Dove comincia l'Appennino

Trombe classiche e zucchette popolari
Indizi storici e interpretazioni fra Bobbio e il Piemonte

dedicato a Vincenzo Marchelli “Chacho”


Nella preziosa fonte francese di inizio Ottocento, L’Hermite en Italie, troviamo fra l’altro una interessantissima sintesi storica degli strumenti musicali usati fino ad allora per animare le danze a Bobbio:

Un tempo un tambourin isolato metteva in cadenza i ballerini, in una sala a volta, i cui muri spogli riflettevano il chiarore sepolcrale di una lampada. Là si agitavano signore e contadine, signori, preti e manovali. Il tamburino stancò, e gli appassionati accolsero la trompette d’Allemagne. Tre suonatori di questo strumento, scortati da due torce accese, si recavano nelle abitazioni dove per una piccola somma concordata facevano saltare le famiglie. A questi tristi ronzii è succeduta la musette. Le torce vengono bandite; le lampade vengono appese alle volte, e ci si agita a tempo al suono nasale del nuovo strumento, che ai nostri giorni affascina ancora i montanari degli Appennini, così come quelli delle Alpi e del Giura. [Hermite 1824 t. 1 p. 217]

Abbiamo lasciato nell’originale francese i nomi degli strumenti in modo da poterci concentrare sulle loro diverse interpretazioni. Il termine tamburino era diffuso in Europa per indicare sia strumenti percussivi a membrana sia i flautini suonabili con una sola mano che li accompagnavano. Si trattava, ci dice il testo, di uno strumento solista il cui suonatore era sufficiente ad animare il ballo con le poche risorse delle valli appenniniche.

Quella che un francese chiama musette poteva all’epoca consistere in una piva emiliana solista, o anche in una musa delle Quattro Province sola o accompagnante un piffero, considerando che Bobbio si trova ai confini fra le aree di diffusione delle due forme. Rimarchevole il fatto che, nella città del maggior costruttore attuale di pifferi e muse, essi sarebbero arrivati (da dove: Genovesato, Piacentino, Parmense, Bergamasca…?) solo in un tempo più recente, in date difficili da precisare; siamo comunque in un’epoca precedente a quella del caposcuola pifferaio Draghin, che negli anni della stesura di questo testo (forse il 1805) sarebbe stato tuttalpiù un bambino.

Più misterioso risulta, come ora vedremo, il senso del termine trompette d’Allemagne, letteralmente “tromba di Germania”. Il bobbiese Olmi [1994 p. 67] lo ha reso con “tromba tedesca” annotando che si tratterebbe “probabilmente della piccola tromba in fa iniziata nell’uso da Bach tra il 600 e il 700” (e interpretando erroneamente che fosse contemporanea al tamburino e suonasse quando questo “faceva pausa per la stanchezza”: ma il testo delinea una cronologia e il passato remoto fatigua significa che stancò il pubblico). Giuliano Grasso [2022 p. 94], “escludendo che si potesse trattare di strumenti estranei alla famiglia delle trombe” e trascurando la tesi da noi anticipata [Gnoli et al. 2016 p. 411], conclude che “il riferimento più credibile è alle numerose bande di ottoni che in Liguria, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, suonavano in occasione di feste cittadine, spesso proprio per accompagnare i balli. È quindi probabile che questi suonatori venissero da Genova o dall’entroterra ligure. In ogni caso di questi strumenti non è mai stata trovata traccia durante le ricerche effettuate nel Novecento”.

Oggi esiste effettivamente uno strumento detto tromba tedesca, chiamato anche tromba a valvole rotanti (inglese rotary trumpet) [ASW 1998; Brass 2023]: in questo caso l’aggettivo si riferisce al fatto che viene suonata particolarmente nelle orchestre tedesche e austriache nell’ambito della musica classica e sinfonica. Detto strumento utilizza appunto un meccanismo a valvole rotanti, invece delle più diffuse valvole a pistoni (sistema Périnet), e ha un timbro più vellutato e pieno che si amalgama maggiormente con le sonorità degli strumenti ad arco. Lo si può percepire nel video in cui viene suonata dal jazzista Jimmy Owens.

Furono i pistoni e le valvole rotanti, introdotti rispettivamente nel 1814 e nel 1824, a “rendere gli strumenti in ottone completamente cromatici” [Ericson 1998], in quanto nel periodo barocco le trombe erano naturali, senza pistoni, mentre nella seconda metà del Settecento si realizzarono strumenti di transizione come le trombe a tiro o le trombe a chiavi.

Ai fini dell’interpretazione del nostro testo, tuttavia, la loro origine ottocentesca esclude le trombe a valvole rotanti. Fino al Settecento, “tromba di Germania” avrebbe potuto casomai riferirsi a qualche tromba utilizzata in ambito militare nell’area germanica, a trombe utilizzate per composizioni di autori tedeschi o costruite in Germania, considerando che dal Trecento al Settecento Norimberga era il principale centro di produzione di ottoni in Europa [Un. Cattolica 2020], o anche a bombarde tedesche prive del foro posteriore sopravvissute fino al Settecento. Sarebbe plausibile che le famiglie bobbiesi ballassero al suono di un trio di questi strumenti assoldato a domicilio?

È vero che fra Seicento e Settecento compositori classici come Bach o Händel scrissero ritmi di danza per strumenti classici ispirandosi ai ritmi popolari, comprese delle danze note come allemande… Ma i “tristi ronzii” (bourdonnemens, termine usato tipicamente per il ronzio delle api) descritti dall’autore francese sarebbero una descrizione alquanto impietosa per dei trombettisti, che Olmi sembra giustificare spiegando che “le ridotte dimensioni dello strumento producono una gamma di suoni acuti”.

Un’ipotesi completamente diversa e inusitata ci arriva da un dizionario tematico non molto anteriore alla nostra fonte [Ligier 1762 p. 131; cfr. Denis-Rouard 1846 p. 300], nel quale trompette d'Allemagne è elencato come sinonimo di citrouille, ossia “zucca”. Ma che cosa potrebbero avere a che fare delle zucche con il nostro contesto? Ce ne dà un’idea un testo ancora precedente, che repertoriando i termini presenti nel Salmo 5 riporta che alcuni studiosi traducono l'ebraico nehilot come “uno strumento musicale che imita il ronzio delle api [bourdonnement], più o meno come la nostra trompette d’Allemagne” [Calmet 1724 p. 16].

In effetti uscendo dalle griglie della musicologia colta ci possiamo rendere conto che in passato venivano utilizzate risorse abbondantemente disponibili nell'ambiente, laddove oggi diamo per scontata la necessità di dispositivi appositamente progettati e commerciati. Lo rimarcano lo stesso bobbiese Ettore Lòsini “Bani”, che spesso ama ricordare gli steli di tarassaco con cui da ragazzi si producevano delle rudimentali note, e il bergamasco Valter Biella che agli strumenti effimeri di corteccia e canna ha dedicato una monografia [1993]. Dei semplici e bizzarri strumenti a sfregamento (fruja, grolotir…), ad esempio, integrano lo strumentario degli alessandrini Calagiubella.

Nello stesso Hermite en Italie si usa ancora il termine trompette d'Allemagne per descrivere la forma di un attrezzo usato presso i bagni termali di Petriolo (SI), che appare qui molto più plausibile concepire come un semplice supporto piuttosto che come un prezioso strumento musicale:

I bagnanti non hanno bisogno di farmacista; non c’è altro medico che un mugnaio che gestisce i bagni dal suo mulino nelle vicinanze. [...] Il mugnaio, per mezzo di diversi bisturi attaccati a un piccolo strumento in forma di trompette d’Allemagne, di cui fa muovere le acute lame, pratica loro numerose scarificazioni sulla schiena e le reni, che copre di bottigliette arroventate con delle stoppe; in tal modo cava loro parecchio sangue nerastro, che cola da tutte le parti, poi li fa entrare coperti di queste ventose nel bagno di acqua solforosa. [Hermite t. 2 p. 308]

Nelle campagne dei secoli passati, lo sfruttamento a vari scopi di materiali reperiti in natura doveva essere molto diffuso. Nelle Ardenne una trompette d'Allemagne era utilizzata per chiamare a raccolta i boscaioli che pernottavano in una capanna: “appelant avec la ‘trompette d’Allemagne’ ceux de leurs camarades qui s’étaient éloignés” [Meyrac 1896 p. 299].

In varie regioni italiane è nota come zucca a fiasco, zucca bottiglia, zucca da vino o cocozza la Lagenaria siceraria, unica specie di zucche già presente in Europa prima dei contatti con le Americhe [Wikipedia s.d.]. Si tratta di un ortaggio che può essere facilmente scavato e adattato a vari usi, come quello di contenere liquidi per brevi periodi a mo’ di borraccia, ad esempio durante le uscite per i lavori in campagna o gli spostamenti — ancor oggi in val Trebbia si usa bere il vino da ciotole comuni, con un gesto che può ricordare quello con contenitori più rustici. Recipienti di aspetti non molto diversi si osservano per esempio nelle scene rurali raffigurate dal pittore naif croato Mijo Kovačić (1935-). Si confrontino le forme degli oggetti appoggiati a terra o appesi in queste scene di convivialità campestre (compresa una danza al suono di un liuto a manico lungo) con il sonaglio per bambini detto in dialetto piemontese cusa o cossa, conservato al Civico museo del paesaggio sonoro di Riva presso Chieri (TO). In questo caso la zucca vinaria essiccata contiene “alcuni semi che urtano contro le pareti quando lo strumento viene sottoposto a scuotimento. Il picciolo è stato tagliato facendo un buco nel punto in cui esso si trovava. Attualmente la zucca è chiusa mediante un tappo di carta arrotolata” [MIMO s.d.].

L’inventività popolare può dunque utilizzare gli stessi oggetti come contenitori, come giochi, come richiami e talvolta anche come strumenti musicali. Per quest’ultimo uso nel Canavese il procedimento è descritto con maggiore dettaglio da Rinaldo Doro [2016]:

Zucchette sonore (Ravi, Suchët, Cossa): le “Ravi” erano piccole zucche del tipo “Cossa màta”, cioè non commestibili. Essiccate, veniva fatto loro un foro sul lato con un ferro incandescente, si svuotavano dai semi e si mettevano a bagno nel vino, perché la “rava” potesse acquisire robustezza e sonorità. Poi, con molta attenzione, si segava la zucchetta in due parti speculari che venivano rifinite con della carta vetro. Controllato che non passasse luce tra le due metà, si portava alla bocca lo strumento tenendolo con due dita e si “cantava” nell’apertura fatta con il ferro incandescente. Le membrane delle pareti vibravano e formavano il suono. Il risultato acustico era simile al “kazoo”, una sorta di ronzio modulato dalla voce.

Che fossero proprio questi i “tristi ronzii” di Bobbio?

Sebbene oggi questi usi siano praticamente scomparsi, non occorre allontanarsi troppo dal capoluogo della val Trebbia per trovare testimonianze di zucche vinarie utilizzate per fare musica. Fra gli strumenti effimeri noti sul territorio vogherese, Alessandro Maragliano [1955 p. 772-3] cita “ar süchen (la zucchetta)”, illustrandone la costruzione attraverso il taglio in due di una zucchetta rotonda e piatta, opportunamente essiccata; una volta ripulite all’interno, le due parti vengono avvicinate e forate per potere cantarci dentro “affinché ne esca la voce trasformata in un ronzio tutto speciale”.

Nel Vogherese e in alcune zone oltrepadane collinari questo tipo di zucca veniva chiamata süchëta, se di dimensioni medie süca, o anche süchéin, süfléin (“fischietto”), trumbéin o süca trumbëta: e quest’ultimo termine appare linguisticamente molto affine a trompette d’Allemagne! Luciano Rolandi e suoi parenti e conoscenti ricordavano che in effetti nella zona di Monteségale venissero utilizzate per suonare. Un’altra testimonianza di uso musicale prima della Seconda guerra mondiale è stata raccolta a Brallo, dunque non molto lontano da Bobbio [Guizzi 1985].

Questo impiego delle nostre zucchette è stato d’altronde alquanto diffuso in buona parte del Piemonte e nella Liguria di Ponente [Neill 1983], come confermano cultori delle tradizioni popolari quali il citato Rinaldo Doro, Vincenzo Marchelli “Chacho” e Gianni Borin. Nel Novecento esso è stato tramandato in svariate orchestrine popolari formate prevalentemente da zucchette.

Una di queste è fotografata già nel 1902 a Martiniana in valle Po (CN), dove appaiono sei zucchette suonate da giovani e bambini (un gruppo familiare?) affiancati da Chiaffredo Bernardi con un interessante oboe popolare col quale era solito animare balli [Lorenzati 1979; Tucino 1980]; l’immagine proviene da una cartolina dell’epoca di cui una copia nitida, che riproduciamo, è disponibile in rete grazie a Valter Biella [2016]. Lo stesso studio riporta che presso la vicina località di Gambasca “si fabbricavano strumenti a fiato detti boutte o ardeble utilizzando zucche secche (zucche lagenarie) spartite a metà; sembra servissero ad amplificare o modificare opportunamente la voce durante i balli cantati” [Lorenzati 1979]. Ecco dunque un’attestazione dell’uso di zucchette proprio per il ballo!

Abbiamo poi notizia di orchestrine simili, probabilmente con spirito già più revivalistico e orientato all’esibizione, in diverse località del Piemonte centrale, dove gli stessi strumenti assumono ulteriori nomi dialettali come cusot e ravi (“rape”, per la loro somiglianza esteriore con tali ortaggi). Un gruppo di Fontanetto Po (VC) negli anni Trenta incise anche alcuni brani su un disco a 78 giri [Guizzi 2002 p. 78]. Ad Asti città si costituì nei primi decenni del Novecento il complesso i Cosot del Pont Verd, “le zucchette del Ponte Verde”, dal nome dell’osteria dove erano soliti ritrovarsi. Costoro erano guidati da “Gigio” Bagnasco che in una fotografia del gruppo imbocca un clarinetto; alla formazione parteciparono altri strumenti bizzarri come il “cornoletto” dell’ex ciclista Guido Saracco, formato dal tubo di scappamento di un motorino collegato al bocchino di un clarinetto. Negli anni Trenta allestirono anche uno spettacolo dialettale comprendente “tipiche scene regionali” e danze fra cui “il Valzer monferrino”, “la Polka saltata” (!), “la Monferrina” e “il Correntone”, che fu rappresentato anche al teatro Rossini di Torino [Malfatto 1980; Pavia 2016]

L’osteria, attiva per molto tempo e poi sostituita dal Pedavena Pub, sorgeva all’attuale numero 59 del viale Pilone, strada che dalla statale proveniente da Alessandria si porta verso il centro cittadino e ha costituito un classico tratto della versione alla lunga del Palio di Asti (la cui linea di partenza era appunto presso uno storico Pilone): all’incrocio del viale con il rio Valmanera, ora parzialmente coperto e asciutto, si trovava infatti un ponte che dà ancora il nome alla breve via del Ponte Verde. Si trattava di un luogo dove convergevano molti uomini dei quartieri e paesi circostanti, non lontano dall’industria meccanica Way-Assauto che a molti di loro diede lavoro, e dove è facile immaginare la formazione di compagnie conviviali.

Dopo l’interruzione della guerra, alcuni membri dei Cosot ispirarono nuove formazioni di zucchette come gli Amis dla Crota e una Banda di Cusot interna alla Way-Assauto. Intanto nel 1936 era nata pochi chilometri più a nord, in località Valmairone, un’altra Banda del Cusi associata alla banda musicale locale. Il tono folcloristico era a quest’epoca già evidente: “Indossavano un costume contadino con pantaloni di fustagno al ginocchio, calzettoni e zoccoli di legno. Completavano la coreografia il banditore, che precedeva la banda nelle sfilate, e alcune ragazze, che portando un cestino di prodotti locali, cantavano il tradizionale motivo Barberina e Spumantino” come ha riportato il presidente di una delle successive ricostituzioni del gruppo [M. 2019], peraltro esibitosi anche recentemente. Un cinegiornale del 1954 mostra una numerosa banda con zucchette, ottoni e fisarmonica in una trattoria di "San Germano d'Asti" (cioè di Casale? O San Damiano d'Asti?) [Incom 1954].

Sunadur dal Ravi si chiamano invece gli utilizzatori di zucchette radunati a partire dagli anni Settanta dal muratore Renzo Rollino di Fubine, nel Monferrato alessandrino, da noi incontrato grazie a Chacho Marchelli. Si sono esibiti anche in località distanti, hanno partecipato all’LP Giacu Trus (1985) dell’importante formazione folk Tre Martelli e più di recente hanno autoprodotto un CD del quale è interessante scorrere l’elenco dei brani: La canson d' Fibin-ni, La n. 3, L'ambasciatore, Rosa Bella, La barchetta in mezzo al mare, La piemontesina, I pompieri di Viggiù, Madonnina dai riccioli d'oro, Tango delle capinere, Romagna mia, La paloma, Ciliegi e rose, Rosamunda, Oh mamma mamma-Marina (medley), Maria Giuana (antica ballata piemontese), Reginella campagnola, Il silenzio, poesia, Visevvi d' cula sicca.

Le zucchette di Fubine sono state descritte a fondo dall’organologo Febo Guizzi [1985], secondo il quale “i curiosi modificatori della voce ricavati da semi-zucche disseccate e sovrapposte” sorprendentemente “costituiscono un caso organologico unico al mondo” [Guizzi 2002 p. 78]. Già la nostra breve rassegna fa però pensare che esse dovessero essere ben più comuni, sia in Piemonte che altrove. Appartengono infatti ad un genere di strumenti popolari che impiegano oggetti facilmente disponibili quali noci, canne, cortecce o pettini, spesso arricchendoli di una membrana o lamella vibrante in modo da ottenere suoni che ricordano quelli di bombarde e cornamuse, strumenti ben più rari e pregiati un tempo associati alle feste importanti: nel Genovesato infatti veniva denominato proprio müza una buccina di corteccia con una canna infilata, come quelle recentemente realizzate a Péntema e a Sopralacroce. Nella stessa logica, a Magioncalda una figlia del pifferaio Pietro Asborno (1848-1912) cantava la ballata del Draghin — che doveva ricordare eseguita da suo padre con il piffero — accompagnandosi con un piccolo pettine munito di un foglio di carta velina [Gnoli et al. 2016]; lo stesso si faceva in bassa val d'Aosta, dove inoltre per ottenere un suono analogo a quello delle zucchette i bambini usavano i tappi in metallo dei vasetti in vetro per la conserva, poggiandoli uno sopra l'altro.

Non è escluso che anche a Bobbio le trompette d’Allemagne fungessero in realtà da surrogato di strumenti ad ancia già noti ma meno reperibili, piuttosto che rappresentarne un rozzo stadio precedente in una prospettiva cittadina proto-evoluzionistica simile a quella più tardi teorizzata da Curt Sachs. La nostra conclusione, ad ogni modo, è che il mondo popolare dei secoli passati sia stato soltanto scalfito dagli incontri occasionali con autori colti come quello del testo bobbiese, che tendono a catalogarli come curiosità esclusive: molto del suo sapere risiedeva semplicemente nelle pratiche quotidiane che i contadini davano per scontate, senza sentire la necessità di documentarle o esibirle, e che nella vita moderna hanno gradualmente finito per perdersi.

Claudio Gnoli, Paolo Rolandi ed Emanuela Valenzano
con la collaborazione di Giacomo Turco

Bibliografia citata

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Valter Biella, Legno, corteccia e canna, Sistema bibliotecario urbano di Bergamo, 1993, http://www.baghet.it/.

Valter Biella, La musa e il piffero, in Musiche, strumenti e canti nel mondo popolare bergamasco, http://www.baghet.it/musa4province.html aggiornamento 2016.

Le Brass, I 7 tipi di tromba in sintesi, https://www.lebrass.com/it/tromba/tipi-di-tromba/ aggiornamento 2023.

Augustin Calmet, Commentaire littéral sur tous les livres de l'ancien et du nouveau Testament, tomo 4, Eméry-Saugrain-Pierre Martin, Paris 1724, in Google Books.

Alphonse Denis - _ Rouard, Traité complet de l’horticulture, Challamel, Paris 1846.

Rinaldo Doro cur., Strumenti musicali canavesani, in Piemonte cultura, https://www.piemontecultura.it/strumenti-musicali/ 2016.

John Ericson, Why was the valve invented?, https://www.public.asu.edu/~jqerics/why_valve.htm, adattamento da The Horn Call 28: 1998, n. 3.

Claudio Gnoli et al., Coi nostri strumenti: la tradizione delle Quattro Province dall’artigianato alla festa, SSOAR, https://www.ssoar.info/ssoar/handle/document/48868 2016.

Giuliano Grasso, La monferrina, ass. cult. Barabàn, Gaggiano 2022, recensione di Claudio Gnoli in Dove comincia l'Appennino.

Febo Guizzi, 2 ravi, in Strumenti musicali e tradizioni popolari in Italia, a cura di Roberto Leydi - Febo Guizzi, Bulzoni, Roma 1985, p. 293-306.

Febo Guizzi, Gli strumenti della musica popolare in Italia, Libreria musicale italiana, Lucca 2002

L’Hermite en Italie ou Observations sur les moeurs et usages des italiens au commencement du XIXe siècle, Pillet, Paris 1824 (l’attribuzione dell’opera è incerta fra Maxime de Villemarest, Etienne de Jouy e Louet de Chaumont)

Incom, La settimana Incom 1177 del 01/12/1954, riprodotto in Archivio Luce Cinecittà, You tube, https://www.youtube.com/watch?v=gxCsvA-HQWc 2012.

Louis Ligier de la Bretonnerie, La nouvelle maison rustique, 8a ed., Savoie, Paris 1762, in Google Books.

Costanzo Lorenzati, Strumenti antichi per danze popolari in Val Po, Novel temp, 11: 1979, p. 10-16.

S.M., La Banda delle Zucche di Serravalle d’Asti: una storia lunga ottant’anni, AT News, maggio 2019, https://www.atnews.it/2019/05/...

Venanzio Malfatto, Vecchia Asti: immagini di un tempo, AGA il Portichetto, Cuneo 1980.

Alessandro Maragliano, Tradizioni popolari vogheresi, Le Monnier, Firenze 1955.

Albert Meyrac, La forêt des Ardennes: légendes, coutumes, souvenirs, Lecène et Oudin, Paris 1896, in Google Books.

MIMO: Musical Instruments Museums Online, Sonaglio per bambini, https://mimo-international.com/MIMO/doc/IFD/OAI_MPS_50 s.d.

Edward Neill, Conchiglie, zucche, cipolle… strumenti della musica popolare ligure, La casana 25: 1983, p. 8-13.

Gian Luigi Olmi cur., Cronache e memorie della Bobbio napoleonica, tip. Columba, Bobbio 1994

Marta Pavia, Banda delle zucche, un’epopea musicale, Astigiani 18: 2016, https://archivio.astigiani.it

Maurizio Tucino [= Bernard Ménétrier], Qualche osservazione sul "pinfër" di Martiniana, Novel temp, 12: 1980, p. 39-41.

Università cattolica del Sacro Cuore, Lettura 7: Il commercio degli strumenti musicali tra storia e società, Studocu 2020, https://www.studocu.com...

Wikipedia, Lagenaria siceraria, https://it.wikipedia.org/wiki/Lagenaria_siceraria.

 


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