, anche grazie alla fondazione di celle e colonie di famiglie di agricoltori alle dipendenze del potente monastero. Tale fenomeno interessa anche le valli Versa, Tidone e Staffora, teste di ponte verso la Liguria. Nascono così strade di collegamento fra i centri di nuova fondazione e Bobbio, meta di pellegrini romei già dai secoli VII e VIII. Documenti del XII secolo testimoniano la presenza di ben quattro strutture ospedaliere o xenodochia nella valle Staffora, punto di passaggio di commercianti e pellegrini. Mentre fra VI e XI secolo i più importanti traffici fluviali si erano svolti via fiume, la rinascita della città di Genova dei secoli X e XI comporta un ritorno alle antiche strade montane. La valle Staffora diviene allora il più importante nodo di collegamento per i pavesi, che trovano in Varzi il luogo di incontro fra i due itinerari che partono da Pavia e da Piacenza. Nonostante l'esosità dei dazi, i mercanti pavesi scelgono la soluzione stradale valle Staffora-val Trebbia, con una crescita vistosa del borgo di Varzi, eletto dai Malaspina come dogana. Al termine dell'intervento il dottor Bruno BELLAZZI ha proiettato e commentato un CD con i risultati ottenuti dalla sovrapposizione di una mappa del 1772 delle valli Staffora, Versa e Tidone alle moderne carte in tridimensione usate dal sistema GIS presso l'Ente spaziale americano [NASA], ponendo i due punti di calibrazione vicino a Voghera e vicino a Bobbio: la carta antica si qualifica per la considerevole precisione.

Italo CAMMARATA ha quindi presentato "Bernabò Malaspina, un guerriero in valle Staffora tra XV e XVI secolo". Attorno a Bernabò Malaspina, personaggio degli inizi del Cinquecento, è stata elaborata una leggenda dal sapore gotico-barocco, che ha fatto di lui un patriota antisforzesco o un terrorista filofrancese a seconda dei punti di vista. Molto interessante può risultare lo sforzo di leggere in chiave moderna alcuni documenti conservati presso gli archivi di Stato di Milano e Torino. Un documento del 1494 attesta l'intervento di Ludovico il Moro come fautore delle nozze fra Bernabò e la pavese Giovanna degli Eustachi. Alla morte del padre Manfredi nell'autunno 1496, Bernabò e il fratello Gianlorenzo ereditano il feudo, ma devono convivere con le prepotenze del cugino Malgrato. Fino alla vigilia dell'invasione francese del 1499 il Malaspina si dimostra fedele allo Sforza, al quale offre i propri servizi. Le sue tracce si perdono fino al 1505, quando fa incarcerare il filofrancese marchese Malaspina di Valleverde. Nel 1511 avviene la divisione dei beni fra i fratelli Bernabò e Gianlorenzo. I Francesi vincono la battaglia di Ravenna dell'11 aprile del 1512. La ritirata francese lascia la Lombardia piena di rivoltosi. Il 29 dicembre 1512 Massimiliano Sforza entra in Milano ed emana contro i ribelli dei provvedimenti che lo renderanno inviso. Una notizia del 24 marzo riferisce dei tentativi di Bernabò Malaspina di riprendere l'Oltrepò. Dapprima Massimiliano Sforza tenta un approccio morbido, poi passa alle rappresaglie contro gli antisforzeschi oltrepadani capeggiati da Bernabò, il quale il partecipa alla battaglia di Novara (16 giugno 1513) a fianco dei Francesi, che vengono sconfitti. Il 12 luglio scatta l'operazione finale per stroncare Bernabò e confiscargli tutte le terre. L'attacco conclusivo è sferrato il 3 settembre, e, in meno di dieci giorni dalla cattura, avviene l'esecuzione, della quale non esistono documenti. Secondo un memorialista, i fatti si sarebbero verificati a Voghera il 13 settembre.

Rivanazzano / FB Giuditta CERUTTI si è poi soffermata su "Il castello di Oramala: storia e architettura". Si sono esaminati diciannove documenti conservati presso l'Archivio Malaspina di Godiasco. Nel primo riferimento il castello (1029) è una rocca fortificata posta in luogo elevato. Nelle testimonianze del XII secolo, quando Oramala passa a Obizzo Malaspina, viene citata solamente la località. Nel 1167 i Malaspina, passati dal partito filoimperiale alla Lega Lombarda, cedono alla città di Piacenza alcune torri, fra cui Oramala, e, il 19 marzo 1184, consegneranno momentaneamente la rocca, ovvero una fortificazione con dongione, interpretato da alcuni studiosi come una struttura distinta, un castello più interno con funzione di ultimo baluardo. Sotto Federico II, Corrado Malaspina elegge Oramala come stabile residenza, che passerà quindi a Obizzino, Alberto e, infine, a Bernabò e Malgrato. Secondo un documento perduto citato ne "Le famiglie celebri" del Litta, nel 1483 Ludovico il Moro toglie il divieto di edificare a Oramala. Un affresco del 1484 all'interno della chiesa di S. Alberto di Butrio raffigura delle strutture fortificate, una delle quali è stata identificata con il castello di Oramala: compaiono due torri in più rispetto a quella ora visibile, fatto confermato dagli scavi. Nel 1488 Malgrato e sua moglie fanno dipingere una cappella situata forse all'esterno del castello. La discendenza passa quindi da Malgrato a Cesare ed Ercole. L'aspetto cinquecentesco di Oramala è indicato in tre documenti dell'Archivio Malaspina e degli archivi di Stato di Milano e Torino. Il primo, che concorda con i rilievi eseguiti nel 1969 sotto la guida di Adriano Peroni, ci presenta un castrum con una torre né rotonda né quadrata a più piani, forse abitato saltuariamente. Il documento di Milano (1562), la relazione di un commissario di Tortona allo Stato milanese, annovera Oramala fra i castelli-forte da artiglieria, strutture di resistenza agli attacchi adibite anche a riserva di munizioni. Nell'ultimo documento si fa riferimento al loco di Oramala, perciò la parte ora visibile sarebbe una porzione di un nucleo abitato più vasto. Nei documenti seicenteschi mancano riferimenti alla torre. Al momento del passaggio ai Savoia nel 1753 il castello versa in uno stato di degrado: da una parte una torre con quattro stanze, un cortile, un oratorio e le carceri, dall'altra il sotterraneo e due cisterne.

Federica SCARRIONE, servendosi di un ricco repertorio di diapositive, si è occupata del tema "L'architettura religiosa in valle Staffora: alcune linee-guida". In mancanza di una monografia, risultano utili l'esame delle caratteristiche principali di una serie di monumenti vicini al greto del torrente Staffora nonché il confronto con strutture simile presenti in altre aree geografiche di valle o d'altura. Se ne ricava un campione eterogeneo in presenza di differenti istituzioni interessate al controllo. Di ogni monumento vengono presi in esame lo stato di conservazione, i materiali, le strutture architettoniche, gli elementi della decorazione e i simboli presenti. Quasi sempre ci troviamo di fronte a edifici più volte rimaneggiati con fasi storico-costruttive molto eterogenee.

Anna Maria SEGAGNI ha concluso i lavori con "La chiesa di San Ponzo". La struttura presenta segni riconducibili all'epoca carolingia. Un frammento ad intreccio a quattro capi può essere considerato elemento superstite di un monumento forse ad aula unica, tuttavia non è possibile il confronto con la chiesa francese di Cimiez dedicata al martire omonimo. Un'iscrizione del 1710 allude a una ricognizione e traslazione di reliquie conservate dal 1440 in un sarcofago, elemento che suggerisce una ricognizione precedente di frammenti probabilmente riposti in un contenitore diverso. La chiesa, a tre navate, presenta una facciata a frontone spezzato, tripartita sa pilastri a spigolo vivo secondo uno schema diffuso in area lombarda, piemontese e valdostana a partire dal X secolo. La torre campanaria è sicuramente un'aggiunta posteriore e consente l'accostamento con altri esempi coevi, come S. Ambrogio di Milano, che presenta la tipologia del campanile quadrato discostato dal corpo della chiesa. A tale tipologia, contrassegnata da facciate complesse, appartengono anche il duomo di Bobbio e la chiesa milanese della Trinità, più tardi intitolata al Santo Sepolcro. Anche l'alzato absidale di San Ponzo si pone in continuità con le linee architettoniche degli inizi dell'XI secolo.

Elena Necchi
fotografie di Francesca Bruni


La valle Staffora nel Medioevo e nella prima Età moderna (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori -- <https://www.appennino4p.it/medioevo.htm> : 2005.10 -