Dove comincia l'Appennino

La monferrina tra fonti scritte e vita sul territorio
Una recensione al libro di Giuliano Grasso


L'esperto etnomusicologo Giuliano Grasso ha recentemente dato alle stampe un'importante monografia dedicata alla danza chiamata monferrina (La monferrina: storia del ballo che conquistò l'Europa, Associazione culturale Barabàn, Gaggiano 2022, 207 p., ISBN 9788890969836), acquistabile a 15 € anche online.

Il volume è suddiviso in due parti: "La monferrina dei salotti" e "Il repertorio popolare", dedicate alla diffusione della danza rispettivamente negli ambienti colti e in quelli della tradizione orale. Questo approccio complementare ai due mondi risulta certamente opportuno, dal momento che — come osserva l'autore in alcuni passaggi — essi raramente vengono considerati insieme e dalle stesse persone, mentre hanno in comune elementi con i quali si possono illuminare a vicenda. L'esperienza di ricercatore di Grasso è in grado di padroneggiare entrambi, poiché alla competenza musicologica egli può affiancare le indagini che con Aurelio Citelli ha svolto personalmente, tra l'altro, nelle valli lombarde delle Quattro Province già negli anni Ottanta, evidenziando il ruolo di pifferai come Fiorentino Azzaretti che tuttora compare nel logo dell'associazione Baraban: ciò avveniva solo un decennio dopo che Bruno Pianta aveva documentato in profondità a Cegni il patrimonio immateriale di Ernesto Sala e due decenni dopo che Còggiola, Schwamental e Castelli avevano scoperto sul versante alessandrino quella che è presto diventata nota come la tradizione delle Quattro Province.

Ampie parti del testo riguardano infatti da vicino i temi del nostro sito, dal momento che le Quattro Province sono uno dei territori dove oggi più viva rimane la pratica di versioni della monferrina, accanto alla tradizione di Cogne e ad alcuni repertori per banda (nonché alle curente occitane e franco-provenzali e al manfrone dell'Appennino bolognese, che differiscono nei nomi ma non nella struttura di esecuzione). Il nome della danza rimanderebbe al Monferrato ma, come Grasso ben chiarisce nella parte iniziale, era comune nel ballo da sala settecententesco individuare nuove danze a figure col nome dei territori più diversi, probabilmente sulla base di elementi occasionali che non possono provare derivazioni specifiche più di quanto lo facciano i nomi dell'insalata "russa" o dell'uva "americana".

È un fatto che fra gli ultimi anni del Settecento e i primi dell'Ottocento compaiono improvvisamente molte attestazioni scritte di danze chiamate "monferrina" in programmi di sala e partiture, sì piemontesi ma anche milanesi, veneziane e di molte altre parti dell'Italia settentrionale e perfino della Francia e dell'Inghilterra. Grasso ne fa una rassegna ragionata e ben documentata, mostrando come all'epoca la danza con questo nome fosse un fenomeno degli ambienti cittadini, per scomparirne solo qualche decennio dopo, poiché "il famelico mondo del ballo da sala richiede continuamente nuove attenzioni di cui cibarsi" (p. 51), e sopravvivere soltanto nei repertori di orchestrine o di usi locali.

Le monferrine delle Quattro Province e di Cogne, dunque, sono chiaramente affini all'omonimo ballo da sala di inizio Ottocento. Da dove potesse derivare quest'ultimo, invece, non viene discusso nel testo, salvo la considerazione che esso sembra molto simile alla preesistente corrente, termine oggi rimasto in danze delle valli alpine piemontesi (che in effetti hanno parecchi elementi in comune con la monferrina delle Quattro Province) ma impiegato in passato nelle stesse Quattro Province, e la cui origine andrebbe quindi a sua volta spiegata, considerando anche le recenti ricerche di Restelli. È chiaro che le fonti sono limitate forzatamente ai documenti dell'epoca, ma sarebbe interessante allargare l'analisi almeno alle raffigurazioni pittoriche, ad esempio quelle di scene campestri rappresentate da autori piemontesi come Pietro Morando, che possono riportarci anche agli ambienti popolari.

Il limite delle fonti scritte appare evidente anche nel fatto che sono pochi i casi nei quali sappiamo a quali passi e figure corrispondessero quelle danze rendicontate come "monferrine": se dobbiamo giudicare da quello che oggi può significare in contesti o luoghi diversi un termine come giga, dobbiamo pensare che anche due secoli fa le esecuzioni potessero assumere una grande varietà di aspetti, fino a far sciogliere il senso del termine monferrina in un mare indistinto di figure diverse. Si ritiene in genere che il passo caratteristico della nostra polca a saltini, come di altre polche saltate nord-italiane, sia un adattamento alla più recente danza di coppia del passo praticato nelle monferrine (dalle quali potrebbero derivare anche alcune delle stesse polche dall'andamento melodico "vecchio"). Il passo delle Quattro Province, che nel testo non è discusso, si ritrova peraltro in danze probabilmente più antiche come la piana e potrebbe essere il vero marchio di fabbrica delle nostre valli, a monte delle figurazioni invalse nei diversi periodi.

Rispetto all'incertezza sulle esecuzioni, ci è di conforto perlomeno una struttura musicale stabile: quella, assai semplice, in 6/8 o 2/4 con successione di parti ABB, ed eventualmente CDD: caratteristiche che troviamo tanto nelle monferrine di sala ottocentesche che nelle attuali Quattro Province, le quali anche nella loro coreografia ricordano abbastanza bene le poche descrizioni colte. Esiste dunque certamente una linea di almeno due secoli che ha una propria coerenza.

Peraltro, precisa l'autore, sono esistite anche "monferrine" danzate in coppia o in terzetti, sia in fonti scritte del territorio alpino sia nelle feste tradizionali attuali. Scrivo queste righe la mattina dopo aver partecipato al giro delle aie del Connio di Carrega, dove esse si praticano normalmente. Dal Connio arriva anche l'immagine di copertina del libro, dove due ballerini che hanno fatto storia e sarebbe stato opportuno indicare per nome, Maria Guerrini che proprio oggi compie novant'anni e Giovan Battista Guerrini "Giggi", si tengono le mani eseguendo quella che, paradossalmente, loro non chiamerebbero mai "monferrina" bensì "alessandrina"! In alta val Borbera [cfr. Demori e Gnoli in Viaggio nella danza popolare in Italia, v. 2, p. 336-349, Palombi, Roma 2014] è infatti invalso l'uso di distinguere due coreografie, ciascuna associata solo a determinate suonate da piffero: una "monferrina" a terzetti e un'"alessandrina" a coppie (che coincide sostanzialmente con la cosiddetta "giga di Bobbio" o "Bala ghidon", indizio della sua passata maggiore diffusione a noi testimoniata in altri paesi). Grasso ha presente la questione, già riscontrabile in alcune fonti colte e oggetto anche oggi di ricorrenti discussioni fra i cultori delle Quattro Province; essa non sembra però avere fondamenti musicali oggettivi quanto, secondo la ricostruzione dell'autore, una spiegazione geografica: le alessandrine non sarebbero infatti che delle monferrine così denominate in Liguria, con un termine all'epoca politicamente corretto in relazione alla contrapposizione dei genovesi con il Piemonte e la Francia. Fatto sta che al Connio si è consolidata da molto tempo una pratica differenziata, che sul piano etno-coreutico va anch'essa riconosciuta. Una "monferrina" si balla a Connio, Carrega, Fontanachiusa, Magioncalda ecc. con un uomo che tiene per mano due donne — e non una donna che tiene due uomini, come pare affermare Grasso a p. 72 assimilandola a quella descritta in un trattato di danza del 1850. Una distinzione in due danze coesistenti è stata praticata anche da gruppi di ballerini della valle Staffora.

In dettagli come questi sarebbe probabilmente opportuna una maggiore attenzione alla realtà quotidiana del territorio, per la quale Grasso cita perlopiù i propri lavori senza considerare quanto pubblicato in seguito anche su questo sito e nell'ebook Coi nostri strumenti: quest'ultimo viene citato solo nella bibliografia finale, ma ha reso disponibili già dal 2016 notizie, per esempio, sui suonatori di piva della valle di Mezzano Scotti nominati a p. 94 (la cui fonte orale è per tutti noi l'imprescindibile Ettore Lòsini "Bani") ed ampi estratti della cronaca di viaggio L'Hermite en Italie a cui anche Grasso attinge variamente. Concordiamo che su quest'ultima fonte sia opportuno approfondire le considerazioni, comprese quelle relative agli strumenti in essa citati, dei quali la misteriosa "trompette d'Allemagne" viene però interpretata come un ottone senza degnare neppure di una discussione l'ipotesi avanzata alle pagine 411-413 di Coi nostri strumenti col supporto di considerazioni linguistiche, ossia che potesse trattarsi di una zucchetta simile a quelle già attestate nella musica popolare a Fubine (tuttora in uso) e Martiniana Po e ricordata anche al Brallo di Pregola: ipotesi senz'altro aperta a nuove interpretazioni ma che ci sembra perlomeno rilevante.

Nonostante queste piccole disattenzioni alla realtà attuale del territorio e alle ricerche più recenti, il lavoro di Grasso rimane nel suo complesso ben fondato, documentato ed argomentato; notevole è anche la sua operazione di raccolta e comparazione di fonti disparate riguardo alle "monferrine" popolari di altri territori, dall'Istria alla Savoia e alla Bretagna, su cui non ci soffermiamo. Il testo va perciò a costituire una fonte di riferimento per la storia di questa danza e più in generale degli usi musicali sia colti che popolari dell'Italia settentrionale.

Claudio Gnoli

 


La monferrina tra fonti scritte e vita sul territorio = (Dove comincia l'Appennino) / redazione ; © autori — <https://www.appennino4p.it/monferrina.htm> : 2023.08 - 2024.02 -